Negli ultimi giorni, gli USA hanno affermato di aver ucciso (di nuovo) un “leader dell’ISIS” nella città siriana di Aleppo. Ogni anno ne eliminano uno, ma l’ISIS non muore mai: pare abbia dei padrini occulti la cui natura non può esser svelata. Intanto, l’Arabia Saudita (che il jihadismo l’ha esportato, manco fosse stato petrolio), ora investe miliardi in Siria per “ricostruire” il Paese, dopo aver finanziato e armato i peggiori qaidisti di ogni tipo negli ultimi quindici anni al solo scopo di destabilizzare il governo precedente. La guerra è finita? No. Si combatte coi droni, coi soldi, con le aree di influenza, con le informazioni manipolate e con i proxy armati sul campo. I sauditi e gli emiratini provano a mettere mattoni in competizione con i turchi e i qatarioti, ma gli statunitensi scelgono dove posarli: viene il sospetto che il vero direttore dei lavori di questo campo di guerra mascherato da cantiere non sia alla Casa Bianca, ma nell’irrequieto alleato di Tel Aviv. Ne ha parlato il nostro Gabriele Germani con Enrico Tomaselli.










