Forse questa cosa nei giornaloni e su La7 non la troverai, ma il più colossale schema Ponzi della storia dell’economia mondiale è stato a un passo da saltare per aria fino a che, alla fine, non hanno deciso di salvarlo, con i tuoi soldi: l’esito della guerra dei dazi scatenata da Forrest Trump, stringi stringi, può essere riassunto così, che è un pochino diversa dalla storia che c’hanno raccontato i Rampini negli ultimi mesi (30 ottobre 2024: Economia usa sempre più forte; 3 luglio 2025: Il mistero glorioso dell’economia americana che accelera). Ma com’è, allora, che la gloriosa economia americana che accelera tutto d’un tratto ha deciso che le servivano assolutamente 3/400 miliardi l’anno di entrate dai dazi, centinaia e centinaia di miliardi di investimenti esteri e promesse per centinaia e centinaia di miliardi in acquisti di gas e armi? Come ogni schema Ponzi, la bolla finanziaria USA sta in piedi fino a che tutti ci continuano a mettere i quattrini, perché leggendo Rampini si sono convinti che non potrà crollare mai; le classi dirigenti europee, nominate dalle oligarchie e non elette dal popolo, difendono gli interessi di chi ci ha messo i suoi soldi dentro, e quando Rampini non è stato più sufficiente a convincere la gente a continuare a metterci i soldi spontaneamente, sono intervenute per prenderglieli con la forza e darli in dote a Forrest Trump per salvare la baracca.
Carissime e carissimi ottoliner, ben ritrovati. Finalmente, il grande caos che è scoppiato il 2 aprile scorso con la dichiarazione di guerra commerciale mondiale da parte di Zio Donnie sembra volgere al termine: ha ufficialmente inizio l’era della Pax Trumpiana, dove i vassalli, dopo aver derubato i rispettivi popoli per 40 anni per tenere in piedi il sistema imperiale guidato da Washington, di fronte all’ennesima crisi decidono di rilanciare e accettano una nuova tassa imperiale che rinvia il crollo definitivo. Ma è solo accanimento terapeutico: il paziente è in coma irreversibile, almeno dal 2007, e non saranno altre cure palliative a ribaltare l’esito; ricorrere alle cure palliative significa proprio rassegnarsi al fatto che la morte del paziente è solo questione di tempo. Ma prima di entrare nel dettaglio di queste cure palliative, vi ricordo di mettere mi piace e di condividere questo video e anche di iscrivervi a tutte le nostre pagine social e di attivare tutte le notifiche: a voi costa meno tempo di quanto non impieghi Ursula Borderline a fottervi il portafoglio per comprare altri 5 minuti di vita all’imperialismo USA, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di continuare a far informazione senza baciare il culo né dei trumpiani né dei piddini.
Pezzetto dopo pezzetto, il mosaico del Nuovo Ordine Trumpiano comincia a prendere forma ed è incredibilmente simile alla minestra riscaldata che ci ha rifilato per 4 anni rimbamBiden: i vincoli esterni che limitano la libertà d’azione dell’impero, alla fine, sembrano aver avuto la meglio e la grande rivoluzione, promessa da Trump e dalle sue groupies, lascia il posto a una riforma che, per quanto imponente, non risolve nessuna delle contraddizioni strutturali ma, anzi, finisce di cronicizzarle. Il centro imperiale, così, magari riesce a guadagnare un altro po’ di tempo, ma ha tutta l’aria di non essere altro che accanimento terapeutico, un gigantesco spreco di risorse sottratte con il ricatto e le minacce ai lavoratori delle periferie dell’impero per prolungare l’agonia di un malato terminale che continua a rifiutarsi di fare i conti con la realtà.
Partiamo dal dato più macroscopico: grazie alla sua spregiudicata arte del negoziato, Trump porta a casa una tassa imperiale generalizzata sulla gigantesca mole di merci che ogni anno gli USA, ormai privi di manifattura, sono costretti a importare, una boccata d’ossigeno indispensabile per mantenere in vita il paziente moribondo; per mantenere in piedi lo schema Ponzi, gli USA continuano infatti a registrare deficit da capogiro e ad accumulare debiti. Se assomigliassero anche solo vagamente a una democrazia, potrebbero chiedere qualche sacrificio in più ai super ricchi, a partire dai 400 uomini più ricchi del Paese che, secondo Forbes, nell’arco di soli 5 anni sono passati da un patrimonio di meno di 3 mila miliardi nel 2019, ai 5 mila 400 miliardi del 2024; sfortunatamente, però, che gli USA sono una democrazia ci può credere giusto Bretella Rampini o i sovranisti per Trump: tecnicamente, gli USA sono una plutocrazia, dove tutta l’architettura istituzionale è stata scientificamente costruita per garantire che il potere politico sia saldamente e insindacabilmente esclusivamente in mano a una casta di super-ricchi, a partire dal meccanismo elettorale che limita la partecipazione politica ai candidati che hanno alle spalle gruppi di ultra-ricchi. La dialettica, quindi, si riduce alla contesa tra quei super-ricchi che vogliono tutto e subito, a costo di mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del sistema che gli permette di essere ricchi, e quelli che sono disposti a fare qualche piccolo sacrificio in più per garantire al sistema di poter stare in piedi; da alcuni decenni, si è imposto il dominio incontrastato degli arraffoni più irresponsabili, e Trump è diventato il loro nuovo profeta e il Big Beautiful Bill (e gli oltre 3 mila miliardi di regali che contiene per i più ricchi) è il suo manifesto.
Non è certo la prima volta che gli USA fanno grossi regali ai super-ricchi; fino ad oggi, però, il cosiddetto esorbitante privilegio del dollaro faceva sì che se li potessero permettere. Oggi, però, quell’esorbitante privilegio sembra non godere più di grande salute: la dimostrazione starebbe negli interessi che gli USA sono costretti a pagare per finanziare il loro debito. Mentre scrivo questo pippone, il rendimento dei titoli del tesoro USA con scadenza decennale è sopra il 4,3%; l’Italia è al 3,6%: gli investitori vogliono essere pagati di più per prestare soldi a Washington che a Roma ladrona. Non era mai successo prima, a parte una piccolissima parentesi a cavallo tra il 2008 e il 2009: allora la FED intervenne a gamba tesa, stampò una montagna di dollari e li usò per comprarci il debito USA. Risultato? A novembre 2011, l’Italia pagava interessi superiori al 7%; gli USA inferiori al 2%. Facile quindi: basterebbe che la FED facesse come allora. Trump, ad esempio, lo dice spesso: è tutta colpa di Mister Too Late Powell, l’eminenza grigia del complotto della grande finanza contro Trump paladino degli onesti lavoratori americani.
Ma forse è leggermente più complesso di così: generalmente, infatti, quando stampi molta moneta, tendenzialmente il suo valore si riduce – almeno, se sei un Paese diciamo normale. Gli USA, però, non sono un Paese normale: sono il centro dell’impero; ed ecco, così, che quando, a partire dal 2008, la FED ha deciso di stampare una quantità spropositata di dollari, il valore del dollaro, invece che crollare, è addirittura aumentato. Com’è possibile? Sempre grazie all’esorbitante privilegio del dollaro, appunto, che in soldoni significa che – soprattutto quando c’è aria di crisi – tutti si rifugiano nel dollaro e nei vari asset denominati in dollari, perché è più facile immaginarsi un mondo dove la mattina non sorge il sole che un mondo senza il dominio degli USA, almeno fino ad oggi: oggi, la FED, nonostante le pressioni di Trump, si rifiuta categoricamente di abbassare i tassi di interesse; figurarsi di stampare moneta. Trump lo prende come un affronto personale e, magari, effettivamente la dialettica politica un peso ce l’ha, ma le motivazioni potrebbero essere leggermente più profonde e strutturali. Il punto è che, nonostante la FED non abbia stampato proprio niente, il valore del dollaro, nei primi 6 mesi del 2025, è diminuito come non avveniva dal 1973, ma non solo: per la prima volta, anche quando la FED ha tagliato i tassi di interesse nominali, il rendimento reale dei titoli di Stato, invece di diminuire, è addirittura aumentato. Insomma: gli USA non sono più il porto sicuro dove mettere di corsa tutti i soldi quando l’economia traballa e l’esorbitante privilegio del dollaro non è più quello di una volta.
Pramol Dhawan è il responsabile della gestione del portafoglio dei mercati emergenti presso Pacific Investment Management: “Per anni” scrive Bloomberg “ha passato le sue giornate a telefonare a un cliente dopo l’altro per provare a suscitare un po’ di interesse per i Paesi in via di sviluppo” fino al 2 aprile, quando, sottolinea Bloomberg, “La guerra commerciale globale scatenata da Trump ha scosso a tal punto la fiducia degli investitori nell’economia statunitense da innescare una fuga precipitosa dal dollaro”; da allora, continua Bloomberg, “in tutti i Paesi, in tutti gli asset (dalle azioni ghanesi alle obbligazioni boliviane), ogni angolo dei mercati emergenti ha registrato un’impennata epocale, registrando il miglior semestre dal 2009”. “Non ho mai ricevuto così tante chiamate, messaggi e domande anche da amici che non hanno niente a che fare con il business e che mi chiedevano come faccio a uscire dal dollaro?” ha affermato Dhawan: “Tutti stanno cercando di diversificare”. Vista l’aria che tira, anche se, al posto di Powell, Trump mettesse il più fedele dei suoi sostenitori, stampare moneta per abbassare il rendimento dei titoli rischierebbe di dare la mazzata finale al dollaro: il problema, ovviamente, non è svalutare il dollaro – che, anzi, per Make America Great Again sarebbe una manna; il problema è che in questo contesto, venuti meno tutta una serie di pilastri che facevano del dollaro la valuta di riserva globale senza se e senza ma, svalutare il dollaro significa mettere definitivamente fine al suo status, un lusso che gli USA, come ha sottolineato Trump millemila volte, non si possono permettere.
In queste condizioni, allora, bisogna trovare qualcun altro che sia disposto a pagare l’ennesimo regalo fatto agli extra-ricchi: secondo Elon Musk sarebbero dovuti essere gli americani stessi, in particolare quelli più poveri che campano di sussidi federali; il problema, però, è che in buona parte sono la base elettorale di Trump e, visto che Trump di nemici veri o presunti ne ha già abbastanza, scontentare ulteriormente anche la sua stessa base elettorale forse non era la migliore delle ipotesi, soprattutto se c’è un’alternativa. E l’alternativa, appunto, sono i dazi, tra i 3 e i 400 miliardi l’anno: esattamente quello che serve per finanziare i 3/4 mila miliardi di regali previsti per i ricchi per i prossimi 10 anni; l’imperatore non ha fatto altro che andare dai vassalli e farsi dare un po’ di soldi dei rispettivi sudditi per metterli nelle tasche dei ricchi statunitensi che gli hanno dato una quindicina di miliardi per pagarsi le varie campagne elettorali. Se, invece di fare tutte ste manfrine e tutti sti rigirii, gliele pagavamo direttamente noi, ci si guadagnava… O forse no, perché nella narrazione trionfalistica di Trump, che mira a offrire su un piatto d’argento al suo elettorato MAGA la testa dei vassalli che hanno accettato di baciargli il culo, in realtà c’è qualche crepa, vistosa: secondo la piattaforma di analisi dati svedese Macrobond, a pagare tra l’85 e il 90% dei dazi USA, ad oggi, non sarebbero stati gli esportatori stranieri, ma gli stessi statunitensi; in particolare le aziende importatrici, che si sarebbero accollate addirittura il 53,2% del costo. Anche secondo Goldman Sachs, al momento gli esportatori si sarebbero accollati meno del 15% del costo, ma a fare la parte del leone, invece delle aziende USA, sarebbero stati direttamente i consumatori. Che sia più corretta l’una o l’altra analisi, cambia poco: il punto è che Trump dice ai suoi di essere riuscito a far pagare i profittatori stranieri e invece, molto semplicemente, ha trasferito un altro po’ di ricchezza dal basso verso l’alto riducendo le tasse per i più ricchi e aumentandole, sotto forma di inflazione, per tutti gli altri; probabilmente, questa distribuzione degli oneri col tempo cambierà, ma di sicuro i fan di Forrest Trump, prima di cantare vittoria, farebbero meglio a guardare con attenzione l’andamento di questi dati nel prossimo futuro.
Ma la tassa imperiale per finanziare l’aristocrazia statunitense è solo un pezzo della nuova Pax Trumpiana; un altro mattoncino sarebbe la montagna di investimenti diretti in USA che Trump si è fatto promettere un po’ da tutti – dal Giappone all’Unione europea, passando per la Corea del Sud. Che novità… Sono 50 anni che il capitalismo globale è fatto di vassalli che accumulano dollari attraverso le esportazioni e, poi, con quei dollari ci comprano asset negli Stati Uniti; non è facilissimo capire cosa ci sarebbe di nuovo: nella retorica trumpiana, forse, consiste nel fatto che, invece di essere investimenti meramente speculativi, potrebbero essere investimenti produttivi che contribuiscano direttamente a reindustrializzare gli USA -che, per carità, magari qualche risultato lo porterà. I coreani, ad esempio, sembra siano piuttosto inclini a investire per rilanciare la cantieristica navale che, ormai, negli USA è a zero e che per affrontare il nuovo clima di guerra (calda o fredda che sia) è decisamente strategica, ma con una Borsa che, da sola, capitalizza quanto tutti gli altri mercati finanziari del mondo messi assieme, mi risulta difficile credere che il problema degli USA sia la mancanza di capitali da investire, ecco.
Probabilmente c’è qualcosa di un pochino più profondo: ad esempio che, dopo aver privatizzato anche l’aria, negli USA su ogni monopolio naturale c’è qualcuno che pretende di riscuotere una rendita – che, come insegnava Adam Smith e come sanno i cinesi, non è esattamente il modo migliore per rendere efficiente un sistema; ovviamente, di fronte a queste rendite sicure e garantite, fino ad oggi i capitali che arrivavano copiosi da tutto il mondo erano più interessati ad assicurarsene una fetta piuttosto che rischiare costruendo qualcosa di concreto. E, magari, quel che riuscirà ad ottenere Trump è che – appunto – da ora in poi ci siano capitali di serie a e di serie b: quelli della plutocrazia USA, che possono continuare ad arricchirsi con la rendita, e quelli dei vassalli che, invece, i profitti se li devono guadagnare, una sorta di apartheid dei capitali che sarebbe un’altra forma di tassa imperiale che potrebbe dare un altro po’ di ossigeno al paziente moribondo. Finché dura, perché le vittime dell’apartheid di solito, a un certo punto, appena c’è l’occasione tendono a ribellarsi (come sanno bene i sionisti).
Un altro tassellino della Pax Trumpiana sono queste promesse di acquisti fanta-miliardari di armi e gas statunitense che, però, gli USA potrebbero non essere in grado di fornire. Le fonti fossili USA derivano praticamente tutte dal fracking, che è costoso: significa che per farci profitti, servono prezzi alti – e, attualmente, i prezzi delle fonti fossili non sono particolarmente alti; e non si sono alzati più di tanto nemmeno quando c’è stato addirittura il rischio che venisse chiuso lo stretto di Hormuz. Risultato: nonostante lo slogan Drill, baby drill, gli investimenti negli USA per aumentare la produzione di fossile sono in calo e, per quanto riguarda le armi, è cosa nota che gli USA da tempo non riescano a soddisfare nemmeno lontanamente la domanda e debbano fare un po’ a turno tra l’Ucraina, Israele e Taiwan; comunque, anche assicurare ordini consistenti di ferraglia made in USA un po’ a caso e di carissimo gas liquido prodotto col fracking, un aiutino al paziente moribondo lo danno. La logica, in soldoni, sembra essere proprio quella: il superimperialismo non è un incidente di percorso; è l’unica forma possibile che ha permesso al capitalismo in fase di putrescenza di continuare a sopravvivere, a meno di una rivoluzione dei rapporti sociali che metta fine al dominio della classe dei rentier, dei parassiti multimiliardari che campano di rendita sulla carcassa dell’economia reale, una forma che prevede che tutto sia funzionale alla grande rapina doppia, dal basso verso l’alto e dalla periferia verso il centro. E quando questo meccanismo entra in crisi, non c’è altra via di uscita reale se non rilanciarlo in modo ancora più violento e distruttivo, finché dura e finché, tutto sommato, fa ancora comodo a tutti.
Come per un altro tassello fondamentale della Pax Trumpiana: l’abbattimento delle barriere non tariffarie, un braccio di ferro che va avanti da quasi 30 anni. Rispetto alla patria delle libertà USA, dove ogni vincolo al profitto in nome del bene comune viene considerato un passo verso la dittatura bolscevica, l’Ue, nel tempo, ha introdotto una serie infinita di norme e paletti; la tutela dei consumatori e dell’ambiente, ovviamente, spesso è solo una scusa e la causa è da ricercare negli interessi dei diversi capitalismi nazionali, fatto sta che però, da tanti punti di vista, l’Unione presenta alcune delle regole più stringenti del pianeta e che, ovviamente, limitano l’ingresso di spazzatura yankee nel vecchio continente. Qualche esempio? L’utilizzo di ormoni della crescita negli allevamenti bovini: anche se la comunità scientifica è ancora divisa, si sospetta aumentino l’incidenza di tumori alla prostata, al colon e al seno; inoltre, fanno aumentare il ricorso agli antibiotici e, quindi, contribuiscono ad aumentare l’antibiotico-resistenza, che è una vera e propria emergenza globale. Per questi motivi, nell’Unione europea sono proibiti, ma negli USA sono la norma. Oppure l’utilizzo di sostanze chimiche nei cosmetici: il regolamento REACH in vigore nella Ue ne vieta oltre mille; la Food and Drug Administration, negli USA, appena una trentina. E poi, ancora, l’uso dei pesticidi, gli OGM, l’etichettatura degli alimenti, i limiti alle emissioni, per non parlare della protezione dei dati, che nella Ue sono tutelati dal GDPR e negli USA sono completamente in balia degli interessi del tecnofeudalesimo, senza paletti. Insomma: per quanto faccia ribrezzo, l’Europa di Maastricht, rispetto agli USA, è una sorta di avamposto del socialismo, cosa che – tra l’altro – i sovranisti per Trump e i bimbiminkia affascinati dall’anarco-capitalismo non mancano mai di sottolineare (della serie: cose che dice la destra che sarebbe una figata se fossero vere).
Ovviamente, i primi a reputare tutte queste regole un fardello sono le grandi corporation europee, che però, fino a un po’ di tempo fa, non avevano la forza politica per imporre ai popoli europei di farne tabula rasa e diventare come gli americani; il tentativo, allora, è stato imporre la riduzione di queste regole dall’alto attraverso l’adesione a un trattato di libero scambio con gli USA, che avrebbe introdotto una sorta di tana libera tutti: è il famoso TTIP, la Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico che, però, ha dovuto fare i conti con l’opposizione di un’opinione pubblica agguerrita fino al suo definitivo fallimento, nel 2016. Da allora, il capitalismo USA e i suoi complici europei hanno fatto la cosa che gli riesce meglio: riempirci la testa di puttanate; e il problema, magicamente, non è stato più mettere dei paletti al capitale che distrugge la vita per fare profitti, ma mettere fine alle regole astruse di Bruxelles – ignorando che Bruxelles sono 20 anni che prova a cancellarle con ogni sotterfugio, ma ha dovuto spesso fare pippa di fronte all’opposizione della società civile e di quel che rimane delle democrazie nazionali. A questo giro, quindi, ha colto la palla al balzo e con la scusa di dover assecondare Trump per continuare a garantirci l’accesso al ricco mercato USA, si appresta a far rientrare le aberrazioni del TTIP dalla finestra con un’aggravante: durante i negoziati sul TTIP, infatti, mentre davamo la disponibilità a smantellare il grosso delle nostre regole, almeno marginalmente potevamo imporre agli USA di adottarne alcune. Ora no: non c’è più negoziato, non c’è più mediazione, neanche marginale; solo la resa incondizionata alla violenza distruttrice del grande capitale.
Rimaneva solo un aspetto dove la raffinata propaganda dei think tank reazionari USA non aveva preparato il terreno adatto: la partita sulle regole delle Big Tech, perché, giustamente, la propaganda trumpiana sono anni che si scaglia contro l’utilizzo che le piattaforme hanno fatto della loro posizione monopolistica per portare avanti il pensiero unico globalista. In mezzo a mille contraddizioni, troppo tardi e senza troppo convincimento, l’Unione europea è intervenuta con un paio di provvedimenti che ne limiterebbero lo strapotere: Il GDPR, che regola lo sfruttamento dei dati degli utenti, e il Digital Market Act, che limita il potere monopolistico delle grandi piattaforme digitali. Chiunque abbia criticato (anche solo di passaggio) una volta nella vita il ruolo nefasto del monopolio delle Big Tech, non può che sostenere questi provvedimenti senza se e senza ma e, anzi, chiedere che siano rafforzati e implementati con molto più rigore; a parte Trump che, da nemico giurato delle piattaforme, ora che guida gli USA e che le piattaforme sono diventate il suo cane da compagnia, le difende a spada tratta, ma come poteva convincere anche tutti gli altri a seguirlo anche in questa ennesima giravolta? Semplice, come sempre: buttandola a schifio. E – fortunello che non è altro – ecco che gli analfoliberali gli hanno offerto l’occasione su un piatto d’argento: è il Digital Service Act, un provvedimento farraginoso e contraddittorio che si presta a ogni sorta di manipolazione e di distorsione e rischia di diventare un gigantesco dispositivo di censura di massa. Non poteva chiedere di meglio: a Trump e alla sua corte è bastato concentrare tutta l’attenzione su questo provvedimento ridicolo e alzare, così, un’impenetrabile cortina fumogena sulla vera partita che era in corso (e passando pure per i veri paladini della libertà di espressione).
C’è poco da fare: agli americani si può dire tutto, ma come sono bravi a manipolare il dibattito pubblico loro, nessuno mai; per contrastarli, ci vorrebbe un vero e proprio media che, invece che alle loro puttanate, dia voce agli interessi concreti del 99% e che, a quel 99%, sia in grado di rivolgersi in modo credibile e autorevole. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal. E se aderire non ti basta, ti do anche un numeretto magico: 92054980450. E’ il codice fiscale di Multipopolare: inseriscilo nella tua dichiarazione dei redditi e contribuisci concretamente col tuo 5xMILLE a dichiarare guerra al pensiero unico.
E chi non firma è Federico bretella Rampini











Leggerò con attenzione, ho già visto che è un’analisi molto interessante. E lo passerò ai miei contatti 👍
Eccellente come sempre.
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