Il Marru
Il Giappone ha trovato la sua Lady di Ferro e i risultati si vedono:

Come riporta Reuters, “L’economia giapponese si è contratta di quasi il 2% nei tre mesi fino a settembre”: sarebbe colpa dei dazi, che hanno dato una mazzata soprattutto alle “spedizioni delle case automobilistiche”, che “sono crollate”. Takaichi voleva fare la Thatcher del levante; le toccherà ripassare un po’ di caro vecchio keynesismo di guerra. L’8 novembre, Takaichi, intervenendo durante la Commissione Bilancio della Dieta, aveva affermato che un’eventuale blocco militare cinese di Taiwan potrebbe costituire una “situazione di minaccia al Giappone, che consentirebbe l’esercizio all’autodifesa collettiva”; in passato, abbiamo parlato spesso della richiesta del viceministro USA Elbridge Colby nei confronti degli alleati asiatici di dire esplicitamente che, in caso di attacchi cinesi all’isola, sarebbero ricorsi alle armi. All’inizio, l’hanno rimbalzato; poi c’è stata la crisi, è arrivata la Lady di Ferro e, ora, la musica sta cambiando: “I precedenti Primi Ministri”, commenta l’Asahi Shimbun, “non hanno mai espresso chiaramente questo genere di opinioni. Ma Takaichi si è fatta avanti”. La Costituzione pacifista, imposta al Giappone dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, vieta al Paese di dichiarare guerra, a meno che non si tratti di autodifesa: l’”autodifesa collettiva”, appunto; e, ovviamente, la Cina che ricorre alla forza per riprendersi quella che, dal punto di vista del diritto internazionale (così come riconosciuto da sempre anche dallo stesso Giappone), la “sua” Taiwan, non ha niente a che vedere con la sicurezza del Giappone. Da parte della Lady di Ferro di Tokyo si tratta solo di trovare il modo più adeguato per aggirare la Costituzione: “Se vengono impiegate navi da guerra e sono coinvolti altre azioni armate”, ha affermato, “credo che ciò potrebbe costituire una situazione che mette a repentaglio la nostra sopravvivenza”. Per Pechino, si tratta, molto semplicemente, di interferenze sugli affari interni della Cina che non è più disposta ad accettare.

Sanae Takaichi ha piazzato una “bomba a orologeria” taiwanese nei rapporti tra Tokyo e Pechino? si chiede il South China Morning Post; Pechino ha prontamente reagito dichiarando che Takaichi aveva “danneggiato seriamente i legami bilaterali e sfidato l’ordine internazionale del dopoguerra”. Secondo il vicedirettore del Centro per gli studi giapponesi presso l’Università Fudan di Shanghai, Wang Guangtao, i commenti di Takaichi sono “in parte intenzionali e in parte involontari“, perché il leader giapponese “è ancora abituato a fare dichiarazioni sensazionalistiche e slogan, un’abitudine che aveva da prima di diventare primo ministro“. Zheng Zhihua, professore associato presso la Shanghai Jiao Tong University, ha affermato che le osservazioni “non molto prudenti“ di Takaichi hanno messo in luce la sua inesperienza in materia di diplomazia e sicurezza, oppure che potrebbe aver avuto un motivo per farle: “Potrebbe trattarsi anche di una deliberata strategia di tastare il terreno, forse volta a valutare il sostegno interno alle sue posizioni politiche, nonché a inviare segnali agli Stati Uniti o alla Cina per rafforzare le sue fondamenta di governo“ ha affermato Zheng. Secondo China Military, la versione inglese del giornale ufficiale dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina, “L’intento dietro tali affermazioni (quella della Takaichi, ndr) è estremamente sinistro; la loro natura, estremamente atroce; il loro impatto, estremamente dannoso; e le conseguenze, estremamente pericolose”: “Il Giappone deve immediatamente correggere il suo errore, ritrattare queste dichiarazioni malevole e smettere di proseguire su questa strada sbagliata, altrimenti ne subirà tutte le conseguenze”; “Da tempo, il Giappone spinge per una trasformazione qualitativa della sua strategia di difesa, lanciandosi a capofitto in un pericoloso percorso di espansione militare e riarmo, e trasformandosi rapidamente in uno Stato capace di guerra non più vincolato dalla sua Costituzione pacifista. Con iniziative come la revisione dei suoi tre documenti di sicurezza nazionale, il vigoroso sviluppo di armamenti offensivi e il brusco aumento della spesa per la difesa al 2% del PIL, il Giappone sta diventando una delle principali fonti di rischio che mina la pace e la stabilità regionale”. “La questione di Taiwan è al centro degli interessi fondamentali della Cina e rappresenta una linea rossa e un limite di non ritorno che non deve essere oltrepassato. Raggiungere la completa riunificazione nazionale è un’aspirazione comune di tutti i figli e le figlie della nazione cinese, l’interesse fondamentale della nazione cinese e la sacra missione dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) cinese. Di fronte alla determinazione e alla volontà incrollabili dell’EPL, nonché alle sue solide e affidabili capacità, qualsiasi forza di interferenza esterna verrà ridotta in cenere”.
Il 14 novembre, il Dipartimento degli Affari Consolari del Ministero degli Affari Esteri ha diffuso un messaggio tramite l’account ufficiale WeChat dell’ambasciata cinese in Giappone, ricordando ai cittadini cinesi di evitare di recarsi in Giappone nel prossimo futuro; due giorni dopo, il Ministero dell’Istruzione ha emesso un avviso rivolto agli studenti cinesi all’estero, consigliando di pianificare attentamente i propri programmi di studio all’estero in Giappone. E, poche ore dopo (sempre ieri), anche il Ministero della Cultura e del Turismo ha ricordato ai turisti cinesi di evitare di recarsi in Giappone nel prossimo futuro e, secondo il SCMP, “Almeno sette compagnie aeree cinesi hanno offerto rimborsi completi sui voli per il Giappone”; come ricorda sempre il SCMP, “La Cina è una delle principali fonti di turisti stranieri in Giappone: secondo i dati ufficiali giapponesi, nei primi nove mesi di quest’anno sono stati registrati 7,48 milioni di viaggi da parte di viaggiatori della Cina continentale”.
Anche l’Europa sembra fare di tutto per gettare benzina sul fuoco: lo stesso giorno del famigerato intervento della Takaichi, il Parlamento europeo ha ospitato il vicepresidente di Taiwan Hsiao Bi-khim: è bene sottolineare che nessun Paese europeo ha rapporti formali con Taiwan e tutti, formalmente, rispettano il principio di una sola Cina; ciononostante, i ministri degli esteri di Taiwan visitano occasionalmente l’Europa e altre parti del mondo che non hanno legami formali con Taipei, ma, come sottolinea anche Reuters, “è raro che un funzionario di così alto rango come il vicepresidente lo faccia, dato il rischio di una reazione negativa da parte della Cina nei confronti della nazione ospitante”. Il giorno dopo, in una conferenza stampa, la missione cinese presso l’Unione europea ha dichiarato che la visita di Hsiao “viola gravemente il principio di una sola Cina, costituisce una grave ingerenza negli affari interni della Cina e mina gravemente la fiducia politica reciproca tra Cina e Ue“. Che l’Ucraina fossero solo le prove generali per il grande conflitto dell’Occidente collettivo con l’unica potenza che è concretamente in grado di mettere definitivamente fine al suo monopolio della forza globale, lo abbiamo sostenuto; fa un po’ strano che si torni a provocare dopo che quelle prove generali sono andate come peggio non si poteva.
Ale
Mentre i fedelissimi di Zelensky rubano tutto il rubabile dai fondi e dalle armi inviati da NATO e Ue senza alcun controllo, il presidente è ripartito per un altro tour europeo nella speranza di racimolare qualche altra mancetta per continuare la guerra, finanziare la ricostruzione e, magari, se avanza qualcosa, garantire agli amici più stretti anche il bidet d’oro (solo il wc è roba da poveracci).

Scherzi a parte, il presidente ucraino ieri era in Grecia, dove ha firmato un accordo per la fornitura di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti tramite il fornitore di gas greco DEPA, e ha poi parlato con il premier Mitsotakis del coinvolgimento della Grecia nella ricostruzione postbellica dell’Ucraina, nonché dell’acquisto di armi ucraine da parte di Atene; oggi incontrerà, invece, Macron, con il quale sottoscriverà un accordo storico per rafforzare l’aviazione, anche se ancora non sono stati pubblicati i dettagli. Seguirà poi la visita in Spagna, dove è previsto l’incontro con il premier Sanchez. Qui potete trovare, invece, un interessante articolo di Politico (nonostante il solito taglio suprematista e razzista) che fa il punto sulla corsa al riarmo dell’Occidente, non solo dalla prospettiva ovvia dell’aumento delle spese militari, ma da quella altrettanto interessante dei tagli ai fondi destinati alle ambasciate, ai consolati e agli aiuti esteri e umanitari: l’hard power che porterà ad una nuova grande guerra verrà direttamente finanziato anche attraverso un taglio al soft power, come ha mostrato esemplarmente Trump in questi mesi.
Il Soddu
Mattarella e la Teologia dell’Olocausto. Domenica 16 novembre 2025, nella cornice solenne della Giornata nazionale del lutto tedesca, l’80° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, Sergio Mattarella ha parlato al Bundestag insieme al presidente Frank-Walter Steinmeier; è in questa occasione, pensata per ricordare le vittime di tutte le guerre e della violenza totalitaria, che il presidente della Repubblica italiana ha scelto di pronunciarsi con toni allarmati: ha denunciato i “nuovi dottor Stranamore che amano la bomba”, condannato “la guerra d’aggressione come crimine” e invocato un ritorno al rispetto delle istituzioni multilaterali (qui gli articoli di Repubblica, ANSA e il comunicato del Quirinale). È un discorso che, pur nella veste apparentemente pacifista che gli è propria, riconferma un’impalcatura narrativa sempre più ricorrente nelle istituzioni europee: un racconto in cui l’Europa viene presentata come presidio di civiltà, come spazio che avrebbe interiorizzato la memoria della Shoah al punto da elevarla a fondamento dell’ordine internazionale e che, proprio per questo, si propone come arbitro morale del mondo. In questa costruzione, Mattarella non si limita a richiamare la responsabilità del passato europeo: rilegge il presente attraverso una retorica binaria che oppone la civiltà europea a una presunta barbarie esterna e la memoria della Shoah a qualsiasi deviazione rispetto ai parametri morali definiti dall’Occidente. Il contenuto profondo del discorso si colloca così nel solco di una narrazione eurocentrica che ricorda da vicino il più antico copione del colonialismo: l’idea che il continente europeo possieda una più alta capacità di giudizio, una più elevata consapevolezza etica, un primato morale derivante dalle sofferenze del Novecento e dalla sua successiva ricostruzione. Un passaggio rivelatore, in questo senso, è l’uso della Shoah come criterio universale per interpretare il mondo contemporaneo; la funzione che la memoria dell’Olocausto assume nelle parole del Presidente non è quella della storia, ma quella della teologia civile: la Shoah non appare come un evento da comprendere nelle sue cause e nei suoi effetti, ma come uno strumento normativo, un metro morale assoluto che divide il mondo in due – chi ha capito e chi non ha capito. È significativo che, proprio in questi giorni, la stampa internazionale abbia rilanciato un evento che incrina profondamente questa costruzione: l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la risoluzione annuale presentata dalla Russia contro la glorificazione del nazismo e, a sostenerla, è stata la stragrande maggioranza degli Stati del mondo”; l’Occidente, invece, ha votato in blocco contro. Questo dato, che Mattarella disconosce, mette in luce la contraddizione fondamentale del discorso europeo sull’antifascismo: mentre l’Europa pretende che la Shoah sia un metro universale per giudicare i conflitti contemporanei, la comunità internazionale non riconosce questo uso politico della memoria come un fondamento neutrale o condiviso; anzi, per molti Stati non occidentali l’antifascismo non è un monopolio europeo, ma un terreno che l’Occidente utilizza in modo selettivo, accettando il principio quando conviene alla propria agenda geopolitica e rifiutandolo quando lo stesso principio si traduce in una critica alle alleanze o agli interessi euro-atlantici. Da qui emerge un problema più ampio: il modo in cui Mattarella parla di pace: nello stesso discorso al Bundestag, mentre denuncia il ritorno dei cultori della bomba, il presidente ribadisce il sostegno all’approfondimento dell’integrazione europea in materia di difesa, perfettamente coerente con la linea NATO e con la richiesta statunitense di un riarmo generalizzato del continente. Ne emerge un paradosso evidente: Mattarella propone una retorica morale di disarmo, ma aderisce pienamente alla logica del riarmo strutturale richiesto dall’Alleanza Atlantica. L’Europa, così, non si muove verso una reale autonomia strategica, né verso un progetto di sicurezza alternativo alla logica dei blocchi; si limita a riverniciare con un linguaggio pacifista ciò che in realtà è una scelta di schieramento militare sempre più netta: il pacifismo evocato è quindi un pacifismo retorico, non programmatico. È un pacifismo che non si traduce in politiche, ma in formule rituali utili a mascherare la natura profondamente atlantica della postura strategica europea: il risultato complessivo del discorso è la costruzione di una narrazione in cui l’Europa viene presentata come polo morale del mondo, capace di indicare la via della pace proprio mentre partecipa al riarmo più ampio e rapido degli ultimi decenni; è una narrazione che non riconosce il multipolarismo come realtà, che non accetta che esistano altre memorie, altre interpretazioni, altre letture della storia del Novecento. Ciò che rimane, al fondo, è un’operazione ideologica già nota: il discorso di Berlino, così, diventa un tassello ulteriore nella costruzione di un immaginario europeo che proclama la pace mentre prepara la guerra, che invoca il mai più mentre rifiuta di confrontarsi con il fatto che il mondo di oggi non riconosce più all’Europa il ruolo di giudice universale; è proprio questa incongruenza tra la retorica del lutto e la pratica del riarmo, tra il richiamo alla memoria e la selettività della sua applicazione, tra il linguaggio della civiltà e la logica della potenza a rendere il discorso di Mattarella non un intervento di pace, ma un esercizio di potere mascherato da pedagogia morale.









