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Perché Francia e Germania si fanno la Guerra? (e perché l’Italia ha deciso di stare con Berlino)

OttolinaTV by OttolinaTV
12/02/2026
in Cina, Economia, Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia, U.S.A.
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Repubblica: Merz-Meloni, il patto spacca Ue. La Verità: Il nuovo asse Meloni-Merz oggi prova a scardinare le eurocatene di Ursula & c. Ooooh, finalmente! La nostra Giorgie dai biondi capelli dorati finalmente ha gettato il cuore oltre l’ostacolo e ha dichiarato guerra all’Europa di Maastricht; o forse no: forse in ballo non c’è la lotta al neoliberismo, ma il suo rilancio, on steroids. Come titola Il Giornale entusiasta, L’Europa s’è destra; e il problema non è, come afferma Il Giornale per scaldare il cuore degli orfani del Silvione nazionale, che “la maggioranza Giorgia ora emargina la sinistra” – che non ce ne potrebbe fregare di meno; il problema sono le parole d’ordine attorno alle quali si sta consolidando questo insolito asse tra Roma e Berlino. Dobbiamo deregolamentare ogni settore: chiedo una “tabula rasa dal punto di vista normativo“; piccole correzioni alle leggi non sono sufficienti. Trent’anni di fondamentalismo neoliberista incardinato nelle regole senza senso dell’Unione europea e dell’Eurozona hanno raso al suolo l’economia del vecchio continente? Nessun problema: basta radere al suolo anche quelle 2 o 3 regolette che rimanevano a mettere un freno alla rapina. Per la Germania, tutto sommato, ha qualche senso; magari non per il popolo tedesco, ma, almeno, per la sua élite: meno regole significa la giungla e che only the strong survive, solo il più forte sopravvive, e il sistema industriale tedesco è pronto a prendersi tutta la refurtiva.

Quello italiano, un po’ meno: come ha certificato di nuovo l’Istat ieri, anche il 2025 per l’industria italiana è stato un anno di declino, il terzo di fila: -0.2%, dopo il -2 del 2023 e il catastrofico -4 del 2024; pensavamo che, con un bilancio del genere, peggio di così la nostra Madre Cristiana non potesse fare. Probabilmente, ci sbagliavamo; e le probabilità aumentano se guardiamo anche al secondo pilastro di questo asse di ferro tra Roma e Berlino: l’Italia ha sempre spinto per fare più debito europeo. Non è la panacea di tutti i mali, ma almeno permette a un Paese ultra-indebitato come il nostro di avere un po’ di spazio fiscale a condizioni simili ai nostri competitor; dopo anni di tira e molla, finalmente ora potrebbe aprirsi qualche spiraglio: la Francia parla apertamente di eurobond come l’unica possibilità per l’Europa di finanziare in modo competitivo la sua crescita. E addirittura Joachim Nagel, il presidente della Banca Centrale tedesca (e falco della prima ora), per la prima volta fa intravedere qualche possibilità: “Rendere l’Europa attraente significa anche attrarre investitori dall’esterno”, ha affermato in un’intervista a Politico di due giorni fa, “e un mercato europeo più liquido per quanto riguarda gli asset europei sicuri sosterrebbe questo obiettivo”. Tradotto: se vogliamo attirare capitali, o perlomeno tenere in Europa una quota più grande di nostri risparmi che oggi fuggono verso Washington e Wall Street, dobbiamo rassegnarci a emettere titoli del debito comuni europei.

E cosa fa quella furbacchiona di Giorgia? Dà il pieno sostegno a Merz, che rifiuta gli eurobond e chiede, invece, che l’Europa tolga i paletti agli aiuti di Stato nazionali; e, così, l’Italia, invece di indebitarsi alle stesse condizioni di Berlino, dovrà competere per piazzare il suo debito con un Paese che ha meno della metà del suo debito pubblico e dieci volte il suo potere economico. Come sottolinea Marcello Messori, “Si crea un’asimmetria dove a guadagnarci è la Germania, che ha al contrario di noi un’ampia disponibilità di soldi in cassa vista la politica di risparmio esasperato seguita fino a qui, e che ha un programma di aiuti pubblici ben definito incentrato sulle spese per la difesa”; d’altronde, Giorgia va capita: servire un padrone già non è semplice, ma servirne due è praticamente impossibile. Come sottolinea sempre Messori: “Perché sostenere questa drastica deregolamentazione proposta da Merz? Così si fa il gioco degli americani che vogliono campo libero per le Big Tech”. Ma la lista delle posizioni anti-italiane assunte dalla nostra Giorgia non finisce qua; come sottolinea Il Giornale, questo asse italo-tedesco – che, però, si allarga a tutto il vecchio continente – nasce, in particolare, all’insegna di una grande battaglia: la battaglia contro la famigerata ideologia green. Una genialata! L’Italia è un Paese (o, forse, sarebbe meglio dire era) industriale, ma senza le fonti fossili necessarie per alimentare quell’industria e senza la proiezione geopolitica necessaria per assicurarsi fonti d’approvvigionamento sicure e a buon mercato: risultato? Siamo sempre stati strutturalmente succubi di chi controllava le rotte commerciali; e quando abbiamo provato a fare il nostro interesse, come con Mattei, c’hanno segato le gambe.

La transizione ecologica, a determinate condizioni, rappresentava per noi un’opportunità senza precedenti di riprenderci un minimo di autonomia; peccato che l’Unione europea avesse altri interessi e abbia escogitato un Green Deal a immagine e somiglianza degli interessi della grande finanza: con la minchiata che il mercato è il modo più efficiente per allocare le risorse, invece che mettere in piedi una pianificazione seria per gestire la transizione, l’Europa ha deciso di affidarsi al grande capitale finanziario – che, ovviamente, della transizione se ne sbatte e cerca solo un’altra fonte di rendita. Se in Italia ci fosse stato qualcuno che faceva gli interessi del Paese, avremmo dovuto dichiarare guerra al Green Deal mercatista della Ue, batterci per un vero New Green Deal basato sulla pianificazione pubblica e, di fronte alle porte chiuse di Bruxelles, farcelo in piccolo da soli, disattendendo regole fatte apposta per danneggiarci. Giorgia, invece, prima, per fare contenta Washington con l’uscita dalla Belt and Road initiative, ha dato una mazzata mortale ai rapporti col partner industriale per eccellenza per tutto quello che riguarda la transizione ecologica (e, cioè, la Cina) e, ora, si mette alla testa dell’internazionale tafazziana che si batte per basarci sempre di più su fonti fossili che non solo non abbiamo, ma che non possiamo nemmeno decidere liberamente dove andare a comprare.

Se metti insieme questa partita con quello che abbiamo detto prima sull’asse Roma-Berlino, il quadro che emerge è disarmante, perché se sei condannato per sempre a importare fonti fossili per alimentare la tua industria, per pareggiare i conti sarai anche costretto a esportare più manufatti di quanti ne importi; e dove li esporti? Negli USA no, perché, senza che tu provassi neanche ad opporti perché c’è un presidente che odia i somali e i trans e quindi ti sta simpatico, hanno messo i dazi; nel resto d’Europa manco, un po’ perché gli europei si impoveriscono e un po’ perché c’è la concorrenza dei tedeschi – che, però, visto che non fai debito comune, si possono indebitare a condizioni molto migliori delle tue. Ma non solo: uno dei punti su cui si sta più incaponendo la Francia, infatti, è sulla clausola del Buy european; significa proteggere il mercato europeo per i produttori europei e, quindi, garantire una certa quantità di domanda. Ma l’Italia dei Patrioti è contraria anche a questo, perché non piace a Washington: Buy European, infatti, significa, in primo luogo, che i 90 miliardi che ieri hai votato per prestarli all’Ucraina dovrebbero (perlomeno) essere impiegati per comprare armi europee; Washington, invece, vuole che li spendi per comprare le sue.

Stringi, stringi, allora, ti rimangono i Paesi in via di sviluppo – che, però, o sono troppo poveri per importare una quantità significativa di merci, oppure (ormai) hanno sviluppato un’industria autoctona; e quindi, per competere, dovrai gradualmente arrivare a salari simili ai loro. O anche peggio, perché, a differenza tua, loro dove comprare le fonti fossili lo decidono da soli; per te, le condizioni e i prezzi li decide Washington – e, quindi, non ci basterà adeguare i nostri salari ai Paesi in via di sviluppo, ma dovremmo scaricare sui salari anche il sovrapprezzo che paghiamo per comprare gas e petrolio dove ci dice Washington ai prezzi che ci impone Washington, mentre i nostri competitor fanno come gli pare. Il risultato è che le alleanze che sta costruendo Giorgia non emarginano la sinistra, come annuncia il giornale: emarginano gli italiani, di sinistra, di destra, di centro e di sotto. Quelli di sopra, forse, no; quelli di sopra non devono mica faticare per campare: gli basta una fetta dei 27 miliardi di utili registrati dalle 6 principali banche italiane nel 2025, per dire.

Che, però, non bastano ai patrioti de La Verità, che colgono l’occasione dell’attacco di Giorgia ai poteri forti di Bruxelles per aprire un altro fronte: quello della rivolta del popolo contro l’Euro Digitale, che, secondo il vicedirettore Giuliano Zulin – che, in quanto ex portavoce di Zaia ed ex vicedirettore di Libero, di battaglie popolari se ne intende – non solo sarebbe uno strumento per esercitare un controllo dispotico sui cittadini europei, ma farebbe anche concorrenza sleale alle banche “in un settore”, sottolinea, che non solo “è già gravato da requisiti patrimoniali stringenti”, ma che, addirittura, vede i suoi margini “sempre più sotto pressione”. Dice proprio così: margine sotto pressione; 27 miliardi di profitti l’anno sotto pressione! Dovevano mettere prima gli italiani; mettono prima i petrolieri, i tedeschi, gli americani e, ora, pure i banchieri. Gli dice culo solo che non c’hanno nessuno a fargli opposizione; se se la fossero scelti da soli l’opposizione, probabilmente non avrebbero sperato così tanta grazia: a fargli opposizione c’hanno il sempre pimpantissimo Manuelino Macron che, dopo aver provato in tutti i modi a rubare ai poveri per dare ai ricchi, è oggi il leader europeo col consenso più basso di sempre. E che ora rilancia: gli europei devono ritrovare slancio e unità per combattere contro i loro nemici. I petrolieri? Nooo! Gli USA? Ma nooo! I banchieri? Figurati! Ma la Cina, ovviamente: chi altri? Scioccante!, titolava due giorni fa la testata cinese Guancha: “Un rapporto del governo francese chiede un nuovo accordo del Plaza contro la Cina”.

Il più pulito c’ha la rogna, e i fuffaguru del finto-sovranismo ci sguazzano; aiutaci a continuare a smontare le loro puttanate: metti mi piace a questo video, condividilo e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

Tags: asse roma berlinoemmanuel macroneurobondfranciagermaniagiorgia melonii pipponi del Marrucciil pippone del marruitaliatransizione ecologicausa
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