In questa conversazione ad ampio raggio, Wolfgang Streeck ha ribadito la sua convinzione che lo Stato-nazione stia riemergendo come attore politico centrale, sia dal punto di vista analitico che normativo: ha criticato il consenso post guerra fredda – condiviso da neoliberali e da parte della sinistra – secondo cui lo Stato sarebbe ormai obsoleto in un mondo globalizzato e senza frontiere. Contrariamente alle teorie post-nazionaliste di Hardt e Negri, Streeck ha sottolineato l’importanza duratura dello Stato come luogo del controllo democratico, del conflitto di classe e della sovranità. Streeck ha parlato del crollo storico del matrimonio tra democrazia e capitalismo nel corso degli anni ’70, collegandolo all’ascesa del neoliberismo, che ha svuotato lo spazio decisionale delle politiche nazionali; oggi, ha sostenuto, la globalizzazione neoliberista è essa stessa in crisi: guerre commerciali, frammentazione monetaria e tensioni militari stanno creando nuove opportunità per una rinnovata autonomia nazionale, ma resta incerto se ciò porterà benefici alla classe lavoratrice.
Sul piano geopolitico, Streeck ha ribadito la sua opinione secondo cui l’ordine internazionale liberale fosse, in realtà, un eufemismo per indicare l’impero americano, oggi in disfacimento sotto il peso della resistenza globale e delle contraddizioni interne: mentre gli Stati Uniti, sotto Trump (e oltre), stanno diventando più apertamente imperiali, l’Ue continua a utilizzare la retorica dei diritti umani per mascherare il proprio allineamento imperiale, in particolare attraverso la subordinazione alla NATO e alla politica estera statunitense; secondo lui, il riarmo dell’Europa non rappresenta una reale autonomia strategica, ma piuttosto un tributo imperiale, un modo per farsi carico di una parte maggiore dei costi del militarismo guidato dagli USA.
Infine, Streeck ha messo in guardia contro le narrazioni sovraniste ingenue che danno la colpa ai vincoli imposti dall’Ue, ignorando, però, il ruolo delle élite nazionali, spesso complici delle agende neoliberiste e imperiali; ha suggerito che un vero “ritorno dello Stato-nazione” deve andare di pari passo con la trasformazione della leadership politica di quegli Stati. Pur essendo scettico sulla possibilità di riformare le istituzioni europee dall’interno, non è arrivato al punto di un fatalismo totale, sostenendo che un cambiamento nei rapporti di forza tra le classi all’interno degli Stati-nazione resta la condizione necessaria per qualsiasi progetto politico progressista.











Apprezzai molto “Tempo guadagnato, la crisi rimandata del capitalismo democratico” di Streeck, anche se il tempo ha dimostrato anche altro…e non in meglio.