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La bufala della bomba nucleare iraniana: così gli USA hanno mentito al mondo ancora una volta

OttolinaTV by OttolinaTV
21/06/2025
in Medio Oriente, Spin8ff, U.S.A.
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L’Iran non stava costruendo la bomba atomica. L’Iran non stava costruendo la bomba atomica. L’Iran non stava costruendo la bomba atomica. Lo dobbiamo ridire?
L’aggressione militare di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, cominciata venerdì 13 giugno e tutt’ora in corso, è stata giustificata in mondovisione da una gigantesca fake news: questa. L’Iran starebbe, insomma, lavorando ad un piano segreto di arricchimento dell’uranio per costruire le bombe nucleari e sarebbe a un passo dal completare l’opera; e questo avrebbe costretto Israele ad una sorta di guerra preventiva contro il perfido regime iraniano che, come tutti sanno, proprio il giorno stesso in cui ultimasse la bomba si precipiterebbe immediatamente a sganciarla su Tel Aviv. Semplice legittima difesa quindi, come nel caso della colonizzazione della Cisgiordania, la distruzione di Gaza e i piani di deportazione dei palestinesi.

Appena cominciati i bombardamenti e gli attentati terroristici contro gli scienziati del programma nucleare civile iraniano, anche gli Stati Uniti hanno preso rilanciare la tesi dell’imminente costruzione di bombe nucleari da parte di Teheran; i media occidentali si sono tutti allineati, il G7 si è concluso con una nota congiunta secondo la quale il nucleare iraniano era la più grande minaccia del Medio Oriente e i deputati neocon, sia democratici che repubblicani, sentito l’irresistibile odore del napalm hanno cominciato a rilasciare interviste a spron battuto recitando sempre lo stesso copione: “L’Iran ha proceduto rapidamente con il suo programma nucleare, e questo ha richiesto l’autodifesa da parte di Israele” ha affermato il senatore democratico Michael Bennet. “L’Iran ha sviluppato la capacità nucleare e non gli deve mai essere permesso di ottenere un’arma nucleare”; “Bisogna sostenere sempre il diritto di Israele di difendersi” (Kirsten Gillibrand, senatrice di New York) e così via a decine, tutti i giorni a ritmo martellante dall’inizio della guerra. L’ultima è stata la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt che, meno di 48 ore fa, ha affermato in conferenza stampa che l’Iran sarebbe in grado di produrre una bomba nucleare in addirittura “un paio di settimane”.

Questa è, quindi, la posizione ufficiale dell’amministrazione Trump.; ora, ma esiste una qualche prova, un qualche documento, una qualche fonte minimante credibile che faccia anche solo sospettare dell’esistenza di un programma nucleare segreto iraniano e del suo essere a un passo dal costruire bombe nucleari?Assolutamente nessuna. L’unica fonte, citata da Israele e dagli Stati Uniti, che dimostrerebbe in maniera chiara l’esistenza di questo programma segreto, è la stessa l’intelligence israeliana: “Le informazioni che abbiamo ricevuto dalla nostra intelligence e condiviso con gli Stati Uniti sono assolutamente chiare, gli iraniani stavano lavorando a un piano segreto per trasformare l’uranio in un’arma. Stavano procedendo molto rapidamente”. Parola di Netanhyau.

Ma aspettate, perché non solo non c’è uno straccio di prova, ma l’ipotesti che l’Iran fosse vicino a costruirsi una bomba (o ne avesse avuto anche solo la volontà) è stata più volte smentita dalla stessa intelligence statunitense; e infatti, se ci fate caso, prima della scorsa settimana nessuno nel mondo occidentale aveva dato un simile allarme, anzi! Il 25 marzo di quest’anno, la direttrice della National Intelligence americana (DNI) Tulsi Gabbard si era così espressa sull’argomento davanti a una commissione del Congresso: “La comunità di intelligence americana continua a valutare che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare, e che il leader supremo Khamenei non ha autorizzato il programma di armi nucleari che ha sospeso nel 2003”, parole confermate in questi giorni dalla stessa Gabbard, ormai in rotta con Trump da quando quest’ultimo ha deciso di sponsorizzare pubblicamente la fake news e si appresta ad entrare direttamente in guerra. “Non importa quello che dice la Gabbard” ha dichiarato Trump lo scorso martedì mattina incalzato dai giornalisti: “L’Iran è molto vicino a produrre armi nucleari”, tesi poi smentita nuovamente da fonti dell’intelligence, le quali poche ore dopo, per bocca della CNN, hanno fatto sapere che non solo l’Iran non stava lavorando attivamente per ottenere l’arma atomica in tempi brevi, ma, stando alla situazione attuale, gli ci sarebbero voluti almeno tre anni prima di essere in grado di produrla.

Ma la pietra tombale su questa ennesima bufala, costruita per giustificare l’ennesima aggressione illegale di un Paese sovrano del Medio Oriente, è poi arrivata mercoledì, quando, in un’intervista con la giornalista della CNN Christiane Amanpour, Rafael Grossi, direttore dell’agenzia internazionale dell’energia atomica e unica agenzia deputata al monitoraggio del processo di arricchimento dell’uranio della Repubblica Islamica, ha dichiarato: “Non esistono evidenze che l’Iran stia compiendo degli sforzi per costruire un’arma nucleare”, aggiungendo poi che se anche nell’ultimo rapporto dell’Agenzia citato da Israele per legittimare l’aggressione si sostiene che l’Iran stia arricchendo il 60% di uranio, “non abbiamo mai detto che l’Iran sta costruendo un’arma nucleare”. Ma insomma, ragazzi! Almeno Bush e Colin Powell si erano impegnati un po’ di più: lì delle prove false le avevano quantomeno fabbricate e, per qualche mese, la storia dell’attacco preventivo contro le armi chimiche aveva retto! Non ci sono più i guerrafondai di una volta… Ma, forse, avete ragione voi perché tanto, finché ci sono i giornalisti italiani a non fare domande e a tutelare i vostri interessi, potete comunque dormire sogni tranquilli: “Israele è determinato a portare la pace in Medio Oriente; per farlo deve disinnescare la bomba iraniana” scrive Aldo Torchiaro sul Riformista. Il Foglio: “Dalla parte di Israele contro la rappresaglia atomica dei mullah” (Foglio, 14.6) e via discorrendo, con la sinistra per i diritti civili e la destra per lo scontro di civiltà sempre a fare da stampella ideologica a ogni infame aggressione israeliana o americana nel mondo.

Ma – come ricordano, in questi giorni, diverse testate un po’ più serie – oltre all’Iraq, alle bombe chimiche di Assad e, adesso, al nucleare Iraniano, la storia è piena di esempi nei quali il governo americano manipola l’intelligence, o ne diffonde o produce di falsa, per giustificare i propri piani militari davanti all’opinione pubblica globale e per capire quindi meglio come funzionano i pattern della propaganda di guerra occidentale, è bene fare un ripassino di alcuni dei casi più celebri. E se anche tu sei veramente stufo delle boiate dei Molinari e dei Cerasa di tutto il mondo e vorresti avere un’informazione libera e a tutela dei tuoi interessi e non di quelli di sionisti e neocon, allora iscriviti a questo canale e destina il 5 x mille alla nostra associazione.

Le fake news sul nucleare iraniano, le bombe chimiche di Assad, le prove delle armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein portate da Colin Powell all’ONU con una serie di fiammeggianti Power Point, sono solo gli ultimi episodi di una lunga serie di bugie, depistaggi e falsificazioni che le amministrazioni americane (e non solo) hanno messo in atto per controllare l’opinione pubblica e legittimare qualche aggressione imperialista a Stati sovrani non allineati: sul Fatto Quotidiano, Roberto Festa ha pubblicato un lungo articolo nel quale vengono ricordati alcuni casi storici particolarmente clamorosi.
Negli anni Quaranta dell’Ottocento, ad esempio, il presidente James Polk dichiarò al Congresso che il Messico aveva invaso gli Stati Uniti: non era vero; è vero, invece, che nel 1846 la sua amministrazione ordinò ai soldati statunitensi di occupare un’area del Messico vicina al confine con il Texas. Quando i soldati messicani attaccarono le forze USA, Polk dichiarò che si trattava di un attacco contro gli Stati Uniti: il risultato fu la guerra tra Messico e Stati Uniti.
Il 12 maggio 1915, in piena prima guerra mondiale, gli inglesi fecero uscire il Bryce Report – dal nome del visconte James Bryce, che presiedette la Commissione sui misfatti tedeschi in Belgio, occupato dalla Germania l’anno prima: il rapporto parlava di sistematico massacro della popolazione, di donne violentate, di bambini usati come scudi di guerra, di case bruciate e saccheggiate da parte dei soldati prussiani; come nel caso della bomba atomica iraniana o dei bambini squartati e decapitati da Hamas il 7 ottobre, si trattava di atrocità completamente inventate con le quali gli inglesi cercavano di orientare le opinioni pubbliche europee e statunitensi alla guerra contro la Germania. Da Londra furono inviate per nave 41 mila copie da distribuire negli Stati Uniti, ricorda Festa, e Il 27 maggio 1915 tutti i giornali di New York riportarono i passi più brutali del rapporto; gli stessi giornali furono peraltro invitati dal Committee on Public Information, l’organo di propaganda del governo, a non pubblicare nulla che potesse mettere in discussione quanto arrivato da Londra. Gli Stati Uniti, poco tempo dopo, entrarono in guerra con la Germania.
Un po’ meno di mezzo secolo dopo, si legge ancora nell’articolo del Fatto, è la volta di Franklin D. Roosevelt, che nel 1941 sostenne che un sottomarino tedesco aveva attaccato una nave statunitense, la Greer, senza alcuna provocazione: “La verità è che la Greer stava proteggendo navi britanniche che attraversavano l’Oceano Atlantico e aveva anzi seguito il sottomarino tedesco, informando gli inglesi della sua rotta. La presunta provocazione servì al presidente per preparare gli Stati Uniti all’ingresso nella seconda guerra mondiale” (dall’articolo del Fatto).
Celebre è poi l’episodio del 4 agosto 1964, quando Lyndon B. Johnson annunciò che navi da guerra USA erano state attaccate da motosiluranti della Repubblica Democratica del Vietnam nel Golfo del Tonchino e che c’era stato uno scontro, durante il quale quattro marinai vietnamiti erano stati uccisi e sei feriti; il Congresso approvò immediatamente la cosiddetta Risoluzione del Golfo del Tonchino che dava a Johnson l’autorità di attaccare il Vietnam del nord senza dichiarazione di guerra formale. Come non detto: nel novembre 2005, la National Security Agency ha declassificato una serie di informazioni che rivelavano come, quel giorno d’agosto, non ci fosse stato nessuno scontro; l’incidente era però servito a giustificare l’escalation militare americana in Indocina.

Il volto forse oggi più celebre delle bugie americane è però quello di Colin Powell, sottolinea giustamente Festa, che davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU spiegò le ragioni dell’intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein: dalle fabbriche del veleno, dove gli iracheni avrebbero prodotto le armi chimiche e batteriologiche, alla rete terroristica di Abu Musab al-Zarqawi, ospitata in Iraq fino alla visita di alti dirigenti di Bagdad, a Osama Bin Laden in Afghanistan, l’allora Segretario di Stato rivelò i legami del regime iracheno col terrorismo e la minaccia che esso portava al mondo. Bene: per ammissione dello stesso Powell qualche anno dopo, era tutto falso: il rapporto che Powell lesse distorceva completamente le informazioni fornite dall’intelligence americana ed era stato prodotto negli uffici del neocon per eccellenza, l’allora vicepresidente Dick Cheney.

Ma c’è un esempio ancora più recente: quello delle bombe chimiche che, nel 2013, Bashar al Assad avrebbe usato contro la propria popolazione. Nell’agosto 2012, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, tentato per interessi imperiali di intervenire nella guerra civile siriana per scalzare Assad (alleato di Putin), indica come linea rossa per un possibile intervento armato proprio l’utilizzo di armi chimiche da parte di Assad; un anno dopo, il 21 agosto 2013, a Damasco, alcune aree controllate dalle forze anti-Assad finanziate dagli USA vengono colpite da missili di superficie contenenti l’agente chimico sarin: immediatamente, la propaganda occidentale dà la colpa ad Assad, invocando un intervento americano per ristabilire la libertà e la democrazia. Vi ricorderete anche la pagliacciata mediatica avviata da Saviano e ripresa da personaggi della sinistra ZTL di coprirsi la bocca con la mano per protestare contro Assad e invocare implicitamente un intervento americano in pieno stile imperialismo dei diritti umani: “Nonostante continui a negare e accusare la stampa e gli attivisti di manipolare le informazioni, Assad sta usando armi chimiche sulla popolazione” scriveva Saviano in quel post. Peccato che quello che scriveva Saviano fosse falso: nel 2018, la Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sui crimini di guerra ha concluso di non aver raggiunto risultati definitivi su chi avesse fatto uso di armi chimiche in Siria e il Commissario Carla Del Ponte, in un’intervista, ha parlato di prove molto evidenti sull’utilizzo di gas sarin (nervino) da parte non del governo, ma da parte dei ribelli siriani.

Insomma: per poco e non avremmo avuto, già nel 2012, un Iraq 2.0, ma non abbiamo dovuto aspettare molto… Eccoci al 2025, e la storia si sta ripetendo con lo stesso copione.

Tags: atomicabombairanisraelemedio orientenuclearespin8ffspinofftulsi gabbardusa
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