La Ivy League è una delle tantissime sotto-divisioni della lega sportiva universitaria degli Stati Uniti, la NCAA, ma dalle otto università del New England che la compongono difficilmente uscirà fuori il prossimo running-back dei Green Bay Packers o la prossima guardia dei Chicago Bull; quando una di loro riesce a qualificarsi anche solo per il primo turno della March Madness, il tabellone finale a sessantaquattro squadre del torneo di basket universitario, sui giornali sportivi e non se ne parla per settimane. Il fatto è che ad Harvard, a Yale, a Cornell, alla Brown non si impara a tirare a canestro o a fare fuoricampo: si sfornano brevetti, quelli sì, tanti, anche se ultimamente molti meno che nella Cina socialista. Ma, soprattutto, si impara a comandare: non c’è studio di grandi avvocati, seggio al senato o al congresso della East coast che, prima o poi, non venga occupato (o, più spesso, ereditato dal babbo o dallo zio) da un rampollo di una qualche famiglia patrizia che ha studiato in una delle università della Ivy League, fino ad arrivare a sistemare il culo nello studio ovale della Casa Bianca (anche quando i tizi in questione non sono proprio brillanti, tipo JFK, il personaggio più sopravvalutato del XX secolo; un secolo che ha dato i natali anche a Roberto Vecchioni). E allora perché l’attacco diretto ch, da qualche tempo, Donald Trump ha sferrato proprio contro le case di produzione di classe dirigente americana? Perché la caccia grossa è al movimento pro-Pal che ha preso corpo nei campus delle più gloriose facoltà del vecchio New England.
















Complimenti al filosofo. IL MOVIMENTO PRO-PAL FA TREMARE L’IMPERO Le proteste nei college USA saranno il Vietnam.
Vi seguo sempre.
Ciao a tutta la relazione.