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Auto Cinesi: tariffe al 100%! Serviranno a qualcosa?

Biden ha approvato tariffe al 100% sulle auto elettriche cinesi, sulla carta un duro colpo all’industria automobilistica cinese, ma al momento non sembra esserci all’orizzonte una rappresaglia cinese, una contromossa rivolta contro i produttori di auto statunitensi.. come mai? Ne parliamo in questo video, mescolando l’attualità con la storia antica!

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

L’asse Russia – Cina per la costruzione di Stati sovrani e indipendenti fa tremare l’imperialismo

Non ha manco finito di mettere in piedi il nuovo governo che ecco che Putin è già in visita a Pechino! D’altronde, che la prima visita ufficiale di Stato dopo una rielezione veda coinvolti i due paesi è ormai un’usanza da oltre 10 anni, da quando cioè Xi, nel 2013, inaugurò la sua presidenza con una visita a Mosca che vide i due leader intrattenersi in un faccia a faccia a porte chiuse durato la bellezza di 5 ore. Ora Putin non vuole certo essere da meno e in una lunga intervista pubblicata dall’agenzia cinese Xinhua – “una delle più importanti e affidabili al mondo” secondo le parole dello stesso Putin – il 5 volte presidente della Russia prova a delineare le direttrici fondamentali di questa amicizia senza limiti tra i due paesi, come viene definita nelle comunicazioni diplomatiche ufficiali. In questa fase di feroce revisionismo storico dove, piano piano, si fa spazio la narrazione che in realtà la seconda guerra mondiale è stata la guerra del mondo libero contro i due totalitarismi alleati tra loro, Putin decide di partire proprio dalla grande alleanza anticoloniale e antinazifascista tra Cina e Unione Sovietica cementata in quegli anni: “I nostri popoli” sottolinea Putin “sono legati da una lunga e forte tradizione di amicizia e cooperazione”; “Durante la seconda guerra mondiale” sottolinea “soldati sovietici e cinesi si opposero insieme al militarismo giapponese e noi oggi ricordiamo e celebriamo il contributo che il popolo cinese ha dato alla vittoria comune, perché fu la Cina a trattenere le principali forze militariste giapponesi, consentendo all’Unione Sovietica di concentrarsi sulla sconfitta del nazismo in Europa”. Ora gli eredi dei nazifascisti in Europa e in Giappone sono impegnati a terminare l’opera interrotta dalla gloriosa resistenza di cinesi e russi, come braccio armato dell’impero. Putin ricorda anche come l’URSS fu, in assoluto, il primo paese al mondo a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese nata dalla guerra anticoloniale; ricorda anche che, in questi tre quarti di secolo, il rapporto tra i due paesi ha attraversato momenti decisamente difficili, ma sottolinea come tutto questo sia servito da insegnamento e come oggi entrambi i Paesi siano pienamente consapevoli che “La sinergia di forze complementari fornisce un potente impulso per uno sviluppo rapido e globale”.
La complementarietà delle economie russe e cinesi, a questo stadio di sviluppo, è piuttosto palese: da una parte il paese più ricco di materie prime al mondo e, dall’altro, l’unica vera grande superpotenza manifatturiera globale che produce, da sola, circa un terzo di tutto quello che viene prodotto oggi in tutto il pianeta e che di quelle stesse materie prime ha una sete inesauribile; attenzione però, perché – ovviamente – questa complementarietà è anche il prodotto di uno squilibrio. Un’economia fondata sull’estrazione delle materie prime si colloca strutturalmente a uno stadio di sviluppo inferiore rispetto a un’economia trasformatrice e, se il rapporto fosse fondato esclusivamente sull’evoluzione spontanea delle dinamiche capitalistiche, con l’approfondirsi dell’integrazione economica questo squilibrio, nel tempo, necessariamente non farebbe che accentuarsi: la ragione è molto semplice e consiste nel fatto che nel capitalismo il più forte vince sempre e cannibalizza il più debole; quindi in regime di libero scambio puro, senza l’intervento di quelli che vengono definiti fattori esogeni (e quindi, in soldoni, della politica e dello Stato), quando due economie che hanno – in virtù delle dimensioni delle rispettive manifatture – due livelli di produttività così lontani come quella cinese e quella russa aumentano il livello di integrazione, alla fine del giro quella che è partita avvantaggiata non farà altro che aumentare il suo vantaggio sempre di più. Che è esattamente il motivo per cui nel mondo, anche dopo i processi di decolonizzazione (e, quindi, una volta terminata la sottomissione di un paese ad un altro tramite l’esercizio della forza bruta), invece di emanciparsi dai rapporti di dipendenza, i paesi sottosviluppati hanno spesso ulteriormente aggravato la loro subordinazione, in particolare laddove alla lotta di liberazione non ha fatto seguito la costruzione di uno Stato sovrano minimamente funzionante in grado, appunto, di intervenire e apportare dei correttivi sostanziosi.

Xi Jinping e Vladimir Putin

Che è, appunto, il nocciolo della faccenda: cresciuti ed educati in un sistema dove gli Stati, scientemente, sono Stati privati della loro capacità di intervenire per apportare dei correttivi – e, anzi, dopo la parentesi democratica del dopoguerra sono tornati ad essere sempre di più essi stessi veri e propri agenti del capitale (e cioè strutture il cui unico scopo è velocizzare e rendere ancora più efficaci e inarrestabili i meccanismi interni del capitalismo), i pennivendoli della propaganda neoliberista, spesso anche in perfetta buona fede, non possono che vedere nel rafforzamento dei rapporti tra due economie così diverse, come quella russa e quella cinese, un inevitabile processo di subordinazione dell’una nei confronti dell’altra. Ed ecco così che da anni, un giorno sì e l’altro pure, le pagine dei giornalacci cercano di convincerci che la Russia ha ben poco da festeggiare perché se, dopo essere stata isolata dall’Occidente democratico e liberale, è costretta ad andare in ginocchio a Pechino alla ricerca di un’alternativa, questo non potrà che renderla un paese vassallo, col petto gonfio di retorica, ma totalmente incapace di esercitare una qualsivoglia sovranità reale; d’altronde, se cane mangia cane e sono scomparse tutte le museruole in circolazione, che alla fine quello più grosso e allenato prevalga è del tutto normale e inevitabile. Fortunatamente, però, in realtà esistono parecchie più variabili di quelle che solitamente è in grado di prendere in considerazione il pensiero binario dell’uomo neoliberale ed è su questo che insiste Putin che, nell’intervista, torna più volte in particolare su due semplici ma essenziali concetti: il perseguimento dei rispettivi interessi nazionali e il rispetto della sovranità. “Vorrei sottolineare” dichiara ad esempio Putin subito all’inizio dell’intervista, che il rapporto tra i nostri due Paesi “si è sempre basato sui principi di uguaglianza e fiducia, di rispetto reciproco della sovranità e di considerazione degli interessi reciproci”.
Al di là della retorica e del politichese, cosa significa in soldoni? Per capirlo bene facciamo un controesempio: i trattati di libero scambio e di libera circolazione dei capitali promossi dall’Occidente, in piena osservanza dei dogmi neoliberali; in questo caso si tratta, appunto, di limitazioni della sovranità degli Stati, che rinunciano a controllare la fuga dei capitali verso l’estero e l’ingresso di merci verso l’interno. Risultato: invece che gli interessi nazionali, a trionfare sono gli interessi specifici dei capitalisti. Il giochino lo conosciamo tutti (è il funzionamento di base della globalizzazione neoliberista): il primo punto è che i capitalisti possono andare liberamente a caccia dei posti più redditizi per i loro investimenti scatenando, così, una concorrenza al ribasso tra i vari paesi per offrire le condizioni migliori per attrarli, sforzandosi di contenere i salari dei propri lavoratori oppure adottando regole sempre più permissive in termini di standard ambientali o di sicurezza – che, in soldoni, significa sempre meno soldi che vanno in salari e sempre di più in profitti; il secondo è che i Paesi (o i pezzi di oligarchia) che partono avvantaggiati dividono il processo produttivo in tanti pezzetti diversi e mentre relegano il lavoro povero ai paesi che offrono vantaggi salariali e regolativi, si tengono la testa per loro. Si va così a consolidare una divisione internazionale del lavoro con una gerarchia ben precisa dove i paesi periferici perdono completamente il controllo della filiera produttiva a favore di quelli più avanzati, che continuano ad ampliare la loro superiorità tecnologica; insomma: prima magari producevi dei trattori che non si possono vedere, ma li producevi come volevi te e potevi decidere quanti produrne, come e quanto pagare i lavoratori, quante tasse far pagare ai proprietari della fabbrica o magari, addirittura, la fabbrica nazionalizzarla. Ora, magari, i trattori che contribuisci a costruire possono anche essere il top di gamma, ma della tua vecchia indipendenza non c’è più traccia e a determinare tutti i fattori è la concorrenza imposta da chi sta in cima alla piramide, tra tutti i suoi sottoposti: sei una specie di gladiatore in un’arena che si deve prendere a sciabolate con gli altri, mentre chi detiene la testa di tutta la catena sta sugli spalti a godersi lo spettacolo e a incassare il cash; e da questa spirale, finché ti affidi alle magnifiche sorti e progressive del mercato, non c’è verso di uscire.
E non abbiamo manco ancora introdotto il terzo punto, che è forse quello più rilevante in assoluto e, cioè, l’aspetto finanziario: chi ha il potere di decidere dove vanno i soldi per fare cosa. Ecco: quella è, in assoluto, la cima della piramide e che – grazie alla globalizzazione neoliberista – si stacca sempre di più da tutto il resto diventando irraggiungibile; grazie alla piena libertà di circolazione dei capitali garantita dalla globalizzazione neoliberista, i capitali hanno subìto un processo di concentrazione senza precedenti e chi detiene questi monopoli finanziari privati (e, quindi, decide dove vanno i soldi per farci cosa) ha il vero potere, ben al di sopra dei singoli Stati. Ecco: una cooperazione e un’integrazione economica fondata sul riconoscimento dei rispettivi interessi nazionali e della sovranità è, sostanzialmente, l’opposto di questo meccanismo; uno Stato sovrano, quindi, è uno Stato che decide politicamente le condizioni alle quali le merci possono entrare e i capitali uscire. Ed è per questo che nella neolingua dell’Occidente neoliberale, al termine sovrano abbiamo sostituito autoritario: per l’Occidente democratico, è autoritario ogni Stato abbastanza forte da limitare la libertà delle oligarchie di concentrare nelle loro mani il potere finanziario e trasformarlo, poi, in un potere politico superiore a quello dello Stato stesso; democratico, invece, è ogni Stato che lascia alle oligarchie il potere di fare un po’ cosa cazzo gli pare e le istituzioni possono accompagnare solo.
Da questo punto di vista, la Cina (di sicuro) e la Russia (in buona misura) sono senz’altro Stati autoritari e, quindi, la loro relazione è una relazione tra Stati autoritari, con nessuno dei due che è in grado di imporre niente all’altro e, men che meno, le rispettive oligarchie; per questo è un tipo di relazione che non ha niente a che vedere con quelle a cui siamo abituati nel giardino ordinato, sia perché – a differenza del rapporto tra impero e vassalli che regola le relazioni all’interno dell’Occidente collettivo – non c’è un rapporto gerarchico a livello militare e i due Paesi sono autonomi e indipendenti dal punto di vista prettamente geopolitico (e questo viene riconosciuto anche dagli analfoliberali), ma soprattutto perché, appunto, entrambi hanno mantenuto un discreto livello di sovranità rispetto allo strapotere delle rispettive oligarchie e quindi, di conseguenza, ognuno rispetto alle oligarchie dell’altro. Insomma: sotto tanti punti di vista, nonostante le enormi differenze e gli enormi squilibri che abbiamo già sottolineato, si tratta molto banalmente di un rapporto tra pari che per noi, nati e cresciuti nelle periferie dell’impero, è una cosa quasi inconcepibile ed ha molte conseguenze, anche contraddittorie. A differenza dei rapporti dove vige una gerarchia precisa, ad esempio, i rapporti tra pari sono incredibilmente complicati; lo sono all’interno di una coppia o tra amici: figurarsi tra Stati – e ancor di più tra due superpotenze del genere. E gli esempi abbondano: basti pensare a Forza della Siberia II, il gasdotto da 2600 chilometri che dovrebbe trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas russo ogni anno in Cina, un’infrastruttura strategica che più strategica non si può; eppure, nonostante l’aria che tira e l’amicizia senza limiti, i negoziati sono ancora abbastanza in alto mare (come è giusto e normale che sia quando due enti autonomi e indipendenti devono trovare una quadra per una partita così complessa). Per fare un confronto, basta pensare alla vicenda dei due Nord Stream, quando uno Stato formalmente sovrano ha accettato che un suo supposto alleato compisse un atto terroristico di portata gigantesca sul suo territorio senza battere ciglio; oppure quando, in seguito allo scoppio della seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, i Paesi europei hanno aderito a delle sanzioni economiche progettate più per distruggere la loro economia che non quella dell’avversario. Ecco: se come parametro per capire la solidità di un’alleanza prendiamo questo, effettivamente no, l’alleanza tra Russia e Cina non è minimamente comparabile, ma da quando in qua il rapporto tra un imperatore e i suoi sudditi si chiama alleanza? E che fine hanno fatto tutte le filippiche degli analfoliberali sulla democrazia che è sì faticosa, ma, alla fine, è l’unica strada per stabilire legami sociali stabili e duraturi?
Ora, è proprio questo modello di rapporti democratici tra Stati autonomi e indipendenti che Russia e Cina stanno proponendo al resto del mondo; e uno degli organi multilaterali che dovrebbe servire da piattaforma per questo nuovo modello di relazioni internazionali sono ovviamente i BRICS che, quest’anno, vedono la presidenza di turno affidata proprio alla Russia che – afferma Putin – vuole utilizzare, appunto, il suo ruolo per “promuovere un’architettura più democratica, stabile ed equa delle relazioni internazionali”: Putin sottolinea che “la cooperazione all’interno dei BRICS si basa sui principi di rispetto reciproco, uguaglianza, apertura e consenso” ed è proprio per questo che, insiste, “i Paesi del Sud e dell’Est del mondo vedono nei BRICS una piattaforma in cui le loro voci possono essere ascoltate e prese in considerazione e trovano la nostra associazione così attraente”. La creazione di enti multilaterali fondati sulle relazioni paritarie e democratiche tra Paesi, però, è più complicata da fare che da dire perché il presupposto – appunto – è che gli Stati coinvolti siano davvero sovrani e quindi, appunto, autoritari (e, cioè, abbastanza forti da tenere a bada il potere delle loro oligarchie); ma molti dei paesi coinvolti hanno tutt’altro che terminato questo processo di emancipazione dal potere delle oligarchie, come è il caso – ad esempio – del Brasile o dell’India che, di fronte alle loro oligarchie perfettamente integrate nella finanza globale, sono in grado di esercitare soltanto una sovranità parziale. Per non parlare, poi, dei Paesi come l’Arabia Saudita, che sono premoderni e che esercitano una loro sovranità soltanto nella misura in cui lo Stato coincide esattamente con le loro oligarchie.
Se quindi, da un lato, l’imperialismo – che è, appunto, il sistema su cui si fonda il dominio dell’Occidente collettivo sul resto del pianeta e che annienta ogni sovranità in nome dello strapotere delle oligarchie finanziarie – è un sistema, oltre che barbaro e inaccettabile, anche oggettivamente in declino (e contro il quale la rivolta è ormai inarrestabile), la costruzione dell’alternativa è ancora lunga e piena di ostacoli; l’amicizia senza limiti tra Russia e Cina, però, costituisce un nucleo centrale per questo nuovo modello di relazioni internazionali più democratico, di una potenza senza precedenti, ed è per questo che rappresentano (e continueranno a rappresentare) il nemico principale dell’imperialismo, che vede nella loro disfatta l’unica possibilità di continuare a rimanere in piedi, costi quel che costi. A noi non rimane che fare la nostra parte contro la guerra finale dell’imperialismo e, per trasformare anche l’Italia e l’Europa in un insieme di Stati sovrani e indipendenti, pronti a dare il loro contributo per la costruzione di un mondo nuovo senza il quale la distruzione reciproca, più che un’ipotesi, diventa – giorno dopo giorno – una certezza; per farlo, nel nostro piccolo, come minimo ci serve un media che non faccia da megafono alla propaganda dell’impero, ma che dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Victoria Nuland

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Xi Jinping in viaggio in Europa per dividere l’Europa?

La prossima settimana Xi Jinping andrà in Europa, con un’agenda piuttosto particolare: Francia, Serbia e Ungheria, tre paesi che normalmente non associamo l’uno con l’altro, ma che evidentemente per i cinesi rappresentano un priorità. Il tentativo è quello di inserirsi come cuneo nelle relazioni tra USA ed Europa, uno sforzo per cercare di attirare parti dell’Europa che la Cina ritiene potrebbero essere più in sintonia con la sua posizione. Ne parliamo in questo video!

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Gli USA dichiarano guerra alla Cina e alla concorrenza (e Parabellum, nel suo piccolo, a Ottolina TV)

“Non esiste nessuna alternativa alla vittoria. La competizione dell’America con la Cina deve essere vinta, non gestita”; in mezzo a un profluvio di fake news sull’overcapacity e le pratiche commerciali cinesi, che fanno impallidire le pale usate dai russi come ultima arma dopo aver finito i missili (ormai quasi due anni fa) e i bambini decapitati da Hamas, Foreign Affairs, la testata ufficiale del think tank più guerrafondaio del pianeta, ha il merito, finalmente, di dire chiaramente le cose come stanno: l’impero in declino, per mantenere la sua egemonia, ha dichiarato la sua guerra ibrida contro il resto del mondo. Ora deve avere il coraggio di dichiarare apertamente non solo che quella contro la Cina è una guerra commerciale a tutti gli effetti che non richiede teorie strampalate per essere giustificata, ma che, in generale, gli USA hanno deciso di dichiarare guerra alla concorrenza e al mercato tout court; e, a proporlo, non sono due personaggi a caso. Ma prima di farveli conoscere e di descrivervi il loro delirante articolo col quale dichiarano guerra a tutto campo contro la Cina fino alla caduta definitiva del feroce regime comunista di Xi Jinping, una piccola, edificante storiella dal Tubo italiano.
Ieri c’eravamo un po’ sbizzarriti a perculare Parabellum per un video di pochi giorni prima dell’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, dove il bimbone pacioccone livornese incredibilmente esprimeva concetti di buon senso ampiamente condivisibili: che a comportarsi da aggressore era stata la NATO che aveva provocato per decenni la Russia; che da un eventuale conflitto con la Russia l’Europa aveva solo da perdere; che l’Euromaidan era stato un colpo di stato architettato dagli USA. Insomma: l’abc di tutte le persone minimamente ragionevoli che non hanno né quello strano morbo che si chiama analfoliberalismo, né vengono in nessun modo retribuite per dire il contrario della realtà facendo un po’ la figura degli ebeti (che è, comunque, sempre meglio che lavorare) e che, però, è l’esatto contrario di quello che abbiamo sempre sentito sostenere proprio dallo stesso Parabellum, che non manca mai di condire qualche osservazione arguta e qualche dato interessante con una quantità di retorica propagandistica filo occidentale abbastanza imbarazzante e anche un po’ stucchevole. Un’ora dopo di me, ha pubblicato un video simile anche il nostro amico Dazibao, tra l’altro senza che nessuno dei due si accorgesse del video dell’altro (anche se spesso, proprio per non accavallarci, ci sentiamo e ci confrontiamo sui temi da affrontare), ma si vede che era destino: dopo la pubblicazione del suo video, qualche ottoliner ci gira uno screenshot che arriva dal gruppo Telegram di Parabellum e che dimostra come gli amici di Parabellum abbiano un po’ questa mentalità da protezione paramafiosa nei confronti del loro guru. Invece di chiedergli com’è che la Russia era passata, magicamente, da essere da aggredita ad aggressore (proprio mentre lui, a 40 anni suonati, da piccolo genio incompreso era diventato magicamente uno dei sedicenti analisti geopolitici più citati dal baraccone della propaganda ultra atlantista), si chiedevano come fare a mettere insieme un numero sufficiente di segnalazioni per spingere Youtube a buttare giù il video di Dazibao; d’altronde, le bimbe di Bandera e i lettori di Kant ragionano così: è assolutamente coerente.
Decenni fa erano temprati dal lavoro manuale ed erano reattivi e muscolosi e si dedicavano al manganello e all’olio di ricino; ora, gli agi dell’era postmoderna li hanno ridotti a bimbiminkia brufolosi e si limitano alle infamate, ma lo spirito è esattamente quello. Lì per lì, io me la sono anche un po’ presa – devo dire la verità – che per quanto mi impegni a essere sempre il più sguaiato di tutti poi non mi caca mai nessuno (ancora attendo di essere messo nelle liste di proscrizione dei banderisti del Corriere della serva); purtroppo però, a questo giro, dopo poco l’attenzione è arrivata e non è stata proprio piacevolissima: Youtube, infatti, ha cancellato il mio video e non su segnalazione dei follower brufolosi di Parabellum, ma di Mirko Campochiari di persona personalmente. Dev’essere stato quell’amore spassionato per l’open society e il dibattito franco, aperto e libero che l’ha portato, magicamente, da riconoscere che l’aggressore era la NATO a dedicare tutta la vita a dirci quanto è cattivo Putin e quanto è essenziale continuare a fargli la guerra fino all’ultimo ucraino. Oggi, ovviamente, ripubblicheremo il video tagliando quel microframmento che ha permesso a Campochiari di dimostrare, ancora una volta, la genuinità dei suoi valori e la trasparenza dei suoi fini facendoci cancellare il video dalla piattaforma. Ma ora basta parlare della propaganda di basso cabotaggio e torniamo a parlare della propaganda che conta davvero.

Mike Gallagher

Chi sono i due autori dell’articolo di Foreign Affairs che chiede alla Casa Bianca di mettere da parte le buone maniere e di dichiarare, finalmente, davvero guerra alla Cina? Il primo si chiama Mike Gallagher, è un parlamentare repubblicano del Wisconsin e, nella scorsa legislatura, ha ricoperto il ruolo di uno dei miei comitati preferiti di tutto quel gigantesco circo che è il congresso USA – il comitato sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e il Partito Comunista Cinese. Notare: non tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, ma proprio tra USA e Partito Comunista; d’altronde “La più grande minaccia contro gli Stati Uniti” aveva affermato proprio Gallagher nel suo discorso di insediamento “è il Partito Comunista Cinese. Il Partito Comunista Cinese” sosteneva “continua a commettere genocidi, nasconde l’origine della pandemia da corona virus, minaccia Taiwan e ruba proprietà intellettuale americana per un valore di svariate centinaia di miliardi di dollari”. Il comitato, aveva sottolineato l’ex speaker della camera Kevin McCarthy, era stato fondato perché “per vincere la Nuova Guerra Fredda, dobbiamo rispondere con forza all’aggressione cinese”.
Negli anni, Gallagher è stato costantemente al centro di tutte le principali battaglie della fazione più spregiudicata dell’imperialismo USA: è stato uno dei promotori della proposta di Trump di comprarsi la Groenlandia e, poi, ha litigato con Trump quando Trump aveva proposto di ritirare le truppe USA dalla Siria; è stato tra i promotori della famosa lettera bipartisan tra guerrafondai di entrambe le sponde per richiedere a Biden l’invio immediato degli F-16 in Ucraina ed ha guidato una delegazione di provocatori a Taiwan per rendere omaggio all’ex presidente Tsai Ing-Wen, giusto per far incazzare un po’ Pechino. Sul fronte economico, ha votato per smantellare la legge Dodd-Frank che aveva introdotto alcune piccole misure restrittive alla speculazione finanziaria e ha votato contro l’innalzamento del salario minimo; ed è stato uno dei promotori della battaglia per vietare TikTok negli USA, che ha definito fentanyl digitale utilizzato per fare brainwashing a favore di Hamas in seguito all’operazione diluvio di al aqsa del 7 ottobre scorso. Nel febbraio 2024, infine, ha annunciato le sue dimissioni da parlamentare; poco dopo si è scoperto che era stato assunto da Palantir, il colosso delle piattaforme digitali per l’intelligence e lo spionaggio fondato da Peter Thiel, il guru dell’alt right psichedelica e anarcocapitalista che spadroneggia tra gli yuppies della Silicon Valley.
L’altra firma dell’articolo è ancora più di peso: si chiama Matthew Pottinger – che suona un po’ tipo Cazzenger; purtroppo, però, qui alla fine c’è poco da ridere. Pottinger, infatti, è nientepopodimeno che l’ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ruolo che ha ricoperto dal settembre del 2019 fino al gennaio del 2021, dopo aver passato due anni a dirigere la sezione asiatica del consiglio per la sicurezza nazionale; uno dei pochissimi ad essere durato per tutta l’amministrazione Trump, Pottinger è stato tra i principali artefici della fallimentare guerra commerciale inaugurata da Trump contro la Cina. Gallagher e Pottinger hanno fortificato il loro rapporto di collaborazione e il loro odio viscerale per tutto ciò che odora di Cina durante la guerra illegale di aggressione degli USA contro l’Iraq, durante la quale Pottinger dichiara di aver sviluppato “una sorta di senso di disagio per il fatto che la Cina non sarebbe realmente riuscita a convergere con il nostro ordine liberale”; da allora, continua Pottinger, ho realizzato che la democrazia “non è inevitabile e non dovrebbe essere data per scontata, ma è una forma di governo per cui dovremmo essere pronti a combattere”.
Ed ecco così che, nonostante un’ideologia ultra conservatrice profondamente radicata, i nostri due eroi si ritrovano costretti ad ammettere che “in una presidenza afflitta da una lunga serie di fallimenti in termini di deterrenza – dall’Afghanistan all’Ucraina, passando per il Medio Oriente – la politica cinese dell’amministrazione Biden si è distinta come un punto relativamente positivo”: “L’amministrazione” ricordano “ha rafforzato le alleanze statunitensi in Asia, limitato l’accesso cinese alle tecnologie americane critiche e creato una convergenza bipartisan” per le politiche anti cinesi; “Eppure” allertano i nostri due simpatici guerrafondai “l’amministrazione sta sprecando questi primi guadagni cadendo in una trappola familiare: dare priorità a un disgelo a breve termine con i leader cinesi a scapito di una vittoria a lungo termine sulla loro strategia malevola”. “Gli Stati Uniti” sostengono “non dovrebbero gestire la competizione con la Cina; dovrebbero vincerla. Pechino” infatti, allertano “sta perseguendo una serie di iniziative globali progettate” addirittura – pensate un po’ – “per disintegrare l’Occidente e inaugurare” – udite udite – “un nuovo ordine globale antidemocratico”. La Cina infatti, ricordano, “sta sostenendo dittature espansionistiche in Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela”, ma non solo: la Cina, infatti, ha anche “più che raddoppiato il suo arsenale nucleare dal 2020” e, soprattutto, “sta rafforzando le sue forze convenzionali più velocemente di quanto abbia fatto qualsiasi altro paese dalla Seconda Guerra Mondiale”; e, a quanto pare, sono anche bravissimi a farlo a costi contenutissimi, dal momento che riescono a finanziare il rafforzamento delle forze convenzionali più veloce di tutto il secondo dopoguerra continuando, comunque, a mantenere la spesa militare complessiva sotto l’1,6% del PIL, contro il 3,5 degli USA che, tradotto, significa meno di 300 miliardi contro quasi 900. Un terzo; e se, spendendo un terzo, invece che aumentare il gap lo riduco, significa solo una cosa: che il socialismo è oltre 3 volte più efficiente del tuo sistema di rapina legalizzata generalizzata, cosa che, però, non so se i nostri due ultras dell’anarcocapitalismo sarebbero disposti ad ammettere. Ma qui non siamo nel regno della coerenza logica e della realtà; siamo nel regno dei redneck creazionisti millenaristi: c’è una missione divina da compiere e non saranno i conti di voi secchioni nerd miscredenti fissati coi numerini a cambiare il corso della volontà del nostro signore creatore.
Ma cosa intendono, concretamente, quando dicono vincere la competizione con la Cina e non semplicemente gestirla? Essenzialmente due cose; uno: imporre ai governanti comunisti cinesi di “rinunciare a cercare di prevalere in un conflitto caldo o freddo con gli USA e i suoi amici”, che questa, in teoria, è una cosa anche abbastanza fattibile perché basterebbe quel conflitto non continuare a scatenarlo (cosa che ai nostri due simpatici amici suprematisti non sembra, però, convincere tantissimo), ma, soprattutto, due: convincere “il popolo cinese, dalle élite al potere ai cittadini comuni” che si dovrebbero ispirare “a nuovi modelli di sviluppo e di governance che non si basino sulla repressione interna e sull’ostilità compulsiva all’estero” che mi pare già più complicatino, se non altro per il fatto che convincere qualcuno del fatto che un paese che, negli ultimi 80 anni, si è reso protagonista di oltre 200 episodi di guerra ibrida di vario genere in tutto il pianeta, ha un modello di sviluppo che è meno fondato “sull’ostilità compulsiva verso l’estero” di uno che ha fatto solo una guerra 45 anni fa che è durata meno di un mese, potrebbe non essere proprio facilissimo.

Matthew Pottinger

Anche i nostri due esaltati guerrafondai riconoscono che “nessun paese dovrebbe essere felice di intraprendere un’altra guerra fredda”; il punto però, rilanciano con forza, è che “i leader cinesi stanno già conducendo una guerra fredda contro gli Stati Uniti”: come è noto, infatti, i cinesi riempiono di armi tutti gli avversari di Washington – anche se come fanno esattamente è difficile dirlo dal momento che, come ricordava, ad esempio, Business Standard l’”export delle armi cinesi affronta il declino”. Secondo l’International Peace Research Institute di Stoccolma, infatti, l’export di armi cinese tra il 2016 e il 2020 sarebbe diminuito del 7,8% e rappresenterebbe, oggi, appena il 5,2% delle esportazioni globali (dal 6,3 di qualche anno fa) contro il 40 degli Stati Uniti; un dato eclatante? Sì, vabbeh. Per noi persone normali. Per quelli in missione per conto di Dio un po’ meno: il crollo dell’export di armi cinese, infatti, per la propaganda suprematista sarebbe dovuto – quando è giorno dispari – al fatto che se le tengono tutte per se per ingrassare gli arsenali; quando è pari, invece, alla scarsa qualità, come d’altronde di tutto ciò che è cinese, come ricorda sempre Business Standard. Quindi, secondo questa logica, i cinesi rinunciano a degli ottimi affari per riempirsi gli arsenali di armi che funzionano di merda e che li condannano alla sconfitta militare. Geniali!
La realtà, ovviamente, è un po’ diversa – e molto più semplice: gli USA danno la caccia con le sanzioni a chiunque si azzardi a vendere armi ai paesi che non sono al 100% al servizio degli interessi di Washington e siccome l’economia cinese, a differenza di quella USA, è fondata sulla produzione di oggetti che servono a vivere e non a morire, i cinesi, ad andare incontro a delle sanzioni per un mercato che per loro è del tutto marginale, non ci pensano proprio; ciononostante, suggeriscono i nostri equilibratissimi amici, “Piuttosto che negare l’esistenza di questa guerra, Washington dovrebbe appropriarsene, e vincerla” e “per vincere è necessario dichiarare apertamente che un regime totalitario che commette genocidi, alimenta i conflitti e minaccia la guerra, non sarà mai un partner affidabile”. Che detto da un parlamentare che, ancora il 21 marzo scorso, spingeva “il Dipartimento della Difesa a impegnarsi pubblicamente a sostenere Israele nella distruzione di Hamas” potrebbe suonare non esattamente credibile, diciamo. I nostri due eroi riconoscono che l’amministrazione Biden non solo “ha rinnovato” le misure intraprese già dall’amministrazione Trump, ma le ha anche “significativamente estese” e riconoscono anche quanto l’amministrazione Biden si sia prodigata per rafforzare tutte le alleanze militari costruite nel Pacifico per minacciare la sicurezza cinese, dal QUAD all’AUKUS, per passare dal summit trilaterale USA-Giappone-Corea del Sud e finire con quello inedito che si svolgerà a breve tra USA, Giappone e Filippine; ma tutte le aspettative che queste iniziative lodevoli avevano sollevato sono state poi tradite: Biden, a un certo punto, ha addirittura deciso di stringere la mano a Xi in mondovisione nella villa di Dynasty a San Francisco e, ora, leader politici e grandi uomini d’affari USA si alternano in pellegrinaggi a Pechino che non fanno altro che legittimare un regime che, negli ultimi due anni, non ha fatto altro che mostrare il suo lato peggiore. “Il 1° febbraio” scrivono i nostri due amici senza nessun senso del ridicolo “Gli abitanti del Montana hanno avvistato un’enorme sfera bianca che si spostava verso est. L’amministrazione stava già seguendo il pallone spia cinese, ma aveva intenzione di lasciarlo passare sopra di loro senza avvisare il pubblico. Ed è stato solo grazie alla pressione politica che Biden ha ordinato l’abbattimento del pallone una volta raggiunto l’Oceano Atlantico e che il segretario di Stato Anthony Blinken ha rinviato un viaggio programmato a Pechino” ed era solo l’inizio: “Nel giugno 2023” ricordano infatti i due autori “fughe di notizie alla stampa hanno rivelato che Pechino stava progettando” – pensate un po’ – addirittura “di costruire una base di addestramento militare congiunta a Cuba”, che è una cosa veramente disdicevole. Contro le oltre 1000 basi USA di ogni tipo sparse per il mondo, infatti, la Cina ne conta solo 2, meno anche dell’India o di Singapore, per non parlare della Turchia o della Francia e, men che mai, della Gran Bretagna. Una volta che trovi un paese amico che ti dà un po’ di spazio che fai, costruisci una base sola? E, infatti, era una mezza bufala, come fu costretto a sottolineare anche un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale che rivelò quanto “le informazioni trapelate sulla stampa fossero imprecise”: “La Casa Bianca minimizzò” denunciano i nostri due autori, mentre in realtà si trattava di “una notevole eco della Guerra Fredda”; cosa volevano di meglio per inscenare una nuova Baia dei Porci?
Evidentemente i nostri due amici non si sono confrontati abbastanza con l’analista militare di fama internazionale, noto col nome di Parabellum, che gli avrebbe potuto spiegare – come fa continuamente dagli autorevoli schermi della prestigiosa miniera di Ivan Grieco – che ogni paese ha il diritto di ospitare tutti i missili a lunga gittata di una potenza ostile che vuole figurarci una base per l’addestramento; d’altronde gli USA hanno fatto sapere di averne una addirittura nelle isole Kinmen, che non solo sono ad appena 10 chilometri dalla Cina, ma che appartengono a una nazione, come Taiwan, che gli USA sono i primi a non riconoscere ufficialmente e che, ufficialmente, fa parte della Cina, che è una sola e indivisibile, anche per la Casa Bianca.
Ma tutta questa accondiscendenza verso crimini plateali come far volare un pallone gonfiabile e addestrare qualche decina di cubani, alla fine – si chiedono i nostri due autori – cosa ha portato di buono? Assolutamente niente, come si è visto nel caso di quello che loro definiscono “Il massacro di Hamas del 7 ottobre in Israele”; quello che sconvolge i nostri due simpatici autori è che la Cina non solo non ha fatto niente per sostenere la pulizia etnica di Gaza, ma addirittura ha messo il veto alle risoluzioni USA, in Consiglio di sicurezza, che permettevano a Israele di perpetrare il genocidio con l’assenso della comunità internazionale e, al loro posto, ne hanno proposte altre che avevano intenzione – per lo meno – di stoppare lo sterminio, alle quali gli USA sono stati costretti a mettere il veto da soli contro tutto il resto del mondo. Ma non solo: quando, poi, gli yemeniti hanno deciso di ricorrere ai mezzi in loro possesso per creare un po’ di deterrenza contro il sostegno allo sterminio, invece di attaccarli illegalmente a casa loro a suon di bombe, come hanno fatto gli USA senza grossi risultati, i cinesi ci si sono messi a parlare e hanno pure trovato un accordo per far passare le loro navi dimostrando che non servivano a portare armi e altre merci al regime genocidario sionista. Tutta questa spavalderia che porta un paese come la Cina a pensare di potersi sottrarre dal sostenere l’ennesimo sterminio colonialista senza pagare dazio è dovuta a questa idea dei buonisti che circondano Rimbambiden che, con la Cina, si debba trattare, un po’ come Nixon e Carter con l’URSS: volevano trovare un nuovo equilibrio, ma non c’era equilibrio possibile; per l’impero USA non esiste altro equilibrio che il dominio totale del globo, cosa che capì perfettamente Reagan che, infatti, “la guerra fredda decise che voleva vincerla, non semplicemente gestirla”.
Reagan si impegnò per tirare giù il muro di Berlino; oggi Washington deve concentrare tutti i suoi sforzi per buttare giù il great firewall, il muro che la Cina ha tirato su per non farsi invadere dalla propaganda delle oligarchie suprematiste occidentali perché, nel frattempo, “Xi ha investito miliardi di dollari” per influenzare le opinioni pubbliche occidentali e creare divisione dentro il giardino ordinato; come si spiegherebbe, altrimenti, che così tanta gente, di fronte a delle belle soldatesse israeliane che fanno degli ingenui balletti su Tiktok di fronte alle macerie dopo aver sterminato 15 mila bambini, continua ad indignarsi? Cosa cazzo gliene frega alla gente normale dello sterminio di bambini che, come dicono i democratici sionisti, sono solo i terroristi di domani? La prima cosa da fare, suggeriscono i due autori, è invertire immediatamente il corso di quello che “con l’amministrazione Biden, al netto dell’inflazione, è diventato un taglio netto alla spesa militare”; “invece di spendere poco più del 3% del PIL per la difesa” sostengono “Washington dovrebbe spendere il quattro, se non addirittura il 5%”: solo “per una deterrenza decente per Taiwan” specificano “gli USA dovrebbero spendere come minimo 20 miliardi aggiuntivi l’anno per i prossimi 5 anni, da mettere in una sorta di fondo deterrenza gestito direttamente dal segretario di Stato”. “Il fondo di deterrenza” continuano “dovrebbe essere il simbolo di uno sforzo generazionale diretto dal presidente per ripristinare il primato degli Stati Uniti in Asia”.
I nostri due amici hanno anche idee piuttosto precise su come impiegare questi soldi: “La priorità” sostengono “dovrebbe essere quella di massimizzare le linee di produzione esistenti e costruire nuova capacità di produzione di munizioni critiche per l’Asia, come missili antinave e antiaerei che possono distruggere obiettivi nemici a grandi distanze”; poi dovrebbero servire, ovviamente, a “produrre migliaia e migliaia di droni per trasformare lo stretto di Taiwan in un fossato ribollente” e poi ci si dovrebbe dare sotto di creatività, ad esempio pensando di “disperdere lanciamissili nascosti in container commerciali o schierare la Powered Joint Direct Attack Munition, un kit a basso costo che trasforma bombe standard da 500 libbre in missili da crociera a guida di precisione”. Poi, siccome i cinesi son pieni di missili a lunga gittata di ogni tipo che possono raggiungere il grosso delle istallazioni militari nell’area, è necessario distribuirle nel modo più diffuso possibile e, quindi, servono tanti accordi con gli attori regionali per ampliare il numero di basi, che le oltre mille che hanno ad oggi (che sono tipo 10 volte le basi straniere di tutti gli altri paesi messi assieme) per gli USA vanno bene in tempo di pace; ora che siamo in guerra dobbiamo averne minimo 50 volte il resto del mondo messo assieme. E ovviamente, poi, tutte queste basi andranno attrezzate a dovere e ci andranno “preposizionate forniture critiche come carburante, munizioni e attrezzature” e questo “in tutto il Pacifico”, ma tutto questo, sottolineano, potrebbe essere inutile se comunque continuassimo a permettere alla Cina “di tenere economicamente in ostaggio l’Occidente”.
Da questo punto di vista, le sanzioni di Trump rafforzate da Biden sono un primo passo importante, ma devono essere solo l’antipasto: gli USA devono stoppare l’esportazione di tutto quello di cui la Cina ha ancora bisogno di importare per continuare a sostenere la sua crescita, ma tutto questo ancora potrebbe non essere sufficiente se non si decide di fare una campagna ideologica come si deve, proprio come quando Reagan decise di fare un salto di qualità e definì l’Unione Sovietica Il fulcro del male nel mondo moderno “e cominciò deliberatamente a danneggiare la sua intera economia” anche perché, sostengono, esattamente come con l’Unione Sovietica “Washington non dovrebbe temere lo sbocco finale che ormai viene auspicato da un numero crescente di cinesi: una Cina in grado di tracciare il proprio percorso libero dalla dittatura comunista.
Il governo draconiano di Xi ha convinto anche molti membri del PCC che il sistema che ha prodotto il recente rapido declino della prosperità, dello status e della felicità individuale della Cina merita un riesame. Il sistema che ha prodotto uno stato di sorveglianza onnicomprensivo, colonie di lavoro forzato e il genocidio di gruppi minoritari all’interno dei suoi confini è un sistema” che ovviamente va contro anche gli interessi e la cultura stessa dei cinesi che, ovviamente, ambirebbero tutti – invece che in Cina – a vivere in India, che solo 40 anni fa aveva un PIL pro capite superiore a quello cinese e ora è ferma a un sesto (che però non dà un’idea chiara della condizioni di vita dell’indiano medio rispetto al cinese, perché quasi metà della ricchezza indiana è concentrata nelle mani dell’1% più ricco e il coefficiente di Gini indiano è il doppio di quello cinese). Risultato: la Cina, nel 2020, ha messo fine alla povertà assoluta in tutto il paese o, come recitava un titolo, Ha costretto tutti i suoi abitanti a uscire dalla povertà, mentre l’India ha lasciato la libertà di continuare a morire di fame a oltre 80 milioni di suoi cittadini; sicuramente Washington avrà vita facile nel convincere i cinesi che a seguire il modello neoliberista USA c’hanno solo da guadagnare.
Abbiamo voluto dedicare così tanto tempo a questo singolo articolo perché riteniamo sia importante capire fino in fondo il livello raggiunto dal dibattito pubblico nel cuore delle sfere più alte della politica statunitense; difficile dire quanto la ferocia inaudita e la totale spregiudicatezza nell’invocare la distruzione totale di un paese da 1,5 miliardi di abitanti sia il delirio di una minoranza rumorosa dell’establishment americano o quanto, piuttosto semplicemente, questi due personaggi abbiano il ruolo di dire ad alta voce quello che gli altri pensano per cominciare a tastare un po’ il terreno, come dei Macron qualsiasi. Fatto sta che qui non parliamo di due blogger esagitati o di un Parabellum qualsiasi che, come ritorsione, al massimo può buttare giù un video da un canale Youtube indipendente con 50 mila follower e poi piangere in un angolino nella cameretta in videocall con Stirpe e Nane Cantatore; qui parliamo di un pezzo dei piani alti della classe dirigente che dice apertamente che l’obiettivo politico è rovesciare uno Stato e spiega, per filo e per segno, passo dopo passo, cosa farebbero se fossero al governo – come è molto probabile che saranno fra non moltissimo – per arrivare a quell’obbiettivo. Come diceva il compianto Giulietto Chiesa, prendendosi del complottista, gli USA l’obiettivo finale l’hanno deciso già da mo’; il dibattito interno è solo per decidere, di volta in volta, quale strada prendere per arrivarci.
Questo video, inizialmente, doveva parlare del viaggio della Yellen a Pechino e delle sue deliranti dichiarazioni sull’overcapacity industriale cinese, una vera e propria barzelletta: l’overcapacity, cioè la sovracapacità, non è un termine generico. Ha un significato specifico e, per dimostrare che c’è overcapacity, si deve verificare almeno una, se non tutte, le tre le seguenti condizioni: gli impianti devono avere un basso livello di impiego; una percentuale elevata di merci deve rimanere accatastata invenduta nei magazzini; il margine di profitto degli operatori del settore deve essere particolarmente basso. Nel caso degli autoveicoli elettrici cinesi, come ricordava anche Bloomberg qualche giorno fa, queste tre condizioni molto banalmente non si presentano, nessuna delle 3; molto banalmente, i cinesi hanno investito di più di noi per sviluppare un settore che richiedeva troppi investimenti che le nostre oligarchie – che sono abituate a fare soldi speculando sulle azioni – non avevano intenzione di fare (che investire è sempre un po’ rischioso). Grazie a questi investimenti, ora le aziende cinesi sono incomparabilmente più efficienti e produttive delle nostre e, quindi, a noi non rimane che impedirgli con ogni mezzo necessario di venirci a fare concorrenza in casa nostra; e siccome la concorrenza è stata, per 40 anni, la nostra religione laica in nome della quale ci hanno rifilato le peggio fregature, andava inventata una cazzata per alzare un po’ un polverone. E quella cazzata si chiama overcapacity, che tanto, nell’Occidente in preda alla sinofobia, la spacci bene (che nessuno sa cosa significa) e genericamente, comunque, non gliene frega abbastanza un cazzo.
Poi, però, ci siamo fatti prendere da questo articolone delirante su Foreign Affairs e ci siamo persi; fortunatamente, su questo tema ieri ha pubblicato un bellissimo video il nostro amico Davide di Dazibao, che ha spiegato tutto come sempre in modo più che chiaro e preciso. Andatevelo a vedere perché merita. Nel frattempo, se ti è piaciuto questo contenuto, ricordati di mettere un like, di iscriverti a tutti i nostri canali e di attivare le notifiche, ma – soprattutto – ricordati che canali come il nostro, senza santi in paradiso (in particolare nel paradiso di chi finanzia fino all’ultimo bamboccione, basta che si allinei alla propaganda guerrafondaia suprematista), per campare hanno bisogno del tuo contributo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Mirko Campochiari

Trump apre all’industria cinese, mentre Xi prepara la Rivoluzione Industriale: cosa sta accadendo?

“Se mi stai ascoltando, presidente Xi, tu ed io siamo amici”. Così ha detto Donald Trump parlando al cielo e rivolgendosi a Xi Jinping durante una manifestazione elettorale in Ohio di sabato scorso. Mentre in Cina si parla di rivoluzione industriale, Trump invita i cinesi a portare le loro industrie negli Stati Uniti. Ne parliamo in questo video!

Ma è proprio vero che la Cina ha smesso di crescere e si sta armando fino ai denti per distruggerci?

La Cina investe in difesa, l’economia resta in crisi titolava ieri Il Giornanale. Come ormai d’abitudine, anche di fronte all’appuntamento politico cinese più importante dell’anno i nostri media di regime hanno lanciato la loro gara a chi stravolgeva di più la realtà; and the winner is, appunto, Rodolfo Parietti dalle pagine del Giornanale, l’organo più mainstream della propaganda filogovernativa che di economia, evidentemente, ci capisce il giusto, però a verve poetica dà la via a tutti: “Più che quello del dragone” sottolinea, infatti “in Cina il 2024 sarà l’anno del bradipo. Un andamento lento, quasi una sorta di paresi”. L’andamento lento della Cina consiste negli obiettivi di crescita per il 2024 ufficializzati dal premier Li Qiang nel discorso inaugurale delle così dette liang hui, le due sessioni che si sono aperte lunedì scorso a Pechino: +5%, una vera paresi, in effetti; mica come da noi col governo dei patrioti. Come titola Libero, da noi c’è stato un vero e proprio Colpo di reni del PIL a fine anno: “L’ISTAT” annuncia trionfante l’organo più cringe del fascioliberismo in salsa italica “rivede al rialzo la crescita del quarto trimestre 2023”; invece che lo 0,5%, lo 0,6. Non nel trimestre, eh? Annualizzato. Vabbeh, e grazie tante che i cinesi crescono di più: come sottolinea sempre Il Giornanale “investono in difesa”; “è lì” insiste spudorato il nostro Parietti “dove la Cina manifesta propositi muscolari, rincorrendo l’America sull’aumento delle spese militari”. E’ la stessa tesi sostenuta rigorosamente anche da tutti gli altri giornali: “L’unico investimento imponente” scrive infatti Santevecchi sul Corriere della serva “è quello annunciato per la difesa”. Non sfugge alla retorica nemmeno Il Manifesto: Addio grande crescita titola; “La Cina vuole più militari”.

Li Qiang

Ma, esattamente, a quanto ammonta questo gigantesco investimento nella difesa che, come rilancia Il Giornanale, trasformerebbe l’economia cinese in un’economia di guerra? “Gli investimenti destinati alla difesa” sottolinea con enfasi Parietti “cresceranno” addirittura, udite udite, “del 7,2%”: basterà, come dice Parietti, per rincorrere l’America? Mhhh… insomma. La Cina, infatti, spende in difesa l’1,6% del PIL; gli USA oltre il 3,5 e il PIL USA – quello nominale in dollari, perlomeno – è ancora un bel po’ più grande di quello cinese. Eh, vabbeh, però di questo passo si stanno avvicinando! Mmhh… anche qui, non proprio: se il budget cinese, infatti, per il 2024 aumenterà del 7,2%, quello statunitense, invece, aumenterà dell’8,5, nonostante le stime per la crescita del PIL nel 2024 siano di poco superiori al 2% contro, appunto, il 5 cinese. Risultato: la Cina, nel 2024, spenderà per la difesa 231 miliardi di dollari; gli USA 886. Come abbiamo sottolineato diverse volte, i cinesi lavorano, gli americani bombardano chi lavora; risultato: la Cina è l’unica vera superpotenza produttiva e, da sola, pesa per il 35% della produzione globale, più dei 9 paesi che la seguono messi assieme. Gli USA, invece, sono l’unica vera superpotenza distruttiva, con una spesa militare che supera la somma dei 10 paesi che la seguono; la Cina spende in armi 163 dollari per ogni suo abitante, gli USA poco meno di 2700 dollari – 16 volte tanto – e nel giardino ordinato dell’Occidente collettivo sono sempre più in buona compagnia.
L’anno scorso, dei 26 paesi membri della NATO, 18 hanno raggiunto l’obiettivo del 2% di PIL di spesa militare; erano soltanto 3 appena 15 anni fa, ed è solo l’inizio: recentemente, il ministro della difesa tedesco Borsi Pistorius ha dichiarato che il suo obiettivo sarebbe portare la spesa militare stabilmente sopra il 3% del PIL nonostante la Germania sia in piena recessione e la Polonia, già dal prossimo anno, supererà abbondantemente quota 4%. Che ci vuoi fare, i colonialisti son fatti così: non solo si armano fino ai denti per ingaggiare guerre di aggressione illegale ai 4 angoli del pianeta, ma se poi qualcuno decide di starsene lì a guardare mentre loro programmano l’aggressione, ecco che immediatamente diventa un pericoloso guerrafondaio. Anche a questo giro, per capire qualcosa di uno degli eventi politici mondiali più importanti – se non il più importante – dell’anno, la nostra propaganda suprematista serve decisamente a poco e, allora, proviamo a metterci una piccola pezza noi. Ora, intendiamoci, noi siamo abituati bene perché viviamo nel giardino ordinato dove vige lo stato di diritto, la libertà – e la democrazia – di votare Mario Draghi (senza o con parrucca bionda) o, come negli USA, di scegliere tra le due gang della casa di riposo più importante del pianeta; è quello che involontariamente ha sottolineato, in un articolo esilarante di un mesetto fa, l’incomprensibilmente celebre guru dell’economia USA Paul Krugman su La Stampa: “Sì, è vero, Biden è anziano” ricorda “e sarà ancora più anziano a fine secondo mandato se verrà rieletto. E sì, è vero che parla a voce bassa e un po’ lentamente, ma chi ha avuto modo di chiacchierare direttamente, e io l’ho fatto, vi dirà che è in possesso di tutte le sue facoltà mentali”. Oh, e se lo dice Krugman che c’ha addirittura parlato dal vivo, chi siete voi per giudicare? Ma aspetta: la parte più bella viene dopo, perché se Biden, a prima vista, appare addirittura in possesso delle sue facoltà mentali – che, evidentemente, è un requisito più che sufficiente per guidare la più grande superpotenza globale – lo stesso, sostiene Krugman, non si può dire del suo sfidante che, sottolinea Krugman, “è più giovane di lui di soli quattro anni”. “Forse” argomenta Krugman “alcune persone sono colpite dal fatto che Trump parla a voce alta e in modo aggressivo, ma cosa dice quando parla?”; “A me ricorda” conclude l’autorevole economista “l’ultimo terribile anno di mio padre quando, colpito dall’alzheimer, ebbe attacchi di incoerenza e di aggressività. E noi dovremmo preoccuparci per le condizioni mentali di Biden?” In sostanza quindi, conferma Krugman, la democrazia USA si riduce alla possibilità di poter scegliere qual è il meno rincoglionito tra due vecchietti che reggono l’anima coi denti. In Cina, questo culo non ce l’hanno mica; in Cina c’è un omino che la mattina si sveglia e decide vita, sorte e miracoli di 1,4 miliardi di persone: cioè, sono tutti schiavi sfigatissimi che lavorano 12 ore al giorno e poi c’è lui che li manovra a piacimento come dei bambolotti e, visto che è tutto così semplice, cosa ci potrà mai essere di così interessante da capire?
Il momento del liang hui, e cioè delle due sessioni, rischia però di mettere un po’ in crisi questa caricatura profondamente razzista e neocoloniale; in cosa consiste? Sostanzialmente, è il periodo dell’anno durante il quale oltre 5000 delegati provenienti dagli angoli più remoti del paese si danno appuntamento nei palazzi monumentali della gigantesca piazza Tienanmen: in poco meno di 3 mila partecipano ai lavori dell’assemblea nazionale del popolo e, cioè, il massimo organo legislativo della repubblica popolare; di questi, circa 2000 sono iscritti al Partito Comunista Cinese, ma ci sono anche circa 500 indipendenti e pure altrettanti iscritti ad altri partiti. Sono i partiti del cosiddetto Fronte unito, che vanno dagli eredi degli ex militanti del Kuomintang, che si separarono da Chang Kai Shek durante la guerra civile e che contano ancora oggi oltre 130 mila iscritti, alla Lega Democratica, che di iscritti ne vanta poco meno di 300 mila e che è uno dei tre partiti nati in opposizione al partito comunista nella cosiddetta primavera di Pechino del ‘78 e che è stato tra i protagonisti delle proteste di Tienanmen dell’89. In contemporanea, altri duemila partecipano invece ai lavori della Conferenza politica consultiva del popolo, l’organo consultivo dove, al fianco degli stessi partiti di cui sopra, si riuniscono ampie delegazioni di alcune delle principali organizzazioni popolari del paese – dalla Federazione delle donne all’Associazione cinese per la scienza e la tecnologia e anche una folta rappresentanza di alcune categorie specifiche, divise per settore – da quello artistico a quello sportivo, passando per quello religioso, come quello sanitario o quello dell’informazione: insieme formano il cuore di quella che viene definita la democrazia con caratteristiche cinesi che, per carità, con l’idea che abbiamo noi di democrazia c’entrano un po’ come il cavolo a merenda, ma che – tutto sommato – dubito siano meno degne di attenzione che la faida a chi c’ha il finanziamento miliardario più grosso combattuta da due vecchi rimbambiti dall’altra parte del Pacifico. Come ricorda il Global Times, infatti, “Nelle due sessioni dell’anno scorso, i deputati hanno avanzato 271 proposte e 8.314 suggerimenti, che nel corso dell’anno sono state esaminate da nove comitati speciali e da 204 organizzazioni diverse. Durante questo anno inoltre il comitato consultivo ha organizzato 94 consultazioni, dalle quali sono pervenute 350 raccomandazioni”.
Insomma: la storiella del paese in preda agli umori dell’uomo solo al comando non sembra essere proprio rigorosissima, ecco, anche perché -, al contrario di quello che avviene sempre più spesso tra le diverse forze politiche dell’Occidente collettivo e, in maniera ancora più clamorosa, nella postdemocrazia a stelle e strisce – in queste 5000 persone trovi davvero le posizioni più disparate, come d’altronde anche all’interno del partito comunista stesso che, ricordiamo, vanta 100 milioni di iscritti che lo rendono, di gran lunga, l’organizzazione politica più grande e complessa della storia dell’umanità e dove dentro, appunto, ci trovi letteralmente di tutto. E non nel senso nostro di diverse sfumature del pensiero unico neoliberale e della dittatura thatcheriana del There is no alternative, ma proprio letteralmente di tutto: dai reazionari ultranazionalisti ai liberisti più sfegatati, fino anche, ovviamente, a un sacco di gente normale, e cioè – in varie forme e misure – socialisti. Tra queste varie anime, sia dentro al partito che, più in generale, in questi organi più ampi, c’è una dialettica feroce il cui esito è tutt’altro che scontato e non solo per questioni tutto sommato marginali, come accade nel nostro giardino ordinato dove il potere vero risiede sempre più spesso in strutture tecnocratiche che di democratico non hanno assolutamente niente (come ad esempio le banche centrali) se non, addirittura, direttamente nei consigli d’amministrazione delle principali corporation private e, soprattutto, in quelli dei grandi monopoli finanziari; è quello che, ad esempio, emerge con grandissima forza dal bellissimo libro di Isabella Weber How China escaped shock therapy – come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto – che racconta come, in almeno 2 circostanze, la Cina optò per la via del socialismo con caratteristiche cinesi al posto della distruzione programmata dell’economia e della sovranità nazionale sulla falsariga di quanto imposto alla Russia dal regime eltsiniano al photofinish. Il famoso processo di accentramento del potere che, oggettivamente, è avvenuto con la leadership di Xi Jinping, nasce proprio da qui e dall’esigenza di garantire che si mantenesse la barra dritta in una fase di aggressione imperialista a tutto tondo senza precedenti, ma – appunto – da qui alla leggenda dell’uomo solo al comando ce ne corre.
Come sempre, anche quest’anno ad inaugurare la settimana di lavoro delle due sessioni c’ha pensato il premier che ha presentato ai delegati il report sul lavoro del governo e che non si è nascosto dietro a un dito: “Pur sottolineando i risultati ottenuti” ha dichiarato “siamo profondamente consapevoli dei problemi e delle sfide che ci troviamo ad affrontare. La crescita economica globale manca di slancio e la nostra ripresa economica non è sufficientemente solida, come risulta evidente dalla debolezza della domanda effettiva come anche dalla crisi di sovracapacità in alcuni settori industriali”; “a livello globale” insiste “la ripresa economica è lenta, i conflitti geopolitici sono sempre più acuti, il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento, e queste condizioni ambientali hanno esercitato un impatto sempre più negativo sullo sviluppo della Cina” e “a livello nazionale” poi “i problemi già radicati sono diventati più pronunciati, e ne sono emersi di nuovi. Al calo della domanda esterna si è sommata una mancanza di domanda interna e sono emersi problemi sia ciclici che strutturali. I rischi potenziali del settore immobiliare, del debito delle amministrazioni locali e della debolezza delle piccole e medie aziende sono diventati particolarmente severi”.
Le sfide principali che si trova di fronte la Cina per continuare a registrare un tasso di crescita molto superiore a quello statunitense – sostenuto dalla dittatura del dollaro e dal saccheggio sistematico degli alleati vassalli – sono fondamentalmente due: le esportazioni verso i mercati più ricchi dell’Occidente collettivo e la bolla immobiliare e cioè, sostanzialmente, i due tasselli fondamentali della spettacolare crescita cinese nella prima lunga fase di aperture e riforme e che sono tra loro profondamente interconnessi; il settore immobiliare ha rappresentato, negli ultimi 30, anni un traino gigantesco per l’economia cinese, pesando per circa un quarto del suo prodotto interno lordo – quasi il doppio di quanto registrato negli USA, in Gran Bretagna o in Giappone. D’altronde la sfida che si è trovata ad affrontare la Cina da questo punto di vista è stata epocale: trasformare, nell’arco di pochi anni, un gigantesco paese quasi interamente agricolo in una superpotenza industriale urbanizzata; il processo di urbanizzazione cinese è stato, in assoluto, il più grande e rapido della storia dell’umanità e, a differenza di tutti gli altri paesi in via di sviluppo, senza che il paese diventasse un concentrato di slum e di homeless. La Cina ha – in proporzione – ancora oggi meno homeless non solo degli Stati Uniti, ma anche di Francia, Gran Bretagna e Canada, ma ovviamente, un processo di questa portata non poteva non avere anche enormi controindicazioni: la prima consiste, appunto, nel fatto che per finanziarlo si è fatto ricorso ai risparmi dei cittadini, che sono abituati a risparmiare assai e che sono stati convinti attraverso incentivi fiscali succulenti a investire tutto nel mattone, dove viene custodito oltre il 70% dei loro patrimoni. La seconda è che si è creata una gigantesca bolla, non tanto nel senso che, a parte i principali centri urbani, le case in Cina abbiano raggiunto chissà che prezzi, ma più che altro nel senso che alcuni dei principali costruttori, che in Cina hanno raggiunto dimensioni spaventose, per cavalcare l’onda hanno creato una sorta di gigantesco schema Ponzi che riusciva a stare in piedi solo fino a che la gente continuava ad accumulare case su case pagandole in anticipo e facendo affidamento sul fatto che il prezzo delle case sarebbe aumentato all’infinito; fino a quando, come tutti gli schemi Ponzi, a un certo punto il giochino è saltato per aria e, in buona parte, a farlo saltare per aria è stato proprio Xi in persona da quando, nel 2016, ha cominciato ad affermare chiaramente che Le case servono per viverci, non per speculare, e poco dopo sono state introdotte le prime misure restrittive per limitare l’indebitamento dei costruttori. I sapientoni della propaganda occidentale, allora, anche se non sono mai stati in grado di anticipare l’esplosione delle megabolle di casa loro – a partire da quella di svariati ordini di grandezza più grande del 2008 – si sono profusi in consigli non richiesti; la formula è chiara ed è esattamente quella adottata da Obama nel 2008: salvare il grande capitale e rilanciare la bolla speculativa più forte che mai.

Le vie della seta

La Cina, seppur non senza tentennamenti e con qualche concessione qua e là, sembra però aver scelto una strada fondamentalmente diversa e ovviamente, in termini di crescita del PIL, sta pagando un prezzo e dovrà continuarlo a pagare, ma difficile credere ci possa essere una retromarcia; l’obiettivo fondamentale, infatti, a 8 anni di distanza continua a stare tutto sempre in quell’affermazione: le case servono per viverci, non per speculare. E non è soltanto questione di giustizia e di equità: ancora di più, piuttosto, l’obiettivo – infatti – è fare in modo che i risparmi dei cinesi, dal mattone, si spostino verso qualcosa di più produttivo, un’esigenza strutturale che, negli ultimi anni, è diventata una vera e propria emergenza. Dopo un decennio abbondante di investimenti esteri diretti senza precedenti, infatti, le recenti tensioni geopolitiche hanno fatto precipitare l’arrivo di capitali dall’estero ai minimi storici: dai 350 miliardi del 2021, che è stato un anno record, a poco più di 30 miliardi nel 2023; nel frattempo, gli investimenti cinesi all’estero sono tornati ad aumentare, anche se hanno disertato completamente l’Occidente – che li disincentiva, quando non li vieta tout court – e si sono concentrati tutti nei paesi che hanno aderito alla Belt and road initiative. Questa ritirata dei capitali privati internazionali non è tanto – o, almeno, non solo – un problema quantitativo, ma anche qualitativo: quei capitali, infatti, in buona parte erano legati a investimenti che permettevano alla Cina di colmare gradualmente il gap tecnologico rispetto ai paesi a capitalismo più avanzato che, nonostante tutto, in alcuni settori rimane. La Cina, allora, si è trovata di fronte a un imperativo categorico: sviluppare una vera e propria indipendenza tecnologica, più o meno totale; per farlo, oltre ai grandi progetti guidati dalle aziende di Stato e dai capitali pubblici, ha bisogno di incentivare l’iniziativa privata e la concorrenza e, per farlo, ha bisogno di indirizzare verso questi settori i risparmi privati, che è quello che, ad esempio, è successo con i veicoli elettrici. Da bravo Stato sviluppista, il governo ha sviluppato tutte le forze produttive necessarie ad avviare il settore e poi ha incentivato una concorrenza spietata tra gruppi privati, che ha portato la Cina a essere ordini di grandezza più competitiva del resto del mondo e così oggi – come ha sottolineato lo stesso Elon Musk – “Senza barriere commerciali, le aziende di veicoli elettrici cinesi demoliranno i rivali”; c’ha messo 12 anni ma, alla fine, c’è arrivato: quando, nel dicembre scorso, è uscita la notizia che il colosso BYD aveva superato Tesla nella vendita di veicoli elettrici, Bloomberg infatti ha ritirato fuori questa chicca risalente ormai al lontano 2011:

Giornalista: C’è un concorrente adesso, che sta crescendo. Immagino tu lo conosca, è BYD, che è presente anche sulla West Coast e che sta aumentando la sua produzione di veicoli elettrici.
Musk: <ride>
Giornalista: Perché ridi? Stanno provando a competere, cosa c’è da ridere? Hai visto le loro auto?
Musk: Sì, le ho viste. <ride ancora>
Giornalista: Non li vedi come competitor?
Musk: No.
Giornalista: Perché? Hanno prezzi molto competitivi.
Musk: Non credo abbiano un buon prodotto.


S
impatico eh, Musk, come una gattina attaccata ai coglioni.
Comunque, se c’ha messo 12 anni Musk a capire cosa stava succedendo, potete immaginare quanto ci metteranno i nostri Rampini o la Vestager: la concorrenza spietata tra decine e decine di marchi a colpi di innovazione è stata resa possibile proprio grazie ai risparmi privati che si sono riversati sulle borse di Shenzhen, di Shanghai e di Hong Kong, alla ricerca dell’unicorno del secolo e lo stesso è successo anche con i produttori di batterie e con i produttori di tutto quello che serve per produrre energia da fonti rinnovabili, a partire dal fotovoltaico; sono quelli che i cinesi chiamano i tre nuovi e cioè i tre nuovi pilastri della nuova Cina industriale, che fa qualche passetto indietro sulle vecchie produzioni a basso valore aggiunto e punta tutto sulle produzioni ad altissimo contenuto tecnologico. E i risultati fanno paura, letteralmente: in questo grafico del Financial Times si vede la crescita, a partire dal 2020, in fucsia dei veicoli elettrici e, in blu, delle batterie:

In quest’altro, invece, la crescita delle rinnovabili in termini di gigawatt di capacità installata:

Per quanto riguarda il fotovoltaico, nel 2023 la Cina ha installato più nuova capacità del resto del mondo messo assieme e più di quanto gli USA abbiano fatto negli ultimi 30 anni.
Il problema è che i tre nuovi da soli non sono certo in grado di sostituire il vecchio manifatturiero o il real estate: questo sforzo va moltiplicato per 100 e, per farlo, serve convincere i risparmiatori a mettere i loro soldi in titoli più che in mattoni; ecco perché, da un anno a questa parte, in Cina non si fa altro che parlare di riformare il mercato finanziario. Alcuni osservatori poco pratici hanno confuso questa foga riformatrice con la volontà della Cina di scimmiottare la finanziarizzazione dei paesi a capitalismo avanzato; è l’esatto opposto: la volontà della Cina, infatti, è quella di ridurre ancora di più le rendite improduttive per destinare tutte le risorse allo sviluppo di quelle che chiamano le nuove forze produttive. Per farlo, hanno deciso, appunto – come ricorda il Global Times – “di puntare tutto sulla protezione degli investitori di piccole e medie dimensioni, perché costituiscono la principale fonte di finanziamento a lungo termine per il mercato azionario cinese”. Nella sua prima apparizione davanti ai media proprio nell’ambito delle due sessioni, il neo nominato capo dell’autorità della vigilanza sui titoli cinesi, Wu Qing, ha chiarito che, ovviamente, “Il funzionamento del mercato ha le sue regole e in circostanze normali non si dovrebbe interferire”, ma ciononostante “non esiteremo ad intervenire ogni qualvolta il mercato si discosta dai suoi fondamentali, o vi sono fluttuazioni irrazionali e violente”. Insomma: un mercato finanziario sicuro e accessibile, a misura di piccolo azionista; esattamente l’opposto di quello che – nel frattempo – sta avvenendo in Italia dove, col Decreto capitali da poco definitivamente approvato, si è fatto un passo decisivo verso un mercato dei capitali a immagine e somiglianza degli interessi della finanziarizzazione e dei grandi asset manager che, grazie all’introduzione del voto multiplo, potranno garantirsi il controllo delle aziende con appena il 10/20% delle azioni. E con lo strapotere dei grandi fondi, la direzione non potrà che essere quella intrapresa da tempo negli USA: i mercati finanziari, invece che essere lo strumento per reperire le risorse necessarie alla produzione, sono una cosa a sé che non produce niente se non la speculazione che viene fatta sui titoli azionari stessi.
Il fatto che – grazie a una riforma dei mercati finanziari efficace – la Cina punti a trovare le risorse per replicare in modo allargato il successo ottenuto nei tre nuovi pilastri dell’industria hi tech, terrorizza l’Occidente collettivo anche perché, in tutti questi casi, “Ciò che ha davvero allarmato l’Occidente” sottolinea il Financial Times “è che la tecnologia cinese è spesso superiore a quella degli Stati Uniti e di altre economie avanzate”; come hanno reagito allora? Esattamente come chiedeva Elon Musk: dopo aver sfrantumato la uallera per decenni sulle magnifiche sorti e progressive del libero commercio, hanno ricominciato ad innalzare barriere commerciali; prima l’hanno chiamato decoupling, poi – quando le loro stesse corporation gli hanno spiegato che era una minchiata e non era fattibile – hanno abbassato un po’ i toni e l’hanno ribattezzato derisking. Ma, qualsiasi sia l’etichetta, la sostanza è la stessa: la concorrenza cinese va evitata, costi quel che costi. Ora, appunto, con il mercato immobiliare che continuerà a non essere particolarmente sostenuto (nella speranza di convincere i cinesi a finanziare lo sviluppo hi tech) e l’export che continuerà a faticare perché l’Occidente ha deciso di farla finita con la retorica della libera competizione – al contrario di quanto titolavano i nostri giornalacci – l’obiettivo della crescita al 5% non è certo poca cosa, anzi! E, infatti, le principali testate dei paesi che contano – e che, quindi, non si possono accontentare di fare un po’ di propaganda da bar per affrontare la sfida cinese, ma devono cercare di capire come combatterla – è su questo che si concentrano, non certo sulle segate alla Parietti. Di fronte a tutte queste difficoltà – e il giudizio è unanime, dall’Economist al Financial Times, passando per Bloomberg e il Wall Street Journal – raggiungere una crescita del 5% richiederebbe sforzi giganteschi che però Li Qiang , nell’inaugurazione delle due sessioni, non ha minimamente citato; anzi: l’obiettivo è ridurre ulteriormente il deficit, dal 3,8 al 3%.
Nonostante il debito cinese sia, tutto sommato, piuttosto contenuto, c’è addirittura chi l’ha definita una sorta di austerity con caratteristiche cinesi: non avrebbero tutti i torti, se solo fossimo nati ieri; per chi, invece, ha un minimo di memoria storica, la narrazione – anche a questo giro – non è tanto convincente. Da quando le due sessioni indicano degli obiettivi di crescita precisi, infatti (e, cioè, da almeno una trentina d’anni), la Cina non ha mai tradito le aspettative, con l’unica eccezione della crisi pandemica. Il motivo è piuttosto semplice: il socialismo con caratteristiche cinesi ha lasciato intatti nelle mani del governo tutti gli strumenti che gli permettono di stimolare la crescita più o meno a piacimento; il punto, però, è che ogni intervento anticiclico che viene fatto per raggiungere gli obiettivi di crescita (aumentare il deficit, ridurre il tasso di interesse, introdurre alleggerimenti di carattere fiscale e legislativo che stimolano gli investimenti e i consumi) crea degli squilibri e ha conseguenze che poi si ripercuotono nel medio lungo termine. “La logica” scrive Wiliam Pesek su Asia Times “sembra essere che la Cina si impegna a fare il minimo indispensabile per stabilizzare le azioni e mantenere il PIL il più vicino possibile al 5%”; “Xi”, scrive Neil Thomas dell’Asia Society Policy Institute sul Financial Times, “non sembra farsi prendere dal panico e non sembra voler ricorrere a stimoli massicci per cercare di rilanciare la crescita. Xi vede le attuali vacillazioni economiche della Cina come la sofferenza a breve termine necessaria per ottenere il vantaggio a lungo termine della sua visione di sviluppo di alta qualità”. I primi segnali sembrano dargli ragione; mentre stavamo finendo di scrivere questo pippone, sono usciti i dati aggiornati sulle esportazioni di gennaio e febbraio: gli analisti interrogati da Bloomberg avevano previsto una crescita inferiore al 2%. E’ stata superiore al 7.

L’unica cosa che manca per avere la certezza assoluta del successo è solo il solito immancabile editoriale di Rampini che, come ogni anno, annunci il crollo della Cina: se entro la prossima settimana non dovesse arrivare, allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi; in tal caso, l’unica consolazione sarebbe comunque che – vada come vada il mercato azionario cinese – noi tanto non c’abbiamo un euro da investire e sempre i soliti poveracci resteremmo. E i poveracci, per sognare di costruire – finalmente – un vero e proprio media che permetta anche a noi italiani di non vivere sempre e solo nel fantastico mondo incantato della nostra propaganda cialtrona e suprematista, una possibilità sola c’hanno: il tuo sostegno. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giuliano Ferrara

RAND CORPORATION: ecco perché un eventuale conflitto a Taiwan sarà per forza nucleare

Le teorie della vittoria delle forze armate USA per una guerra con la Repubblica Popolare Cinese
Archiviata definitivamente l’utopia concreta delle democrazie moderne che, come recita la nostra Costituzione, ripudiavano la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, il problema non è più se fare la guerra o meno, ma molto più banalmente che tipo di guerra fare per ottenere quali obiettivi: da questo punto di vista, il dettagliato rapporto di oltre 40 pagine recentemente pubblicato dalla solita Rand Corporation, più che per ciò che svela su quale potrebbe essere l’approccio USA alla questione taiwanese, è illuminante per quello che svela con candore sulla psicologia dei pericolosi sociopatici che, di mestiere, consigliano alle massime sfere delle forze armate e delle amministrazioni di ogni colore il da farsi; “Gli autori di questo paper” si legge subito nell’abstract “illustrano come gli Stati Uniti possono prevalere in una guerra limitata con la Repubblica Popolare di Cina, evitando catastrofiche escalation”. Insomma: combattere e vincere sì, ma con moderazione; dov’è che l’ho già sentita? Ma state tranquilli: ormai i tempi sono cambiati e, ormai, parlare di guerra nucleare non è più tabù; moriremo, certo, ma un po’ più consapevoli. Il rapporto, infatti, non lascia molti margini alla fantasia: nel caso gli USA rilancino il cambio radicale di politica nei confronti di Taiwan adottato durante l’amministrazione Biden e culminato, nell’agosto del 2022, con la missione criminale di Nancy Pelosi sull’isola, evitare il conflitto sarà sempre più impossibile; il conflitto tra grandi potenze non potrà che essere prolungato e sempre più cruento, e che un conflitto prolungato e cruento tra grandi potenze non sfoci nel ricorso al nucleare è puro wishful thinking privo di fondamento. Cosa mai potrebbe andare storto?

“Le guerre sono molto più semplici da iniziare che da finire” sottolinea il rapporto della Rand Corporation, anche perché definire esattamente cosa significa vincere una guerra è più complicato di quanto non sembri; un problema che da 30 anni a questa parte gli USA – sostiene il rapporto – non si sono dovuti porre: qualsiasi fosse l’esito sul campo, infatti, dalla Serbia all’Iraq il rischio di ripercussioni in casa era sostanzialmente pari a zero, ma con “una guerra contro una grande potenza dotata di armi nucleari” la storia cambia completamente e quindi, nel caso di un conflitto con la Repubblica di Cina, “gli USA hanno bisogno di avere una visione chiara fin dall’inizio di come pensano di poter porre termine a un conflitto ottenendo vantaggi politici mentre evitano una potenziale escalation catastrofica”. Insomma: gli USA hanno bisogno di quella che, in termini scientifici, viene definita una teoria della vittoria e che, in soldoni, consiste nell’“identificare le condizioni alle quali il nemico accetterà la sconfitta, e quindi pianificare come modellare il conflitto in modo da creare quelle condizioni”; una buona teoria della vittoria, sottolinea il rapporto, deve avere “obiettivi politici chiari, deve essere concisa, prendere in considerazione le reazioni del nemico, sia militari, che politiche, e anche come reagiranno gli altri paesi coinvolti”. Elaborare una buona teoria della vittoria, continua il rapporto, è fondamentale perché “Le scelte che gli Stati Uniti fanno oggi influenzeranno quali teorie della vittoria saranno praticabili tra un decennio”; “Le modifiche delle capacità militari” sottolinea infatti Rand “richiedono tempi lunghi, e gli Stati Uniti si ritrovano ad affrontare limiti delle risorse disponibili che rendono impossibile investire equamente in tutte le opzioni possibili senza determinare una mancanza delle risorse disponibili per la scelta strategica più adeguata”. Ma non solo: elaborare una buona teoria della vittoria in tempo di pace è fondamentale per preparare le alte cariche delle forze armate e dell’amministrazione a essere in grado di fornire alla future presidenze consigli tempestivi adeguati qualora la deterrenza fallisse e scoppiasse improvvisamente il conflitto; “Viste le conseguenze del possibile ricorso all’arsenale nucleare o anche solo di attacchi convenzionali diffusi contro la Patria, alti ufficiali e funzionari devono essere consapevoli dei diversi rischi che le diverse teorie della vittoria comportano, per fornire i consigli migliori possibile al presidente. Non riuscire a centrare un equilibrio efficace tra il desiderio di ottenere un successo operativo e l’imperativo di gestire l’escalation con armi nucleari da parte dell’avversario rappresenta una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti”.
Si tratta, quindi, di capire come condurre una guerra in grado di raggiungere determinati obiettivi politici evitando il ricorso alla possibilità della mutua distruzione reciproca: per farlo “è essenziale stabilire obiettivi politici limitati”; l’era delle vittorie totali, se mai è esistita, sembrerebbe tramontata per sempre. Nel caso specifico di Taiwan, ad esempio – specifica il rapporto – “gli Stati Uniti potrebbero definire in modo restrittivo il proprio obiettivo politico nei termini di prevenire la possibilità che la Repubblica Popolare di Cina riesca ad imporre un controllo fisico totale di Taiwan, senza che la Repubblica Popolare sia comunque costretta a riconoscere l’indipendenza dell’Isola”. Per meglio schematizzare queste diverse gradazioni possibili di vittoria, il rapporto ricorre a una scala che va dalla distruzione alla vittoria totale: con vittoria totale si intende la vittoria che “consente al vincitore di dettare i termini della pace unilateralmente, anche se tali termini violano gli interessi vitali della parte sconfitta”, come ad esempio è avvenuto nei confronti di Germania e Giappone nella seconda guerra mondiale. Questo tipo di vittoria però, sottolinea il rapporto, “contro una grande potenza nucleare, semplicemente non è plausibile, perché caratteristica distintiva dell’era nucleare è proprio che anche la parte perdente, anche se le forze convenzionali sono state totalmente annientate, è ancora in grado di annientare il vincitore”. Una vittoria limitata, invece, implica il raggiungimento di obiettivi politici limitati, inferiori rispetto a quelli ai quali il vincitore ambirebbe se avesse il controllo completo sui termini della pace; questo, ad esempio – specifica il rapporto – è quello che ha ottenuto la Gran Bretagna nella guerra delle Falkland contro l’Argentina, alla fine della quale “la Gran Bretagna ha riguadagnato il controllo delle isole, ma il regime argentino è sopravvissuto al conflitto e non ha rinunciato alle sue rivendicazioni politiche sulle isole”. Una sconfitta limitata, invece, è l’esatto inverso di una vittoria limitata, come un’ampia sconfitta è l’inverso delle vittoria totale. Rand aggiunge poi un’ulteriore gradazione, e cioè la distruzione, che “va oltre la sconfitta più ampia e comprende la completa distruzione dei fondamentali di una società”, come successe a Cartagine durante la terza guerra punica. Ora, ribadisce Rand, proprio a causa della sproporzione dei contendenti nelle guerre combattute negli ultimi 30 anni, “I leader statunitensi si sono abituati a perseguire obiettivi massimi e combattere in modi che sarebbero estremamente pericolosi in un conflitto tra grandi potenze”, “ma se pensiamo a un conflitto tra USA e Cina nel 2030, il quadro appare completamente diverso”.
Riassumendo una mole imponente di letteratura scientifica sulla strategia militare, Rand ha elencato 5 teorie della vittoria che hanno attraversato il dibattito dei decision makers lungo tutta la storia: la prima viene definita dominanza e consiste nell’”uso della forza bruta per annichilire fisicamente il nemico, incapace di continuare a resistere”; “Questa teoria” sottolinea Rand “ha il fascino della semplicità, ma richiede – appunto – significative asimmetrie di potere, che non sono pensabili nel conflitto tra USA e Cina, e in generale quando ad essere coinvolte sono comunque due potenze nucleari”. La seconda viene definita negazione e consiste nel “convincere il nemico che è improbabile che riesca a raggiungere i suoi obiettivi, e che ulteriori combattimenti non potranno modificare sostanzialmente la situazione”: nel caso del conflitto tra USA e Cina su Taiwan, questo sostanzialmente significherebbe impedire la conquista militare dell’isola da parte della Cina “ad esempio mediante l’interdizione della possibilità del ricorso alle forze aeree e marittime”. La terza viene definita svalutazione e consiste nel “convincere il nemico che anche se riuscisse a raggiungere i propri obiettivi, i benefici sarebbero molto inferiori di quanto inizialmente stimato”; per capire di cosa stiamo parlando, Rand ricorre a un esempio che arriva dal mondo dell’economia, e cioè quando le “aziende si auto – sabotano, ad esempio indebitandosi ulteriormente o svendendo alcuni asset di valore per diventare meno appetibili per un eventuale acquisizione ostile”: nel caso di Taiwan, ad esempio, alcuni analisti hanno suggerito che questo obiettivo potesse essere raggiunto minacciando l’eventuale distruzione totale delle fabbriche del leader mondiale dei microchip TSMC, ma Rand mette in guardia da questo tipo di considerazioni e sottolinea come “non abbiamo individuato misure militari che potrebbero ridurre significativamente l’attaccamento politico della Repubblica Popolare di Cina alla questione taiwanese”, senza considerare il fatto che – in questo caso – anche “Taiwan stessa, probabilmente, si opporrebbe fortemente a tali azioni” e che “distruggere gli interessi vitali dello Stato in difesa del quale ti sei mobilitato” rappresenterebbe, nella migliore delle ipotesi, “una vittoria di Pirro”. La quarta teoria della vittoria viene denominata del rischio calcolato e consiste nel “convincere il nemico a smettere di combattere minacciando una qualche forma di escalation”; in particolare ovviamente, si tratta della minaccia nucleare: “La sfida principale in questo caso” sottolinea però Rand, è “che quando siamo di fronte a un avversario che può ricorrere alla stessa arma, il rischio di escalation aumenta deliberatamente”. La teoria del rischio calcolato, in soldoni, è “una competizione a chi si assume più rischi e persegue la sua strategia con più risolutezza” e, in questo caso, la Cina per Taiwan potrebbe essere decisamente più tollerante ai rischi di quanto non lo siano gli USA stessi. La quinta e ultima teoria della vittoria, invece, viene definita dei costi militari e consiste nel convincere l’avversario che “i costi della continuazione della guerra superano i benefici”; una ipotesi che rientra in questo ambito ed è particolarmente popolare tra gli analisti e gli strateghi a stelle e strisce è quella che prevede “il blocco a distanza del commercio marittimo della Cina in punti di strozzatura come lo stretto di Malacca”. Rand, però, sottolinea come la teoria dei costi militari, per essere realmente efficace, deve soddisfare 3 requisiti fondamentali e, soprattutto, “in primo luogo, gli Stati Uniti devono trovare un punto debole sufficientemente prezioso da influenzare il processo decisionale dell’avversario, ma non così prezioso da risultare inaccettabile e quindi condurre a un’escalation”. Dopo questa lunga disamina introduttiva, il verdetto di Rand è che l’unica opzione realistica è la teoria della negazione, ma è tutt’altro che una passeggiata: “Una valutazione completa della fattibilità concreta della negazione va oltre gli scopi di questo paper” sottolinea RAND, ma quello che è certo è che “Tendenze sfavorevoli nell’equilibrio militare a tre tra la Repubblica Popolare, Taiwan e gli Stati Uniti nel tempo hanno reso più difficile garantire il successo di una strategia di negazione”; “La Modernizzazione e l’espansione militare della RPC hanno creato crescenti preoccupazioni nei confronti della capacità delle forze armate statunitensi di scongiurare un’invasione di Taiwan”. Rand ricorda come, ancora nei primi anni 2000, Taiwan sarebbe probabilmente stata in grado di difendersi da un’invasione della Repubblica Popolare anche con un sostegno limitato da parte degli Stati Uniti: all’inizio degli anni ‘10, i rapporti di forza erano già radicalmente modificati e “un assalto anfibio in larga scala non era più inimmaginabile”, ma ciononostante, rimaneva comunque “una scommessa audace e forse folle da parte di Pechino”, ma verso la metà degli anni ‘10 “le valutazioni iniziarono a rilevare carenze crescenti nella capacità delle forze armate statunitensi di contrapporsi a un’invasione”, fino a quando – nelle simulazioni effettuate a partire dal 2018 – “le forze aeree statunitensi hanno cominciato a fallire disastrosamente”. Ciononostante, Rand invita a non perdere la speranza; gli attacchi anfibi infatti, sottolinea, sono estremamente complessi: “La Storia” infatti, sottolinea il rapporto, “suggerisce che, affinché l’invasione abbia successo, l’attaccante ha bisogno del controllo aereo e marittimo locale totale, mentre a chi difende basta negare all’avversario quel controllo, il che è molto più semplice da conseguire”. Inoltre, continua il rapporto, “gli USA hanno un vantaggio significativo nella guerra sottomarina grazie a investimenti decennali”; “Una nostra ricerca”, sottolineano, “ha dimostrato che i sottomarini d’attacco statunitensi sarebbero particolarmente ben posizionati per affondare un gran numero dei trasporti anfibi dell’esercito di liberazione” e su questo non mi esprimo, che non ho elementi. I passaggi dopo, però, mi puzzano di whisfhul thinking da un chilometro di distanza: Rand, infatti, sottolinea come gli USA abbiano anche una grande esperienza con attacchi di precisione da lunga distanza in grado, di nuovo, di colpire i mezzi anfibi, e come inoltre siano in netto vantaggio per quanto riguarda i jet di quarta e, sopratutto, di quinta generazione. C’è un però: sia gli eventuali missili, sia i jet, dovrebbero partire da portaerei o altre imbarcazioni di grandi dimensioni che, per quanto avevo capito io, non sarebbero proprio obiettivi difficilissimi per i cinesi. E, in effetti, lo ricorda anche Rand: “La capacità della Republica Popolare di attaccare le basi aeree statunitensi” ricorda infatti lo stesso rapporto “è molto cresciuta, il che minaccia di compensare i vantaggi degli Stati Uniti riducendo il numero di sortite possibili”; Rand, d’altronde, ricorda come “Gli USA da questo punto di vista stanno implementando diversi programmi di modernizzazione che cominceranno a dare i loro frutti tra la fine di questo decennio e l’inizio del prossimo”. Dubito però che nel frattempo, invece, l’esercito popolare di liberazione stia a guardare, e dubitano anche quelli di Rand che sottolineano come – se la Repubblica Popolare continuasse ad avere una crescita economia robusta e una certa stabilità interna – le risorse dell’esercito popolare di liberazione aumenterebbero e “la Repubblica Popolare continuerebbe a guadagnare terreno nella competizione militare”; e – a parte quello che scrivono Il Foglio e Rampini – difficile credere che la Cina non continuerà a crescere e la leadership di Xi Jinping ad avere tutto il consenso popolare che le serve.
Di fronte a tutto questo, gli USA potrebbero semplicemente accettare il fatto che “C’è un rischio sempre più grande di fallimento”, ma “Alla fine potrebbe essere nell’interesse degli Stati Uniti accettare un rischio maggiore di una sconfitta limitata su Taiwan piuttosto che coltivare un rischio molto maggiore di escalation nucleare”: si ha come l’impressione che Rand cerchi, in qualche modo, addirittura di fare da pompiere, come se si rivolgesse a funzionari che, presi dall’entusiasmo, non vedono l’ora di menare le mani e, però, non hanno valutato bene il cespuglio di schiaffi che li attende. E la sensazione aumenta andando avanti col rapporto: Rand, infatti, sottolinea come, di fronte a tutte queste difficoltà che la strategia della negazione dovrebbe affrontare, in molti sostengono vada un po’ rafforzata con elementi mutuati dalla strategia sui costi militari. Il rapporto, però, sottolinea come deviare alcune risorse per perseguire la teoria della vittoria dei costi militari aumenterebbe ulteriormente il rischio di fallimento della strategia della negazione: “Usare bombardieri pesanti per imporre costi militari, ad esempio, potrebbe deviare queste risorse già scarse dalla campagna di negazione”. Un modo realistico per integrare le due strategie piuttosto, sostiene Rand, potrebbe consistere nell’utilizzare navi di superficie, che sono troppo vulnerabili per dare un contributo concreto alle operazioni di negazione vicino a Taiwan per imporre una qualche forma di blocco navale più a largo: per imporre alla Cina di desistere, forse è un po’ pochino e il brodo s’allungherebbe come in Ucraina, e anche a questo giro “Il vantaggio demografico cinese, più la sua ampia base industriale, più la maggior posta in gioco nel conflitto, conferiscono alla Repubblica Popolare capacità e motivazioni più forti di quelle degli Stati Uniti”; d’altro lato, il protrarsi del conflitto “non necessariamente risolverebbe i problemi operativi centrali che deve affrontare l’esercito di liberazione popolare, che essenzialmente consiste nella necessità di trasportare e poi sostenere un ampio numero di forze verso Taiwan”. Secondo Rand, infatti, l’esercito di liberazione popolare ha una capacità di trasporto marittimo relativamente modesta; sicuramente la Cina avrebbe sufficiente capacità di costruzione navale per rifornire con continuità la sua flotta anfibia ma, a conflitto in corso, questi siti produttivi sulla costa sarebbero esposti agli attacchi del nemico.
Insomma, ariecco il caro vecchio pantano e il solito vecchio quesito esistenziale: “Possono, realisticamente, grandi potenze dotate di armi nucleari combattere una guerra lunga, dura e dolorosa senza degenerare verso l’uso del nucleare?” Rand, per prima, nutre qualche perplessità: “C’è una tensione tra, da una parte, il fatto che le guerre tra grandi potenze storicamente tendono a protrarsi nel tempo e, dall’altra, i limiti imposti dall’avvento dell’era nucleare su quanto cruento un conflitto può diventare prima che sfoci inevitabilmente in un’escalation catastrofica”; “La minaccia della mutua distruzione potrebbe scoraggiare l’escalation nucleare, anche se i due schieramenti sono impegnati nelle classiche operazioni di provocazione convenzionale che caratterizzano sempre guerre prolungate, come ad esempio attaccare direttamente la base industriale del nemico e i centri abitati. Teoricamente è possibile che questo timore possa prevenire un’escalation nucleare anche in presenza di attacchi convenzionali su grande scala. Ma, nella pratica, sembra improbabile”. Sembrerebbe perlomeno azzardato, ad esempio, pensare che “la RPC sia abbastanza propensa al rischio da iniziare una guerra con gli Stati Uniti, e allo stesso tempo così avversi al rischio da escludere a priori il ricorso al nucleare anche nel caso venissero minacciati i suoi interessi vitali”; allo stesso modo, se la Repubblica Popolare decidesse di reagire attaccando la base industriale USA con attacchi convenzionali di ampia portata, è “perlomeno plausibile che gli USA considererebbero come minimo l’ipotesi di minacciare una risposta nucleare contro Pechino per fermare gli attacchi”. E visto che il prolungarsi di un conflitto inevitabilmente, a un certo punto, pone una minaccia esistenziale alla parte più in difficoltà, chi sta perdendo ha un incentivo razionale ad azzardarsi a ricorrere a un uso limitato del nucleare, nonostante la possibilità di sfuggire presto di mano: “Con il procedere della guerra, entrambi i lati diventerebbero sempre più pronti ad accettare i rischi mentre cercano un modo per portare un conflitto sempre più costoso verso la fine”.

Il dottor Stranamore

Insomma: quale sia l’esito inevitabile del cambiamento della politica USA nei confronti di Taiwan per ostacolare l’ascesa cinese, gli statunitensi lo sanno benissimo e non si sforzano manco tanto per nasconderlo, a partire dai più guerrafondai tra i think tank; se la palla fosse in mano alle persone comuni la questione non si porrebbe nemmeno. Rimane da capire quanto le oligarchie siano disposte a catapultarci nell’armageddon pur di non vedere per la prima volta il loro conto in banca diminuire un pochino invece che continuare a crescere – come ha fatto invariabilmente negli ultimi 30 anni sulle spalle di tutti noi. Contro la normalizzazione del ricorso all’arma fine del mondo che la propaganda ci sta piano piano tentando di suggerire, sarebbe il caso di risvegliare non dico tanto un qualche senso di giustizia – che magari siamo fuori tempo massimo – ma, almeno, di sopravvivenza sì: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media in grado di raccontare senza peli sulla lingua alla gente comune di che morte hanno deciso che sono destinati a morire se non interveniamo prima di subito. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è il dottor Stranamore

L’INTERVISTA DI CARLSON: come Putin ha asfaltato la fuffa di Trump e il Suprematismo USA

La politica americana non smette mai di stupirci e anche la scorsa settimana ci ha regalato due perle preziose: la prima sono le dichiarazioni di Donald Trump che, durante un discorso pubblico in South Carolina, ha detto che se fosse rieletto presidente gli Stati Uniti non difenderebbe militarmente un paese europeo da un attacco russo a meno che il paese in questione non abbia speso almeno il 2 per cento del PIL nella difesa, “Anzi, incoraggerei i russi a fare quello che vogliono” ha intimato minaccioso agli europei; “Dovete saldare i vostri debiti!”. Queste dichiarazioni apparentemente folli rivelano in verità uno dei tasselli fondamentali della strategia politica di Trump e del partito Repubblicano: disimpegnarsi il più possibile in Europa in modo da poter concentrare tutte le risorse necessarie nel Pacifico nell’ottica di una futura guerra alla Cina. Naturalmente, all’idea che Trump possa addirittura smantellare la NATO costringendo gli Stati europei a difendersi da soli, tanti giornalisti italiani si sono lasciati andare ad urla isteriche e imprecazioni disperate; la reazione degli ottoliner, invece, pare che sia stata più o meno questa.

Vladimir Putin e Donald Trump

L’altro scandalo lo ha scatenato il giornalista americano Tucker Carlson il 6 febbraio scorso recandosi a Mosca per intervistare Vladimir Putin; era la prima volta che un giornalista occidentale faceva un’intervista al presidente russo dallo scoppio della guerra in Ucraina e, tanto per cambiare, dopo la pubblicazione dell’intervista le reazioni dell’opinione pubblica occidentale hanno dato prova di grande superficialità: tra chi ha dipinto Carlson come un traditore della democrazia e scagnozzo di Putin e chi, invece, guarda al giornalista americano come al nuovo messia della libera informazione e della lotta alla propaganda occidentale, è praticamente una gara a chi la spara più grossa. Basterebbe, infatti, aver studiato un attimo la biografia di Carlson, aver letto qualche sua dichiarazione precedente e aver seguito un minimo la geopolitica americana negli ultimi anni per sapere cosa politici e giornalisti di area repubblicana – come lui – stanno cercando di fare; è chiarissimo che a Carlson non interessi un bel nulla delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina, né delle ragioni dei pacifisti, né della libera informazione: Carlson è, infatti, lontano mille miglia dalla sacrosanta lotta all’imperialismo e al suprematismo americano nel mondo. Semplicemente, in questo periodo il giornalista si limita a fare da megafono alle posizioni politiche di Donald Trump – e la posizione di Trump sulla guerra per procura della NATO in Ucraina è sempre stata chiarissima: bisogna fermarla al più presto, perché oggi il vero nemico del dominio globale americano non è la Russia, ma la Cina, e per poter vincere la guerra contro Pechino la Russia deve essere assolutamente riportata nell’orbita occidentale. “La più grande minaccia per questo Paese non è Vladimir Putin; è ridicolo. La minaccia più grande, ovviamente, è la Cina” dichiarava Carlson quando ancora faceva il conduttore a Fox News, e rincarava: “Gli Stati Uniti dovrebbero avere buoni rapporti con la Russia per combattere meglio la Cina; se la Russia dovesse mai unire le forze con la Cina, l’egemonia globale americana, il suo potere, finirebbe all’istante” e da quando l’anno scorso è stato licenziato da Fox News, Carlson non ha fatto altro che portare avanti esattamente questa narrazione guerrafondaia e sinofobica tanto cara a Trump e a tutti trumpiani americani ed europei. In questa puntata parleremo delle diverse visioni strategiche imperiali di democratici e repubblicani americani e, in particolare, del conflitto su quale debba essere considerato il nemico principale tra Russia e Cina e sul ruolo dell’Europa in questo scacchiere; vedremo inoltre come Putin, durante l’intervista con Carlson, abbia sfatato molte delle falsità della propaganda russofobica occidentale e come abbia platealmente deriso la retorica razzista e suprematista anticinese di Trump e Carlson ribadendo la propria solidissima alleanza con Pechino.

Henry Kissinger

Negli anni ’70, durante l’amministrazione di Richard Nixon, Kissinger utilizzò la diplomazia triangolare per mettere la Cina contro l’Unione Sovietica; nel 2018, Kissinger consigliò alla politica americana di tornare a questa diplomazia triangolare, ma nella direzione opposta: “Henry Kissinger” come riportava, infatti, il Daily Beast “ha suggerito al presidente Donald Trump che gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con la Russia per contenere una Cina in ascesa”. I supporter dell’ala trumpiana dei Repubblicani e la destra reazionaria europea vedono infatti nella Russia un paese pur sempre bianco, europeo, cristiano e capitalista – e quindi un potenziale alleato contro la minaccia cinese, patria del comunismo, dell’ateismo e di un’etnia diversa dalla nostra; FuckBiden e i democratici, invece, la vedono diversamente. Da una parte sanno benissimo che, a lungo termine, l’unico vero grande competitor al loro dominio è la Cina e lo hanno anche scritto nero su bianco nel documento ufficiale che riassume la loro Strategia per la Sicurezza Nazionale; a differenza dei trumpiani, però, non confidano troppo sulla possibilità di spezzare l’alleanza che si sta consolidando tra Russia e Cina e hanno cercato di consolidare l’alleanza con i partner europei, nel tentativo di delegargli l’opera di contenimento del nemico russo e potersi concentrare sul Pacifico. Da una parte, quindi, l’Europa è vista come un continente ormai in inesorabile declino per la cui sicurezza e controllo non vale spendere soldi preziosi; dal lato democratico, invece, la NATO e – in generale – il controllo politico e militare sulle provincie atlantiche dell’impero rappresenta ancora una priorità. Ma al netto di queste differenze, come ha insistito più volte anche Ben Norton nell’intervista che ci ha rilasciato, quello che molti europei fanno ancora così fatica a comprendere – troppo presi da pseudo – dibattiti sul grado di bon ton di questo o quell’altro presidente americano – è che sia democratici che repubblicani sono profondamente imperialisti e il loro scontro non riguarda se gli Stati Uniti debbano o meno essere un impero, ma piuttosto su quale sia la migliore strategia per preservarlo; e quale delle due strategie, quella repubblicana o quella democratica, sia effettivamente la più lungimirante sarà solo la storia a dircelo, perché se è vero che, a prima vista, un avvicinamento russo alla Cina sembra un disastro per gli americani, è anche vero che il capo della CIA William J. Burns ha recentemente definito l’assistenza militare degli Stati Uniti all’Ucraina “un investimento relativamente modesto con significativi ritorni geopolitici per gli Stati Uniti e notevoli ritorni per l’industria americana”. In ogni caso, gran parte delle attuali politiche statunitensi, così come la famigerata intervista di Carlson a Putin, devono essere lette alla luce del conflitto tra queste due diverse visioni strategiche, cosa che – manco a dirlo – politici e giornalisti italiani si guardano bene dal fare.
Ma Chi è Tucker Carlson? Il giornalista americano è diventato famoso negli ultimi anni vendendosi come populista, a difesa dell’America profonda dagli attacchi delle oligarchie radical chic democratiche; naturalmente, con gli ultimi Carlson non ha mai avuto nulla a che fare: rampollo di una famiglia potente, ricca e politicamente ben integrata, Carlson ha iniziato la sua carriera mediatica come falco neoconservatore, sfornando articoli razzisti e guerrafondai per il Weekly Standard, la bibbia dell’ala più reazionaria dei repubblicani. Negli anni Duemila è stato promosso a conduttore di programmi alla CNN per poi, infine, passare a Fox News; tra le altre cose, ha sostenuto con entusiasmo l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, definendo gli iracheni “scimmie primitive semianalfabete”. Nel maggio del 2006, durante una discussione sulla guerra in Iraq in un popolare programma radiofonico, ha dichiarato con modi gentili di non avere troppo rispetto della cultura irachena: “Una cultura in cui la gente non usa la carta igienica o le forchette, non merita considerazione” ha detto, aggiungendo infine che “Gli iracheni dovrebbero chiudere quella cazzo di bocca e obbedire agli Stati Uniti perché non sono in grado di governarsi da soli”; dopo essere stato licenziato da Fox News, Carlson si avvicina ancora di più a Trump e oggi rappresenta uno dei suoi più efficaci strumenti di propaganda.

Tucker Carlson

E veniamo ora ai punti più interessanti dell’intervista con Putin: nell’intervista, il presidente russo ha parlato della storia del suo paese, dei rapporti con l’Ucraina, della Seconda Guerra mondiale e dei miti su cui in questi anni in Occidente è stata montata questa ondata di russofobia; il più diffuso di questi miti, naturalmente, è che la Russia rappresenterebbe una costante minaccia esistenziale per gli europei. Questo terrorismo psicologico – smentito clamorosamente dagli ultimi due secoli di storia in cui, a ben vedere, sono sempre stati gli europei occidentali a invadere i territori russi e non il contrario – è stata funzionale ai nordamericani una volta conclusa la guerra fredda, così da poter tenere in vita la NATO e legittimare la propria presenza militare sul nostro territorio; finita la guerra fredda, racconta infatti Putin, la Russia aveva tutte le intenzioni di avere ottimi rapporti con l’Occidente, come dimostra anche il tentativo di entrare nella NATO e il progetto di dar vita a una difesa missilistica congiunta, respinto da Clinton e Bush Jr. Ma i buoni rapporti con i paesi europei, con i quali era stata costruita anche una forte interdipendenza economica ed energetica, è sempre stata avversata dagli USA, i quali hanno sempre temuto di perdere il controllo sul vecchio continente e, soprattutto, che si potesse formare una grande alleanza politica euroasiatica; in questo clima di ostilità, dunque, la costante espansione della NATO ad est non poteva che essere considerata una minaccia per la sicurezza della Russia, ha sottolineato Putin: un po’ come se oggi Messico e Canada stringessero un’alleanza militare con la Cina con la possibilità di ospitare testate nucleari cinesi a pochi passi con il confine statunitense. Quale sarebbe la reazione nord-americana. Difenderebbero il diritto di Messico e Canada, in quanto Stati sovrani, ad entrare in tutte le alleanze militari che vogliono? Ho come l’impressione di no. In ogni caso, se su tutte queste riflessioni di Putin Carlson annuiva soddisfatto e tra i due sembrava ci fosse totale sintonia, quando si è parlato di Cina le cose sono improvvisamente cambiate: “La domanda è” chiede Carlson “cosa viene dopo gli USA? Si scambia una potenza coloniale con un’altra, molto meno sentimentale e indulgente. I BRICS, ad esempio, rischiano di essere completamente dominati dai cinesi, dall’economia cinese, in un modo che non è positivo per la loro sovranità. È preoccupato per questo?”; “Abbiamo già sentito queste storie sull’uomo nero” replica laconico Putin, “La filosofia della politica estera cinese non è aggressiva” continua, “La sua idea è quella di cercare sempre un compromesso. E questo lo vediamo. Ci viene raccontata sempre la stessa storia dell’uomo nero, ed eccola di nuovo, in forma eufemistica, ma è sempre la stessa storia dell’uomo nero”. Ma mentre si continua a fare propaganda sinofoba con le favolette, continua Putin, la realtà è che “La cooperazione con la Cina continua ad aumentare. Il ritmo di cooperazione della Cina con l’Europa sta crescendo. È più alto e maggiore di quello della crescita della cooperazione sino – russa”; “Chiedete agli europei” continua Putin: “Hanno paura? Forse sì. Non lo so. Ma cercano comunque di accedere al mercato cinese a tutti i costi. Soprattutto ora che stanno affrontando problemi economici. In America” conclude Putin “volete limitare la cooperazione con la Cina. Ma è a vostro danno, signor Tucker, che state limitando la cooperazione con la Cina. State danneggiando voi stessi.” Putin ha poi sottolineato soddisfatto come la politica repubblicana non sia affatto riuscita a isolare la Cina dalla Russia e a dividere i BRICS, e che sono state proprio le politiche di Biden e del Partito Democratico in Ucraina in questi anni a condurre al definitivo fallimento di questa strategia.
Come sappiamo, il nuovo obiettivo americano è ora quello di dividere i BRICS, in particolare facendo leva sui propri buoni rapporti con l’India, cercando così di creare quanti più conflitti possibili tra cinesi e indiani che, storicamente, non godono di ottimi rapporti. Secondo una recente inchiesta del Washington Post, una volta rieletto Trump si starebbe preparando ad imporre una tariffa del 60% su tutti i prodotti cinesi importati: praticamente una dichiarazione di guerra; la speranza è che, sia in campo economico che su Taiwan, Xi Jinping non caschi in queste provocazioni imperialistiche occidentali e continui a dare prova di grande saggezza razionalità politica. E se anche tu sogni un’Europa fuori dalla NATO e una grande alleanza euroasiatica tra Stati sovrani che porti pace e benessere su tutto il supercontinente, bisogna prima di tutto costruire media libero e indipendente che combatta la propaganda americana. Adesso anche tu puoi fare la tua parte e costruirlo insieme a noi: iscriviti al nostro canale in inglese (OttolinaTV – English – YouTube) e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Tucker Carlson

La Cina si sta preparando per dichiarare guerra all’Occidente?

Quante probabilità ci sono che la Cina inizi una guerra? A lanciare l’allarme su Foreign Policy sono Michael Beckley della prestigiosa Università di Tufts, nei sobborghi di Boston, e Hal Brands, professore di relazioni internazionali alla John Hopkins University, un esempio da manuale del rovesciamento totale della realtà che alberga nelle menti distorte dei suprematisti liberaloidi; i due ricercatori denunciano come in alcuni ambienti accademici USA prevalga spesso una certa ingenuità: “Alcuni studiosi” sottolineano “sostengono che il pericolo sarebbe gestibile se solo Washington evitasse di provocare Pechino. Altri” continuano “ricordano come la Cina non abbia più avviato una guerra di invasione da quella con il Vietnam del ‘79, che durò appena tre settimane”. “Ma tutta questa fiducia” ci mettono in guardia “riteniamo che sia pericolosamente mal riposta”. I due ricercatori ci ricordano come storici e scienziati politici abbiano individuato, in particolare, 4 fattori che determinano la propensione alle avventure belliche di un paese e “se si considerano questi quattro fattori” allertano “diventa chiaro che molte delle condizioni che un tempo hanno favorito un’ascesa pacifica, oggi potrebbero invece incoraggiare una discesa violenta”. Ah beh, certo, la famosa discesa cinese, un tracollo proprio. Si parte benissimo, diciamo, e si procede meglio: gli autori, infatti, sottolineano come “il fatto che Pechino si sia astenuta da grandi guerre – mentre gli Stati Uniti ne hanno combattute diverse – ha permesso ai funzionari cinesi di affermare che il loro Paese sta seguendo un percorso unico e pacifico verso il potere globale”. Cioè, pensa te quanto so’ manipolatori questi cinesi: al solo scopo di farci credere che sono pacifici e che non vogliono la guerra, per farci abbassare la guardia e coglierci di sorpresa effettivamente non fanno guerre. Geniale! Tipo la storia di Kubrik che aveva il compito di simulare per la NASA l’allunaggio, ma era così meticoloso che, per simularlo, è andato a girarlo direttamente sulla Luna; ma tranquilli, perché il bello deve ancora arrivare e, da qui in poi, il fuffometro è tutto in crescendo.

Michael Beckley

Il primo dei famosi 4 fattori presi in considerazione, infatti, sono le contese territoriali coi vicini: in tutte le controversie, affermano i due ricercatori, “la Cina sta diventando sempre meno incline al compromesso e alla risoluzione pacifica di quanto non lo sia stata in passato, rendendo la politica estera un gioco a somma zero”. Eh già: i cinesi sono talmente aggressive che se dopo 50 anni che sostieni formalmente la politica di Una Sola Cina, per la prima volta nella storia approvi un pacchetto di aiuti militari diretti (come ha fatto in agosto Biden) contraddicendoti in maniera plateale, se la prendono pure, come se la prendono anche quando ti fai consegnare un’intera fetta di territorio filippino per metterci un’altra sfilata di missili puntati direttamente contro di loro. Eh, ma quanto so’ suscettibili però, eh? Si vede proprio che non fanno altro che cercare un pretesto per incazzarsi, un po’ come Putin che si lamenta dell’espansione della NATO contro le promesse che – come dicono i nostri amici analfoliberali‘ndo sta scritta sta promessa, eh? Metti il link!
Il secondo fattore preso in considerazione, comunque, è ancora meglio: “Le dittature personaliste” sostengono infatti gli autori “hanno più del doppio delle probabilità di scatenare guerre rispetto alle democrazie, e anche alle autocrazie, dove comunque il potere è detenuto in molte mani. I dittatori” infatti, continuano “iniziano più guerre, perché sono meno esposti ai costi del conflitto: negli ultimi 100 anni, i dittatori che hanno perso le guerre sono caduti dal potere solo il 30% delle volte”; precedenti particolarmente allarmanti, ovviamente, perché – manco a dirlo – “Xi ha trasformato la Cina in una dittatura personalista particolarmente incline a disastrosi errori di calcolo e guerre costose”. Insomma: la Cina, nonostante 1,5 miliardi di abitanti, la più grande potenza produttiva del pianeta e un partito con 100 milioni di iscritti sarebbe, in realtà, dominata da un uomo solo al comando che, senza nessun contro – potere e senza nessun bisogno di mediare con chicchessia, potrebbe tranquillamente svegliarsi la mattina e decidere di bombardare un paese a caso giusto per ammazzare un po’ la noia, e senza rischiare nulla manco in casa di sconfitta; d’altronde, mica so’ occidentali bianchi quelli. Je poi fa’ quello che te pare, mica se n’accorgono: ed è esattamente quello che fa Xi il sadico, dai “brutali lockdown anti – covid ai campi di concentramento in Xinjiang”. Dal vademecum delle puttanate sinofobe degli analfoliberali manca giusto la carne di cane. Tutte “forme di aggressione interna” sostengono gli autori, che “dovrebbero renderci molto nervosi per l’aggressione esterna che potrebbe verificarsi”. Ovviamente, e fortunatamente, questa storia dell’uomo solo al comando è una barzelletta in ogni stato moderno con una certa complessità; figurarsi in un vero e proprio continente come la Cina dove i centri di potere – sia pubblici che privati – sono infiniti, dove ci sono aziende di Stato che sono Stati dentro lo Stato con fatturati che si avvicinano al PIL di interi paesi e dove vige un federalismo molto spinto, con le singole regioni che gestiscono direttamente una fetta enorme delle loro entrate fiscali che autonomia differenziata scansate proprio. Ma questi sono tutti distinguo da professoroni che non possono intralciare i deliri del pragmatismo guerrafondaio di un vero cowboy che si rispetti. Purtroppo, comunque, la lista dei fattori che fanno suonare l’allarme rosso nei confronti della Cina non è ancora finita.
E il terzo fattore, tutto sommato, ha anche un che di ragionevole: “L’equilibrio militare in Asia” ricordano infatti gli autori “si sta modificando in modi che potrebbero rendere Pechino pericolosamente ottimista sull’esito della guerra”. Oh, lo vedi? Anche due propagandisti suprematisti, dai e dai qualcosa di sensato riescono a dirlo: avranno realizzato che mentre prendi gli schiaffi in Ucraina e mentre sei diventato incredibilmente vulnerabile anche in Medio Oriente – che fino a ieri trattavi come terra di scorribande senza rischiare nessuna ritorsione – che tu possa reggere un terzo fronte nel Pacifico non è molto credibile. Macché; con un virtuosismo da manuale, dopo poche righe ecco che ribaltano di nuovo completamente la frittata: “Un punto di vista” affermano così a caso, senza senso, a un certo punto – infatti “è che la guerra della Russia in Ucraina renda meno probabili altre guerre di aggressione”. Il fatto sarebbe, sostengono gli autori, che questa guerra dimostrerebbe “quanto le guerre di aggressione possono ritorcersi contro” e così “dall’indecente furto di terre da parte di Putin” continuano “la Cina sta imparando lezioni importanti”. Tipo? Secondo gli autori, Pechino starebbe imparando:
UNO: “quanto possa essere difficile la conquista contro un difensore impegnato”;
DUE: “quanto le forze armate autocratiche possano sottoperformare in combattimento”;
TRE: “quanto sia abile l’intelligence statunitense nell’individuare piani di predazione” e
QUATTRO: “quanto duramente il mondo democratico possa penalizzare i paesi che sfidano le norme dell’ordine liberale”.

Hal Brands

Cioè, dopo due anni pieni di schiaffi a due mani dati con nonchalance dalla Russia a tutta la NATO messa insieme nella guerra per procura in Ucraina, questi vogliono trarre insegnamenti su come affrontare la Cina partendo dal presupposto che l’Ucraina ha vinto la guerra: bene, ma non benissimo, diciamo. Ma soprattutto, qui oltre a un’overdose di pensiero magico, non si capisce proprio manco la logica: cioè, da un lato dici che la Cina potrebbe essere spinta a gettare il cuore oltre l’ostacolo dal fatto che i rapporti di forza sembrano avvantaggiarla un po’ e poi, nel periodo dopo, dici che dalla guerra in Ucraina dovrebbero aver imparato che quando un uomo con gli occhi a mandorla si trova di fronte a un marine, l’uomo con gli occhi a mandorla è un uomo morto. Prodigi dell’analfoliberalismo suprematista.
Ma la vera chicca arriva alla fine: “Le grandi potenze” scrivono infatti i nostri due autori “diventano bellicose quando temono il futuro declino”. Dai, dai che dicono una roba sensata! Quando “la concorrenza geopolitica si fa feroce e spietata” continuano “le nazioni difendono nervosamente la loro ricchezza relativa e il loro potere”; “pesantemente armata, ma sempre più ansiosa” insistono “una grande potenza sull’orlo del declino sarà ansiosa, persino disperata, e tenderà a respingere le tendenze sfavorevoli con ogni mezzo necessario”. Oh, ecco: finalmente parlano della sindrome da declino degli USA. Bravi! Ah, no? Cioè, quando dicono potenza in declino pesantemente armata in preda al panico non si riferiscono a Washington? Eh, voi pensavate ci fosse una soglia minima di dignità anche per gli accademici suprematisti, eh? Macché; qui siamo di fronte a un vero e proprio capolavoro: secondo gli autori, gli esempi di queste forze in declino in preda alla disperazione sarebbero, infatti, nientepopodimeno che “la Germania nazista, l’impero giapponese e la Russia di Putin”. Ora, si può buttare a ridere – che ridere non fa mai male, ma (Imprecazioni, ndr), questi insegnano in università con rette da 100 mila euro l’anno e non pubblicano sul Foglio o fanno le dirette sul canale di Ivan Grieco, ma pubblicano articoli sulla più autorevole rivista di politica internazionale del pianeta e affermano serenamente che quando la Germania nazista è entrata in guerra era una potenza in declino, e pure il Giappone: cioè, due paesi all’apice della loro potenza politica, economica e militare dichiarano guerra al resto del mondo per conquistarlo e assoggettarlo, e secondo loro sono potenze in declino. Cioè, ci si può anche ridere, ma quando l’intera élite intellettuale di un paese che, da solo, spende in armi più di tutti gli altri messi insieme non capisce un cazzo a questi livelli, non so quanto ci sia da ridere ecco, soprattutto quando dalla storia passano all’attualità: “Man mano che le prospettive militari a breve termine della Cina migliorano” scrivono infatti i ricercatori “le sue prospettive economiche a lungo termine si stanno oscurando” e questa, sottolineano “è una combinazione che in passato, spesso, ha reso le potenze revisioniste più violente”.
Un’analisi completamente scollegata dalla realtà ed estremamente pericolosa perché da questo punto di vista – dal momento che, senza nessuna motivazione plausibile, pensi che la Cina sia in declino – non solo crei allarmismo ingiustificato perché, appunto, sostieni che le rimane solo da lanciare una guerra disperata, ma ti fai anche un viaggio totalmente strampalato su cosa dovresti fare per ridurre i rischi, un trip delirante che, infatti, arriva subito: “I requisiti per frustrare l’ottimismo della Cina sull’esito di un’eventuale guerra” sostengono i due autori “sono abbastanza semplici”; si comincia con “una Taiwan irta di missili antinave, mine marine, difese aeree mobili e altre capacità economiche ma letali”, si prosegue poi con un bel “esercito americano in grado di utilizzare droni, sottomarini, aerei furtivi e quantità prodigiose di capacità di attacco a lungo raggio per portare una potenza di fuoco decisiva nel Pacifico occidentale”, si passa poi a “accordi con alleati e partner che danno alle forze statunitensi l’accesso a più basi nella regione e minacciano di coinvolgere altri paesi nella lotta contro Pechino” e si finisce con “una coalizione globale di paesi che può colpire l’economia cinese con sanzioni e soffocare il suo commercio transoceanico”. “Washington e i suoi amici” ammettono gli autori “stanno già portando avanti ognuna di queste iniziative. Ma” lamentano “non si stanno muovendo con la velocità, le risorse o l’urgenza necessarie per superare la minaccia militare cinese in rapida maturazione”. Insomma: partendo da un’analisi storica completamente strampalata e da un’analisi economica che non sta né in cielo né in terra, i nostri autori arrivano alle considerazioni di un Edward Luttwack qualsiasi: sono selvaggi, bombardiamoli; almeno Luttwack, però, per dire ‘ste cose mica studia. Passa da un buffet all’altro: se devi dire solo puttanate, almeno goditela, diciamo; imparate da Zio Silvio così almeno, quando – a questo giro – i vostri deliri si paleseranno per le gigantesche cazzate che sono, potrete dire che almeno ve la siete spassata.

Edward Luttwak (quasi)

Sfortunatamente per i nostri due autori, l’idea strampalata del declino economico cinese non poteva arrivare in un momento meno adatto; due giorni fa, infatti, il Fondo Monetario Internazionale – che non è esattamente un braccio della propaganda di Pechino – ha ribadito, numeri alla mano, l’ovvio che ormai sfugge solo a Rampini e a Scacciavillani: “Anche quest’anno” ha affermato Steven Barnett al China Daily “la Cina offrirà il contributo di gran lunga maggiore alla crescita globale con oltre un quarto della crescita stessa” e fino a qui, diciamo – a parte chi legge Rampini – lo sapevamo. La cosa importante, invece, è che sempre il Fondo Monetario sottolinei quanto questo risultato sia straordinario e dimostri tutta la resilienza dell’economia cinese, dal momento che avviene non solo mentre la crescita globale va a rilento – e quindi la situazione economica generale non è delle migliori – ma, in particolare, mentre due degli elementi fondamentali dell’economia cinese sono in profonda crisi: il mercato immobiliare e l’export. Non è un risultato da poco: la Cina, in 30 anni, si è trasformata da un paese agricolo fatto di contadini che vivono in campagna, in una potenza industriale fatta di operai che vivono nelle città: questo, che è in assoluto e di gran lunga il più grande processo di urbanizzazione della storia dell’umanità – e che ho descritto in dettaglio nel mio CEMENTO ROSSO, il secolo cinese, mattone dopo mattone (che, per inciso, è il primo e unico mio libro, visto il clamoroso fallimento editoriale) – ha rappresentato, ovviamente, una componente gigantesca del miracolo economico cinese; ora quella spinta propulsiva è arrivata al capolinea, e alla crescita cinese manca un tassello enorme. Molte altre economie sono andate gambe all’aria per molto, ma molto meno: la Cina, invece, è continuata a crescere anche quest’anno del 5,2% e, secondo l’IMF, anche il prossimo anno – di poco meno, e senza mettere in campo chissà che incentivi, eh? Al contrario del 2008 – e al contrario degli USA, infatti – la Cina, a questo giro, ha deciso di non schiacciare troppo sull’acceleratore degli interventi anticiclici finanziati a debito, ma quello che ha ancora più del miracoloso è che tutto questo avveniva mentre anche la seconda componente storica del miracolo cinese subiva una contrazione piuttosto significativa: parliamo delle esportazioni, che hanno subito una battuta d’arresto non solo e non tanto per la guerra commerciale combattuta a suon di retorica su decoupling e reshoring – che è più fuffa propagandistica che altro – ma soprattutto perché, appunto, i mercati più ricchi dove i cinesi vendevano un sacco di roba (a partire dall’eurozona) sono tutti più o meno in recessione a parte gli USA, dove però la crescita è tutta a debito ed è dovuta agli investimenti privati sostenuti dai soldi pubblici. Insomma: per essere in declino non male, diciamo; per 30 anni fondi il tuo miracolo su due gambe, fai un incidente, te le tronchi tutte e due eppure cominci ad andare in meta. Non so quante volte sia successo in passato, sinceramente; come sia possibile, l’ha spiegato in modo piuttosto convincente in un recente articolo Richard Baldwin, professore di Economia Internazionale alla Business School di Losanna – come l’IMF, non esattamente una bimba di Xi, diciamo – ma a differenza di Rampini e dei due prof di Foreign Policy, evidentemente, manco uno che vive in un mondo parallelo tutto suo. “Non sono un esperto di Cina” esordisce Baldwin “ma durante il lavoro in corso sulle interruzioni della catena di approvvigionamento globale, non ho potuto fare a meno di riflettere su un fatto evidente che però non credo sia così ampiamente noto come dovrebbe essere: la Cina oggi è l’unica superpotenza manifatturiera mondiale”. Baldwin sottolinea, infatti, come la Cina rappresenti oggi una quota di produzione manifatturiera superiore alla somma dei successivi 10 paesi, dagli Stati Uniti al Giappone, per arrivare al Regno Unito, una cosa mai vista e che, sottolinea Baldwin, è avvenuta con una rapidità senza precedenti: “L’ultima volta che il re della collina manifatturiera è stato spodestato dal trono” scrive Baldwin “è stato quando gli Stati Uniti hanno superato il Regno Unito poco prima della Prima Guerra Mondiale. Un passaggio di consegne che è durato poco meno di un secolo. Il passaggio tra Cina e Stati Uniti invece ha richiesto meno di 20 anni. L’industrializzazione della Cina, in breve” conclude Baldwin “non può essere paragonata a nessun altro evento del passato”.

Richard Baldwin

Contro questa ascesa impetuosa e inarrestabile, agli USA non rimane che buttarla tutta in un altro settore dove invece la superpotenza, almeno sulla carta, continuano a essere indiscutibilmente loro; esattamente come la Cina nella produzione di cose che rendono la nostra vita migliore, gli USA – infatti – primeggiano in cose che la nostra vita la annientano del tutto: la spesa militare di Washington è superiore alla somma delle spese militari dei 10 paesi successivi. La strada, quindi, sembra segnata: la Cina produce e ha bisogno di pace e di sicurezza nelle rotte commerciali per vendere, gli USA son buoni solo a spendere quattrini in armi di ogni genere e per arrestare il loro inarrestabile declino non hanno opzione migliore che scatenare la guerra. In realtà, però, Baldwin sottolinea due aspetti che complicano ulteriormente il quadro: il primo si chiama GGR, Gross Globalisation Ratio, che sta per rapporto lordo di globalizzazione ed è un indice che rappresenta la quota di produzione manifatturiera venduta all’estero; a differenza del PIL manifatturiero, che indica soltanto le vendite di beni finiti, include tutte le vendite di tutti i produttori presenti in Cina. “Durante la sua ascesa allo status di superpotenza manifatturiera” scrive Baldwin “il GGR della Cina è aumentato vertiginosamente, quasi raddoppiando”: tradotto, la Cina è diventata enormemente più dipendente dalle esportazioni ma, a differenza di quanto generalmente si pensi, questa impennata in realtà è sostanzialmente tutta concentrata tra il 1999 e il 2004; “quel periodo” sottolinea Baldwin, effettivamente “ha rappresentato lo straordinario effetto della globalizzazione, ed è probabilmente il motivo per cui così tanti pensano alla Cina come a un’economia incredibilmente dipendente dalle esportazioni”. “Ma la storia” continua Baldwin “non è finita nel 2004. Da allora infatti il GGR cinese è in costante calo. E nel 2020 è ritornato ai livelli del 1995”. Cosa significa? Molto semplicemente che “la produzione cinese non è più dipendente dalle esportazioni come molti potrebbero credere” e questo, continua Baldwin “sfata il mito secondo cui il successo della Cina può essere interamente attribuito alle esportazioni. A partire dal 2004 circa, piuttosto, la Cina è diventata sempre più il miglior cliente di se stessa”; tradotto: continuare a sperare che la Cina continui ad accettare ogni sorta di ritorsione commerciale da parte di chi non è in grado di competere sul piano produttivo perché è troppo dipendente dai nostri mercati e senza la domanda delle nostre economia decotte crollerebbe da un momento all’altro, potrebbe rivelarsi – e in parte si è già rivelato – puro wishful thinking. E non è tutto perché nel frattempo, invece, la dipendenza degli USA dai prodotti cinesi – compresi i semilavorati e tutta la componentistica – non ha fatto che aumentare a dismisura, mentre quella cinese nei confronti dei prodotti USA è leggermente, ma costantemente, diminuita. Insomma: “Nel suo documento di ricerca” scrive il sempre ottimo Ben Norton “Baldwin dimostra che gli USA sono molto più dipendenti dall’acquisto di manufatti cinesi di quanto la Cina dipenda dal mercato statunitense per vendere i propri prodotti”; “I politici che indulgono in chiacchiere sul disaccoppiamento dalla Cina” conclude Baldwin “avrebbero probabilmente bisogno di valutare con un po’ più di lucidità questi fatti oggettivi: il disaccoppiamento sarebbe difficile, lento, costoso e distruttivo, soprattutto per i produttori del G7”.
Insomma: per mesi si è parlato di quanto la Cina fosse ormai in una profonda crisi economica e di come, sostanzialmente, la tenevamo per le palle perché più era in crisi e più aveva bisogno dei nostri ricchi mercati per le sue merci; oggi scopriamo che non c’è nessuna crisi e che abbiamo più bisogno noi della Cina che lei di noi e che, anche a questo giro, andando dietro alla retorica bellicista USA non facciamo altro che darci l’ennesima martellata sui coglioni. Forse, e dico forse, avremmo bisogno di un media che non ci racconta fregnacce per convincerci a darci altre martellate sui coglioni; forse, e dico forse, avremmo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Federico Rampini

LA TERZA GUERRA MONDIALE PUO’ ATTENDERE: perché il bilaterale tra Xi e Biden è un’ottima notizia

L’armageddon può attendere.
Al di là di tutte le considerazioni e tutti i distinguo possibili immaginabili, il motivo per cui di fronte alle strette di mano e ai sorrisi che Sleepy Joe e Xi Dada si sono scambiati copiosamente la scorsa settimana, non possiamo che dirci un pochino sollevati sta tutto qui. Checché ne dicano tutti i dispensatori di analisi che straboccano del senno di poi, non era scontato. Ma proprio manco per niente: a partire dai colpi di coda della presidenza Trump, le relazioni bilaterali tra i due paesi hanno gradualmente raggiunto il punto più basso da quando, nel 1972, Richard Nixon e Kissinger avevano deciso di rivoluzionare l’intera politica internazionale giocandosi la carta cinese contro l’eterno avversario sovietico, e quando nel febbraio del 2022 è scoppiata la seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, noi – sinceramente – abbiamo immediatamente pensato al peggio. L’idea, forse un po’ paranoica, era che il fronte ucraino servisse principalmente per appaltare al vassallo europeo una sorta di manovra di distrazione della Russia sul fronte occidentale per potersi concentrare sull’Indo – pacifico e dare una botta mortale all’ascesa cinese approfittando di qualche casus belli creato ad arte attorno alla questione Taiwan.
“L’Ucraina potrebbe essere solo il primo capitolo di una nuova grande guerra totale a partire da Taiwan” scrivevamo già nel marzo del 2022 “e l’escalation potrebbe essere più rapida del previsto” e in effetti, per qualche mese, i segnali non hanno fatto che andare tutti in quella direzione: l’Europa, andando palesemente contro ogni suo interesse, si impegnava sempre di più in una guerra che si confermava sempre più chiaramente andare in direzione di un lungo pantano; gli USA schiacciavano al massimo sul pedale della retorica del disaccoppiamento economico del Nord globale dalla Cina e ingaggiavano una guerra tecnologica a suon di chip di ultima generazione contro l’industria cinese e, ad agosto, l’incredibile provocazione della visita a sorpresa a Taiwan – contro ogni protocollo diplomatico possibile immaginabile – dell’allora speaker della camera democratica Nancy Pelosi (già tristemente nota per essersi arricchita a dismisura investendo nelle azioni di aziende che, da politica, avrebbe dovuto controllare) aveva clamorosamente rischiato di far precipitare tutta la situazione. Ne erano seguiti giorni infuocati di dimostrazione di forza a suon di missili e di incursioni navali ed aeree come mai si era registrato da parte cinese, alla quale era seguita l’interruzione repentina di tutte le linee di comunicazioni militari ad alto livello tra Cina ed USA. Le previsioni più catastrofiste sembravano avverarsi, ora dopo ora, sotto i nostri occhi increduli ; interrotta ogni forma di dialogo e immersi in un nebbia fitta di diffidenza reciproca, da lì in poi nessuno era più in grado di garantire che una qualsiasi incomprensione sulle manovre continue intorno all’isola non sarebbe potuta degenerare rapidamente in uno scontro frontale.
Fortunatamente non accadde niente del genere e anzi, da entrambi i lati – piuttosto rapidamente – si cominciarono a provare a rimettere le basi per riportare il tutto sotto controllo, fino ad arrivare al G20 di Bali e al bilaterale a latere tra Xi e Biden: un faccia a faccia, universalmente definito come storico, che inaugurava una stagione che veniva definita “new detente”, nuova distensione. Che è durata pochissimo: per farla saltare è bastato aspettare due mesi dopo che nei cieli del Montana venisse avvistato un gigantesco e innocuo pallone gonfiabile bianco.

Il pallone gonfiabile cinese

I cinesi hanno provato a spiegare, come poi è stato confermato, che non si trattava di altro che di uno strumento per la raccolta di dati scientifici e meteorologici sfuggito al controllo a causa del vento, ma contro la sete di sangue della propaganda sinofoba e guerrafondaia la spiegazione più logica è un’arma spuntata. E così risiamo punto e a capo. Ecco, io a quel punto, se fossi stato la Cina, avrei mollato: se siete così invasati da trasformare una puttanata del genere in un casus belli vuol dire che non c’è niente da fare. Se proprio volete la guerra, che guerra sia.
Fortunatamente per il resto dell’umanità, però, io mi limito a sproloquiare su un canale Youtube, e a guidare la Cina – invece – ci sono gli eredi di un impero millenario che, al contrario di qualche governatore zoticone dell’impero fondato sulle armi semiautomatiche in vendita al tabacchino, riesce a mantenere la calma anche in queste circostanze e ragiona sui tempi lunghi della storia che, poco dopo, torna a fare capolino. Nell’arco di pochi mesi, dopo questa figura barbina di fronte all’intero pianeta, il termine disaccoppiamento comincia a diventare tabù: che l’economia USA e quella cinese non possono fare a meno l’una dell’altra diventa il nuovo mantra, ripetuto prima da Sullivan, poi dalla Yellen, poi da Blinken. Intendiamoci: le parole non costano nulla e i fatti continuano ad andare in un’altra direzione ma, alla fine, nella diplomazia anche il tono conta, eccome. Ed ecco così che si ricomincia a parlare di un eventuale nuovo faccia a faccia che riprenda il filo del discorso iniziato a Bali e naufragato per un pallone gonfiabile. Manco al campino del parroco quando andavo alle medie… Ma d’altronde la Cina la distensione la deve trovare con chi c’è, anche se quello che c’è si chiama Rimbambiden e, tra una gaffe e l’altra, ormai è abbastanza evidente che tiene in pugno la politica estera USA un po’ come io tengo in pugno l’opinione pubblica italiana.
L’occasione giusta, appunto, viene identificata nella riunione annuale dell’APEC organizzata per metà novembre a San Francisco; le due diplomazie lavorano giorno e notte per risolvere ogni tipo di ostacolo e, per avere la conferma definitiva, si dovranno aspettare gli ultimissimi giorni: andrà, non andrà, ci sarà un incontro bilaterale ad hoc, oppure no, si concluderà con una dichiarazione congiunta… fino all’ultimo minuto niente è scontato. Ecco perché, oggi, mi fanno un po’ ridere quelli che minimizzano: la sanno lunga, però solo dopo. In realtà mai come oggi, almeno da 60 anni a questa parte, l’umanità intera sta camminando su una fune sospesa a 50 metri d’altezza dal suolo; basteranno queste strette di mano e questi sorrisi a farci mantenere in equilibrio almeno per un altro po’?
Il messaggio che arriva da San Francisco, stringi stringi, è uno: per quanto, effettivamente, tutto sembri ineluttabilmente crollarci sotto i piedi e sfuggirci di mano, per il momento le due principali potenze globali di annichilirsi l’un l’altra a suon di testate atomiche non sembrano averne intenzione. Per gli inguaribili ottimisti – che sono ancora convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, dove le magnifiche sorti e progressive della grande civiltà dell’uomo bianco ha relegato la tentazione della mutua distruzione reciproca ai libri di storia – probabilmente è poca cosa, ma per noi che siamo pessimisti cosmici e che ancora facciamo fatica a vedere quali alternative all’armageddon dovrebbe avere l’imperialismo occidentale a guida USA a sua disposizione non solo per impedire, ma anche solo per ostacolare efficacemente il suo inesorabile declino, in realtà è tipo – non voglio dire – un miracolo, ma quasi.
Ma non di sole profezie millenariste si vive e allora, intanto, cominciamo da qualcosa di completamente diverso: la cosa più bella di questo bilaterale infatti, è stata la location perché la tenuta dove Xi e Biden si sono confrontati in modo “franco e diretto” – come hanno sottolineato i comunicati – per la bellezza di 4 ore, non è un luogo qualsiasi ma è nientepopodimeno che la tenuta di famiglia al centro di uno dei prodotti più iconici in assoluto dell’industria culturale USA: Dynasty. E non è tutto, perché c’è un aspetto che non tutti conoscono di Dynasty: durante i lavori per la realizzazione di tutte e 8 le stagioni della telenovela, un personaggio di primissimo piano negli USA ha continuato ininterrottamente a stalkerizzare la produzione elemosinando – con ogni mezzo possibile – una parte qualsiasi, venendo sistematicamente rimbalzato. Quel personaggio di primissimo piano è nientepopodimeno che Donald Trump. Un caso? Io non kreto. E con questo retroscena dall’incontro bilaterale, sostanzialmente è tutto. Poi sì – per carità – dice che hanno parlato di Fentanyl, di ostacolare la deriva che potrebbe portarci a breve al paradosso che a decidere se scoppierà la guerra mondiale o meno sia direttamente l’intelligenza artificiale, di clima; d’altronde, in qualche modo, queste 4 ore andavano riempite ma, tutto sommato, è solo fuffa. Il punto è che, a parte la promessa reciproca di non distruggersi a vicenda, i due leader non hanno niente da dirsi; le traiettorie e gli interessi strategici dei due paesi, semplicemente, non sono compatibili: da un lato l’ordine unipolare fondato sulla concentrazione dei capitali in mano alle oligarchie finanziarie, dall’altro un nuovo ordine multipolare fondato sullo sviluppo delle forze produttive e sulle relazioni commerciali tra stati sovrani. Un dualismo semplicemente irrisolvibile, a meno di una rivoluzione all’interno di uno dei due poli; e allora è proprio da questo punto di vista che dobbiamo provare a leggere tutto quello che è successo negli ultimi giorni.
Come tutti sapete, infatti, il tête-à-tête tra Sleepy Joe e Xi Dada non è stato altro che uno dei tanti incontri che si sono svolti in occasione della riunione annuale dell’APEC, l’Asia-Pacific Economic Cooperation, un organo multilaterale del quale – nella nostra provincia profonda dell’impero – a malapena conosciamo l’esistenza, figurarsi l’importanza e il ruolo. D’altronde con i suoi 21 membri che rappresentano il 38% della popolazione, il 50% del commercio globale e il 62% del PIL globale, è soltanto l’organismo di cooperazione economica più grande del pianeta. Che ce frega a noi?
In cima all’agenda dei lavori dell’APEC – a questo giro – c’era una questione piuttosto delicata: si chiama IPEF, che sta per Indo-Pacific Economic Framework; lanciato dallo stesso Rimbambiden nel maggio scorso, sarebbe dovuto servire agli USA per controbilanciare l’aumento dell’influenza economica cinese nell’area. Un buco nell’acqua: “Il fallimento degli Stati Uniti nell’accordo commerciale Indo – pacifico apre le porte alla Cina” scrive Bloomberg, e l’Economist rilancia “I fallimenti di Joe Biden sul fronte commerciale avvantaggiano la Cina”.

Un pallone gonfiato americano

Facciamo un piccolo passo indietro; per contrastare la crescente influenza commerciale del dragone in Asia, nel 2005 l’amministrazione Bush Junior avvia una serie di negoziati con 14 partner locali: l’obiettivo è raggiungere un quadro regolatorio onnicomprensivo per favorire il libero scambio e l’integrazione economica tra le due sponde del pacifico tenendo fuori la Cina. Si chiama TPP, Trans-Pacific Partnership (partenariato trans-pacifico) ed è il classico strumento della globalizzazione neoliberista a guida USA e fondata sul dollaro e, sebbene sia stato avviato da Bush Jr, diventerà il cavallo di battaglia del Pivot to Asia dell’amministrazione Obama; attraverso l’accordo si dovrebbe facilitare ulteriormente la delocalizzazione e la deindustrializzazione degli USA e, in cambio, le oligarchie locali avrebbero l’opportunità di estrarre plusvalore dalle loro economie per incassare dollari ed andarli a reinvestire nelle bolle speculative a stelle e strisce, e a pagare il conto sarebbero i lavoratori che, però, si oppongono con ogni mezzo necessario – compresa l’elezione di un pazzo furioso. In mezzo a mille proteste, infatti, i negoziati procedono a rilento e la scadenza iniziale del 2012 viene rimandata per ben 4 volte. La firma, finalmente, arriva nel febbraio del 2016: durerà come un gatto in tangenziale; l’opposizione al vecchio paradigma liberoscambista, pochi mesi dopo, porterà alla vittoria alle presidenziali di Donald Trump che, poco dopo, ritirerà l’adesione degli USA al TPP.
Le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione neoliberista, come meccanismo fondamentale per far avanzare le ambizioni egemoniche USA, non convincono più nessuno; nel frattempo la Cina continua, con passo lento ma inesorabile, a rafforzare i suoi legami commerciali e a lavorare a una sempre maggiore integrazione e interdipendenza economica dell’area. E’ un modello completamente diverso che, invece di essere fondato sulle delocalizzazioni, è fondato sulla liberazione delle forze produttive della regione attraverso gli investimenti e l’integrazione delle catene produttive: non ruba lavoro a qualcuno per darlo a qualcuno con meno diritti e pagato meno, ma crea le condizioni perché entrambi, cooperando, siano in grado di creare più ricchezza. Per la crescita dell’economia – in generale – è un modello molto più ragionevole, anche se per le élite economiche un po’ meno; in questo modello, infatti, per fare soldi non basta investirli in azioni al Nasdaq o in prodotti finanziari garantiti da BlackRock e Vanguard, ma tocca lavorare. Ma con l’America ripiegata su se stessa, rimane l’unica opzione a disposizione; quindi l’integrazione economica regionale trainata dalla Cina e fondata sulla liberazione delle forze produttive prosegue, mentre una fetta consistente delle élite continua a sperare che un giorno si possa tornare a depredare l’economia reale per fare quattrini al casinò a stelle e strisce, che è esattamente quello che gli promette Biden nel maggio del 2022 con l’avvio dei negoziati per l’Indo-Pacific Economic Framework e che, però, si ritrova di fronte agli stessi identici ostacoli del passato. I lavoratori USA di pagare di tasca loro i piani egemonici delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce non ce n’hanno voglia e – con le elezioni presidenziali alle porte e Trump che torna a minacciare lo scricchiolante ordine liberale – meglio rimandare tutto. “Una terribile battuta d’arresto per la leadership americana” ha commentato John Murphy, vicepresidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti; “In privato” riporta Bloomberg “un dirigente aziendale ha paragonato il caos attorno alle discussioni commerciali dell’IPEF al ritiro disordinato degli USA dall’Afghanistan”. “Lascia la porta aperta alla Cina” avrebbe commentato. “Nella competizione tra America e Cina per l’influenza sul commercio asiatico” commenta l’Economist “solo una parte sta facendo progressi. I governi asiatici non riponevano grosse speranze sull’IPEF, ma ormai è evidente che se mai un accordo arriverà anche quelle basse aspettative saranno tradite”. E Xi Dada passa all’incasso: a latere delle riunione dell’APEC Xi ha incontrato faccia a faccia la leadership filippina che, delusa dalle trattative sull’IPEF, da spina nel fianco cinese eterodiretta da Washington si è riscoperta pacifista. “I problemi rimangono” ha sottolineato il presidente Marcos “ma abbiamo concordato su alcuni meccanismi per ridurre le tensioni nel Mare Cinese Meridionale. Nessuno vuole una guerra”. Ancora più significativo il bilaterale tra Cina e Giappone, sfociato in un testa e testa tra Xi e Kishida di oltre un’ora, al termine del quale gli analisti hanno parlato di un ritorno allo spirito del “rapporto strategico di reciproco vantaggio” del 2008, considerato l’apice dell’era d’oro delle relazioni sino – giapponesi, poi nel tempo gravemente deteriorate. Ma il vero trionfo di Xi è stata – come l’ha definita Santevecchi sul corriere della serva – la “conquista degli imprenditori”: il riferimento, ovviamente, è alla cena che ha visto Xi sedersi al fianco di 400 tra i principali imprenditori e dirigenti d’azienda USA e durante la quale Xi “ha incassato applausi scroscianti”. Per strapparli non ha dovuto fare altro che ribadire che “la Cina non combatterà una guerra con nessuno, né fredda, né calda. La Cina non cerca egemonia, né espansionismo”. “La grande settimana di Xi” titola a 6 colonne Bloomberg “si conclude con una serie di vittorie nei confronti di Stati Uniti, Taiwan ed economia”: a Taiwan infatti – che fa parte della lunga serie di paesi delusi dalla ritirata USA dai negoziati sull’IPEF – le opposizioni che tifano per un riavvicinamento a Pechino e che fino a ieri marciavano divise, avrebbero trovato uno storico accordo che le rende le favorite in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Di tutto questo e di molto altro parleremo oggi, lunedì 21 novembre alle 13 e 30, durante la nuova puntata di MondoCina in collaborazione con i nostri soci di Dazibao e dintorni che tra l’altro – sempre per analizzare questa settimana storica – ha fatto un altro dei suoi imperdibili video che vi consiglio assolutamente di andare subito a vedere sul suo canale. Perché, d’altronde, se c’è una cosa che questa settimana conferma è che il mondo nuovo avanza e che non ce lo possiamo far raccontare dai vecchi media. Per raccontarlo senza fette di prosciutto sugli occhi abbiamo bisogno di un vero e proprio nuovo media che dia voce al sud globale e al 99%.
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E chi non aderisce è er bretella Rampini

[LIVE OTTOVOLANTE] Sarà riuscito Xi Dada a far capire a Sleepy Joe che si stanno suicidando?

Live del 16/11/2023 ore 21 – La visita di Xi a San Francisco, come prevedibile, non ha partorito niente di particolarmente succulento e -allo stesso tempo – è stata epocale. In questa chiacchierata proviamo a spiegare perché con Lorenzo Battisti, Giambattista Cadoppi, Alberto Gabriele e Francesco Maringiò.