Nel 1953, un golpe organizzato da CIA e MI6 ribaltava il governo Mossadeq in Iran, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio: era uno dei tanti tentativi che il Sud globale, parallelamente alla grande ondata di decolonizzazione, portava avanti per emanciparsi dallo sfruttamento neocoloniale. A seguire, si affermò una sorta di dittatura modernizzatrice diretta dallo scià, che aveva trasformato la monarchia nella garante degli interessi occidentali nella regione (dal petrolio ad Israele): questo rapporto privilegiato si interruppe bruscamente nel biennio ’78-’79 con la rivoluzione islamica; senza scendere in valutazioni storiche (troppo complesse per i social), la popolazione iraniana si riversò in strada ribaltando il potere interno e i rapporti internazionali. Da allora, l’Occidente ha provato in vari modi ad arrivare a una resa dei conti con Teheran: per interposta persona (foraggiando un conflitto auto-distruttivo con l’Iraq lungo tutti gli anni Ottanta) o producendo sempre nuove sanzioni per colpire ed isolare l’economia locale. Oggi USA e Iran si trovano a trattare sul nucleare con un passato recente fatto di tensioni, sanzioni e minacce, in un quadro che tende poi a mescolarsi con il generale quadro di ascesa delle forze del Sud globale e con la tragedia palestinese. Di questo abbiamo parlato con Marco Carnelos e Antonello Sacchetti.















