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Il socialismo di Pechino umilia l’Italia: la mega-diga cinese si mangia i grattacieli di Milano

OttolinaTV by OttolinaTV
26/07/2025
in Cina, Economia, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia
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Ooooh, finalmente! Carlo Spending Review Cottarelli è tornato: il fanatico dell’austerity più amato dal PD ci ha deliziato con un altro dei suoi colpi da maestro. Cosa fare per le case è il titolo del suo imperdibile editoriale del 23 luglio sul Corriere della serva: a muovere il nostro Carlo sarebbe il fatto che, a suo avviso, “Alcune cose fondamentali riguardo la crisi del settore immobiliare milanese non sono state capite”; il solito perbenismo ideologico – sostiene – punta il dito contro il boom dei palazzi per ricchi, ma è “una vulgata fuorviante”. Il vero problema piuttosto, sottolinea, è che accanto ai grattacieli non si costruiscono “abbastanza case per il ceto medio” e sapete perché? Perché il comune è troppo socialista e impone ai palazzinari di vendere o affittare una quota di quello che costruiscono a prezzi calmierati; Carlo lo sa bene: lo ha pure scritto in uno studio (commissionato dai palazzinari) e dove, stranamente, si parla delle migliaia di case nuove l’anno in più che servirebbero e che nessuno vuole costruire a causa delle imposizioni bolsceviche del marxista-leninista Giuseppe Sala, ma non dei 100 mila appartamenti sfitti – compresi 20 mila di proprietà pubblica – che vengono tenuti vuoti apposta per gonfiare i prezzi e garantire così la rendita finanziaria dei fondi che investono sulle case per i ricchi. Te guarda a volte le coincidenze…

Ottoliner, ben ritrovati: nonostante il caldo torrido, la lotta di classe non va in ferie e ci regala una lunga serie di casi studio incredibilmente interessanti. Il caso Milano è un esempio eclatante di come funziona il capitalismo finanziario contemporaneo fondato sulla rendita e sulla rapina e fa il paio con un altro episodio inquietante: la pubblicazione del Piano strategico per le aree interne della Presidenza del Consiglio con 4 anni di ritardo e dove, finalmente, si trova il coraggio di scrivere nero su bianco che la desertificazione di un pezzo enorme di paese è irreversibile e non è il caso di menarsela per trovare soluzioni; anzi, meglio così, così si trasferiscono tutti a Milano e chi guadagna dalla bolla non ha niente da temere. Siamo alla fase terminale del saccheggio, dove a creare un sistema minimamente sostenibile che possa durare nel tempo ormai non ci si pensa proprio manco più e che cozza con quello che accade dall’altra parte del pianeta; dopo la ritirata USA, tutti davano l’Afghanistan per spacciato, ma il 17 luglio l’aria che si respirava a Kabul diceva tutt’altro: Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan hanno siglato una storica intesa per un mega-progetto di ferrovia transfrontaliera in grado di dare uno sbocco sul mare all’entroterra più arretrato dell’Asia centrale attraverso un mega-porto costruito dai cinesi che, intanto, annunciano l’avvio dei lavori per il più grande progetto idroelettrico di sempre e, in assoluto, una delle infrastrutture più ambiziose di tutti i tempi, in grado di generare da sola la quantità di energia che consuma la Gran Bretagna in un anno. Da una parte chi, in mezzo a mille contraddizioni, costruisce il futuro; dall’altra, il remake di Psycho: chi programma a tavolino la morte cerebrale per continuare a riscuotere la pensione della mamma morta. Ma prima di entrare nel dettaglio, vi ricordo di mettere mi piace, di condividere, di iscrivervi a tutte le nostre pagine social e pure di attivare tutte le notifiche, altrimenti poi vi tocca tornare a leggere Carlo Cottarelli.

A Milano, il partito unico della corruzione e degli affari si blinda attorno a Sala e alle magnifiche sorti e progressive della bolla immobiliare; a Roma, la Presidenza del Consiglio emana in gran segreto un Piano strategico nazionale per le aree interne dove decreta che il 60% del territorio nazionale (il 23% della popolazione italiana) “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza” e non rimane che elaborare “un piano mirato che le accompagni in un percorso di declino cronicizzato”. E, a Bruxelles, Ursula Borderline ha presentato la prima bozza del prossimo bilancio comunitario che prevede sostanzialmente quasi di dimezzare i fondi per la coesione e per le politiche agricole per metterli in un fondo per la competitività da usare per facilitare la creazione di campioni continentali in grado di trainare una nuova bolla finanziaria Made in Europe; nel frattempo, a Kabul i governi di Afghanistan, Uzbekistan e Pakistan firmano un accordo quadro per un mega-progetto miliardario di interconnessione ferroviaria in grado di collegare Tashkent e Samarcanda al mega-porto di Gwadar, costruito dai cinesi nell’ambito della Belt and Road e in grado di cambiare per sempre il volto dell’Asia centrale, mentre a Linzhi, nella regione autonoma del Tibet, il premier cinese Li Qiang ha dato ufficialmente il via al più grande progetto idroelettrico della storia dell’umanità che comporterà il riallocamento di 1 milione di persone e fornirà l’equivalente dell’energia necessaria per far funzionare tutta la Gran Bretagna. E – per quanto possa sembrare incredibile – tutte queste cose sono interconnesse: sono tutti pezzetti della guerra a tutto campo del Piano vs Il Mercato, o forse sarebbe meglio dire della Democrazia vs il Superimperialismo, il Mondo Nuovo che avanza vs il vecchio ordine in pieno e inesorabile declino.

Questo è il Piano strategico nazionale delle aree interne pubblicato dalla Presidenza del Consiglio, e già nell’intestazione c’è qualcosa che non torna: dovrebbe riguardare il periodo che va dal 2021 al 2027, ma è stato pubblicato a marzo del 2025, 4 anni dopo; evidentemente, non avvertivano nessuna fretta. E ti credo: tanto, sottolineano con enfasi, non è che ci sia molto da fare. Negli ultimi anni, i Comuni definiti periferici e ultra-periferici sono aumentati di quasi il 10%, da 1767 a 1906, e per loro – sentenzia il rapporto – rimane solo da pensare all’”accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”: scrivono proprio così, irreversibile. Stop. Chiuso. Finito. E rincarano: “Queste aree”, sentenziano senza appello, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza” e devono essere accompagnate “in un percorso di declino cronicizzato e di invecchiamento”. Come sottolinea Alfonso Scarano su Il Fatto, “significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi, che non si costruiranno più servizi in quei luoghi, che ci si limiterà a pianificare la decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità, né speranza”.

Al di là delle più che legittime romanticherie nostalgiche sul significato simbolico e culturale di questa morte annunciata di un pezzo fondamentale del nostro Paese, il punto è che si tratta di un danno economico concreto inestimabile, a patto che ovviamente si parli di economia reale e, cioè, della capacità di una comunità umana organizzata di creare valore e anche di redistribuirlo in modo più o meno razionale ed efficiente (e, cioè, l’esatto contrario del neoliberismo): nel modello neoliberista, che distrugge la capacità di creare valore per meglio servire la capacità di concentrare nelle mani di pochissimi l’accumulazione, la marginalizzazione e lo spopolamento delle aree periferiche è un processo ineluttabile. E qui arriviamo al primo nesso, quello che lega lo Stato comatoso e l’abbandono delle aree interne alla nuova Mani Pulite milanese, due facce della stessa medaglia: la logica intrinseca del libero mercato è sempre e comunque dare di più a chi ha già di più e di meno a chi ha già di meno; prima della grande controrivoluzione neoliberista, a riequilibrare un po’ le cose ci pensava lo Stato che, in nome dell’interesse collettivo, imponeva una redistribuzione di almeno una parte delle risorse in senso opposto a quello naturale del mercato. Poi questa funzione dello Stato è stata etichettata come spreco e la leggenda metropolitana dell’efficienza del mercato è tornata a fare il suo sporco lavoro: la periferia si impoverisce sempre di più e le persone sono costrette ad andare a cercare di accaparrarsi qualche briciola laddove ci si spartisce la torta. Una spirale perversa; e fino a qui siamo solo al liberismo classico che però, nel XXI secolo, per garantire i profitti non basta più. Il capitalismo è finito, kaputt: non è più in grado di garantire crescita e guadagni; lo Stato serve, eccome, ma invece che per redistribuire in modo più efficiente e sostenibile, proprio per garantire quei profitti che il mercato da solo non garantisce più. E, cioè, per garantire una rendita: stabile, fissa, senza rischi, altrimenti i capitali vanno altrove; e la periferia, a quel punto, diventi tu.

Il modello Milano è esattamente questa cosa qui: una macchina complessa in grado di garantire ai capitali che la bolla immobiliare continuerà a crescere anche quando le condizioni di mercato, di per se, non ci sarebbero più. A Milano non ci si è limitati ad azzerare il ruolo del pubblico nella pianificazione urbana, appaltandolo interamente agli interessi privati; a Milano il pubblico non si fa manco pagare i servizi che offre e, così, garantisce una rendita in grado di attrarre capitali in concorrenza con le altre grandi metropoli neoliberiste e poi, a quei capitali organizzati in fondi, concede pure una serie infinita di incentivi fiscali. D’altronde, che fai, l’accattone? Le tasse sono roba da poveri; farsi pagare è da sfigati e non è per niente cool. Insomma: nella fase senile del neoliberismo, il divario tra centro e periferia è on steroids e la diagnosi distopica del Piano strategico per le aree interne non dovrebbe sorprendere nessuno. Quello che sorprende, semmai, è l’onestà; sembra un messaggio: “Non ci limitiamo a dirti che il mondo funziona così. Mettiamo nero su bianco il fatto che non abbiamo la minima intenzione di intervenire in qualche modo, così sei sicuro che lo spopolamento continuerà, che creerà sempre più pressione sui grandi centri urbani che, a loro volta, continueranno a pompare la bolla immobiliare che garantisce la tua rendita. Quindi, keep calm e investi”. A meno che poi, nel mezzo, non ci si metta qualche magistrato, e allora sono dolori: non è un caso che, a questo giro, governo e propaganda filogovernativa non abbiano colto la palla al balzo per fare a pezzi il PD; hanno fatto muro attorno a Sala! Il partito unico dei grandi affari sa esattamente quando non è più il caso di perdersi in beghe di famiglia per fare a gara a chi serve meglio il grande capitale.

Ma pompare la bolla immobiliare di Milano e dei principali centri urbani è solo un pezzo della storia; portare a termine la desertificazione delle aree periferiche apre anche altre le porte a ben altre opportunità: speculazione energetica e militarizzazione. Intere aree del Paese da mettere completamente a disposizione dei baroni delle nuove energie e del comparto militare/industriale, una vera e propria manna che a Bruxelles hanno deciso di cavalcare; nello scorso bilancio, il Fondo per la coesione riveste da solo quasi un terzo dei fondi totali; in buona parte servivano, appunto, a rendere sostenibile la vita nelle aree interne. Col nuovo bilancio, di fondi ne hanno accorpati ben 13 in un meccanismo unico e, in tutto, pesa poco più del 40% del bilancio; sembra tutto abbastanza studiato a tavolino: le rinnovabili, infatti, per le aree interne potrebbero rappresentare in realtà una manna, se solo non fossero interamente affidate a fondi speculativi. Lo strumento ci sarebbe pure: le comunità energetiche; dovrebbero permettere alle comunità che abitano le aree interne di avere voce in capitolo e anche di mettersi in tasca qualche soldo, ma, stranamente, sono al palo. In Italia il decreto attuativo è stato emanato con quasi due anni di ritardo e la guerra commerciale contro la Cina sta facendo schizzare i costi alle stelle.

E qui arriviamo alla terza connessione, quella che lega tutto questo a un megaprogetto a 10 mila chilometri di distanza: la mega-diga da 170 miliardi di dollari di investimento in Tibet; anche in questo caso, infatti – almeno a prima vista – gli interessi delle comunità delle aree periferiche vengono scavalcati da interessi molto più grandi. I lavori per la diga prevedono il dislocamento di quasi un milione di persone e, il tutto, è pianificato e imposto dall’alto; eppure, rispetto al pilota automatico della dittatura neoliberista, c’è qualcosa di diverso e non solo perché le mega-corporation coinvolte nel progetto sono di proprietà dello Stato, come sono pubbliche anche le banche che erogheranno il credito necessario a tassi politici, ma soprattutto perché questo gigantesco processo di dislocazione non servirà a dare di più a chi ha già di più sulla pelle di chi ha già di meno. Anzi: nonostante le dimensioni di questo progetto siano senza precedenti, non è la prima volta che la Cina si trova a gestire una roba del genere; a partire dagli anni ‘70, la Cina ha investito una quantità sconfinata di risorse per generare elettricità dall’acqua e, ovviamente, ogni volta ha dovuto affrontare il problema delle persone da spostare, fino al caso della Diga delle tre gole che ha comportato l’inondazione di circa 140 cittadine e di oltre 300 villaggi e lo spostamento di centinaia di migliaia di persone lungo un arco di oltre 15 anni. Ovviamente, è stato un macello: proteste, polemiche, petizioni, scontri; non si sono fatti mancare niente! Ma, a distanza di ormai oltre 15 anni dall’entrata in funzione della diga che genera elettricità sufficiente per circa 20 milioni di persone, le aree coinvolte non solo non hanno vissuto l’irreversibile declino del nostro piano strategico, ma hanno vissuto un vero e proprio boom economico: più le comunità erano vicine alla diga e più, dal 2010 ad oggi, sono cresciute economicamente. L’ha dovuto riconoscere anche la Banca Mondiale: “Il reinsediamento” si legge in un rapporto del 2021 “più che come un ostacolo, è stato visto come un’opportunità per promuovere sviluppo nelle aree interessate” La Diga delle tre gole, come quella in Tibet, non sono la bolla immobiliare milanese e nemmeno la speculazione energetica che preoccupa e assedia quelli che ancora rimangono nelle nostre aree interne: sono esempi di pianificazione statale in grande stile per creare più valore e per redistribuirlo in modo razionale ed efficiente, con tutte le contraddizioni e le storture che vi pare ,ma tant’è.

E, così, arriviamo all’ultimo salto pindarico: la ferrovia transnazionale tra Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan annunciata a Kabul lo scorso 17 luglio, e qui il passaggio mi sembra intuitivo, che difficilmente riesco a pensare a aree più interne, remote e periferiche della alture che attraversano queste aree dell’Asia centrale. Eppure, anche qui la logica non è spingere le persone ad accalcarsi in una manciata di metropoli per meglio servire l’accumulazione capitalistica; la logica è favorire lo sviluppo e la possibilità di creare valore. Anche qua, lo hanno imparato dai cinesi: sono i frutti dell’esempio che i cinesi hanno dato in casa loro e in giro per il mondo con la Belt and Road, che ha dimostrato che le infrastrutture possono essere costruite anche nelle aree più remote e che attorno alle infrastrutture è possibile creare più ricchezza per tutti. Non sempre funziona tutto alla perfezione: le contraddizioni non mancano, ma tra affrontare le contraddizioni e rassegnarsi a una desertificazione irreversibile direi che, comunque, c’è una bella differenza; proprio a livello di civiltà, oserei dire. La civiltà della vita contro la civiltà della morte della speculazione neoliberista che da noi, ormai, è talmente pervasiva che non c’è nemmeno più il buon gusto almeno di evitare di sancirla nero su bianco sui documenti ufficiali. L’Occidente neoliberista è portatore di morte; i protagonisti del secolo asiatico, di vita: se questa cosa turba le vostre sicurezze, accumulate in anni e anni di propaganda suprematista, non me ne vogliate. E, se riesci a non volermene e, anzi, pensi anche tu che sarebbe arrivata l’ora di dirlo ai 4 venti, aiutaci a farlo, aiutaci a costruire un vero e proprio media che sta dalla parte della vita viva, la vita del 99%. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal; e se aderire non ti basta, ti do anche un numeretto magico! 92054980450: è il codice fiscale di Multipopolare; inseriscilo nella tua dichiarazione dei redditi e contribuisci concretamente col tuo 5xMILLE a dichiarare guerra al pensiero unico.

E chi non firma è Federico bretella Rampini

Tags: belt and roadbeppe salabolla finanziariabolla immobiliarecinadiga delle tre golei pipponi del Marrucciil pippone del marruitaliamega-digamilanonuova mani pulitePiano strategico per le aree internepresidenza del consigliosistema milano
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