video a cura di Davide Martinotti
La Cina impone autorizzazioni su ogni grammo di terre rare esportato nel mondo da qualsiasi Paese: basta anche lo 0,1% di contenuto cinese o l’uso di tecnologia cinese per far scattare la necessità di chiedere l’autorizzazione al governo cinese; è la versione speculare del controllo USA sui chip, e colpisce dove la Cina è più forte. A pagare il prezzo più saltato potrebbero essere i fornitori del Pentagono: F-35, cacciatorpediniere e sottomarini dipendono da elementi come il disprosio, che la Cina raffina quasi tutto. Risultato? Trump minaccia dazi al 100%, ma poi fa almeno una parziale marcia indietro, mentre il Segretario al Tesoro USA definisce la Cina un Paese sull’orlo del baratro che vuole trascinare il mondo intero nella sua caduta; ma le banche di investimento statunitensi la pensano in maniera diversa e consigliano agli investitori di restare in Cina: non è un rischio, ma un rifugio tattico in mezzo alle tempeste dei dazi. Ma cosa ha portato la Cina a una decisione di questo tipo? Probabilmente due cose: la recente mossa americana di estendere significativamente la lista nera delle aziende cinesi sottoposte a limitazioni; e l’effetto si è già visto, con l’Olanda che, con atto inedito, ha nazionalizzato Nexperia, azienda con sede in Olanda, ma controllata da un gruppo tecnologico cinese. Ma la partita si allarga a Mongolia e Pakistan, due Paesi che gli USA corteggiano per ottenere le terre rare; insomma: chi controllerà le materie prime, controllerà la tecnologia. Ne parliamo in questo video.















