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Trump mantiene le promesse: asfalta gli alleati e tratta con Putin

OttolinaTV by OttolinaTV
02/04/2025
in I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Mondo, U.S.A.
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Dall’annessione della Groenlandia alle tariffe proibitive addirittura contro Paesi con i quali gli USA condividono l’accordo di libero scambio più importante al mondo in termini di PIL, quando in campagna elettorale Trump ha cominciato con le sue sparate sinceramente era piuttosto difficile prenderlo seriamente; a qualche mese di distanza e dopo una settimana dal suo insediamento, probabilmente tocca cominciare a ricredersi. Come con la fase finale della pulizia etnica a Gaza, sembra emergere una tattica precisa, tanto elementare quanto – almeno in questa fase di caos sistemico totale – efficace: visto che siamo nell’era dei meme, Trump e il suo entourage fanno e dicono cose agghiaccianti, impensabili; poi si misura il livello di putiferio che scatenano e se quel livello è sotto una certa soglia, si rilanciano fino a che, da essere impensabili, prima diventano realistiche e poi, alla fine, diventano realtà. Ed ecco così che, intanto, il primo febbraio si avvicina e ormai in molti credono sarà inevitabile l’entrata in vigore delle tariffe annunciate contro Messico e Canada: non è solo l’ennesimo esempio di ferocia imperialista di Washington, ma anche una mossa sostanzialmente insostenibile; dal punto di vista etico e morale, in sostanza Trump si comporta come quello che, come si dice dalle nostre parti, ni caò sull’uscio, e poi la rivoleva (e cioè defecò davanti alla porta di casa, e poi richiese indietro la cacca). Le corporation USA, infatti, hanno macinato profitti su profitti delocalizzando in Messico, due volte: la prima, appunto, aumentando il margine sui prodotti che vendevano; la seconda costringendo sostanzialmente il Messico a reinvestire i dollari che accumula (esportando più di quanto non importi) nei mercati finanziari statunitensi. Dopo aver saccheggiato il paese per decenni, ora Trump dice che non va più bene e si appresta a mettere in ginocchio il Paese che, proprio su spinta del capitali statunitensi, è diventato sempre più dipendente dalle esportazioni negli USA; ma, appunto, ad essere colpito non sarebbe soltanto il Messico, ma anche le corporation USA che in Messico c’hanno delocalizzato, e anche i mercati finanziari che vedrebbero affluire meno dollari provenienti dal Messico, levando benzina alla macchina che continua a gonfiare la bolla speculativa.

Il rischio per gli USA è anche un altro: nonostante gli sforzi degli ultimi anni, infatti, il Messico ha ancora un discreto debito, sia pubblico che privato, denominato in dollari; come ha sottolineato in un recente articolo il sempre impeccabile Michael Hudson, levando al Messico le fonti che gli permettono di avere i dollari necessari per ripagare il debito, lo obblighi a non pagarlo più. Cosa che tra l’altro, in passato – prima che gli USA cominciassero a delocalizzare pesantemente in Messico – è già successa: durante gli anni ‘70, infatti, il Messico aveva approfittato dei bassi tassi d’interesse per indebitarsi in dollari, fino a quando nel 1982, dopo l’aumento spropositato dei tassi d’interesse effettuato dalle FED guidata da Paul Volcker, dichiarò di non essere più in grado di ripagarli. Nel frattempo, inoltre, il mondo è cambiato e le conseguenze per gli USA potrebbero essere decisamente peggiori di allora; allora, infatti, le grandi banche creditrici statunitensi subirono alcune perdite, ma l’economia USA nel suo complesso fu ampiamente compensata dall’intervento del Fondo Monetario Internazionale che pose condizioni al Messico (come d’altronde a tutti i Paesi in condizioni simili) che favorivano le oligarchie finanziarie internazionali a suon di liberalizzazioni, deregolamentazioni e tutto l’armamentario della dittatura neoliberista al gran completo.

A costringere il Messico ad accettare quelle condizioni, c’erano due condizioni che forse oggi non ci sono più: la prima è che a gestire tutto il negoziato fu il neoeletto presidente Miguel de la Madrid, che era una sorta di Mario Monti messicano, un fedele servitore delle oligarchie internazionali e statunitensi e un fervente neoliberista; la seconda, più strutturale, è che allora di alternative ai grandi creditori occidentali – e, in particolare, statunitensi – non ce n’erano e quindi il Messico era costretto a seguire i dettami del Fondo Monetario Internazionale. Entrambi questi aspetti oggi sono parecchio cambiati: alla guida del Messico c’è l’erede di Lopez Obrador, Claudia Sheinbaum, che è l’esatto opposto di de la Madrid; e nel mondo esistono sempre più alternative ai grandi creditori statunitensi, che per prestarti denaro non ti chiedono di inginocchiarti e radere al suolo la tua economia. Anzi: ti chiedono di farla crescere, così sono sicuri che i soldi per ripagarli ce li avrai. Anche nella contesa col Canada gli USA hanno molto da perdere: come ha sottolineato il leader conservatore Poilievre, infatti, il deficit di bilancia commerciale registrato dagli USA nei confronti di Ottawa è semplicemente dovuto al fatto che importano principalmente greggio, che poi raffinano a casa e vendono sui mercati globali, tenendosi per se il grosso del margine; scatenare una guerra commerciale penalizzerebbe in primo luogo le mega-corporation energetiche statunitensi.

Le minacce di Trump quindi sono destinate a sparare e salve? Non esattamente: il punto è chi è in grado di resistere di più. L’ultima volta, il default messicano decretò la fine della carriera politica di José Lopez Portillo; non che fosse il Che Guevara: piuttosto, diciamo, era l’equivalente della nostra classe politica della prima repubblica, sicuramente anni luce avanti rispetto alla feccia neoliberista che conquistò il partito di governo a partire da quell’evento( insomma: da Amintore Fanfani a Mario Monti, per capirci). Allo stesso modo, il muro contro muro tra Messico e Stati Uniti potrebbe troncare la carriera della Sheinbaum e del progetto politico sovranista e democratico, avviato dal suo predecessore, a favore degli svendi-patria locali, prima di far sentire le sue conseguenze sull’amministrazione Trump. Una sorta di guerra lampo, appunto, che potrebbe rimanere anche solo minacciata; l’importante è che la minaccia sia credibile e che costringa gli altri a fare le concessioni necessarie per rafforzare l’impero. I primi risultati sono già arrivati: il Messico è già stato costretto alla cooperazione per la partita dei voli di rimpatrio dei migranti clandestini e anche per il ripristino della politica di permanenza, che impone ai richiedenti asilo di rimanere in Messico fino a che i loro casi non sono stati esaminati dai tribunali statunitensi. Ma contro chi si sta giocando il tutto per tutto per vincere una guerra lampo, le concessioni raramente sono una strategia vincente; ed ecco così che Trump non accenna nessun tentennamento, procede come un Panzer: i negoziatori sia canadesi che messicani riportano di aver avuto difficoltà anche solo a contattare il team di Re Donald e venerdì Trump ha pure ribadito l’idea di trasformare il Canada nel 51esimo stato statunitense.

Stesso copione con la Colombia: il presidente Gustavo Petro, il primo presidente della storia della Colombia a non essere una diretta emanazione di Washington, aveva affermato che avrebbe bloccato l’atterraggio degli aerei statunitensi con a bordo i migranti deportati; Re Donald aveva reagito minacciando dazi prima del 25 e poi addirittura del 50% su tutte le importazioni colombiane. Inizialmente Petro ha minacciato di fare altrettanto, e anche qui a rimetterci sarebbero senz’altro gli USA; il rapporto di scambio ineguale tra USA e Colombia, infatti, assomiglia un po’ a quello del Canada: la Colombia esporta greggio e poi reimporta prodotti raffinati, il classico rapporto di carattere neocoloniale dove a guadagnarci sono gli USA. La differenza è che mentre il capitalismo yankee è ormai tutto a sostegno del compagno Biden, Petro il nemico ce l’ha in casa: esattamente quella borghesia compradora, legata a doppio filo agli interessi imperiali USA, che da decenni saccheggia il Paese e fa un sacco di soldi nei mercati finanziari statunitensi e che non vede l’ora di avere l’occasione giusta per far fuori Petro e tornare a trasformare la Colombia in un narco-Stato al servizio di Washington. Petro, allora, ha dovuto ritirare le minacce di ritorsione e, al loro posto, accettare gli aerei carichi di deportati provenienti dagli USA.

L’altro caso paradigmatico è quello della Groenlandia: che le parole surreali pronunciate in campagna elettorale non fossero solo sparate, Trump lo ha confermato venerdì scorso in una telefonata di 45 minuti con la premier danese Mette Frederiksen; secondo fonti anonime riportate dal Financial Times, la premier ha cercato di andare incontro alle richieste di Re Donald offrendo maggiore cooperazione sì, in tema di basi militari che di sfruttamento minerario, ma quando ha affermato che la gigantesca isola dell’Artico non era in vendita, Trump sarebbe andato su tutte le furie. “E’ stato orrendo” avrebbero dichiarato le fonti: “è stato molto fermo. Una vera doccia fredda. Prima era difficile prenderla sul serio, ma ora pensiamo sia una cosa seria. L’intento era molto chiaro: la vogliono sul serio”. Anche in questo caso, Trump ha minacciato dazi ad hoc, che però non dovrebbero impensierire troppo Copenhagen: l’interscambio commerciale con gli USA è piuttosto scarso e imporre dazi specifici alla Danimarca senza estenderli a tutta l’Unione europea è piuttosto velleitario; ciononostante, di fronte a questa vera e propria umiliazione in mondovisione, la premier ha evitato accuratamente di puntare i piedi. Anzi: si è parzialmente dissociata dalla ricostruzione della telefonata fatta dalle fonti anonime e ha steso altri tappeti rossi al nuovo imperatore; ha addirittura affermato che vede con favore “il crescente interesse degli Stati Uniti per l’Artico”. Il punto è che, come ha ribadito più volte lo stesso Trump, “In questo momento ci sono navi russe, navi cinesi. Non è una bella situazione”; e per quanto le maniere rozze di Trump possano indispettire la tecnocrazia danese, gli USA rimangono i difensori del mondo libero e democratico, e russi e cinesi pericolose autocrazie totalitarie che, tradotto dal tecnocratese, significa banalmente che gli USA rimangono i difensori degli interessi delle oligarchie e russi e cinesi una minaccia per l’ordine fondato sulla concentrazione del denaro. “La Groenlandia ha a che fare con la libertà del mondo” ha sottolineato Trump; “Non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti, se non che siamo noi a poter garantire la libertà. La Danimarca non può”. Gli USA, invece, qualcosina in più la possono fare: hanno già l’unica base militare dell’isola e i danesi si sono detti favorevoli a negoziati per aprirne una seconda e per aumentare il personale.

A provare a puntare i piedi c’ha pensato Robert Brieger, presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea; non l’avevate mai sentito? Niente di strano: è un incarico che sostanzialmente non conta niente; Brieger ha affermato che sarebbe il caso di mandare un messaggio forte a Trump inviando truppe dell’Unione europea in Groenlandia. Già che c’era, poteva anche dire tutte le truppe dell’Unione europea, tanto non cambiava niente perché l’Unione europea non ha truppe; a inviare gli uomini dovrebbero essere i singoli Paesi europei e, chissà perché, ho qualche dubbio che i tedeschi o i polacchi siano pronti ad andare in Groenlandia come deterrente contro gli USA… Il punto è questo: a partire dal secondo dopoguerra, e poi ancora di più a partire dalla fine del gold standard, e poi ancora di più negli ultimi 15 anni, i cosiddetti alleati degli USA e tutti i Paesi che non avevano ancora portato a termine il processo di decolonizzazione, hanno rinunciato all’esercizio di ogni forma di sovranità, sono diventati meri comitati d’affari degli ultraricchi e hanno eletto gli USA a difensore di un’ordine mondiale fatto a immagine e somiglianza degli interessi delle oligarchie, che con un virtuosismo linguistico loro chiamano mondo libero e democratico.

Ora che per resistere all’ascesa delle nuove potenze emergenti e alla fine dell’unipolarismo, la potenza guida del mondo libero e democratico ha bisogno di ridisegnare in modo radicale i rapporti tra il centro e la periferia dell’impero, sono completamente privi di strumenti adeguati anche solo per provare a resistere; e anche quando emerge qualche forza politica, o qualche blocco sociale, che ci prova, oltre che con l’invasore se la deve vedere con forze interne al suo Paese che preferiscono di gran lunga l’invasione a qualsiasi minaccia allo status quo che provenga dal basso: ecco perché, uno a uno, di fronte a un BlitzKrieg del centro imperiale, sono in gran parte destinati a cadere come birilli, esattamente come accadde in Europa con l’avanzata nazista dalla Norvegia di Quisling agli olandesi di Mussert, dagli ucraini di Bandera alla Francia di Vichy, per finire con i repubblichini che ispirano il nostro attuale governo. Chi per codardia, chi per insipienza, chi per opportunismo, chi per adesione ideologica, per le peggio merde conquistare l’Europa non è mai stato poi così complicato: fortunatamente, non tutti sono così messi male da crollare come un castello di carte alla prima minaccia; e se davvero Trump, come sembra, è lo spregiudicato realista che pensiamo, per ora, con questi, punterà a una qualche forma di congelamento.

Da questo punto di vista, il congelamento del fronte ucraino assomiglia molto da vicino al patto Molotov Ribbentrop: allora quel patto, mentre Hitler fagocitava tutta l’Europa collaborazionista, permise all’Unione Sovietica di riorganizzarsi al punto da sconfiggere la bestia nazista; ora, sinceramente, è difficile capire quale dei due schieramenti abbia più da beneficiare da una pausa che dia il tempo di riorganizzarsi. Se, ad esempio, davvero (come pretende Re Donald) l’intero vecchio continente approfittasse di questo congelamento per passare dal 2 al 5% del PIL da spendere in Difesa, con la conversione quasi totale dell’industria tedesca ormai in preda al panico nella base industriale per la grande guerra, ad avvantaggiarsi sarebbe l’impero; d’altronde, secondo i più ottimisti, la minaccia della mutua distruzione dovuta ai rispettivi arsenali atomici, potrebbe anche far sì che, dopo questa fase di riorganizzazione, si vada necessariamente verso un conflitto diretto tra grandi potenze

Tutti questi quesiti rimangono, al momento, senza una risposta chiara; l’unica cosa chiara che c’è è che se non ci togliamo immediatamente dai coglioni entrambe le fazioni dei collaborazionisti – gli analfosovranisti, che brindano in onore di Trump, come gli analfoliberali che, in nome del dogma neoliberista, alla fine saranno costretti ad alzare bandiera bianca – tutto quello che accadrà, accadrà sulla nostra pelle. E di fronte a tutto questo, sinceramente, di fare il nostro appello a costruire prima di tutto un media che dia voce al 99% non mi fa tanta voglia. Mi sa che serve urgentemente qualcosa di più.

Voi, cosa ne pensate?

Tags: capitolazioneMarruccimire espansionistichepipponetrumpusa
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Comments 0

  1. Giuliano Bertozzini says:
    1 anno ago

    Bisognerà cominciare a discutere cosa possa essere questo “qualcosa in più” che dite occorre urgentemente mettere in costruzione.
    Al momento, a me sembra che ancora nemmeno l’associazione “Multipopolare” sia diffusa in tutto il nostro malmesso paese. Nella mia regione, per esempio, non ne trovo traccia, purtroppo. E dunque, se non si costruisce nemmeno questo primo strumento, che trovo molto interessante, non vedo da dove si possa partire, almeno qui.

    Rispondi

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