Mentre vi parlo ho ancora nelle orecchie il rumore osceno della guerra che fa da commento a una delle sequenze più tragiche e insostenibili del film di oggi: Va’ e vedi, 1985, del regista russo Elem Klimov. Una sequenza di quaranta minuti – QUARANTA MINUTI, che volano in un amen e allo stesso tempo paiono interminabili – in cui è sintetizzato lo schifo immondo di tutte le guerre. La merda che sono, checché ne pensino Leonardo, Airbus e Rolls Royce, Black Rock e Draghi.
Dicono bene Scurazzo e la sua rima: “noi europei non sappiamo più cos’è la guerra”. Ma lui per primo non lo sa, come non sa che cos’è quella “nuova società guerriera” che agogna tanto; che, come fa notare “Inside Over”, non è mai esistita: “La guerra, nella storia, è stata sempre un passatempo per élite aristocratiche o un obbligo imposto ai poveri e agli emarginati. Con la crescita degli eserciti, la disciplina brutale è diventata essenziale per costringere i soldati a combattere. L’idea che le società abbiano mai abbracciato volontariamente la guerra moderna è, semplicemente, sbagliata.” Scurazzo e la sua rima sono i primi a non saperlo, cos’è la guerra, per questo la amano tanto. Va’ e vedi sta lì a ricordarglielo attraverso una sfilata di volti deformati dal terrore, dal dolore e dalla follia per ciò che i loro occhi sono costretti a vedere durante l’occupazione nazista in Bielorussia nel 1943. Attraverso una regia che, su 202.200 fotogrammi di durata del film non ne ha neppure uno retorico. La camera del regista è sempre ad altezza uomo, altezza popolo, altezza contadini bruciati col petrolio, altezza madri scannate nelle loro case, altezza partigiani antinazisti smembrati in pezzi sparsi sul prato. Altezza vittime della più disumana delle azioni che essere vivente possa progettare. Ad altezza soprattutto dei due giovanissimi protagonisti, Fliora e Glasha, una coppia di attori cui anche Pacino, De Niro, Daniel Day Lewis, Maryl Streep, Joaquin Phoenix, Toni Servillo, Tilda Swinton e praticamente tutto il firmamento delle star occidentali lucidano le scarpe con lo sputo. Aleksej Kravchenko, e Olga Mironova, cui Wikipedia non dedica neppure due righe. Perciò, Wikipedia vince oggi il nostro premio E COME TE SBAJI! – ormai alla quarta edizione.
Va’ e vedi cos’è la guerra, Scurazzo, te e la tua rima. E poi, se tornate, te e la tua rima, ce la raccontate, eh? Ma mi raccomando, con la stessa disinvoltura priva di vergogna con cui adesso ci raccontate tutti che “Non è il tempo del logos, della parola, del pensiero, ma della spada di Marte”.
Va’ e vedi, prodotto dalla stessa casa di produzione de La corazzata Potemkin di Eizenstejn, di cui abbiamo parlato un paio di puntate fa, la Mosfil’m, è stato distribuito nel 1985 con grande successo e ha vinto il Premio d’Oro al 14° Festival Internazionale del Cinema di Mosca. Il film racconta le esperienze di un quindicenne che si unisce alla resistenza nella Bielorussia occupata dalla von derDAI NAZISTI nel 1943. Parlando di come il film si sia ispirato alla sua esperienza infantile della guerra, Klimov ha detto: “Da ragazzo, ero stato all’inferno… Se avessi incluso tutto ciò che sapevo e mostrato tutta la verità, nemmeno io avrei potuto guardarlo, il mio film”. Eppure, già così, il film è praticamente indigeribile. E non per le scene di violenza in sé, ma per le scene di violenza in me. (questa arriva dopo) Non lo voglio neppure sapere cos’altro ha visto Klimov e non ha avuto il coraggio di raccontare.
La critica cinematografica di ogni latitudine è unanime nel definirlo, come ha fatto il più importante critico statunitense, Roger Ebert: “uno dei film più devastanti di sempre su qualsiasi cosa”. Dimenticate Salvate il soldato Ryan. Ma tenete presente Full Metal Jacket e la sua potentissima capacità di rendere disumana la guerra. In Va’ e vedi siamo di fronte a uno dei più grandi direttori di attori; a uno dei pochissimi registi che ha compreso il valore del suono in un film, che qui è letteralmente il secondo protagonista della storia: il suono dell’orrore di ogni guerra. Suono che in questo film è il silenzio o il caos, nessuna via di mezzo, nessuna musica eroica, nessuna fanfara, solo la sofferenza umana davanti a noi; siamo di fronte anche a uno strepitoso utilizzo del materiale di repertorio che sa coniugare conflitto personale e conflitto globale, come tentiamo di fare noi con la nostra trilogia sul neoliberismo. E infine siamo di fronte a un immenso direttore di scene di massa e di violenza, come quella dell’omicidio di centinaia di contadini russi rinchiusi in un’abitazione di legno data alle fiamme. Quasi una premonizione di quanto sarebbe avvenuto 30 anni dopo nell’eccidio di Odessa, in cui morirono decine di persone (alcune bruciate vive, altre finite a sprangate dagli aggressori dopo essere saltati giù dalle finestre) tra cui una donna incinta, nel rogo della casa dei sindacati da parte dei militanti neonazisti di ZeleDEL Pravyj Sector, che per alcuni è il vero inizio dell’attuale guerra in Ucraina. (A proposito di Odessa, che secondo i Gramellini è stata una festa con qualche fuoco d’artificio: qualche giorno fa, il 13 marzo del 2025, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ucraina per la strage di Odessa con una sentenza all’unanimità. Adesso potete aggiornare la pagina Wikipedia. Grazie. Come? Nessuna testata ha riportato la notizia?)
E per favore basta con la stronzata che solo i soldati nazisti sono il male assoluto. In guerra saltano tutte le regole, i soldati di tutte le guerre possono essere il male assoluto, vedi per esempio quello che è accaduto in Siria ad opera del terrorista ripulito e incravattato Al-Jolani contro gli Alawiti. E quello che succede a Gaza ad opera dell’esercito del male assoluto.
Elem Klimov, il regista, è nato a Stalingrado nel 1933 da una famiglia russa, il padre era un investigatore che lavorava presso la Commissione Centrale di Controllo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. I suoi genitori erano comunisti convinti e il suo nome di battesimo pare fosse un acronimo derivato dai nomi di Engels, Lenin e Marx. ELEM. Durante la battaglia di Stalingrado, 1942, lui, la madre e il fratellino furono evacuati dalla loro casa e attraversarono il Volga su una zattera di fortuna. Fu la battaglia in cui, caro Mattarella, i soldati dell’Armata Rossa si opposero alle forze tedesche, italiane, rumene e ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dell’importante centro politico ed economico di Stalingrado (oggi Volgograd), sul fronte orientale. Definita da alcuni storici come «la più importante di tutta la seconda guerra mondiale», segnò la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista e dei suoi alleati e satelliti sul fronte orientale nonché l’inizio dell’avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista del palazzo del Reichstag e il suicidio di Hitler nel bunker della Cancelleria durante la battaglia di Berlino.
Sul sito della Criterion, che distribuisce film classici restaurati, si legge che i lavori precedenti del regista, che comprendono altri quattro lungometraggi narrativi girati nell’arco di due decenni, sono ancora poco conosciuti. “Chi cerca qualcosa di più dall’imponente e inquietante voce cinematografica di Va’ e vedi potrebbe rimanere sorpreso nello scoprire che i suoi primi due film, Welcome, or No Trespassing (1964) e Adventures of a Dentist (1965), sono commedie. Ma entrambi i film condividono con il successivo dramma di guerra l’impulso a spiazzare il pubblico. Ricchi di gag visive e di battute satiriche contro il conformismo sovietico, questi due primi film sono i tentativi giocosi ma urgenti di un giovane regista di grande talento di testare i confini di ciò che si poteva dire e fare nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta.” All’epoca, questi confini erano più permissivi di quanto non lo fossero stati da decenni. La de-stalinizzazione di Nikita Kruscev ebbe importanti implicazioni per l’industria cinematografica statale: a partire dalla fine degli anni Cinquanta, il numero di film prodotti ogni anno aumentò bruscamente, dando spazio a esperimenti mai visti dai tempi del cinema muto. Era dalla generazione di Eisenstein e Vertov che ai cineasti russi non si presentavano tali opportunità di espressione, anche se questa nuova libertà avrebbe presto dimostrato i suoi limiti.
Secondo il sito Dexerto.com, Va’ e vedi ha richiesto otto anni per essere realizzato, con Klimov che ha lottato contro la censura delle autorità sovietiche. Le riprese sono durate nove mesi, si sono svolte in ordine cronologico e hanno sottoposto il giovane attore protagonista, quasi del tutto inesperto, a ‘fatica e fame debilitanti’ e ad alcune delle condizioni più estenuanti che si possano sperimentare su un set. Aleksej Kravchenko era al suo primo film. Mentre per il regista, Elem Klimov, sarebbe stato il settimo e ultimo. Aleksej aveva 15 anni. Per altri 15 anni non ha fatto altri film. Poi dal 1998 è apparso in almeno un film o una serie televisiva quasi ogni anno. Nel 2007 è stato premiato come Artista Meritevole della Federazione Russa. Nel 2020 come Artista del Popolo della Russia. Nel 2023 invece, il Ministero della Cultura e della Politica dell’Informazione dell’Ucraina lo ha aggiunto all’elenco delle persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale dell’Ucraina a causa del suo coinvolgimento nel film Hot Sunlight del 2021.
Secondo una delle più importanti università australiane, l’Università del new South Wales, “mentre molti sono stati colti di sorpresa dall’invasione del febbraio 2022, se avessimo prestato maggiore attenzione, avremmo notato il lungometraggio di finzione Hot Sunlight”. Questo film, secondo l’Università australiana, avrebbe messo in moto la macchina della propaganda per preparare il pubblico russo alla guerra. La storia in breve: regione di Lugansk, Donbass, Ucraina, maggio 2014: in seguito all’Euromaidan dell’anno precedente (cioè le proteste di piazza accesesi in seguito alla sospensione delle trattative tra Ucraina e Terzo ReicUNIONE EUROPEA), Lugansk si dichiara indipendente. Vlad Novozhilov è un ex partecipante alla guerra in Afghanistan. Avendo visto abbastanza degli orrori della guerra nel suo tempo, in linea di principio non vuole nemmeno toccare un’arma. In una situazione del genere, vede solo una via d’uscita: lasciare il Paese. Ma non può scappare dalla guerra, il confine è già chiuso. Per salvare la sua famiglia, dovrà fare delle scelte morali difficili. La storia politica ci racconta che Lugansk sarebbe tornata a far parte della federazione russa nel 2022. Un’ingiustizia, se si pensa che nel 2014 solo il 30% era favore della secessione dell’Ucraina per unirsi alla Russia. Pensate, un sondaggio effettuato su ben 400 persone sul milione e mezzo che popolava la regione, dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev. “Di Sociologia”. “Di Kiev”. Dopo una brevissima uscita nelle sale e una massiccia campagna promozionale, il film è stato trasmesso dal canale governativo NTV nell’agosto 2021 ed è ora ampiamente disponibile sui servizi di streaming russi. Se digitate Hot Sunlight lo trovate su youtube.
Torniamo al nostro film preferito. Va’ e vedi si chiude con questa informazione: “Furono 628 i villaggi russi dati alle fiamme con tutti i loro abitanti”. Mentre il nostro giovane protagonista, che ormai ha imparato l’odio per Hitler e il nazismo, si mescola con un battaglione diventando un anonimo soldato. Il film non è il solito coming of age alla Netflix, cioè un film che racconta l’arco di crescita verso l’età adulta di un ragazzo prima ingenuo e poi maturo e pronto a lottare. Tipo Luke Skywalker in Guerre stellari. Certo, Fliora all’inizio del film è ingenuo e desidera andare in guerra, forse proprio perché la vede una cosa da adulti e dunque affascinante. E sì, la guerra lo cambia. Ma non come avrebbe sperato, non come cambia un personaggio di Spielberg. La guerra gli frantuma l’identità, lo rende un soldato, un numero, e dunque per la stessa natura del soldato, uno zombie privo di libero arbitrio e coscienza, coscienza venduta al leader di turno, alla retorica bellicista della von der Layen di turno, assoldato, appunto, alle dinamiche del capitalismo di guerra. Visto che ogni guerra, al netto di eccezioni, non è altro che un momento di risoluzione delle contraddizioni dell’inferno: il capitalismo. E quindi non può che generare altro inferno. Il titolo del film infatti deriva dal capitolo 6 del Libro dell’Apocalisse: “Poi guardai, ed ecco un cavallo pallido; e il suo nome che sedeva su di lui era Morte, e l’Inferno lo seguiva. E fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la morte e con le bestie della terra”.
Va’ e vedi è un invito a guardare la distruzione causata dai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. E quindi “invita” lo spettatore ad assistere agli orrori della guerra. Caso mai li avessimo dimenticati (si fa per dire eh, come potremmo dimenticarli).
“Ho capito che sarebbe stato un film molto brutale e che difficilmente la gente sarebbe stata in grado di guardarlo. L’ho detto al mio coautore della sceneggiatura, lo scrittore Ales Adamovich”, ha detto una volta il regista. Il suo co-sceneggiatore ha risposto: “Che non lo guardino, allora. È qualcosa che dobbiamo lasciare dopo di noi. Come prova della guerra e come appello alla pace”. Oggi possiamo dire con chirurgica precisione: non è servito a un cazzo. È la domanda costante che mi faccio sul mio lavoro di filmmaker e i film che scrivo e giro con Mirko Melchiorre: serve? Sposta? Ha senso? Oggi è il giorno in cui la risposta è “NO”. Eppure continuerò a farli: primo perché non so fare altro, secondo perché magari domani la risposta sarà “Sì’”. Occhio però, anime belle e piddine: la guerra non è, come ho letto, tra conati di vomito, da qualche parte sulla pagina social di una famosa “intellettuale” italiana, “espressione del patriarcato”. La guerra è SOLO questo che dice Robinson, sociologo statunitense: dall’11 settembre 2011 “Viviamo in pratica in un’economia di guerra globale permanente. […] La guerra in Ucraina è una tragedia per gli ucraini, per i russi e per i popoli del mondo. Ma si tratta di un’enorme opportunità per i circuiti di accumulazione transnazionale delle multinazionali. Non c’è da meravigliarsi che un consulente dei fornitori militari statunitensi abbia dichiarato, poco dopo l’invasione russa, che ‘sono tornati i giorni felici’. Dovremmo forse stupirci del fatto che, all’inizio del genocidio israeliano a Gaza, un dirigente della Goldman Sachs abbia dichiarato: ‘quello che sta accadendo è ottimo per il nostro portafoglio’? Inoltre, il dispiegamento della forza pubblica e privata crea spazi che permettono ad altri settori del capitale transnazionale di accaparrarsi risorse.”
La guerra si combatte con la pace e la diplomazia, ovviamente, soprattutto se è vero – come è vero – che la Russia NON vuole – né può – abbeverare i cavalli dei Cosacchi nella fontana di San Pietro a Roma. E la pace consiste nell’attuazione della Costituzione: cioè del conflitto. Conflitto sul posto di lavoro, a scuola, nell’università, in TV, al cinema, nella società. Devono essere conflittuali i lavoratori, gli studenti, i docenti, le massaie, i politici (ma davvero, non per finta come oggi). Se è vero che il conflitto è il concime della democrazia, maggiore il livello di conflitto maggiore la democrazia. Il conflitto verticale dal basso verso l’alto, non lo scontro orizzontale tra poveri, tra carni da macello. (Se non fosse chiaro per coloro che ancora ascoltano i nostri intellettuali di riferimento invece che usare i loro deliri come carta igienica, per conflitto non intendiamo conflitto mondiale, che vi piace tanto, ma dialettica anche feroce, richiesta a gran voce di diritti, espressione concreta dell’insofferenza verso lo sfruttamento)
Sul sito della Criterion si legge ancora che durante gli anni di Breznev (1964-82) il regista di Va’ e vedi lottava per lavorare all’interno del sistema sovietico – la sua biografia di Rasputin, Agony, fu girata a metà degli anni Settanta e ne fu vietata la distribuzione per un decennio. Dopo lunghi ritardi, Klimov riuscì a mettere in produzione Va’ e vedi negli anni ’80, quando la sceneggiatura fu approvata come commemorazione del quarantesimo anniversario della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica.
“Quando abbiamo finito la sceneggiatura”, ha detto Klimov, si intitolava Uccidere Hitler. “Dopo un periodo di sette anni, quando ci è stato permesso di riprendere quel tema, ci hanno detto che la parola “Hitler” non poteva essere consentita. Ma quando dico “Uccidere Hitler”, non intendo quell’individuo specifico, intendo qualcosa di più generale”. Ma il titolo doveva essere modificato, e ho chiesto a mio fratello di rivolgersi al Nuovo Testamento. Così ha sfogliato l’Apocalisse di San Giovanni, e ha trovato questo ritornello. “…l’Agnello aprì uno dei sigilli, e udii una delle quattro bestie dire: ‘Vieni e guarda.‘” E così si ripete più volte. Da qui è nato il titolo, ed è stato quello finale.” Mai prima di allora il pubblico sovietico aveva visto la guerra rappresentata con un’avversione così totale”.
La moglie di Elem Klimov, Larisa Sheptiko, morta prematuramente nel 1979 in un incidente d’auto, è considerata una delle migliori registe di tutti i tempi: il suo film L‘ascesa è stato il secondo film diretto da una donna a vincere l’Orso d’Oro e il terzo film diretto da una donna a vincere il massimo riconoscimento in uno dei principali festival cinematografici europei. Durante la Seconda Guerra Mondiale, due partigiani filosovietici partono alla ricerca di cibo per sé e per i loro compatrioti. Durante il ritorno vengono arrestati da una pattuglia nazista. Fatto prigioniero, uno dei due si rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda nonostante le torture. L’altro, invece, sostiene che, poiché non sanno nulla, dovrebbero semplicemente dire tutto quello che sanno e fare tutto il possibile per rimanere in vita. Uno di loro vivrà, ma a un costo molto alto.
Scrive il sito Quinlan che “Larisa Sheptiko è stata dimenticata in fretta e furia, e rimossa dall’immaginario delle giovani generazioni”. Neanche di Va’ e vedi si parla quanto si dovrebbe: tutti i giorni sui 3 TG nazionali. Forse perché, oltre al resto, non è un film innocuo come invece lo sono le sedicenti commedie d’autore di perfetti sconosciuti genovesi, signora mia. Oppure perché oggi va’ per la maggiore il pensiero di Benito Antonio Mussolini in Scurati, vedovo Galimberti: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”
Oppure di Karl von der Layen Klausewitz, figlio segreto di Biden, Trump e Netanhyau: “Il fatto che un massacro sia uno spettacolo orrendo deve farci prendere con maggior serietà la guerra, ma questo non fornisce una scusa per lasciar arrugginire le nostre spade nel nome dell’umanità. Presto o tardi qualcuno verrà con una spada affilata e ci staccherà le braccia.”
Infine di Mayer Francesco Guccini in Rotschild: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.”
Qui invece c’è Roger Waters che risponde direttamente a Michele Serra quando parla senza vergogna di european way of life: Waters ha deciso di rispondere a Serra all’ONU, il 17 febbraio del 2025, perché sapeva che prima o poi avrebbe detto la cazzata che ha detto.
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E chi non ci sarà è Karl von der Layen Klausewitz.










