Si legge in testa all’articolo della rivista MintPress News: “The Israel Files è una nuova serie di MintPress che esplora e mette in evidenza le numerose rivelazioni sull’occupazione israeliana della Palestina che i documenti di WikiLeaks hanno rivelato”. Wikileaks infatti, nel 2015 ha reso pubbliche decine di migliaia di email che dimostrano senza ombra di dubbio che sia il governo israeliano che l’IDF collaborano con alcune delle persone più potenti del mondo del cinema e della TV per promuovere un messaggio pro-Israele.
(ma tu guarda che sorpresa)
Si tratta di email e documenti della Sony Pictures Entertainment, un’azienda multimilardaria sussidiaria della SONY giapponese che gestisce molte reti TV popolari, programmi televisivi e franchise cinematografici come Spider-Man, Men in Black e Resident Evil. Tra l’altro Men in Black ha come obiettivo anche quello di rendere simpatiche e umane le agenzie di sicurezza.
(ma tu guarda che sorpresa)
Gi uomini in nero catturano gli alieni cattivi, vuoi che non sappiano proteggerci dagli alieni mediorientali cattivi? Siccome non sono Gianni Riotta, cioè l’opposto del giornalismo, e neppure voglio entrare nella polemica se MintPress, fondata da Mnar Adley, sia una rivista seria (lo è, basta leggere quello che dice di essa Wikipedia e ribaltarlo), sono andato subito alle fonti. E per fonti intendo le email sulla pagina dedicata di Wikileaks, sempre sia lodato Assange. Questa. E siccome conosco i miei polli, voi, mi sono smazzato le email al vostro posto, per giorni, e ho provato a fare una sintesi.
Pronti?
Immagino che tutti sappiate cos’è l’HASBARA. Nell’ottimo articolo di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”, viene illustrato come “hasbara” venga tradotto ufficialmente come “spiegazione” o “informazione”, ma in pratica corrisponda a una strategia comunicativa di propaganda. Cioè “L’hasbara è l’arte di rendere accettabile l’inaccettabile…”. L’obiettivo è quindi quello di manipolare l’opinione pubblica internazionale, rappresentando Israele come vittima o forza moralmente giustificata. E come lo farebbe?
(lo fa, lo fa)
Coordinandosi con ONG compiacenti, social media influencer, diplomatici e agenzie statali. Attraverso campagne di pressione sui media per censurare o screditare notizie scomode. E con attività di monitoraggio linguistico e semantico per influenzare la terminologia usata. Per esempio l’uso del termine “terrorismo” al posto di quello di “resistenza”. O chiamando“scudi umani” i bambini trucidati. Oppure tenendo in palmo di mano certa stampa e screditando le fonti giornalistiche ostili etichettandole come antisemite o faziose. Per esempio, appunto: MintPress. Insomma si utilizza l’hasbara come arma cognitiva, più sottile della censura esplicita perché mira a indirizzare il pensiero, non a bloccarlo. Cioè si crea un consenso mediatico fabbricato fondato su reiterazione e saturazione narrativa.
Benissimo. E cosa c’è di più potente del cinema, che diversamente dai mezzi di informazione mainstream, dei quali ormai quasi tutti ovviamente dubitiamo (quel quasi sapete per cosa sta), si spaccia come innocuo “intrattenimento”, “arte”, “impegno sociale e politico indipendente”? Certo, spesso lo è, ma molto, molto, molto raramente. Il cinema, lo abbiamo detto mille volte, è NARRAZIONE MITICA, perché fruito collettivamente e perché mantiene, nonostante tutto, ancora un’aura di autorevolezza. D’altronde se c’è ancora gente che va al cinema a vedere Nanni Moretti invece di guardarlo in TV…
Torniamo a noi. E vediamo, grazie a Wikileaks e ad Assange, chi e come, per esempio, ha utilizzato la forza della narrazione mitica del cinema per fotterINFLUENZARCI in merito al conflitto in Medio Oriente.
16 aprile 2015: WikiLeaks pubblica gli archivi della Sony: 30.287 documenti di Sony Pictures Entertainment e 173.132 e-mail, da e verso più di 2.200 indirizzi e-mail della Sony. Questi archivi mostrano che dietro le quinte si cela un’azienda influente, con legami con la Casa Bianca (l’archivio contiene quasi 100 indirizzi email del governo statunitense), con la capacità di influenzare leggi e politiche e con collegamenti con il complesso militare-industriale statunitense. Julian Assange ha dichiarato che “questo archivio è al centro di un conflitto geopolitico”. I collegamenti tra Sony Pictures Entertainment e il Partito Democratico statunitense sono dettagliati, tra questi la partecipazione dell’allora amministratore delegato della Sony, Michael Mark Lynton – di famiglia ebrea, ex agente dell’intelligence britannica, ex Disney – a una cena con il presidente Obama e la partecipazione di dipendenti Sony a cene di raccolta fondi per il Partito Democratico. Sotto la guida di Lynton il comparto cinema della Sony – e come te sbaji – ha ricevuto riconoscimenti dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (gli Oscar), tra cui le nomination come miglior film per American Hustle, Captain Phillips, The Social Network, Moneyball e Zero Dark Thirty (ricordate? Ne abbiamo parlato nella puntata su Five Eyes, l’intelligence transnazionale degli Stati Uniti: Zero Dark Thirty, del 2013, fu prodotto con la consulenza diretta della CIA.)
Michael Lynton era anche membro del consiglio di amministrazione di RAND Corporation, un’organizzazione specializzata in ricerca e sviluppo per il settore militare e di intelligence degli Stati Uniti. Come racconta sull’Espresso Online nel 2015 Stefania Maurizi, giornalista indipendente e collaboratrice di Wikileaks, “dalle comunicazioni emerge che proprio a Lynton la RAND si rivolge per cercare un contatto con le celebrità di Hollywood del calibro di George Clooney o Kevin Spacey o con il consigliere di Obama, Valerie Jarrett, come ospiti di prestigio e richiamo in iniziative e dibattiti. Ed è un analista della RAND, Bruce Bennett, che, a sua volta, consiglia Sony per il film The Interview, con James Franco, che avrebbe scatenato la rappresaglia degli hacker nordcoreani”. A proposito del film The Interview: nel novembre 2014 la Casa Bianca ha affermato che i servizi segreti della Corea del Nord avevano ottenuto e distribuito una versione di questi documenti della SONY per vendicarsi dell’imminente distribuzione da parte della Sony del film The Interview, perché descriveva un futuro rovesciamento del governo nordcoreano e l’assassinio del suo leader, Kim Jong-un. Ma alla fine i documenti sono stati rimossi prima che il pubblico e i giornalisti potessero studiarli a fondo. Cosa che invece faremo noi.
(ma tu guarda che sorpresa)
Nell’archivio pubblicato da Wikileaks ci sono anche email che descrivono l’istituzione di un collettivo all’interno dell’azienda con l’obiettivo di donare 50.000 dollari per far eleggere il governatore democratico di New York, Andrew Cuomo, con la seguente motivazione: “Grazie al governatore Cuomo, abbiamo un ottimo ambiente di incentivi alla produzione cinematografica a New York“. Gli archivi SONY descrivono anche dettagliatamente lo sviluppo dei propri film e la raccolta di “informazioni” su film avversari; ad esempio (ma tu guarda che sorpresa), i documenti d’archivio rivelano la ripartizione del budget per il film di produzione e distribuzione indipendente di Oliver Stone, Snowden, che racconta la storia vera del subappaltatore e informatore della CIA che ha copiato e fatto trapelare informazioni altamente riservate dalla National Security Agency (NSA) a partire dal 2013.
Ma non ci avevi detto che ci parlavi di come il cinema ripulisce l’immagine di Israele in merito al genocidio a Gaza? Certo. Era il 2014. Si legge sempre su MintPress che mentre Israele lanciava un attacco mortale a Gaza, la cosiddetta “Operazione Margine di Protezione”, uccidendo migliaia di civili tra cui centinaia di bambini e costringendo oltre 100.000 persone a sfollare, “molti dei principali produttori televisivi, musicali e cinematografici americani si stavano organizzando per proteggere la reputazione di Israele da una diffusa condanna internazionale. L’Archivio Sony dimostra che influenti magnati dell’intrattenimento tentarono di insabbiare i crimini israeliani e di presentare la situazione come una difesa di Israele da un imminente ‘genocidio’”…
Praticamente la messa in pratica delle spregiudicate regole che Cohen, ex spregiudicato avvocato e amico dello spregiudicato Trump agli inizi della carriera, aveva spiegato al suo pupillo:
Attacca, attacca, attacca;
Non ammettere mai nulla, nega tutto;
Qualunque cosa accada, rivendica la vittoria e non ammettere mai la sconfitta;
Ma soprattutto: devi essere disposto a fare qualsiasi cosa a chiunque per vincere.
Molti produttori, dicevo, collaborarono con funzionari militari e governativi israeliani per coordinare il loro messaggio, tentarono di cancellare coloro che denunciavano l’ingiustizia e fecero pressione finanziaria e sociale sulle istituzioni che ospitavano artisti che criticavano le azioni del governo di Israele. Durante quella “Operazione Margine di Protezione” del 2014, l’esercito israeliano aveva preso deliberatamente di mira le infrastrutture civili, distruggendo l’unica centrale elettrica di Gaza e chiudendo gli impianti di depurazione, causando una devastazione economica, sociale ed ecologica in un’area che Human Rights Watch ha definito la più grande ‘prigione a cielo aperto’ del mondo. Molti a Hollywood hanno espresso profonda preoccupazione. Il produttore hollywoodiano Ron Rotholz, produttore esecutivo per esempio di Homicide, un film del 1991 di David Mamet e interpretato da Joe Mantegna e William H. Macy, “ha detto: “Dobbiamo assicurarci che ciò non accada mai più”. Rotholz, però, non si riferiva alla morte e alla distruzione che Israele ha imposto a Gaza”, scrive sempre MintPress, “ma al fatto che molte delle più grandi star del mondo dello spettacolo, tra cui la potente coppia di celebrità Penélope Cruz e Javier Bardem, avevano condannato le azioni di Israele, definendole equivalenti a un “genocidio”.”
Non contenti, gli oligarchi occidentali vogliono anche insegnarci come dobbiamo pensare: “Il cambiamento deve partire dall’alto verso il basso”, si legge ancora in una email. “Dovrebbe essere inaudito e inaccettabile per qualsiasi attore premio Oscar definire la legittima difesa armata del proprio territorio… genocidio”, ha continuato Rotholz, preoccupato che il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) – una campagna mondiale per esercitare pressioni economiche su Israele nel tentativo di spingerlo a rispettare i propri obblighi di diritto internazionale – stesse guadagnando terreno nel mondo dell’arte. Migliaia di studiosi, tra cui il fisico teorico Stephen Hawking, e numerose associazioni accademiche e studentesche hanno appoggiato il BDS e il boicottaggio accademico contro Israele. Mentre (e come te sbaji) entrambi i principali partiti politici statunitensi si oppongono al BDS, così come il Partito Liberale australiano. E (e come te risbaji) anche gli ex Primi Ministri britannici Tony Blair, David Cameron, Theresa May e Boris Johnson si sono tutti opposti o hanno condannato il boicottaggio di Israele.
La legittimità di Israele si basa sul sostegno politico e militare degli Stati Uniti. Pertanto, mantenere il sostegno del pubblico americano è fondamentale per la sostenibilità a lungo termine del suo progetto coloniale. Ma d’altronde, come abbiamo detto nella puntata sul cinema e l’industria dell’Olocausto: il direttore esecutivo americano della Anti-Defamation League, organizzazione non governativa internazionale fondata per combattere l’antisemitismo, la bigotteria e la discriminazione, sostenne senza mezzi termini che “il vero antisemitismo” in America stava nelle iniziative politiche “che danneggiano gli interessi ebraici”. E di FORTI interessi, abbiamo detto, è pieno il cinema hollywoodiano. Molti infatti sostengono che Hollywood sia stata “inventata” dagli immigrati ebrei tra gli anni ‘20 e la fine della seconda guerra mondiale i quali, come scrive Sara Pesce, docente all’università di Bologna, “attuarono una creativa re-invenzione di sé indissolubilmente legata all’elaborazione di una visione mitica dell’America. La dimensione leggendaria su cui Hollywood fondò il proprio statuto infatti è un effetto delle ‘negoziazioni’ attuate da questi uomini, degli sforzi tesi a ritagliarsi un ruolo speciale e rispettabile nella società statunitense”. A guardar bene la nascita di quasi tutti i colossi di Hollywood risale ai capitali di immigrati ebrei: la 20th Century Fox, la Paramount, la Universal, la Columbia, la RKO furono fondate da ebrei.
Rotholz, il produttore hollywoodiano di cui sopra, per sradicare il BDS ha poi tentato di organizzare una campagna di pressione silenziosa e mondiale su sedi e organizzazioni artistiche, tra cui gli Oscar e i festival cinematografici di Sundance e Cannes, scrivendo: “Quello che possiamo fare è esortare i leader delle principali organizzazioni cinematografiche, televisive e teatrali, i festival, i mercati e potenzialmente i dirigenti delle aziende mediatiche a rilasciare dichiarazioni ufficiali che condannino qualsiasi forma di boicottaggio culturale o economico contro Israele”.
E un esempio di questo lo abbiamo visto attuato contro Ken Loach, il regista dei subalterni. (ne abbiamo parlato nella puntata su Loach e De Sica). MintPress continua la sua analisi degli Israel Files, le email della SONY, che rivelano anche una quasi ossessione per Ken Loach. (ma tu guarda che sorpresa). Il celebre film del regista, Jimmy’s Hall, per esempio, era stato da poco candidato alla Palma d’Oro al Festival di Cannes e, in seguito all’attacco israeliano a Gaza, aveva pubblicamente chiesto un boicottaggio culturale e sportivo di Israele. Questo ha indignato molti a Hollywood (a proposito: se volete capire perché, storicamente e politicamente, Hollywood e Israele sono così pappa e ciccia da decenni, guardatevi tutta la puntata di Desaparecinema su Cinema e industria dell’Olocausto che ho citato prima). Ryan Kavanaugh, amministratore delegato di Relativity Media, un’azienda di finanziamenti cinematografici – tanto indipendente al punto da appoggiarsi a Wall Street – responsabile del finanziamento di oltre 200 film tra cui alcuni capitoli del franchising Fast & Furious, La ricerca della felicità di Gabriele Muccino, A prova di spia dei fratelli Cohen, Robin Hood con Russel Crowe, The Social Network di David Fincher; La Relativity Media, dicevo, ha chiesto che non solo Loach, ma l’intero Festival di Cannes venisse cancellato. “Gli studi cinematografici e le reti televisive devono unirsi e boicottare Cannes“, ha scritto. “Se non lo facciamo, stiamo mandando il messaggio che un altro olocausto va bene a Hollywood, purché continui a funzionare come al solito” (eccone n’artro che ha imparato da Trump). Anche Ben Silverman, ex co-presidente di NBC Entertainment e Universal Media Studios e produttore di serie come The Office e Ugly Betty, ha affermato che l’industria dovrebbe “boicottare chi boicotta“. Rotholz, nel frattempo, ha scritto al direttore del Festival di Cannes, chiedendogli di prendere provvedimenti contro Loach per i suoi commenti. “Non c’è posto per [le osservazioni intolleranti e odiose di Loach] nel mondo globale del cinema e dei registi”.
Di MintPress News, il media indpendente che ha approfondito gli Israel Files, così parla Wikipedia: “Un sito web americano di notizie di estrema sinistra, fondato e diretto da Mnar Adley. MintPress News ha sostenuto l’ex presidente siriano Bashar al-Assad e i governi di Russia e Iran. Si oppone ai governi di Israele e dell’Arabia Saudita e riporta gli eventi geopolitici da una prospettiva anti-occidentale. In un articolo controverso, MintPress News ha affermato che l’attacco chimico di Ghouta in Siria è stato perpetrato da gruppi di ribelli piuttosto che dal governo siriano, un’affermazione sostenuta dai governi russo e siriano e respinta da gran parte della comunità internazionale”. Fermiamoci un attimo prima di andare a chiudere: la cosiddetta comunità internazionale, che ormai conta quattro gatti ed è fondamentalmente angloamericana, e notoriamente ostile al governo siriano di Assad, cercava, all’epoca dei fatti, il 2013, di rovesciare Assad in chiave filoisraeliana schierandosi con quelli che la stampa chiama sempre, genericamente, i ribelli. Bella parola: “ribelli”, non trovate? Richiama secoli di letteratura romantica, e la figura di Luke Skywalker, che in Guerre stellari si schiera con i ribelli contro il cattivo imperatore dell’impero: Darth Vader. Ma, proprio come in Guerre stellari si scopre che Darth Vader è il padre di Luke, la storia ci ha permesso di scoprire che questi ribelli erano affiliati ad Al-Qaeda e che a sua volta Al-Qaeda è un prodotto degli Stati Uniti in chiave antisovietica. Finché sono riusciti, nel 2024, nel loro sport prererito: il regime change in Siria, mettendo a capo un ex militante jihadista di Al-Qaeda, Al Jolani. Ah: nessuno ha mai trovato le prove che l’attacco chimico in Siria fosse stato opera di Assad. Ma quell’evento, che la stampa occidentale ha subito addossato a lui, ha rischiato di anticipare il regime change di 10 anni. Per fortuna, allora, intervenne la Russia a calmare le acque e difendere Assad.
Vabè. MintPress News, dicevo, secondo Wikipedia è stato accusato di pubblicare regolarmente propaganda filorussa ed è stato descritto come un sito web cospirativo dagli studiosi di media e disinformazione.
Questo invece è ciò che dice MintPress di se stessa: “Concentriamo la nostra copertura su questioni relative agli effetti delle grandi imprese e delle attività di lobbying e su come questi influenzano le politiche in patria e all’estero, compresa la politica estera americana. Attraverso la lente della giustizia sociale e dei diritti umani, esaminiamo gli effetti che queste dinamiche hanno sulla nostra democrazia. Il giornalismo, come definito dal primo emendamento, svolge il ruolo di cane da guardia del governo. MintPress si impegna tenacemente per la totale libertà editoriale e l’integrità giornalistica”. Perciò se Gianni Riotta è l’opposto del giornalismo, MintPress è l’opposto di Gianni Riotta.
Per fortuna, come ha spiegato Noam Chomsky a MintPress, da qualche tempo “il velo di un’intensa propaganda si sta lentamente sollevando, e anche la cruciale partecipazione degli Stati Uniti ai crimini israeliani sta diventando sempre più evidente. Con un attivismo impegnato, questo potrebbe avere effetti benefici“.
Eppure, come mi fa notare la mia cara amica Stephanie, non è solo la propaganda a sortire gli effetti voluti dal potere. C’è qualcosa di ancora più pervasivo, sottile, invisibile. Forse invincibile: l’abituazione. Così la definisce la Treccani: “Con il termine abituazione, in etologia e in psicologia, si intende la graduale diminuzione dell’attenzione e della risposta di un organismo a uno stimolo, a seguito del ripetersi dello stimolo stesso”. Secondo alcune ipotesi si può parlare di coinvolgimento dei meccanismi dell’abituazione per spiegare alcuni comportamenti dell’uomo, per es. quando si impara ad apprezzare cibi che inizialmente apparivano disgustosi o a sopportare e addirittura non avvertire più forti rumori, odori e altri stimoli sgradevoli. Un esempio tipico di abituazione è offerto dal comportamento della tartaruga: se si batte sul suo carapace, la tartaruga nasconde rapidamente la testa e aspetta un certo tempo per ritirarla fuori; se si batte nuovamente la tartaruga nasconde ancora la testa, ma più lentamente e la ritira fuori prima. Ripetendo la sequenza varie volte, si arriva al punto che la tartaruga non reagisce più ai colpi sul carapace e continua tranquillamente la sua attività”.
Non a caso il BDS (il Boicottaggio verso Israele) parla di un pericolo grosso, la “normalizzazione“: cioè un processo attraverso il quale i palestinesi sono costretti a smettere di resistere e ad accettare la propria sottomissione. La paragona a una “colonizzazione della mente“, per cui gli oppressi arrivano a credere che la realtà dell’oppressore sia l’unica realtà e che l’oppressione sia un fatto della vita. Ma questo riguarda anche noi. Oggi, il bombardamento di orrori in Palestina porta alla depressione sinaptica. Siamo diventati tutte tartarughe: abbiamo imparato ad apprezzare gli stimoli sgradevoli della guerra, per difenderci psicologicamente da qualcosa di intollerabile. Ma chi difende i palestinesi, allora?










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