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¡Desaparecinema! ep.48 – Giù la Tosca, coglione!

"La Tosca" di Luigi Magni e "Giù la testa" di Sergio Leone. Quando il cinema italiano sputava in faccia al potere

OttolinaTV by OttolinaTV
26/10/2025
in ¡Desaparecinema!, Cultura, Italia
1

Che il tuo padrone sia Amazon, Stellantis, Draghi o Bill Gates, Santanché o Brunetta, il risultato non cambia: ti sfrutta.

E non è un errore del sistema. È il sistema stesso.

Ma c’è stato un tempo in cui il cinema italiano sapeva dirlo, senza paura, e senza filtri.

Un tempo in cui un regista come Luigi Magni non si piegava né ai partiti né ai festival, e raccontava la rivoluzione, l’amore e il tradimento come nessun altro.

In “La Tosca” — non quella di Puccini, ma quella popolare e giacobina di Magni — il popolo si armava, il tiranno veniva fatto ruzzicare giù dal piedistallo, e Monica Vitti e Gigi Proietti diventavano i volti di un’Italia che non aveva paura di ridere, amare e lottare.

E in “Giù la testa” Sergio Leone urlava la stessa verità: la rivoluzione non è un pranzo di gala, è sangue, amicizia, e l’unico modo per restare vivi.

Due film che la critica ha distrutto e che oggi, nell’epoca del cinema “misurato”, delle star woke e delle mezze opinioni, ci ricordano cosa significa essere vivi, artisti, rivoluzionari.

Perché l’arte vera non fa like. Fa paura. Fa male. E fa ruzzicare tiranni giù dal piedistallo.

 

 

Ultimamente non mi capacito che possa esistere qualcuno che non conosca a memoria La Tosca di Luigi Magni. Per me è come il primo canto della Divina Commedia. Come la lista dei film di Kubrick con giorno mese e anno della loro uscita. Come i titoli di tutte le puntate delle tre stagioni di Twin Peaks. Declamate in ordine. O le canzoni di De André e Rino Gaetano. O l’inno sovietico.

Ne La Tosca c’è l’amore, la morte, l’arte, la commedia, il bigottismo, lo sfruttamento colonialista, la sovranità del popolo, la tragedia, il tradimento, la rivoluzione, il musical, l’epos, il cinema politico. La violenza e la tenerezza. Ci sono alcuni dei giganti del cinema di sempre, da Aldo Fabrizi a Vittorio Gassman (quello originale, tranquilli, non “Pronto Polizia?”), da Alberto Orsini ad Alvaro Vitali. Da Gigi Proietti a sua maestà dalla voce roca e sensuale regina di tutti i mondi presenti e futuri: Monica Vitti. Ma soprattutto ci sono le musiche di Armando Trovajoli, che rielabora Sardou (non Puccini) in chiave romanesca moderna firmando una delle più belle colonne sonore del cinema italiano, che Hans Zimmer e John Williams je spicciano casa.

Lo stesso vale per la vetta del cinema politico di tutti i tempi (sì, più de L’amerikano di Costa-Gavras di cui abbiamo parlato qualche domenica fa): Giù la testa di Sergio Leone in cui, a convincere Juan Miranda del valore fondamentale della rivoluzione (siamo in Messico durante la rivoluzione zapatista) è l’amicizia con Sean Mallory, mentre per Tosca l’amore per Cavaradossi. Ma l’arco narrativo di maturazione politica dei protagonisti è lo stesso. Tosca e Juan infatti non solo trovano la rivoluzione grazie ad amore e amicizia ma comprendono cosa siano l’amore e l’amicizia grazie alla rivoluzione. Ne escono sublimati. Purificati. Eterni.

“Se semo litigati, se semo ritrovati rintorcinati drento na bandiera“, dice Cavaradossi a Tosca. “E io adesso come faccio?”, dice Juan dopo la morte di Sean, dopo aver imparato cosa significa lottare per i propri diritti contro i tiranni.

In uno dei suoi libri migliori, “L’epoca delle passioni tristi”, Miguel Benasayag ci dice che il tiranno si alimenta, appunto, delle nostre passioni tristi, come le nostre passioni tristi traggono linfa dal tiranno, che cammina tra due ali di folla, invincibile: una folla infelice, dalle gambe tremanti, che ha dimenticato come si ride, come si ama e come si lotta. La Tosca e Giù la testa ci ricordano proprio come si ride, come si ama e come si lotta (che poi sono la stessa cosa). Non a caso sono due pellicole che appartengono alla notte dei tempi del cinema italiano (rispettivamente al 1973 e al 1971), la nostra epoca d’oro, quando i nomi dei registi finivano in Agni, Etri ed Elli e non in Ino ed Etti, quando eravamo vivi e gioiosi, ben piantati sulle gambe, capaci di radicalità alla William Blake, alla Cecco Angiolieri, alla Brecht.

Immaginate un regista italiano di oggi fare coi propri film quello che fa Cavaradossi coi suoi quadri quando anche lui comprende fino in fondo l’unico senso possibile dell’arte: essere popolare e rivoluzionaria. Fatto?

La Tosca e Giù la testa ci ricordano anche che l’unico modo per essere vivi è prendere il coltello e far ruzzicare il tiranno dal piedistallo. La Tosca lo fa con un romanesco di una bellezza sublime, una lingua impregnata di dissacrazione, leggerezza e ribellione. Ricca, vivida, quella di Giuseppe Gioacchino Belli: la lingua der popolo che si arrabattava sotto la Roma papalina e tifava contro il feroce tiranno. Belli era vivo nell’anno 1800, a cavallo della battaglia di Marengo, periodo in cui è ambientato il film, esattamente tra il 17 e il 18 giugno del 1800, nell’arco di sole 18 ore, quando le truppe napoleoniche sconfissero quelle austriache, quando la Repubblica romana cadde e i sostenitori di Bonaparte furono perseguitati.

Magni traspone il dramma di Sardou facendolo musicare da Armando Trovajoli, un altro gigante della cultura italiana di ogni tempo, autore anche della formidabile colonna sonora di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, e dei film di Comencini, Lattuada, Zampa, Soldati, Zeffirelli, Risi, De Sica (La ciociara), Salce, Steno, Bava, Petri, Lenzi, Monicelli… per citarne solo alcuni. E della canzone dai ritmi brasiliani “El Negro Zumbon” del film Anna con Silvana Mangano. Un brano del 1951 che divenne una hit mondiale e addirittura uno standard musicale. Fino a essere citato da uno dei gruppi musicali più geniali di sempre in un videoclip popolarissimo: “Frontier Psychiatrist” degli Avalanches. Dicevo che Magni fa dire ai suoi personaggi, in particolare Gigi Proietti nei panni di Cavaradossi e Monica Vitti nei panni della Tosca, che il tiranno va fatto ruzzica’ giù dar piedistallo. Cor cortello. Lo fa nella sublime canzone dei giacobini, che vi riporto per intero per quanto è bella dal punto di vista poetico e politico.

Noi semo l’ASSERTORI
del libero pensiero
adesso er cielo è nero
ma poi se schiarirà.
VIVA
LA
LIBBERTÀ!

Qui nun se move foglia
che ‘r popolo non voglia
chi vo’ regna’ da boia
da boia morirà.
VIVA
LA
LIBBERTÀ!

Semo tirannicidi
s’armamo de cortello
e giù dar piedistallo
li famo ruzzica’.
VIVA
LA
LIBBERTÀ!

È l’omo che propone
ma ‘r popolo dispone
er cane c’ha er padrone
ma l’omo nun ce l’ha.
VIVA
LA
LIBBERTÀ!
VIVA
LA
LIBBERTÀ!

Uno dei danni della propaganda woke è stato ed è tutt’ora di convincere i piddini (categoria maggioritaria, perché, come ormai sapete, antropologica e non solo elettorale) che – in un’epoca in cui l’attacco del capitale transnazionale non è mai stato così feroce su tutti i fronti, al punto da essere evidentemente arrivati al redde rationem – bisogna rimanere misurati. Non bisogna essere assertivi. Ti impoveriscono, ti uccidono, ti radono al suolo casa con sotto il braccio i primi cinque capitoli di un romanzo fanta-horror – anche appassionanti, per carità – e tu, gentilmente, pacatamente, devi spiegargli le tue ragioni mentre muori nella tua stessa merda. Come hanno affermato attori e registi all’ultimo festival di Venezia, scandalizzati dal fatto che il colletivo Venice4Palestine ha osato, singora mia, affermare che Gerard Butler e Gal Gadot, due mediocri attori hollywoodiani, non erano ospiti graditi per il loro appoggio esplicito all’esercito israeliano colpevole di genocidio. Non devi azzardarti a offenderli, signora mia. Pare brutto. Meglio Sorrentino di William Blake, meglio Verdone di Cecco Angiolieri. Meglio l’ignavia travestita da saggezza che mettersi in gioco e rischiare la carriera.

Ma insomma, La Tosca parla anche di questo: dell’ignavia degli artisti di oggi, che secondo certi ospiti del festival di Venezia in quanto artisti sono ingenui ed è meglio che non prendano posizioni nette. In tutto il film Magni glielo spiega bene cosa significa essere artisti, a questi imbecilli. Per fortuna c’è stato Luigi Magni, e molti altri, a ricordarci che la rivoluzione – anche culturale – non è un pranzo di gala. Che consiste, appunto, nel far ruzzicare i tiranni giù dar piedistallo.

Come l’abbiamo visto accadere per molti altri film, per esempio per quelli di Salce, la critica nun c’ha – volutamente? – capito un ghezzo. Per il Dizionario Mereghetti Magni ne La Tosca non riesce “ad amalgamare i toni iniziali brillanti e quelli finali da melodramma”. Secondo il Dizionario Morandini “l’operazione parodistica è riuscita a metà” e la resa degli attori, tanto della Vitti quanto di Proietti e Gassman, è solo discreta. Discreta. DISCRETA. A parte il fatto che chi conosce Magni sa che a lui della parodia non frega nulla, quello semmai è Mel Brooks, che di parodie innocue ne ha fatte a cariolate (in alcuni casi esilaranti, come Alta tensione o Balle spaziali).

Come scrive Debaser.it, anche la Tosca originale di Sardou, del 1887, interpretata dalla mitica Sarah Bernhardt “ricca di dettagli storici e folkloristici della Roma di quei tempi, talmente precisa e calzante nel descrivere quella Roma, quel popolo, fece storcere il naso ai critici del tempo, i quali, scettici, non potevano credere che un francese avesse rappresentato così bene quell’epoca, quella gente e quei luoghi, a lui stranieri”. Scrive invece Wikipedia: “Non essendo riusciti a boicottare l’opera con le accuse di plagio, gli oppositori tentarono allora di boicottare la prima rappresentazione con fischi organizzati, ma anche questo progetto fallì in seguito al comportamento della grande maggioranza del pubblico che con applausi scroscianti soffocò sul nascere alcuni fischi. Il giorno dopo alcuni critici ostili a Sardou stroncarono il dramma nelle loro recensioni, ma questo non bloccò il successo dell’opera in Francia e a livello internazionale. Anche in Italia il dramma riscosse un grande successo di pubblico”.

La Tosca di Magni è altissimo cinema politico, pienamente inserito nella filmografia del regista romano insieme ad altri capolavori dalla stessa tensione politica: In nome del papa Re, Nell’anno del signore, In nome del popolo sovrano. Così come è altissimo cinema politico Giù la testa! Oltre che essere entrambi, semplicemente, altissimo Cinema. In origine il film avrebbe dovuto intitolarsi C’era una volta la rivoluzione. Il regista avrebbe voluto anche chiamare il lungometraggio Giù la testa, coglione!, frase pronunciata più volte da Sean Mallory (James Coburn), ma il titolo venne censurato. L’insulto venne mantenuto nel titolo statunitense del film, Duck, You Sucker! (‘Abbassati, idiota!’).

Anche qui: la critica ha visto un altro film. “Una storia convenzionale con personaggi convenzionali. Per ottenere i ‘suoi effetti spettacolari’, Sergio Leone dilata le situazioni fino al limite della credibilità”. Disse il critico che a 60 anni credeva ancora a babbo Natale. Oppure: “Pur con gli errori di percorso dovuti alla particolare genesi della sceneggiatura (si avvertono alcuni salti narrativi e alcuni passaggi faticosi), Giù la testa ha tutte le caratteristiche del ‘film del cuore’, autentica confessione personale in forma di racconto spettacolare”. Di chi è quest’ultima recensione? Ma de L’Unità! (E come te sbaji) Peccato che Leone il film non volesse neppure dirigerlo proprio perché voleva concentrarsi sul suo VERO film del cuore, C’era una volta in America, e avesse chiesto di dirigerlo prima a Sam Peckinpah e poi a Peter Bogdanovich.
(ma poi che cazzo significa “film del cuore”?, L’Unità già era l’house organ di Beautiful?) James Coburn e Rod Steiger accettarono di interpretare il film a cachet MOLTO ridotto, ma a patto che a dirigerlo fosse appunto Leone. I nostri critici comunisti si fanno superare a sinistra pure dagli yankee anticomunisti. Ok ok, basta sparare sull’ambulanza.

Insomma, dicevamo che in entrambi i casi il protagonista ha un arco narrativo che lo porta prima a comprendere poi ad abbracciare la rivoluzione: Floria Tosca parte come cantante borghese timorata de Dio, vuota di coscienza politica e stracolma di passione per Cavaradossi, al quale non ha mai chiesto le sue opinioni politiche (altrimenti non avrebbe mai accettato di farsi scaldare i piedi freddi sul suo petto). E finisce come compagna di un giacobino, lo stesso Cavaradossi, che muore fucilato a Castelsantangelo. Il momento della sua agnizione, cioè il momento in cui Tosca scopre di non appartenere, antropologicamente, alla classe dei padroni ma a quella del popolo, è indimenticabile. È pura goduria, sottolineato appunto da quelle strofe di Magni musicate da Trovajoli di cui sopra. Anche se l’apice della sua consapevolezza le arriva quando vede appeso alla forca il patriota Angelotti e l’immediata reazione è quella di uccidere il capo della polizia Scarpia interpretato dal grandissimo Gassmann. Mentre uno dei due sgerri di Scarpia è l’immenso Fiorenzo Fiorentini. Che tra l’altro è stato doppiatore di Stan Laurel.

Anche Juan, un banditello da strapazzo col sogno di rapinare la banca di Mesa Verde (il titolo messicano di Giù la testa è infatti Gli eroi di Mesa verde), risponde alla domanda finale di qualunque viaggio dell’eroe junghiano, “Chi sono io?”, con: “Sono un rivoluzionario”. E, anche qui, ciò avviene dopo che Juan ha ucciso il governatore Jaime, responsabile della strage di tutta la sua numerosa famiglia. Questa scena è importantissima, perché ci aiuta a comprendere anche cosa sta succedendo a Gaza dal punto di vista della rappresentazione mediatica. E lo faremo come al solito con Baudrillard attraverso le parole di un formidabile post di Salvatore Setola su facebook di qualche settimana fa. Si tratta di una scena in cui lo sguardo di Leone insiste in modo pornografico, volutamente eccessivo, sulla morte, con panoramiche e zoom alternate allo sguardo attonito di Juan. Forse Leone aveva capito che già alla sua epoca “la realtà è una simulazione mediatica e il potere – come dichiarò anche Sciascia in una delle sue ultime interviste – è sempre altrove”. Forse quindi Leone aveva già capito qualcosa di molto simile a ciò che siamo costretti a rilevare oggi su Gaza: le immagini dalla guerra stanno diventando un simulacro del potere, al servizio del potere: depotenziate, “inframezzate alle notizie di calciomercato e ai selfie vacanzieri, rese grottesche in modo non molto diverso dalla bandiera palestinese sventolata da Elodie a San Siro sotto una pioggia di lustrini e sculettamenti. Lo sterminio di un popolo non è uno spettacolo, e impacchettarne i morti in una confezione arcobaleno per il mercato globale dell’amore di riserva è parte dello stesso orrore”. Per questo in quella caverna il film di Leone si prende un pausa: dalle battute, dagli effetti speciali, dal flusso narrativo, dalla regia epica. Perché lui sì che ha rispetto per i morti di Gaza e chi li piange, diversamente dalla stragrande maggioranza dei pagliacci che oggi infestano le TV, i social e i palchi dei premi cinematografici. “Del resto proprio Warhol ce l’ha dimostrato: bastava una verniciata di rosa shocking alla foto di un incidente stradale e la gente si sarebbe appesa in salotto persino la morte”, chiude Setola nel suo post.

Ma insomma, i due film sembrano dirci: la rivoluzione non si fa a parole, si fa sporcandosi le mani di sangue, vero o metaforico. Si diventa rivoluzionari solo DOPO aver agito senza troppe pippe mentali. Altrimenti non lo si diventa mai. Per farvi capire quanto io ami questo film, questo è il mio profilo facebook da quando l’ho aperto, nel ’48. Per questo, il titolo di questa puntata è “Giù la Tosca, coglione!” perché Juan, con la sua nuova coscienza rivoluzionaria, non tollera che la compagna Tosca sia aggredita dal potere, cioè da Scarpia, il capo della polizia papalina.

Molti anni fa dedicai a Giù la testa un documentario dal titolo Fuori fuoco – Cinema, ribelli e rivoluzionari, firmato con Mazzino Montinari. Analizzavamo le pellicole italiane che avevano affrontato il tema della rivoluzione armata delle Brigate Rosse: tra questi La meglio gioventù, ll caso Moro, Buongiorno notte, Piazza delle cinque lune. La conclusione fu che l’unico cinema che le aveva raccontate nella loro essenza più profonda, che ne aveva raccontato il “vero” e non “la verità”, non era il cinema d’autore di Marco Bellocchio o Marco Tullio Giordana, ma – OVVIAMENTE – il cosiddetto cinema di genere. (parentesi: famo ‘na petizione per chiamare il cinema d’autore “cinema non di genere e non popolare” e il cinema di genere popolare “Cinema”?) Nello specifico, Giù la testa ci pareva il più efficace nel raccontare gli anni di piombo, nonostante fosse stato scritto PRIMA del 1970, anno di nascita ufficiale delle Brigate Rosse. Juan è un ribelle che a contatto con un rivoluzionario dell’IRA, Sean, diventa anche lui rivoluzionario. Un po’ come sarebbe accaduto per esempio ad alcuni membri dei Nuclei Armati Proletari, i NAP, nati nel 1974: erano entrati in galera per – come direbbero loro stessi – “alcune rapinette”, lì avevano conosciuto le ragioni della lotta proletaria e si erano beccati altri anni di galera per motivi politici. Come Juan Miranda, che nasce come rapinatore di banche e poi diventa assassino di dittatori grazie a Sean.
Non credo sia un caso, d’altronde, che Juan e Sean abbiano dei nomi con una forte assonanza. Sono due facce della stessa medaglia, una più avanti con la consapevolezza politica, l’altra più indietro. Che però alla fine coincideranno.

Ma basterebbe la famosa (abbreviata) citazione d’apertura del film, tratta da Mao Tse Tung:

La rivoluzione
non è un pranzo di gala,
non è una festa letteraria,
non è un disegno, un ricamo,
non si può fare con tanta eleganza,
con tanta serenità e delicatezza,
con tanta grazia e cortesia.
La rivoluzione è un atto di violenza.

Nulla da invidiarle ha, appunto, la strofa de La Tosca:

Semo tirannicidi
s’armamo de cortello
e giù dar piedistallo
li famo ruzzica’.

Quando si scopre la rivoluzione non se ne può più fare a meno. Tosca infatti, rimasta sola senza il suo amante giacobino, finirà per uccidersi. Juan, rimasto solo senza il suo amico, sarà perso. Non a caso Sergio Leone diceva: “Nei western di John Ford uno guarda dalla finestra ed è la metafora dello sguardo verso il futuro. Nei miei uno guarda dalla finestra e una pallottola lo prende in un occhio.”

Sapete chi c’è oggi su quel piedistallo, insieme agli altri? La stragrande maggioranza dei nostri registi falliti di successo di oggi. Esatto, proprio i futuri colleghi del filmmaker Magni. Ma questo non poteva davvero prevederlo.
Oppure sì?

Tags: cinemadesaparecinemagiù la testaluigi magnirivoluzionesergio leonetirannicidiotosca
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Comments 1

  1. gabriella says:
    9 mesi ago

    grazie grandissima esposizione !

    Rispondi

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