Assalto russo: Putin minaccia i nostri aerei. Ormai usare plateali fake news per aprire un giornale è la prassi, tanto l’autorevolezza dei media è talmente azzerata che nessuno gliene chiede nemmeno di conto; se poi la fake news riguarda uno Stato canaglia, non ci si pone proprio il problema: vale tutto. Il Giornale ovviamente parla del “velivolo su cui viaggiava Von Der Leyen, costretto ad atterrare con mappe cartacee”; “Ci sarebbe la mano russa dietro l’interferenza gps che ha colpito domenica scorsa l’aereo con a bordo la presidente della Commissione europea” scrive Francesco De Palo nell’articolo a pag. 2, “Anche se Mosca si è affrettata a negare ogni responsabilità” specifica. “Il jet noleggiato dalla Commissione europea non ha potuto usare il gps per la navigazione a causa di un’interferenza durante la fase di atterraggio all’aeroporto di Plovdiv. Per questa ragione i piloti hanno dovuto ricorrere a sistemi di navigazione a terra (Instrument Landing System), su consiglio dei servizi del traffico aereo bulgaro”. Secondo un esperto interpellato dal Giornale, “jamming” e “spoofing” verrebbero “usati da Mosca per disturbare i gps degli aerei in Europa dal 2014”; “Un’ondata di guerra elettronica”, rilancia Fausto Biloslavo a pag. 5, “che acceca i Gps e interferisce con i voli civili”.
E la propaganda neocon apre le danze all’unisono:
Ursula, aereo in tilt: pista russa (Corriere)

Putin-Europa, il fronte dei cieli (La Stampa)

Nel mirino dei russi il jet di Von Der Leyen (Repubblica)

Peccato, appunto, si tratti di una bufala: come ricorda la nostra Clara Statello sul suo canale Telegram “Il principale sito di tracciamento aereo Flightradar ha pubblicato il tracciato del volo, mostrando che non solo il segnale gps non è mai stato perso, ma non c’è stata alcuna interferenza”.

D’altronde, vanno capiti: quello che è andato in scena a Tianjin durante il vertice SCO li ha letteralmente gettati nel panico. E quello che si sta preparando a Pechino, ancora di più: i Paesi che hanno vinto la seconda guerra mondiale e hanno salvato il pianeta dalla barbarie nazifascista si preparano a festeggiare in grande stile, in quello che, secondo Giulia Pompili “la propaganda della Repubblica Popolare definisce l’80esimo anniversario della vittoria nella guerra contro l’aggressione giapponese e nella guerra mondiale antifascista”. Il fondamento della Costituzione italiana, su Il Foglio diventa propaganda cinese: direi che, al confronto, sparare qualche minchiata su fantomatiche interferenze elettroniche russe è il meno. Soprattutto per la proposta che Giulia la guerrafondaia mette sul tavolo: d’ora in avanti la NATO dovrebbe rispondere a questi episodi invocando l’articolo 5. Insomma: le false flag di una volta non bastano più; c’è bisogno di avere la libertà di dichiarare guerra semplicemente sulla base di fake news demenziali come questa.
D’altronde, non c’è più da scherzare. La propaganda guerrafondaia ormai ha deciso di provare il tutto per tutto:
Xi e Putin all’attacco dell’occidente, titola il Corriere

“Qualcosa Donald Trump deve avere sbagliato” scrive Danilo Taino: “Vuole limitare l’influenza della Cina nel mondo, vuole separare Mosca e Pechino, vuole che l’India non compri più petrolio russo a prezzi scontati. Dal summit che si è svolto domenica e lunedì a Tianjin gli è stato spedito un messaggio: nessuno dei suoi desideri si sta realizzando. Non solo: gli è stato anche mostrato che il Paese da vent’anni baluardo delle strategie americane per contenere l’espandersi dell’egemonia cinese in Asia, cioè l’India, piuttosto di inchinarsi agli ordini di Washington si accomoda, tra sorrisi e strette di mano, nello show organizzato da Xi Jinping”.
Modi entra nell’asse anti-Occidentale, rilancia su La Stampa il sempre pessimo Stefano Stefanini: L’Ovest vacilla

Anche il buon Sambuca Molinari è in pieno spolvero: L’offensiva dell’Eurasia. Alleanza anti-atlantica che sarà potenza militare

“Il presidente Xi sfrutta il summit della SCO per tessera la tela di una rivoluzione geopolitica che punta a spostare il cuore del potere del globo dall’Atlantico all’Eurasia”; “La strategia di Xi riflette l’identità di una nazione che si sente imperiale: non c’è fretta perché il tempo è dalla parte di Pechino”. Sul Corriere Taino, però, cerca di rassicurare i suoi lettori: “L’incontro di Tianjin non è stato l’apertura di un percorso che potrebbe sfociare in un’alleanza”, scrive. Ha ragione, ma si dimentica un particolare: gli USA, per perpetrare il dominio imperiale che continua a permettere la loro rapina globale, hanno bisogno di alleati fedeli/sudditi. La Cina, che cresce grazie al duro lavoro e alle relazioni commerciali, no: ha solo bisogno di non avere nemici giurati così forti da riuscire a piegarla ricorrendo alle minacce e alla forza bruta. Come riporta Lamperti su La Stampa, la Cina, semplicemente, “spinge per una governance globale contro il bullismo degli USA”: non si tratta di andare d’amore e d’accordo e di condividere chissà cosa; si tratta solo di creare le condizioni per riuscire a difendere gli interessi di ciascuno di fronte all’arroganza dell’Egemone. Un concetto semplice, ma che tanto i propagandisti del dominio occidentale, quanto le anime belle degli opposti imperialismi non sono in grado di cogliere e che determinerà la sconfitta dell’impero.
Incredibilmente, l’unico che riesce, in qualche modo, a cogliere questo concetto è proprio Sambuca Molinari che, per farlo, cita il sinologo dell’Università di Miami June Teulfel Dreyer: la Cina non ha bisogno di convincere le altre grandi potenze emergenti a costruire una sorte di anti-Nato (come invece Molinari, maestro delle contraddizioni e del pensiero confuso, suggerisce nel titolo), ma “gli è sufficiente porre le basi di un meccanismo di cooperazione capace di garantire risultati tangibili, dal commercio alla lotta alla criminalità organizzata, fino alla sicurezza informatica”.
E, a proposito di risultati tangibili, ieri è arrivata una vera e propria bomba: come riporta Bloomberg, Gazprom “ha dichiarato di aver firmato un accordo giuridicamente vincolante per costruire il tanto atteso gasdotto Power of Siberia 2 verso la Cina attraverso la Mongolia e di voler espandere le consegne attraverso altre rotte, in quella che sarà considerata dal Cremlino una grande vittoria politica”; “In dichiarazioni rilasciate ai dispacci russi da Pechino, l’amministratore delegato Alexey Miller ha affermato che il produttore di gas potrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi all’anno” e che “il prezzo del carburante sarà inferiore a quello attualmente applicato da Gazprom ai clienti in Europa”.
Nel frattempo, continuano le cattive notizie sul fronte della dedollarizzazione: il Financial Times ha intervistato i dirigenti di Partners Group, “uno dei maggiori investitori privati europei”; dichiarano che “Diversi importanti investitori asiatici e mediorientali, tra cui fondi sovrani, stanno chiedendo di stare alla larga dagli asset statunitensi, spaventati dagli shock politici di Donald Trump”. https://www.ft.com/content/cdc46563-d04d-45e2-bfab-e0a85287456b con PAYWALL
Ma non solo: sempre secondo il Financial Times, infatti, “I Paesi in via di sviluppo abbandonano il debito in dollari per ridurre i costi di indebitamento”; Kenya e Sri Lanka, tra gli altri, “stanno cercando di convertire i prestiti in dollari in altre valute”. “Ad agosto, il Tesoro del Kenya ha dichiarato di essere in trattative con la China ExIm Bank, il maggiore creditore del Paese, per passare al rimborso in renminbi dei prestiti in dollari per un progetto ferroviario da 5 miliardi di dollari che grava sul suo bilancio”, e “il mese scorso, il presidente dello Sri Lanka ha anche dichiarato al parlamento che il suo governo stava cercando prestiti in renminbi per completare un importante progetto autostradale, bloccato a causa del default del Paese nel 2022”. E non è solo questione di renminbi: “La Colombia sembra orientarsi verso prestiti in franchi svizzeri per rifinanziare le obbligazioni in dollari”.
Il fondatore di Breakingviews Hugo Dixon, oggi autorevole editorialista di Reuters, non ha dubbi: “Donald Trump è più debole di quanto sembri”. “È facile cadere nella trappola di pensare che Donald Trump sia onnipotente. Il presidente degli Stati Uniti ha intrapreso così tante battaglie, e ne ha vinte parecchie, che potrebbe sembrare inutile opporsi. Ad esempio, Trump ha ottenuto ampiamente ciò che voleva con enti come l’Unione europea e Intel”; “Ma questa è solo una parte della storia. Mentre Trump ha fatto progressi contro le entità deboli da quando ha assunto l’incarico per un secondo mandato a gennaio, non ha ottenuto altrettanto successo contro gli avversari più forti: dalla Russia alla Cina, passando per l’India”. e “Il suo indice di gradimento è in continuo calo da quando è entrato alla Casa Bianca e ora si attesta al 40%”.
Hussein Kalout dell’Università di Harvard, su Foreign Affairs rincara la dose e tra le sconfitte di Trump aggiunge anche il cortile di casa, dove “La politica statunitense sta facendo il gioco della Cina”: “Al centro dell’attuale ricalibrazione della politica estera brasiliana c’è la convinzione che l’ordine post-seconda guerra mondiale, guidato dagli Stati Uniti, sia in declino. Brasilia vede sempre più l’ascesa di un mondo multipolare – guidato da diverse grandi potenze e dalla crescente assertività del Sud del mondo – come un imperativo e un’opportunità. All’interno di questo paradigma, il Brasile aspira a contribuire a orientare la traiettoria della governance e dello sviluppo globali”.
Una lunga serie di sconfitte che potrebbero riaprire anche qualche ferita all’interno dell’anello debole europeo. Come riporta Politico, infatti, “I socialisti europei si mobilitano contro l’accordo commerciale di Trump”: “Il prossimo ostacolo all’accordo commerciale tra l’Unione europea e gli Stati Uniti” si legge nell’articolo “non verrà dallo Studio Ovale, bensì dal secondo partito più grande del Parlamento europeo”. “I socialisti europei si sono espressi contro l’accordo raggiunto a luglio dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Questo renderà arduo il suo compito di costruire la maggioranza necessaria per attuare la tregua tariffaria e un suo eventuale fallimento potrebbe far ricadere le relazioni commerciali transatlantiche nel caos”.
A onor del vero, comunque, gli USA sembrano avere ancora qualche cartuccia da sparare: l’anno scorso avevamo seguito a più riprese la bomba a orologeria rappresentata dalla bolla dell’immobiliare commerciale USA che, dopo anni di speculazione, sembrava non riuscire a riprendersi dalla mazzata del Covid e stava mettendo a repentaglio la tenuta dei conti di un pezzo consistente di finanza. Ma forse, suggerisce l’Economist, “L’America sta uscendo dalla crisi degli uffici”: “Per la maggior parte delle persone, la pandemia di Covid-19 è finita anni fa. Ma non per gli investitori immobiliari commerciali e i loro finanziatori. Il lavoro da casa ha innescato una crisi degli uffici che è durata molto più a lungo dell’obbligo di mascherina e dei lockdown. A partire dal 2022, i forti aumenti dei tassi di interesse hanno danneggiato ulteriormente il settore, rendendo i mutui ipotecari molto più costosi da rinnovare. Le banche che lo hanno finanziato, soprattutto quelle più piccole, sono state brutalmente schiacciate dal deterioramento della qualità del credito”; “Ma dopo cinque anni di turbolenze, gli investitori immobiliari commerciali potrebbero aver finalmente toccato il fondo. Sembra che si stia verificando una fragile e lenta ripresa”.
Chiudo con qualche link random sulle vicende indonesiane:
https://asia.nikkei.com/politics/prabowo-accuses-mafia-of-treason-in-indonesia-s-deadly-unrest
https://www.guancha.cn/xuliping2/2025_09_02_788600.shtml
https://asiatimes.com/2025/09/the-many-hot-triggers-of-indonesias-working-class-revolt/









