Il Marru
Ho come l’impressione che questa cosa dei negoziati ancora l’Iran non l’abbia metabolizzata del tutto:

Come riportava Reuters stamattina, non solo l’Iran “respinge le dichiarazioni di Trump sui negoziati definendole fake news”, ma poi “lancia ondate di missili contro Israele” : “L’Iran ha lanciato diverse ondate di missili contro Israele”, sottolinea l’articolo; “I missili hanno fatto scattare le sirene antiaeree in diverse zone di Israele, tra cui Tel Aviv, dove si sono udite le esplosioni dovute alle intercettazioni. In un attacco, alcune case nel nord di Israele sono state danneggiate dalla caduta di detriti in seguito a un’intercettazione”. Secondo quanto riportato da Al Mayadeen, si sarebbe trattato del “più intenso attacco dall’inizio della guerra”; una sessione della Knesset sarebbe stata interrotta a causa di uno dei 180 allarmi aerei che, nelle ultime 24 ore, hanno turbato la serenità dei coloni sionisti. La 78esima ondata dell’operazione True Promise 4 avrebbe coinvolto Eilat, Dimona, Haifa e il nord di Tel Aviv, ma anche (di nuovo) alcune basi militari statunitensi “tra cui Ali Al Salem in Kuwait, Al-Kharj in Arabia Saudita e Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti”, che sarebbero state colpite con missili di precisione Zolfaghar a propellente solido, impiegati in combinazione con droni d’attacco.
D’altronde, il Presidente del Parlamento iraniano Baqer Ghalibaf ieri aveva scritto su X che “Non sono stati condotti negoziati con gli Stati Uniti e le fake news vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dalla situazione di stallo in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”:

Secondo quanto riportato dal Financial Times, “prima del post di Donald Trump sui social media riguardo ai colloqui con l’Iran, i trader hanno scommesso 580 milioni di dollari sul petrolio”:

“Circa 15 minuti prima che il post di Donald Trump provocasse un crollo del prezzo del greggio e innescasse volatilità in altri asset, i trader hanno piazzato scommesse per un valore di mezzo miliardo di dollari sul mercato petrolifero”: “Lunedì, tra le 6.49 e le 6.50 ora di New York, sono stati scambiati circa 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate, appena un quarto d’ora prima del post del presidente statunitense su Truth Social”.
Quella sull’andamento del greggio non è stata l’unica scommessa dal tempismo perfetto: come riporta The Kobaissi Letter, sempre alle 6.50 sono stati acquistati 1.500 miliardi di future sullo S&P500 che hanno generato 60 milioni di guadagni in pochissimi minuti.

“Diversi hedge fund hanno osservato che questo era solo uno dei numerosi esempi, verificatisi negli ultimi mesi, di ingenti operazioni effettuate prima degli annunci ufficiali del governo statunitense”, commenta il Financial Times: “Un trader di un importante hedge fund ha affermato che i consulenti del settore energetico avevano recentemente notato diverse operazioni di compravendita di grandi blocchi di azioni che, a loro avviso, erano state effettuate in tempi insolitamente brevi”. “La mia sensazione, dopo aver osservato i mercati negli ultimi 25 anni, è che questa sia una situazione davvero anomala“, ha aggiunto: “È lunedì mattina, non ci sono dati importanti in uscita, non ci sono interventi di membri della Fed su cui puntare. Si tratta di una transazione insolitamente grande per una giornata senza rischi legati a eventi specifici… Qualcuno si è appena arricchito parecchio“.
Secondo Naked Capitalism, Il TACO di Trump è progettato per manipolare i mercati: “Durante queste ennesima operazione TACO di Trump, è stato impiegato uno degli elementi chiave della strategia statunitense nella guerra del Ramadan contro l’Iran: l’uso dell’inganno per influenzare i mercati finanziari”; secondo Matt Stoller “L’amministrazione Trump si è concentrata sulla manipolazione dei mercati come parte della sua strategia di guerra. Il parametro più importante per la Casa Bianca è il valore delle azioni, quindi non possono permettersi di lasciarle crollare. Questo è vero per una serie di ragioni. L’amministrazione è composta da uomini ricchi, e non vogliono perdere denaro. Inoltre, l’establishment repubblicano è controllato da Wall Street, quindi la presa di Trump sui repubblicani si sgretolerebbe se le azioni crollassero davvero”. “Ancora più importante, l’ordine egemonico guidato dagli Stati Uniti è in realtà incentrato sul mercato azionario statunitense e sugli asset denominati in dollari. Il 18% delle nostre azioni è detenuto da investitori stranieri e il quadro economico interno di Trump è organizzato attorno all’attrazione di investimenti esteri negli Stati Uniti per la costruzione di data center. Quindi, se il mercato crolla, questo piano fallisce, gli alleati arabi perdono la loro partecipazione finanziaria nel sistema e l’Iran percepirà una debolezza”.
Le speculazioni comunque non sono la causa; sono un effetto collaterale:

Il Wall Street Journal ha provato a ricostruire La diplomazia segreta dietro la retromarcia di Trump sull’Iran: secondo questa ricostruzione “I ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sono riuniti giovedì all’alba a Riad per colloqui volti a trovare una via d’uscita diplomatica dalla guerra in Iran”, ma “Secondo i funzionari arabi coinvolti nei colloqui, c’era un grosso problema: trovare un interlocutore in Iran con cui negoziare”; “Secondo quanto riferito da alcuni funzionari, l’intelligence egiziana sarebbe riuscita ad aprire un canale di comunicazione con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane” e quelle discussioni sarebbero alla base de “l’improvvisa inversione di rotta a oltre 7.000 miglia di distanza, in Florida”. Nel giro di meno di poche ore dal post su Truth che minacciava le centrali elettriche iraniane, “Trump aveva cambiato idea, abbracciando la via diplomatica con Teheran e sospendendo gli attacchi minacciati”; “Tuttavia”, sottolinea il Journal, “i mediatori arabi hanno espresso privatamente scetticismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran potessero raggiungere rapidamente un accordo, sottolineando che le due parti rimanevano distanti”. L’Iran, a quanto pare, chiede nientepopodimeno che venga ufficializzato il suo controllo totale sullo Stretto di Hormuz, che diventerebbe navigabile soltanto previo riconoscimento di un pedaggio da versare direttamente nei forzieri di Teheran, una soluzione che potrebbe spingere i Paesi arabi a rompere gli indugi e a unirsi esplicitamente all’aggressione imperialista contro l’Iran:

Gli Stati del Golfo si avvicinano all’adesione alla lotta contro l’Iran, titola il Wall Street Journal.
Il Soddu
Rieccoci con il nostro aggiornamento asiatico: Washington è impantanata in un conflitto costoso e imprevedibile; Pechino sfrutta il rialzo dei prezzi energetici e la distrazione statunitense per rafforzare la propria leadership tecnologica, industriale e diplomatica. Gli alleati asiatici di Trump, invece, pagano il prezzo immediato su energia, catene di fornitura e stabilità interna. Ma andiamo con ordine.
Il South China Morning Post spiega in dettaglio perché la guerra sta diventando un autentico “game-changer” per l’industria degli EV e per l’auto cinese: il Brent ha superato i 100 dollari al barile con un balzo del 50% in poche settimane; la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz rende il petrolio non solo caro, ma estremamente volatile. Analisti di Wood Mackenzie e HSBC concordano: prezzi elevati trasformano gli EV in una scelta di risparmio evidente per consumatori e governi asiatici; la Cina ha già superato il Giappone nel 2025, diventando il primo produttore mondiale di auto (8,32 milioni esportate, +30% annuo, di cui 2,32 milioni EV, +38%). I marchi come BYD conquistano quote record in 39 paesi emergenti (oltre il 10% delle vendite in molti mercati) e le catene di fornitura domestiche e la resilienza energetica nazionale garantiscono un vantaggio strutturale sui concorrenti più vulnerabili.
Lo stesso SCMP descrive la trasformazione epocale in corso nell’isola di Hainan (che, tra le altre cose, ospita la città di Sanya, gemellata con la mia Viareggio): dopo tre boom immobiliari finiti in bolle e debiti, l’isola applica norme doganali “zero-tariff” su oltre il 74% delle importazioni, alza la quota duty-free a 100.000 yuan e abbassa l’aliquota corporate al 15%; le vendite duty-free sono esplose del 46,8% nel primo mese e del 39,8% durante le feste di primavera e i visitatori sono cresciuti del 30%. Pechino vuole fare di Hainan un hub di consumo di lusso e logistica internazionale, ancorandolo alle Nuove Vie della Seta e creando un polo di crescita interno resiliente, meno esposto alle rotte marittime vulnerabili del Golfo.
Sul fronte tecnologico, sono interessanti le parole di John Whaley, fondatore di tre startup di cybersecurity della Silicon Valley e docente a Stanford; gli ecosistemi AI di Stati Uniti e Cina sono “largamente disjointed”: Washington domina con modelli proprietari (70% dell’uso globale), Pechino con open-source (30%). Le barriere geopolitiche impediscono investimenti diretti, ma Whaley vede spazio per una collaborazione non commerciale su ricerca e standard; mentre Washington è assorbita dal Medio Oriente, Pechino continua a costruire sistemi sovrani integrati, trasformando la frammentazione in un vantaggio strategico di lungo termine.
Bloomberg rivela che Tim Cook, al China Development Forum a Pechino, ha pubblicamente elogiato i partner e gli sviluppatori cinesi di Apple, sottolineando obiettivi comuni su green development e carbon neutrality: le parole arrivano pochi giorni dopo le dure critiche del Quotidiano del Popolo alle politiche monopolistiche di Apple. Un segnale chiaro: anche le multinazionali più esposte riconoscono che la stabilità produttiva e la capacità innovativa cinese restano insostituibili.
Il Financial Times dedica l’ennesimo editoriale al possibile sorpasso cinese sugli USA nel contesto della guerra in Iran; il FT titola, senza giri di parole, che i leader cinesi stanno cercando guadagni strategici dal pantano americano: rafforzano posizioni in Medio Oriente, accelerano la transizione energetica e consolidano alleanze con paesi che Washington sta allontanando. Un classico di realpolitik.
Il Guancha definisce “sciocca o malevola” l’enfasi dei media occidentali secondo cui l’attacco di Trump all’Iran sarebbe “diretto contro la Cina”: l’analista Zhao Suisheng ricorda che la guerra nasce da un errore di calcolo americano e che Pechino, grazie a riserve energetiche e diversificazione, è tra i pochi a uscirne relativamente rafforzato.
Sempre il Guancha () riporta che la CSRC ha multato per 13 milioni di yuan Double Star Energy e i suoi dirigenti per aver “sfruttato la popolarità di Elon Musk” con notizie fuorvianti su un ordine SpaceX; un segnale inequivocabile: Pechino non tollera manipolazioni di mercato basate su narrazioni americane.
Intanto Bloomberg riferisce che il premier sudcoreano Kim Min-seok ha cancellato il viaggio in Cina previsto per questa settimana, citando esplicitamente “preoccupazioni energetiche” legate alla guerra: Seul, fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio dal Golfo, preferisce concentrarsi sulla gestione interna della crisi piuttosto che su incontri bilaterali che rischiano di apparire fuori tempo mentre Washington pretende allineamento.
Il Dawn pakistano ( e ) rivela che Islamabad è diventata improvvisamente il canale riservato tra Washington e Teheran: Pakistan, Turchia e Egitto hanno mediato una pausa di cinque giorni sui bombardamenti alle infrastrutture energetiche iraniane; Islamabad ospita messaggi e offre di ospitare colloqui, ennesimo segno di quanto Washington abbia bisogno di intermediari regionali che, fino a ieri, snobbava.
The Hindu riporta che Modi ha dichiarato al Lok Sabha che gli effetti della guerra si faranno sentire per anni; ha condannato gli attacchi alle navi commerciali e l’ostruzione di Hormuz, sottolineando la necessità di unità nazionale. Un secondo articolo evidenzia che le scorte di riso e grano rimangono “costantemente basse”; la commissione parlamentare esprime forte preoccupazione per la sicurezza alimentare.
Il Nikkei Asia descrive come la possibile chiusura di Hormuz stia già facendo salire i costi di trasporto e preoccupando Tokyo per la sicurezza delle rotte nel Mar Cinese Meridionale; l’Ashai Shimbun annuncia che il governo prepara 800 miliardi di yen dai fondi di riserva per sussidi sul gas.
Sul piano militare, il Manila Bulletin riporta che, per la prima volta, truppe giapponesi parteciperanno alle esercitazioni Balikatan in modalità combattimento reale; il Malaya Business Insight aggiunge che Marcos ha istituito un “comitato di crisi” dedicato alla guerra. Il Global Times nota che la riorganizzazione delle Forze di Autodifesa giapponesi mostra “chiari tratti offensivi” e rompe l’ordine post-bellico, tutte azioni chiaramente pensate con la Cina in mente.
Forse la notizia più pesante per l’Asia arriva dall’Arabia Saudita: leggiamo la notizia prendendo ad esempio il quotidiano thailandese Naewna; il giornale riporta che Saudi Aramco ha annunciato il secondo taglio consecutivo delle esportazioni di petrolio greggio verso i clienti asiatici per il mese di aprile 2026. La decisione è diretta conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz a causa della guerra; l’Arabia sta deviando i carichi verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso per evitare il rischio, ma questo riduce drasticamente i volumi verso l’Asia: le esportazioni saudite sono già crollate da 7,1 a 4,3 milioni di barili al giorno. Il risultato è una forte tensione sulle raffinerie asiatiche, con produzione di prodotti raffinati limitata; per la Thailandia, uno dei principali clienti, significa prezzi più alti alla pompa, inflazione energetica e rischio di razionamento: un colpo diretto all’economia che dipende pesantemente dal petrolio saudita. Tutto questo potrebbe essere un nuovo scossone per una politica interna già molto fragile.
Anche il Nepal registra tensioni interne: The Himalayan Times descrive la spaccatura evidente nel Nepali Congress (che è un partito) dopo la pesante sconfitta elettorale del 5 marzo 2026 (da primo partito a secondo, con solo 38 seggi contro i 182 del Rastriya Swatantra Party); il cambio di leadership generazionale (Gagan Thapa che ha sostituito Sher Bahadur Deuba) ha provocato mesi di lotte interne, accuse di sabotaggio elettorale e dimissioni simboliche: la fazione Deuba-Koirala sta preparando un comitato centrale parallelo e parla di espulsioni. In un momento di crisi energetica globale, questa instabilità interna rischia di indebolire ulteriormente un Paese già fragile e dipendente dalle importazioni.
Per concludere, l’Asia Times analizza l’ultima epurazione di Xi Jinping: due Generali di alto rango della PLA (Zhang Youxia, vice-presidente della Commissione Militare Centrale, e Liu Zhenli, capo di Stato Maggiore) sono stati arrestati a fine gennaio per “gravi violazioni della disciplina”; entrambi erano “princeling” vicini a Xi, ma si opponevano al suo modello di controllo del Partito sull’esercito. Xi impone un sistema di responsabilità personale del Presidente, mentre i Generali chiedevano maggiore autonomia operativa per prepararsi a uno scenario Taiwan 2027. La purga rafforza il controllo di Xi sul PLA, ma rischia di indebolire la capacità operativa proprio mentre la guerra in Iran distrugge gli equilibri energetici globali.
Queste dinamiche, lette insieme, confermano un trend irreversibile: la guerra voluta da Washington sta accelerando il passaggio verso un’Asia multipolare in cui la Cina guadagna margini strategici in EV, consumi interni, AI e diplomazia, mentre gli alleati tradizionali pagano costi crescenti e i Paesi medi affrontano shock energetici e instabilità politica. Continuate a seguirci, belloni!















