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Tag: elezioni

IL collasso dell’impero USA. Dal Niger a Baltimora fino all’ONU, cronaca di un disastro annunciato

Quella che sta volgendo al termine, per l’impero a stelle e strisce è stata una vera e propria settimana da incubo; anzi, due: la sfilza delle cattive notizie era iniziata due settimane fa, quando la giunta patriottica del Niger aveva deciso di alzare l’asticella della sua guerra anticoloniale e aveva annunciato, di punto in bianco, la sospensione della cooperazione militare con gli Stati Uniti, mettendo a rischio la sopravvivenza della più importante base USA dell’intero Sahel. Lunedì, poi, è stato il turno della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha isolato completamente il regime genocida di Tel Aviv ed ha costretto gli USA a prendere le distanze dal suo più importante alleato in Medio Oriente; martedì, a Washington, erano ancora lì a cercare di capire come tenere insieme il sostegno incondizionato al genocidio e il fatto che tutto il resto del mondo di vedere sterminare i bambini palestinesi si sarebbe anche leggermente rotto i coglioni, che ecco un uno due che avrebbe messo al tappeto pure lo Sugar Ray Robinson dei tempi migliori: il primo colpo è arrivato, di nuovo, dall’Africa occidentale, dove il cocco delle potenze occidentali Macky Sall ha dovuto riconoscere la vittoria di Diomaye Faye, il leader anticolonialista che era in carcere da 11 mesi per un post su Facebook fino ad appena due settimane fa e che ora promette di rimettere in discussione le concessioni petrolifere che il suo predecessore aveva sostanzialmente regalato alle oligarchie occidentali. Il secondo, invece, è arrivato proprio da sotto casa, quando una gigantesca portacontainer è andata a sbattere contro il ponte più importante di Baltimora facendolo crollare interamente – come un castello di carte – in meno di 20 secondi, e per non vedere, in queste immagini, il simbolo stesso del declino della dittatura globale di Washington, ci vuole veramente parecchio impegno.

Bassirou Diomaye Faye

Prima di procedere oltre e raccontarvi nel dettaglio la settimana nera dell’imperialismo USA e dei suoi utili idioti, ricordatevi di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro il dominio degli algoritmi e, se non lo avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche; a voi costa soltanto un centesimo di secondo del vostro tempo, a noi invece aiuta a crescere e a far arrivare anche fuori dalla nostra bolla qualche notizia che non sia proprio esattamente la fuffa propagandistica che gli rivogano continuamente i pennivendoli dei media mainstream.
Come ricorda il mitico Billmon dal suo blog Moon of Alabama “Senza alcuna sorpresa, lo stesso New York Times, che si è basato su testimoni menzogneri per affermare falsamente che Hamas aveva violentato donne israeliane, sta mentendo anche sulla risoluzione di cessate il fuoco per Gaza approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”; il riferimento è alla lunga serie di figure di merda che la testata di riferimento del finto progressismo imperialista e suprematista del giardino ordinato ha raccattato nel disperato tentativo di legittimare lo sterminio dei bambini palestinesi a Gaza: un primo esempio eclatante è l’ormai famigerato articolo dello scorso 28 dicembre dove i cronisti sionisti del Times mettevano in fila una serie di testimonianze, in gran parte anonime, su fantomatici casi di violenza sessuale durante l’operazione della resistenza palestinese Diluvio di al aqsa del 7 ottobre. Tra le testimonianze più importanti, quella di un sedicente paramedico di un commando israeliano che denunciava il ritrovamento del cadavere di due ragazze nel kibbutz di Be’eri che “riportavano segni evidenti di violenza sessuale”; peccato che, poco dopo, sia sfuggito alle maglie della propaganda un video girato esattamente in quel contesto da un soldato israeliano che mostrava i cadaveri delle donne e che, come è stato costretto ad ammettere lo stesso Times, “non avevano nessun segno evidente di abusi sessuali”.
D’altronde, non dovrebbe sorprendere: la principale fonte a cui il Times, come il grosso della propaganda dei sostenitori del genocidio, si è rivolto per le sue fake news sugli stupri della resistenza palestinese è la famigerata avvocatessa Cochav Elkayam-Levy, a capo di una fantomatica auto – nominata commissione civile creata in fretta e furia per indagare i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre contro donne e bambini, una campagna mediatica in grande stile che l’ha portata, più volte, a sciorinare i risultati delle sue indagini in prime time sulla CNN e addirittura alla Casa Bianca; un attivismo infaticabile che le è valso anche il Premio Israele, la massima onorificenza possibile immaginabile da parte del governo sionista, il tutto rigorosamente basato su pura fuffa in modo così plateale da dover essere riconosciuto, poco dopo, dal governo israeliano stesso che, tramite un suo portavoce, ha dichiarato al principale quotidiano israeliano YNet che “le sue ricerche sono inaccurate” e rischiano di dare forza a chi sostiene “che diffondiamo fake news”. Il numero di bufale della Levy spacciate come notizie dalla propaganda occidentale sono innumerevoli, a partire da quella supersplatter del feto strappato dal ventre di una donna prima di violentarla; la cosa divertente è che la Levy, con questo giochino, ci si è fatta ricca: attraverso il suo Deborah Institute, infatti, ha raccolto milioni di dollari di finanziamento, a partire dall’ambasciatore USA in Giappone, l’ebreo Rahm Emanuel. Aveva deciso di donarli dopo aver visto una sua presentazione ad Harvard dove aveva mostrato le foto di corpi di donne uccise e stuprate, sosteneva, al Nova Electronico Music Festival; peccato che, come rivelò poi il sempre ottimo Max Blumenthal, fossero in realtà foto di guerrigliere curde morte in combattimento. Ora, dopo aver diffuso a piene mani questo genere di minchiate, figuratevi che problemi si possono fare quelli del Times a distorcere la realtà semplicemente, che è esattamente quello che hanno fatto descrivendo la storica risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha costretto gli USA, per la prima volta, a non porre il veto a una risoluzione contraria all’azione del governo genocida di Tel Aviv; la partita, infatti, si gioca essenzialmente tutta intorno a una questione: la richiesta di cessate il fuoco è o no vincolante?
Nel tentativo disperato degli USA di giustificare il plateale mancato rispetto del mandato del Consiglio da parte di Israele che, dopo la sentenza, ha continuato a bombardare più di prima e a cercare di sterminare i palestinesi di Gaza, oltre che con le bombe, anche con la fame bloccando gli aiuti dell’UNRWA, l’amministrazione Biden, ovviamente, ha subito sottolineato come la risoluzione fosse non vincolante e come avesse, come premessa, il rilascio degli ostaggi; e il Times, ovviamente, ha sposato senza se e senza ma questa linea distorcendo platealmente le parole: come sottolinea Billmon, infatti, secondo il Times “Il Consiglio di sicurezza avrebbe invitato al cessate il fuoco” usando scientemente il termine calling for e “Se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite invita qualcuno a fare qualcosa, ciò equivale giuridicamente a chiedere per favore. Non ha conseguenze reali”. Fortunatamente, però, l’ONU non ha invitato proprio nessuno: nella risoluzione, infatti, il termine usato è demand, richiedere, che è legalmente vincolante; idem con patate per l’eliminazione di “tutti gli ostacoli alla fornitura di assistenza umanitaria” che, secondo il Times, l’ONU avrebbe invocato e, invece, la risoluzione ha espressamente ordinato. Possono sembrare dettagli, ma non lo sono affatto; certo, è assolutamente vero che, mancando all’ONU strumenti diretti per far rispettare le sue risoluzioni, le conseguenze non possono essere immediate e non sono in grado di mettere immediatamente fine al massacro, ma questo non significa che questa risoluzione – e chiarire che si tratta di una risoluzione legalmente vincolante – non siano questioni di primaria importanza.

Gustavo Petro

Il primo motivo l’ha chiarito il presidente colombiano Gustavo Petro in un breve tweet: “Se Israele non rispetta la risoluzione delle Nazioni Unite sul cessate il fuoco” annuncia Petro “romperemo le relazioni diplomatiche con Israele” e, se lo dice Petro, invece che perdere tempo e fiato per lamentarci che tanto non cambia niente, sarebbe il caso di mobilitarsi seriamente perché lo dicano anche i governi europei – a partire dal nostro – che, probabilmente, troverebbero paradossalmente anche meno ostacoli. Per capirlo, basta vedere i commenti sotto il tweet di Petro: “Fai lo sbruffone con Israele, che è in un altro continente, ma non dici niente sulla dittatura venezuelana che hai accanto e che non permette elezioni libere” tuona Republicano; “E con Maduro non romperai le relazioni per non aver permesso all’opposizione di andare alle elezioni?” rilancia abuelo embaraccado. “E sul Venezuela, niente da dire? Ipocrita” sentenzia Emmanuel Rincon: tutti profili da decine di migliaia di follower, il braccio armato della propaganda delle oligarchie svendipatria filoyankee colombiane che hanno governato il paese da sempre e che, ancora oggi, rappresentano un’opposizione estremamente potente e pericolosa al governo patriottico e sovranista dell’ex guerrigliero marxista leninista Gustavo Petro. Petro, però, da lunedì dalla sua ha – appunto – una nuova carta che, se la maggioranza della popolazione si mobilita con forza per sostenerla, può risultare decisiva: la sua posizione, infatti, dopo la risoluzione, è chiaramente l’unica legalmente difendibile; il resto è puro crimine internazionale.
Come faranno a difendersi i sostenitori a giorni alterni dell’ordine internazionale basato sulle regole? Come nel caso della sentenza della Corte Internazionale di giustizia, l’impero del doppio standard si trova di fronte a un bivio molto delicato: deve decidere se voltare le spalle all’avamposto dell’imperialismo nel Medio Oriente o se dichiarare, una volta per tutte, che il diritto internazionale non esiste e che valgono esclusivamente i rapporti di forza e gli interessi strategici dei wannabe padroni del mondo che siedono a Washington: in entrambi i casi, nella grande guerra dell’Occidente collettivo contro il resto del mondo, un esito non esattamente favorevolissimo, diciamo, e quando ci si trova di fronte a due opzioni entrambe devastanti, a fare la differenza potrebbe essere davvero, appunto, la mobilitazione popolare che, nel frattempo, è chiamata a combattere un’altra partita fondamentale.
Martedì scorso, infatti, gli USA sono stati travolti da un’altra sentenza storica: alle 10 e 30 della mattina, l’Alta Corte del Regno Unito ha annunciato ufficialmente che la decisione definitiva sull’estradizione di Julian Assange viene rimandata di tre settimane, durante le quali le autorità americane dovranno presentare garanzie sufficienti che, una volta trasferito negli USA, il fondatore di Wikileaks non verrà condannato alla pena capitale, non verrà discriminato nel processo sulla base della sua nazionalità non americana e, soprattutto, godrà della protezione del primo emendamento, che garantisce protezione costituzionale alla stampa. Che, intanto, significa una cosa molto semplice: gli USA saranno anche la patria della democrazia, ma di default questi diritti fondamentali non li garantiscono. Ovviamente, anche qua le reazioni non sono state di giubilo, perché la tagliola continua a pendere sulla testa di Assange e, nel frattempo, si farà altre 3 settimane di carcere dopo 9 anni di martirio; ciononostante, non era per niente scontata: “Temevamo l’estradizione” ha affermato Jeremy Corbyn, da sempre in prima fila in questa fondamentale battaglia di civiltà. “Credo che questo verdetto segni un cambiamento, e che sia dovuto anche alla persistenza delle campagne per la liberazione di Julian. La pressione serve” ha concluso Corbyn, “non possiamo mollare”.

Julian Assange

Anche qui, ovviamente, c’è un nodo legale irrisolvibile che pone la corte britannica di fronte al solito bivio: scontentare il boss di Washington o dichiarare la fine dello stato di diritto. L’accusa, infatti, è stata piuttosto chiara: Assange, non essendo cittadino americano, non può invocare il rispetto del primo emendamento; da qui le due obiezioni fondamentali proposte dalla difesa e recepite dalla corte. Uno: Assange non può essere discriminato a causa della sua nazionalità e due (intimamente connesso, come ricorda Stefania Maurizi su Il Fatto): “L’estradizione è incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, che protegge la libertà di stampa e di espressione”; essendo il nodo legale indistricabile, quindi, anche in questo caso la decisione in realtà sarà eminentemente politica, e la politica la influenzano anche le mobilitazioni di massa. Ed ecco perché, proprio come nel caso della risoluzione dell’ONU, come sottolinea Corbyn, adesso “non possiamo mollare”.
Come ripetiamo da un po’ di tempo a questa parte, l’era del disfattismo e della dittatura di TINA – il There is no alternative di thatcheriana memoria – è definitivamente tramontata: l’impero è in declino e la sua egemonia incontrastata, quella che aveva portato un’imbarazzante mezza calzetta come Francis Fukuyama a diventare una sorta di guru con la sua pagliacciata sulla fine della storia, è ormai il delirio di una piccola minoranza che, per quanto potente, è tutta rivolta al passato; e in questa lunga fase di declino, per i popoli si apre una nuova, gigantesca opportunità di tornare ad essere protagonisti del loro destino. Questi due casi sono due esempi eclatanti esattamente di questa nuova stagione dove l’esito di quello che succede dipenderà sempre di più dalla nostra capacità di tornare a fare sentire la nostra voce. Ovviamente, come molti di noi ripetono fino alla nausea da tipo 30 anni, abbiamo fatto di tutto per farci trovare completamente sguarniti e impreparati a questo appuntamento con la storia: 30 anni di fuffa liberal hanno ridotto le organizzazioni popolari in briciole e lo sforzo a cui siamo chiamati oggi per recuperare il tempo perso è a dir poco titanico; la buona notizia è che si può fare. E’ la lezione che ci arriva chiaramente dal Sud globale: le ultime settimane, per l’impero USA e i suoi vassalli, infatti, sono state un vero calvario.
La prima pessima notizia risale ormai a una decina di giorni fa: il 16 marzo, infatti, “Il Niger” riportava Al Jazeeraha sospeso il suo accordo militare con gli Stati Uniti con effetto immediato, segnando così un duro colpo per gli interessi di Washington nella regione”; dopo il golpe patriottico del luglio scorso, la giunta nigerina aveva malamente cacciato i francesi, ma aveva tenuto aperto il dialogo con gli USA, tanto che alcuni analisti un po’ confusi erano arrivati addirittura a sostenere che i patrioti nigerini non fossero patrioti per niente e fossero dei pupazzi in mano a Washington impegnati a dargli man forte in una lotta tutta interna all’Occidente collettivo, una tesi che noi abbiamo sempre respinto con forza. Piuttosto – abbiamo affermato in svariate occasioni – in questo contesto gli USA sono stati meno ottusi del solito: hanno capito che l’ondata anticoloniale era inarrestabile e, invece di impelagarsi in un muro contro muro che li avrebbe portati a una sconfitta certa, hanno cercato una mediazione. Ecco, così, che invece di invocare sanzioni e interventi militari come i francesi, hanno riconosciuto il nuovo governo e sono scesi a patti; l’obiettivo era, ovviamente, quello di mantenere un presidio nel paese per evitare di consegnarlo completamente alla sfera di influenza militare russa e a quella economica cinese: il presidio in questione è la famosa base aerea 201, “il progetto di costruzione più costoso mai intrapreso dal governo degli Stati Uniti nel continente” sottolinea Al Jazeera; una base strategica perché, con la scusa della “guerra alle operazioni terroristiche”, continua Al Jazeera, in realtà è anche un elemento fondamentale della “proiezione di grande potenza contro Russia e Cina”. Purtroppo per gli USA, però, evidentemente il suprematismo lo puoi domare per un po’, ma non lo puoi sedare del tutto e, prima o poi, torna a galla; ed ecco così che in occasione della visita di una delegazione USA in Niger, gli inviati avrebbero deciso di tirare un po’ troppo la corda, fino a “minacciare un’azione contro il Niger se non avesse tagliato i legami con i due grandi avversari geopolitici” e i nigerini non l’hanno presa proprio benissimo, diciamo: “Il governo militare” ha dichiarato il portavoce della giunta Adbramane la sera stessa a reti unificate, “denuncia con forza la minaccia di ritorsione del capo della delegazione americana nei confronti del governo e del popolo nigerino”. “Il governo del Niger, tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi del suo popolo” ha concluso “revoca, con effetto immediato, l’accordo relativo allo status del personale militare degli Stati Uniti e dei dipendenti civili del Dipartimento della Difesa” e dichiara con forza che il patto di sicurezza in vigore dal 2012 “viola la costituzione del Niger”.
Ma una lezione ancora più grande di come, contro l’impero in declino, chi la dura, la vince è arrivata martedì dal Senegal, dove è stata annunciata ufficialmente la vittoria alle elezioni del giovane attivista anticolonialista Bassirou Diomaye Faye; appena due settimane fa, Diomaye Faye era ancora in carcere e il regime del cocco dell’Occidente Macky Sall aveva rinviato le elezioni di un anno: il regime filo – occidentale sembrava esser riuscito a sconfiggere le forze del cambiamento con la repressione. Poi, con grande sorpresa di tutti gli osservatori, di punto in bianco la Corte costituzionale – che Macky Sall e i suoi sponsor pensavano di avere in pugno – ha deciso di annullare il decreto che rinviava il ritorno alle urne; il regime, allora, provava l’ultima carta e fissava la data delle elezioni pochissimi giorni dopo, sperando che gli avversari non avessero il tempo minimo necessario per organizzare un po’ di campagna elettorale (soprattutto dal momento che nel frattempo, circa un anno prima, il loro partito era stato smantellato manu militari e dichiarato fuorilegge) e dal momento che Faye, in realtà, non fosse altro che un sostituto: il vero leader dell’opposizione, Ousmane Sonko, era stato infatti fatto fuori a suo tempo con una persecuzione giudiziaria senza capo né coda, dopo anni di violente repressioni di piazza che sono continuate fino a poco fa. Come oltre un migliaio di suoi compagni di lotte, anche Faye era stato tra le vittime di questa ondata di repressione inedita per il Senegal; era stato condannato a 11 mesi per un post su Facebook: “Alcuni magistrati, una minoranza infima” aveva scritto “si sono dati come missione di sgozzare, squartare e servire della carne fresca di oppositore al presidente Macky Sall, per fargli decidere in quale modo cucinarlo”. Una repressione poliziesca che non ha scoraggiato i nostri paladini della democrazia, che hanno continuato a coccolare Macky Sall che, giusto un mesetto fa, è stato accolto con tutti gli onori a Roma per la pagliacciata del summit sul Piano Mattei, ma le oligarchie dell’Occidente erano rimaste le uniche a sostenerlo: manco a dirlo, tra i cavalli di battaglia del Pastef, il partito di Sall, e Faye, c’è da sempre una feroce critica al ruolo del colonialismo e, in particolare, della Francia, con l’obiettivo dichiarato – al pari di Mali, Niger e Burkina Faso – di abbandonare il franco CFA (forse il principale di tutti gli strumenti di dominio neocoloniale ancora in essere) per creare una valuta locale adatta alle esigenze economiche del paese e alla sua tanto ambita indipendenza economica.

Ousmane Sonko

Ma quello che, oltre che i francesi, spaventa anche tutte le altre oligarchie dell’Occidente collettivo è la promessa di rimettere in discussione tutte le concessioni estrattive imposte dalle multinazionali occidentali al paese a condizioni al limite della rapina. Una partita particolarmente importante dal momento che, come ricorda Nigrizia, “Negli ultimi anni in Senegal sono stati scoperti vasti giacimenti offshore sia di petrolio che gas. Al largo della costa occidentale del paese, si stima la presenza di oltre un miliardo di barili di petrolio, mentre il giacimento al confine con la Mauritania conterrebbe in profondità addirittura 900 miliardi di metri cubi”: tutta ricchezza che, grazie a contratti capestro firmati dall’amichetto della nostra Giorgiona nazionale Macky Sall, sarebbe dovuta andare a gonfiare le casse delle oligarchie occidentali (a partire dagli azionisti di British Petroleum che, nella regione, la fa un po’ da padrone) e che oggi, invece, potenzialmente rappresentano per il presidente anticolonialista Faye una solida base di partenza per un’agenda che permetta finalmente al Senegal di emanciparsi da secoli di soprusi dell’uomo bianco, andando ad arricchire ulteriormente la ormai interminabile schiera di paesi che dell’impero in declino si sarebbero anche abbondantemente rotti i coglioni.
C
hissà se anche in Senegal fino a due giorni fa, come da noi, c’era pieno di finti lucidi e veri cinici commentatori che invitavano a starsene a casa a farsi i cazzi propri, tanto non cambia mai niente: dal Niger al Senegal, fino ad arrivare nel cuore del vecchio continente, l’era dei bubbolatori inconcludenti è finita ed è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità per far crollare definitivamente il castello di carte della sempre più anacronistica dittatura delle oligarchie svendipatria; per farlo, abbiamo bisogno di un media che, invece che spacciare fuffa come il New York Times, aiuti il 99% a prendere consapevolezza del furto sistematico che le élite svendipatria commettono sulle loro spalle. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giorgia Meloni

L’Occidente in panico per il trionfo di Putin reagisce a suon di fake news e leggende metropolitane

I media occidentali non sembrano avere dubbi: sapete chi è stato il vero vincitore delle elezioni in Russia? Alexander Navalny! Lo sapevo! Hai presente quando ti ritrovi a un megapranzo di famiglia e c’è il parente scemo – e anche un po’ antipatichello – e non si capisce bene per quale motivo sei un po’ in apprensione perché temi si metta in imbarazzo da solo con qualche discorso a cippadicazzo? Ecco, il mio mood per tutto il weekend è stato esattamente quello: speravo che i nostri giornali, per elaborare il lutto del trionfo elettorale di Putin, non si inventassero qualche megastronzata galattica delle loro che ci fa apparire sempre di più lo zimbello dell’universo mondo, ma la speranza è durata pochino. Il primo episodio, che ormai conoscerete già tutti, è quello di questo video; tra i primi a ripostarlo in Italia è l’infallibile Daniele Angrisani, uno dei più brillanti e acuti giornalisti d’inchiesta della penisola, firma di punta della sempre puntualissima e scrupolosissima Fanpage e arcinoto nel microcosmo dei NAFO più intransigenti per il suo incrollabile ottimismo che, in passato, l’ha portato ad affermare che “La Russia ha già perso la guerra”(maggio 2022), che “La Russia può e deve essere sconfitta militarmente” (settembre 2022)

e che ci sono ben “Otto motivi per cui l’Ucraina può vincere la guerra nel 2023 (dicembre 2022). Il video condiviso da Angrisani riprenderebbe un militare russo che entra in fretta e furia in un seggio e poi si affaccia in due cabine elettorali “chiedendo cortesemente”, sottolinea Angrisani, “di vedere il voto”, ma così a occhio non sembra esattamente convincentissimo, diciamo: solo per rimanere alle cose più eclatanti, infatti, si nota immediatamente che dentro le cabine manca un piano dove appoggiarsi per scrivere sulla scheda e, all’arrivo del militare, le persone che stanno votando non hanno nessunissima reazione; manco si girano. Nonostante il controllo poliziesco, chi sta riprendendo inquadra la scena in maniera perfetta, senza muoversi di un millimetro e quindi, si presume, è perfettamente visibile dal militare che, però, non ha niente da ridire e che entra in scena esattamente al momento giusto dal lato giusto; manca solo una vocina che dica ciak, si gira: potevano fare di meglio, diciamo, ma tanto – avranno pensato – con tutti st’invasati che girano su Twitter un Angrisani che se la beve, in Occidente, lo troviamo di sicuro lo stesso.
Il problema è che, oltre a un Angrisani qualsiasi, a crederci – o a sperare che ci creda chi li segue – sono anche parecchi altri e il video, così, viene trasmesso da tutti i principali tg nazionali, da La7 a RAI 1, e quando è montata l’indignazione ecco che, immancabile, è arrivato anche il MacGiver del debunking, David 7cervelli Puente che, irreprensibile come sempre, ha denunciato come “La propaganda russa si sta impegnando per far passare il video come falso e fabbricato da parte degli ucraini, ma le prove fornite risultano deboli”. Quelle a sostegno dell’autenticità, invece, sono inossidabili: “Diversamente da altri casi verificati” ammette lo stesso Puente “il video non risulta geograficamente individuabile” e “non si conosce” né “l’esatta ubicazione del seggio”, né “in quale giorno sia accaduto il presunto episodio”; inoltre, riporta sempre Puente, l’account che ha caricato il video per primo sul social VK non è più presente, ma sono tutti dettagli che per alzare un polverone a caso sullo svolgimento del voto russo, evidentemente, possono essere trascurati e, purtroppo, questa trashata era destinata a non essere altro che un piccolo antipastino del delirio che sarebbe seguito.
Carissimi Ottoliner, ben ritrovati: oggi vi allieteremo con un altro entusiasmante racconto della cripta della post verità; prima di andare oltre, però, ricordatevi di mettere un like per aiutarci nella nostra guerra quotidiana contro la dittatura degli algoritmi e anche di iscrivervi e di attivare le notifiche su tutti i nostri canali, compreso quello in lingua inglese – e così vediamo se insieme riusciamo a rompere l’oscurità della propaganda che ci circonda.
Durante tutto il weekend, mano a mano che cominciavano ad arrivare i primi dati che facevano odorare un’affluenza record alle urne in tutta la Russia, passo dopo passo la propaganda suprematista metteva le basi per la sua sceneggiata da oscar ricalcando la tecnica propagandistica sviluppata in mesi e mesi di sconfitte eclatanti sul fronte ucraino e che affonda le sue radici nella teoria della macchina del fango dell’FBI di Hoover: di fronte a un evento dall’esito scontato e di un’entità che rende impossibile ignorarlo tout court, si tenta di creare una narrazione ad hoc che miri perlomeno a ridurre la portata e l’impatto dell’evento stesso; una realtà parallela costruita ad hoc dove una cacatina ininfluente, sufficientemente gonfiata, distoglie l’attenzione dall’evento che si vuole dissimulare e permette di creare una cortina fumogena all’interno della quale è possibile continuare a sostenere una narrazione palesemente irrealistica, almeno di fronte al pubblico più distratto o ideologicamente più favorevolmente orientato. E’ esattamente quello che si è cercato di ottenere con le varie operazioni mediatiche sul fronte ucraino – dallo sbarco di qualche disperato a bordo di qualche barchino sulla riva orientale dello Dnepr spacciata per potenziale testa di ponte, agli attacchi suicidi dei lettori di Kant in quel di Belgorod. A questo giro, a mettere le basi della brillante strategia che avrebbe permesso alla gigantesca macchina propagandistica dell’Occidente collettivo di negare il trionfo di Putin qualsiasi fosse stato il risultato, c’aveva pensato lo stesso Navalny nella sua ultimissima apparizione: si chiamava Mezzogiorno contro Putin e consisteva, molto banalmente, nel recarsi alle urne alle 12 di domenica. A fare cosa? Assolutamente niente. E come si sarebbero riconosciuti? Ma in nessunissimo modo, ovviamente: un po’ come se io ora organizzassi un boicottaggio contro Carrefour, accusata di commerciare prodotti che arrivano direttamente dai territori occupati illegalmente da Israele, e dessi appuntamento ai protestatari in qualche catena concorrente nell’ora di punta di un giorno che precede una festività importante senza indicare, appunto, nessuna azione da fare e nessun segno distintivo; poi, all’ora X, faccio un po’ di foto alle code che si formano inevitabilmente a quell’ora (protesta o non protesta) e con la connivenza dei media le spaccio per la prova del grande successo della mia protesta. Gli italiani boicottano Carrefour. Alla vigilia di Natale migliaia di persona in fila alla Conad e alla Coop in sostegno alla campagna lanciata da Ottolina Tv: come presa per il culo sembra un po’ troppo spregiudicata; eppure è esattamente quello che è successo con queste elezioni.
A dare il la, già domenica, c’aveva pensato l’Economist: La farsa della rielezione di Vladimir Putin – titolavaè degna di nota solo per le proteste; in serata, Reuters riportava le parole di Leonid Volkov, l’”aiutante di Navalny in esilio che è stato attaccato con un martello la scorsa settimana a Vilnius” e che, sottolinea Reuters, “stima che centinaia di migliaia di persone si siano recate ai seggi elettorali a Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg e in altre città”. “Reuters” però, purtroppo – sottolinea l’articolo con una forma davvero apprezzabile di autoironia british involontaria – “non ha potuto verificare in modo indipendente tale stima”, però, aggiunge, “giornalisti Reuters hanno notato code di diverse centinaia di persone, in alcuni luoghi anche migliaia”; peccato si fossero dimenticati il telefonino a casa e, alla fine, la foto più esplicativa che sono riusciti a recuperare è questa. Ciononostante, ieri mattina sui giornali italiani la grande mobilitazione delle bimbe di Navalny dominava la scena in modo totalmente bipartisan: Migliaia di persone si sono radunate davanti ai seggi per il mezzogiorno contro Putin titolava Il Domani; Code per Navalny – rilanciava Libero – “I sostenitori dell’attivista in massa ai seggi alla stessa ora”. “Le immagini che Vladimir Putin e i suoi sodali non avrebbero mai voluto vedere” riporta concitato Roberto Fabbri sul Giornanale “hanno fatto il giro del mondo”: “Code di centinaia di metri” insiste, “nonostante rischino perfino anni di carcere”; ma che dico anni, millenni! E che dico centinaia di metri di coda: decine di migliaia di chilometri, che dimostrano chiaramente “il coraggio di chi resiste nel regime che uccide l’opposizione”. “Un sassolino nella macchina da guerra del trionfo annunciato di Vladimir Putin” rilancia sempre sul Giornanale Andrea Cuomo che, di solito, quando parla di sassolino si riferisce al liquore (visto che si occupa di enogastronomia), ma – d’altronde – per fare un po’ di propaganda spiccia con vaccate del genere non è che serva un master in relazioni internazionali, diciamo; basta un po’ di estro creativo che a Cuomo, onestamente, non manca: questo, continua infatti ispiratissimo, “è un sassolino che fa rumore”, un rumore che “per lo Zar che, salute permettendo, resterà al Cremlino fino al 2030 è fastidioso”, ma che “per i russi e per buona parte del mondo” è “una sottile melodia di libertà”.
Anche Marco Imarisio sul Corriere della serva era partito col caricatore della retorica bello pieno; strada facendo, però, gli deve essere montato qualche dubbio e dalle centinaia di migliaia di persone citate da Reuters, passa a un più modesto e realistico “Piccolo incremento di presenze ai seggi attorno alle 12” per poi ammettere che le immagini divulgate dall’opposizione “mostrano assembramenti di dimensione contenuta che solo con un notevole sforzo di fantasia possono essere definiti una moltitudine”. Fantasia che, evidentemente, al nostro esperto di enogastronomia del Giornanale non manca: “Una forma di obiezione non illegale, ma comunque clamorosa” – sottolinea – e per la quale, continua con la solita enfasi poetica, “ci voleva coraggio, ma questo al fiero popolo russo non manca di certo”.
Ora, non so se si possa parlare di coraggio, ma che siano fieri mi pare indubbio: come spesso capita ai popoli che si sentono accerchiati, i russi, invece che arretrare, sembrano piuttosto aver voluto rilanciare con decisione e, per farlo, hanno dato un mandato pieno al loro presidente che più pieno non si può perché, ovviamente, sull’esito del voto dubbi non ce ne erano; ma sminuire il fatto che si sia recato alle urne il maggior numero di elettori in assoluto dalla fine dell’Unione Sovietica, ho come l’impressione che potrebbe impedire, ancora una volta, di farci un’idea minimamente sensata di cosa stia accadendo in Russia. Con l’88% del 78% degli aventi diritto che si è recato alle urne, Putin conferma di essere uno dei leader contemporanei con in assoluto il maggior sostegno popolare al mondo, soprattutto se confrontato con la stragrande maggioranza dei leader occidentali, dove non solo quel livello di consenso non viene nemmeno sfiorato da nessun leader, ma nemmeno dalla somma dei consensi di tutte le varie fazioni del partito unico della guerra e degli affari. I consensi per i leader al governo nei vari paesi occidentali, infatti, sono ormai praticamente sistematicamente al di sotto della maggioranza (e, spesso, manco di poco): secondo i dati di Morning Consult, a parte Berset in Svizzera e Tusk in Polonia (che gode ancora dei fasti delle ormai sempre più brevi lune di miele tra elettorato e leader neoeletti), quella messa meno peggio sarebbe proprio la nostra Giorgia Meloni con il 44% di approvazioni; Biden sarebbe al 37, Sunak al 27, Macron al 24 e Scholz addirittura sotto al 20 che, a ben vedere, è una situazione meno paradossale di quanto possa apparire; come sottolinea sempre il nostro guru Michael Hudson, infatti, da quando è finita la democrazia moderna e siamo entrati nell’era della distopia neoliberista, abbiamo imparato a definire autocratici tutti i regimi che hanno ancora abbastanza potere da tenere a bada gli appetiti delle oligarchie, mentre definiamo democrazie tutti quei regimi dove le oligarchie dettano legge incontrastate e i rappresentanti politici sono relegati al ruolo di utili idioti che si prendono gli insulti dalla gente per aver messo la faccia nelle varie azioni di rapina condotte in nome dei loro datori di lavoro. Da questo punto di vista, quindi, i leader occidentali sono i rappresentanti dell’1% contro il 99 e, quindi, che riescano comunque ad avere tassi di approvazione a doppia cifra è già un mezzo miracolo, in buona parte dovuto al ruolo che continuano a svolgere la propaganda e i mezzi di disinformazione di massa.
Discorso diametralmente opposto, invece, per i leader dei paesi che definiamo autocratici, che non derivano il loro potere dalle oligarchie, ma – in qualche misura – si potrebbe dire, appunto, dal popolo contro le oligarchie; e quindi, da questo punto di vista, che i leader che noi definiamo autocratici – da Putin a Xi Jinping, da Maduro a Raisi – registrino un sostegno, appunto, non solo maggiore rispetto a qualche singolo leader occidentale, ma – più in generale – alla somma di tutti i leader occidentali, sembra essere un dato piuttosto normale e strutturale.
Ma se ancora servisse un’altra prova provata della strutturale debolezza delle opposizioni filo occidentali (e quindi, volenti o nolenti, filo oligarchiche) all’interno delle autocrazie, in generale – e di quella russa, in particolare – basta vedere il risultato dell’unica new entry della politica russa, il giovane Vladislav Davankov, candidato presidenziale del piccolo partito liberale Nuova Gente, un liberale con caratteristiche russe che non si presta, in realtà, a rappresentare davvero il voto dei dissidenti, ma che, ciononostante – proprio in quanto quarto parzialmente incomodo – era stato indicato proprio dai dissidenti come la meno peggio delle alternative; che su di lui siano confluiti i voti dei giovani liberali cosmopoliti lo dimostra il fatto che nelle grandi metropoli europee, sia Mosca che San Pietroburgo, ha ottenuto i risultati di gran lunga migliori con, rispettivamente, il 6,6 e il 7%. A livello nazionale, però, si è fermato al 3,9, appena una manciata di voti in più rispetto a quelli ottenuti dal suo partito alle elezioni parlamentari del 2021. Insomma: il peso della dissidenza filo occidentale antiputin si pesa, ad essere generosi, in qualche centinaio di migliaia di voti quasi tutti concentrati nelle grandi metropoli europee, ma ciononostante, insiste Vittorio Da Rold sul Domani, “Il segnale per il Cremlino è forte e chiaro: c’è un forte malcontento verso Vladimir Putin che cerca solo un catalizzatore politico interno o una crisi esterna per esplodere”; non a caso Da Rold, come sottolinea orgoglioso in ogni sua biografia che si trova online, è Media Leader del World Economic Forum, che vuol dire essersi dimostrato sufficientemente allineato con gli interessi delle oligarchie da godere della loro fiducia per moderare gli eventi più importanti del loro salotto buono.
“La folla, e quindi le immagini feticcio dall’effetto balsamico per le illusioni occidentali” conclude amaramente Imarisio sul Corriere della Serva “c’è stata, ma altrove, lontano dalla Russia”: quando davvero ci sbarazzeremo definitivamente della nostra supponenza coloniale e impareremo a conoscere e a rispettare gli altri popoli per quello che sono realmente – e non per quello che dovrebbero essere per permettere alle nostre oligarchie e ai loro leccapiedi di continuare a vivere al di sopra delle loro possibilità – una bella fetta della grande rivoluzione verso un nuovo ordine multipolare sarà già fatta; per arrivarci, prima di tutto abbiamo bisogno di un vero e proprio media nuovo di zecca che, invece che all’arroganza del miliardo d’oro, dia voce agli interessi concreti del 99% del pianeta. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

Fardelli d’Italia (ep.7) – Giorgia Meloni dà i numeri? – con @PaeseReale

In questa puntata di Fardelli d’Italia – da parte di Paese Reale per Ottolina Tv – mettiamo sotto la lente i numeri dell’esecutivo sia sul piano dell’economia e dell’occupazione, sia sul piano fiscale. Infine una breve chiosa sulle ultime regionali e la discussione in corso sul terzo mandato e le tensioni interne alla maggioranza al Governo.

Global Southurday – Cosa terrorizza il Papa sull’Ucraina? – ft. Alberto Fazolo

Per il consueto appuntamento con il sabato di Ottolina Tv, i nostri Gabriele Germani e Clara Statello intervistano l’impeccabile Alberto Fazolo sull’attualità dal mondo: elezioni in Russia, conflitto in Ucraina, l’avventurismo francese, la mancata tregua del Ramadan e il rapporto USA – Israele sempre più in crisi. Siamo davanti a una crisi generale dell’Occidente e della sua classe dirigente? Il monito del Pontefice è indice di un rischio più grande? Cerchiamo di capirlo insieme. Buona visione!

ELEZIONI INDONESIA quando nessuno può più fare a meno della CINA ft Emanuele Giordana

Elezioni Indonesia 2024 con non poche sorprese. Le proiezioni di voto danno per certa la vittoria di Prabowo Subianto, già Ministro della difesa. In collegamento da Timor Est ne abbiamo parlato con il giornalista Emanuele Giordana.

CONTRO LE ELEZIONI – Come il sorteggio salverà la democrazia

Il 2024 sarà un anno esplosivo e a dirlo non sono gli astri o le bombe sganciate da Biden e vassalli un giorno sì e l’altro pure, ma i dati elettorali: più di cinquanta paesi, con oltre quattro miliardi di cittadini alle urne, segnano l’anno con maggiore partecipazione democratica di sempre. E se noi di Ottosofia rimaniamo sempre scettici sull’equazione elezioni = democrazia, non siamo tanto gonzi da sminuire la portata di questa gigantesca tornata elettorale: oltre agli USA e all’Unione Europea, infatti, saranno coinvolti diversi soggetti del Sud globale, inclusi ad esempio India, Pakistan, Sud Africa, Messico. Tutto l’entusiasmo per la partecipazione democratica nasconde, però, un paradosso: in Europa, che nella vulgata mainstream è da sempre decantata come la culla della Democrazia, l’affluenza al voto nazionale ed europeo è in calo, e da diverso tempo: l’Italia, per dire, alle elezioni politiche del 2022 ha toccato il record negativo di votanti – un italiano su tre non pervenuto; se poi guardiamo alle recenti elezioni europee, sfondare il tetto del 50% è già grasso che cola. Ecco quindi il paradosso: un sistema elettorale sempre più diffuso su scala mondiale cui corrisponde una crisi di partecipazione democratica; da questo nodo, apparentemente inspiegabile, parte la riflessione di David van Reybrouck, filosofo e drammaturgo olandese, nel suo eloquente saggio Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico.

David van Reybrouck

Come ricorda l’autore dati alla mano, infatti “La percentuale della popolazione mondiale favorevole al concetto di democrazia non è mai stata così elevata come ai giorni nostri.” (p. 7); nonostante questo, “nel mondo intero, il bisogno affermato di leader forti, che non necessitino di tenere conto di elezioni o di un Parlamento, è considerevolmente aumentato negli ultimi dieci anni e (…) la fiducia nei parlamenti, nei governi e nei partiti politici ha raggiunto un livello storicamente basso. È come se avessimo aderito all’idea della democrazia, ma non alla sua pratica, per lo meno non alla sua pratica attuale.” (p. 8). Abbiamo tutti sottomano una risposta semplice e facilona a questo fenomeno: è tutta colpa delle nuove generazioni e dei cittadini apatici che non si interessano di politica!. Peccato, ricorda Reybrouck, che le cose non stiano così: tutti i dati statistici, infatti, registrano un aumento di interesse per le tematiche politiche trasversale alle età e alle classi sociali; il problema, quindi, sta da un’altra parte e in particolare nella sfiducia dei cittadini verso i loro rappresentanti politici e nella frustrazione derivata dall’incapacità di incidere nelle politiche economiche e sociali; molti cittadini percepiscono la loro istanza come un flatus vocis destinato a perdersi nell’infinità di paletti, mediazioni e magnamagna che investono la politica su più livelli. “La politica è sempre stata l’arte del possibile, ma oggi è diventata l’arte del microscopico. Perché l’incapacità di affrontare i problemi strutturali s’accompagna a una sovraesposizione del triviale, incoraggiata da un sistema mediatico che, fedele alle logiche di mercato, preferisce ingigantire conflitti futili piuttosto che analizzare problemi reali, soprattutto in un periodo di calo delle quote di mercato dell’audiovisivo.” (p. 17); non è quindi il sistema democratico a essere un problema in sé, quanto l’idea che si realizzi esclusivamente tramite l’elezione di rappresentanti. La democrazia, potremmo dire, è bella ma non balla: è intelligente, ma non si applica; il populismo, la tecnocrazia e l’antiparlamentarismo non sono altro che tentativi politici di fornire risposta a questo enorme problema, tutti con l’obiettivo dichiarato di salvare la democrazia. Il populismo, ad esempio, punta a ridurre la distanza tra eletti ed elettori cercando di imporre comportamenti virtuosi ai politici vincolandoli alla volontà elettorale; la tecnocrazia, al contrario, sacrifica la volontà dell’elettorato puntando tutto sulla presunta efficienza di governi tecnici, di coalizione, multicolor: in entrambe queste risposte alla crisi democratica – nota Van Reybrouck – il problema non è mai la pratica elettorale, quanto i suoi risultati, siano essi politici corrotti o tecnocrati spietati. 
E se, invece, per gestire il problema della democrazia bella che non balla la soluzione fosse cambiare musica? Il nuovo spartito proposto da Van Reybrouck consiste nel dare ossigeno alla partecipazione democratica affiancando le istituzioni parlamentari presenti con una forma alternativa di decisione collettiva: la democrazia partecipativa aleatoria, un sistema decisionale composto da assemblee di cittadini estratti a sorte in grado di proporre leggi e soluzioni politiche ai problemi più attuali. A prima vista, rimaniamo perplessi: il sistema del sorteggio sembra quanto di più alieno alle democrazie parlamentari; come la mettiamo con la rappresentatività della maggioranza, Il controllo degli elettori sugli eletti, la competenza dei sorteggiati? Sembra assurdo pensare che una comunità politica possa mai accettare di farsi governare da qualcosa di imprevedibile come la pura sorte, eppure, allargando lo sguardo oltre i nostri confini geografici e temporali, scopriamo che in Occidente per diversi secoli il sorteggio non solo è stato utilizzato, ma ha pure rivestito un ruolo cruciale nelle decisioni politiche collettive. Nella culla della democrazia occidentale, l’Atene del quinto secolo a.C., la maggior parte dei membri delle istituzioni di governo erano scelti tramite sorteggio, col risultato che “dal 50 al 70 per cento dei cittadini di età superiore ai trent’anni” avevano ricoperto il ruolo di legislatori nel Consiglio dei Cinquecento: fu questa situazione di complesso equilibrio a stimolare la famosa riflessione di Aristotele, quando nella Politica afferma che “uno dei tratti distintivi della libertà è l’essere a turno governati e governanti”.

La Rivoluzione Francese

Tutto qui? Manco per scherzo, visto che sistemi di sorteggio spuntano come funghi per tutta l’Europa medievale e rinascimentale: nei comuni e in alcune repubbliche come Venezia, ad esempio, il sistema del sorteggio era ampiamente utilizzato per la nomina di cariche di altissimo livello; certo, il procedimento non era dei più semplici, ma garantiva notevole stabilità e, soprattutto, compensazione delle posizioni più o meno privilegiate dei candidati, tanto da essere oggetto ancora oggi di studi di ricerca informatica. Fino agli albori della Rivoluzione Francese, sorteggio è sinonimo di democrazia, laddove elezione lo è di aristocrazia; ciò che ribadisce, nel 1748, Montesquieu ne Lo Spirito delle Leggi era allora qualcosa di scontato: “La sorte è un modo di eleggere che non affligge nessuno [e] lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria” (Lo Spirito delle Leggi). . Poi, qualcosa nelle esperienze politiche impone una brusca sterzata alle procedure democratiche; con la Rivoluzione Francese e l’Indipendenza americana le élites politiche impongono sempre più la necessità di garantire un unico sistema: l’elezione dei rappresentanti e la netta separazione di questi ultimi dai rappresentati, cioè dal popolo.
A un paradosso, ne segue un altro: tendiamo a pensare che le rivoluzioni francese e americana siano state una svolta democratica fondamentale per l’Occidente; eppure, leggendo le dichiarazioni e gli scritti dei rivoluzionari, scopriamo uno scenario del tutto diverso. James Madison, John Adams e Thomas Jefferson, oltre allo status di padri della rivoluzione americana, condividono il disprezzo per la democrazia come sistema di governo: se Adams e Jefferson ripongono la propria fiducia in una sorta di aristocrazia naturale che guidi la maggioranza dei cittadini americani verso il bene comune, Madison specifica – con vagonate di ottimismo – che i rappresentanti politici eletti saranno per forza i migliori, poiché saranno “tutti i cittadini il cui merito gli avrà valso il rispetto e la fiducia del loro paese. […] Poiché emergeranno grazie alla preferenza dei loro concittadini, siamo in diritto di supporre che si distingueranno anche in genere per le loro qualità.” (James Madison, Federalist papers).

Samuele Nannoni

Dall’altra parte dell’Atlantico, nella Francia giacobina, la svolta politica per una partecipazione popolare senza precedenti andava a infilarsi sullo stesso binario morto; non è un caso, ricorda Van Reybrouck, che nei tre anni di dibattiti sull’estensione del diritto di voto dalla presa della Bastiglia, il termine democrazia sia del tutto assente e non è solo questione di terminologia, visto che da questi lavori parlamentari uscirà la Costituzione del 1791 che blinderà definitivamente l’elezione come unico sistema democratico possibile. L’esperienza plurisecolare della democrazia aleatoria interrotta bruscamente con la Rivoluzione Francese e americana, quindi, non può che condurci a un totale ribaltamento di prospettiva: “è da ormai quasi tremila anni che sperimentiamo la democrazia, e solo da duecento che lo facciamo esclusivamente per mezzo delle elezioni.” (Van Reibrouck, p. 44); certo, potremmo sempre obiettare che la situazione politica odierna non è la stessa del medioevo o dell’età antica e, quindi, che forse il sistema del sorteggio risulta antiquato rispetto alle libere elezioni. Ancora una volta, la risposta è negativa; a smontare definitivamente questo preconcetto è Samuele Nannoni, esperto di democrazia aleatoria, ricordando che a partire dagli anni Duemila la realtà deliberativa delle assemblee estratte a sorte è sempre più diffusa: dalla Francia all’Irlanda, dal Belgio alla Polonia fino al Regno Unito, spuntano iniziative politiche per dare voce ai cittadini sulla legiferazione nei temi più disparati, dalla bioetica alle politiche ambientali. Persino in Italia, dopo due secoli di letargo, si sta risvegliando l’interesse concreto per questa pratica, promossa tra gli altri da realtà associative come Prossima Democrazia allo scopo di cogliere quel rinnovamento necessario prospettato da David Van Reybrouck: “Bisognerà pure trarre una conclusione, anche se non fa piacere ammetterlo: oggigiorno le elezioni sono un meccanismo primitivo. Una democrazia che si limita a questo è condannata a morte. È come se riservassimo lo spazio aereo alle mongolfiere, senza tener conto della comparsa dei cavi ad alta tensione, degli aerei da turismo, delle nuove evoluzioni climatiche, delle trombe d’aria e delle stazioni spaziali.” (p. 64).
Ma come possiamo, concretamente, integrare la democrazia rappresentativa con quella aleatoria? Basterà il sorteggio per ripristinare un’autentica partecipazione democratica? E soprattutto, siamo davvero pronti a superare il meccanismo primitivo delle elezioni? Di questo e molto altro parleremo mercoledì 7 febbraio con la live di Ottosofia. Ospite d’onore Samuele Nannoni, vicepresidente di Prossima Democrazia.

Elezioni Taiwan: un elettorato maturo vota un’anatra zoppa

Sabato ci sono state le elezioni a Taiwan, dove il voto è andato grosso modo secondo le previsioni: il Partito Progressita Democratico ha mantenuto il potere esecutivo, ma ha perso la maggioranza in parlamento. È quello che in gergo si chiama un’anatra zoppa, cioè un eseguivo che non ha la maggioranza del potere legislativo, ma nonostante alcune ricadute sulla governabilità, per certi versi questi risultati rappresentano una maturazione del sistema politico taiwanese e del suo elettorato. Parliamone!

Taiwan al voto: le elezioni che cambieranno il mondo? (No, ma potrebbero cambiare Taiwan…)

Come sappiamo, il 2024 sarà l’anno delle elezioni e almeno tre miliardi di persone sono chiamate alle urne. In alcuni casi l’esito del voto è scontato, in altri casi invece no, e ad aprire le danze sarà l’isola di Taiwan, dove le elezioni presidenziali sono fissate per il 13 gennaio. Queste elezioni sono sotto i riflettori mondiali per le possibili conseguenze che potrebbero avere nei rapporti tra l’isola e la Cina continentale, ma questo non è l’unico tema dibattuto nella campagna elettorale, ma ci sono anche altre questioni che interessano i taiwanesi. Queste elezioni sono destinate a cambiare il mondo? Probabilmente no, ma potrebbero cambiare Taiwan, affrontando i problemi socio-economici dell’isola.

Argentina: la Ricetta Scaduta di Milei che Spalanca le Porte al Fascioliberismo – ft. Roberto Lampa

“Guardate il video di nova lectio che è fatto decisamente meglio e non chiede sottoscrizioni economiche”. Queste le parole scelte da un utente YouTube per commentare il nostro video di stamattina su Milei

Ma che avrà detto mai NovaLectio?

Per scoprirlo, ci siamo guardati il video: come sempre, è confezionato e narrato benissimo, roba che noi effettivamente ce la sogniamo.

C’ha un solo difettoon dice un ca**o, mezz’ora butta nel cesso.

La wikipedia video del tubo italiano riesce a parlare per mezz’ora di fila dell’infinita serie di default che perseguitano l’Argentina da due secoli a questa parte, senza sostanzialmente mai affrontare il nodo della moneta e della fuga dei capitali. È come parlare della storia dell’Italia senza mai nominare la Nato, le basi USA, l’euro e Maastricht. Milei è oggettivamente un personaggio imbarazzante e pericolosissimo, e a parte la propaganda fascioliberista in stile Il Giornale e Libero, viene giustamente universalmente perculato, anche dal MainStream . Che però, in quanto MainStream, non ha gli strumenti per spiegare l’eterna crisi argentina, il suo nesso con l’imperialismo USA, e perchè, al di là del folclore, Milei sia davvero pericoloso. E così, tra una ricostruzione farlocca e l’altra, non si fa che alimentare proprio quel sentimento di repulsione che ha portato Milei alla vittoria, della serie, se tanto non siete in grado di spiegarmi davvero perchè stiamo con le pezze al culo, e proporre ricette ragionevoli, tanto vale affidarci al giullare di turno, che almeno fa ride e promette di spaccare tutto. E infatti, lo stesso utente che ci aveva consigliato il video di Nova Lectio, subito dopo posta un altro commento: “Milei è un grande presidente rivoluzionario”, scrive.

Non fa una piega.

Con Roberto Lampa, ricercatore di storia del pensiero economico all’università di Macerata e con alle spalle una carriera accademica all’università di buenos aires, abbiamo cercato di rimettere in fila le cose che contano davvero.

Buona visione