video a cura di Davide Martinotti
Tutti ripetono la stessa storia sulla Cina: la Cina vince sul piano commerciale perché sfrutta i lavoratori, perché paga salari da fame, perché è una gigantesca fabbrica-lager che vive solo di export e manodopera a basso costo; è un racconto comodo, rassicurante, che permette all’Occidente di sentirsi ancora dalla parte giusta della storia. Il problema è che non è vero: la Cina non è più un Paese povero da anni; è classificata come economia a reddito medio-alto dal 2010 e si avvicina rapidamente alla soglia dei Paesi ad alto reddito. Non è nemmeno un’economia iper-dipendente dalle esportazioni, come spesso si racconta: il peso dell’export sul PIL cinese è attorno al 20%, la metà di quello tedesco. Eppure, proprio ora, la Cina ha superato una soglia storica: oltre mille miliardi di dollari di surplus commerciale, un livello mai visto prima; un numero così grande da far scattare l’allarme ovunque. Ma se si guarda davvero a come funziona l’industria cinese, emerge qualcosa di molto diverso dal solito cliché; il vero segreto del successo cinese non è il basso costo del lavoro, ma una scelta precisa di politica industriale: introdurre concorrenza estrema all’interno del proprio sistema produttivo, anche a costo di distruggere aziende, margini e rendite. Ma c’è un altro dato ancora più destabilizzante: negli ultimi quindici anni, in Cina sono scomparsi circa cento milioni di lavoratori manifatturieri; non perché l’industria se ne sia andata, ma perché è stata automatizzata. Fabbriche senza operai, linee produttive guidate dall’intelligenza artificiale, risparmi sui costi di manodopera superiori all’80 per cento: questo cambia tutto.















