Il Marru
L’American Dream è finito: è quanto denuncia la maggioranza dei cittadini americani secondo un sondaggio di Politico che ci eravamo persi, ma che stamattina era analizzato dalla testa cinese Guancha; e anche la presidenza Trump non sembra stare esattamente benissimo.

Secondo un sondaggio del Washington Post e di Ipso, “gli elettori disapprovano ampiamente Trump”: “La maggior parte degli americani disapprova il modo in cui il presidente Trump gestisce le questioni più importanti”, e “la maggioranza afferma che ha esagerato nell’esercizio dei suoi poteri”. La maggioranza degli americani ritiene siano necessari “cambiamenti radicali”: uno su tre parlano apertamente di “rivoluzione“.
D’altronde, i tentativi di Forrest Trump di riportare un po’ di sano ottimismo non è che stiano andando esattamente benissimo: Jin Canrong su Guancha ricorda come, quando Trump lanciò la sua prima guerra commerciale contro la Cina nel marzo del 2018, la risposta cinese “fu diversa da quella attuale: speravamo in un compromesso. I rappresentanti cinesi si recavano spesso a Washington, presentando misure conciliatorie di ogni genere, dagli acquisti di soia, ai velivoli della Boeing”. Non più: a questo giro, la Cina ha reagito dicendo “se vuoi combattere, sono pronta a combattere”; “Da quando è iniziata la seconda guerra commerciale, il 2 aprile scorso, nessuna delegazione cinese è più stata negli USA”. Anche la strategia militare è cambiata: allora, la Cina manteneva “un basso profilo”; “ora mostriamo i muscoli ogni giorno, e gli impediamo di ignorarlo”.
Cosa è cambiato nel frattempo? La lista del professore Canrong è piuttosto lunga: 1) “La Cina ha compiuto progressi significativi in ambito tecnologico e industriale. Ricordo che a marzo 2018 il nostro tasso di autosufficienza nazionale in termini di chip era solo del 5%, ora dovrebbe essere vicino al 45% e presto supererà la metà”; 2) Il monopolio cinese sulle terre rare; 3) ”Un vantaggio monopolistico nel campo dei prodotti farmaceutici di base”; 4) “La carta del mercato: siamo il maggiore importatore mondiale di prodotti agricoli e il maggiore importatore di petrolio”; 5) “Conosciamo Trump dal 2016, ormai da nove anni. Abbiamo notato una caratteristica di Trump: bullizza i deboli e teme i forti”.
Significativo il bilancio della testata russa Tsargrad: “Dopo una visita trionfale – a parole – in Giappone , che si è rifiutato di smettere di acquistare petrolio russo, e una visita deludente in Corea del Sud, che non investirà 350 miliardi di dollari nell’economia statunitense a meno che Seul non fornisca la stessa cifra, Trump ha incontrato Xi Jinping a Busan. E ha perso molto”. “Il vertice di Busan è stato inequivocabilmente vinto da Xi Jinping”, continua l’articolo: “Gli accordi tra lui e Trump saranno di breve durata. Nella migliore delle ipotesi, si può concludere che entrambe le parti vogliono raggiungere una certa tregua nella guerra commerciale , in modo che, con il proseguire dello scontro, si possano ridurre i rischi di scivolare in una crisi economica globale, che tutti vorrebbero evitare”
Come prevedibile, e previsto, Trump prova a rifarsela coi vicini di casa.

Come gli Stati Uniti stanno preparando un poligono militare vicino al Venezuela, titola Reuters: “Un’indagine visiva della Reuters ha scoperto che l’esercito degli Stati Uniti sta ristrutturando un’ex base navale della Guerra Fredda abbandonata da tempo nei Caraibi, suggerendo preparativi per operazioni prolungate che potrebbero contribuire a supportare possibili azioni all’interno del Venezuela”; “Secondo le foto scattate da Reuters, il 17 settembre erano in corso i lavori di costruzione presso l’ex base navale di Roosevelt Roads a Porto Rico, chiusa dalla Marina più di 20 anni fa”. “Oltre al potenziamento delle capacità di atterraggio e decollo presso Roosevelt Roads, gli Stati Uniti stanno costruendo strutture negli aeroporti civili di Porto Rico e St. Croix, nelle Isole Vergini americane. I due territori degli Stati Uniti si trovano a circa 800 chilometri dal Venezuela”: “Tutte queste cose, credo, sono progettate per spaventare a morte il regime di Maduro e i generali che lo circondano, nella speranza di creare delle fratture, ha detto alla Reuters Christopher Hernandez-Roy, ricercatore senior presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington”.
Responsible Statecraft ricorda come questa escalation fosse stata al centro del surreale comizio di Hegseth a Quantico il 30 settembre: “Il 30 settembre, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth convocò quasi 800 tra generali, ammiragli e alti ufficiali di truppa americani a Quantico, in Virginia, con breve preavviso. Sebbene l’evento senza precedenti fosse stato da molti liquidato come una trovata politica, un mese dopo è chiaro che l’incontro era più importante di quanto molti pensassero”. “Il momento chiave del discorso di Hegseth è arrivato verso la fine: “Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra su un teatro di guerra importante da quando il nome è stato cambiato in Dipartimento della Difesa nel 1947, ha detto; Un conflitto spicca in netto contrasto, la Guerra del Golfo, ha continuato. “Perché? Beh, ci sono diverse ragioni, ma si è trattato di una missione limitata con una forza schiacciante e uno scopo chiaro”. “La Guerra del Golfo, stava dicendo a chi lo ascoltava di persona e a casa, era un esempio di come gli Stati Uniti avrebbero dovuto usare la forza militare in futuro. Una potenza militare schiacciante che annienta rapidamente l’avversario, perseguendo obiettivi limitati. Forza massiccia, breve durata, vittoria rapida, nessun impegno a lungo termine”.
Quando è cominciato a diventare chiaro che Trump avrebbe vinto le elezioni, abbiamo avanzato un’ipotesi: Trump era l’unica exit strategy possibile per gli USA dall’umiliazione ucraina; la sua vittoria avrebbe permesso di scaricare tutte le responsabilità su rimbamBiden e i suoi seguaci europei. A perdere la guerra non era stato l’Occidente a guida USA, ma quella congrega di rimbambiti globalisti che non sanno nemmeno dove stanno di casa. Per ringiovanire il mito dell’invincibilità USA, poi, ci si sarebbe concentrati sul Medio Oriente, dove era possibile ottenere qualcosa che, a prima vista e nel brevissimo tempo, poteva assomigliare a una vittoria: ringiovanire il mito dell’invincibilità di Washington è essenziale per l’imperialismo finanziario USA guidato dalla dittatura del dollaro, perché garantisce che in una situazione di crisi (solitamente generata ad hoc dagli USA stessi), i capitali si rifugino in quelli che pensano siano i porti sicuri; e se gli USA sono invincibili, i porti sicuri per eccellenza rimangono il dollaro e, soprattutto, i titoli di Stato USA. La pagliacciata iraniana e la fragilissima (non) tregua imposta a Israele, però, evidentemente non sono stati sufficienti a ringiovanire il mito; serve qualcosa di molto più netto e inequivocabile: preparare una guerra contro il Venezuela – come quella che mise in ginocchio l’Iraq 35 anni fa – sarà la scelta vincente?
















Spero che Maduro sia un duro 💪🏻