Avete visto che colpo Trump? In una botta sola ha fatto felici i teenagers americani e ha umiliato Pechino: TikTok non solo è salva, ma anche americana e senza dare niente in cambio a Pechino; i cinesi, infatti, “si erano presentati con una lunga lista di richieste”, ha dichiarato Bessent a conclusione dell’incontro, ma “grazie all’influenza di Trump, siamo riusciti a dissuaderli” e, alla fine, si sono dovuti accontentare di “promesse che alla fine non accadranno” e di un apericena con Donald. D’altronde, chi non vorrebbe passare una serata romantica col futuro Nobel per la pace, che ha fatto un altro paio di manovre per meritarsi… La prima giovedì, quando ha dato ufficialmente il via a un’esercitazione congiunta con gli alleati giapponesi: per la prima volta nella storia, ci ha piazzato un bel Typhon, il famigerato sistema missilistico a medio raggio made in USA, in grado di raggiungere direttamente Pechino. E poi, finalmente, comincia a raccogliere i frutti di aver sbolognato il fronte ucraino ai servetti europei: dopo innumerevoli rimandi e ritardi, infatti, finalmente a breve Taiwan riceverà il più grande carico di armi degli ultimi anni. Insomma: assomiglia sempre di più a Biden; anche lui, l’anno scorso, aveva portato un bel Typhon nel Pacifico, nelle Filippine. Ci doveva rimanere giusto il tempo dell’esercitazione; è sempre lì. E, però, nessuno glielo riconosce; anzi, lo bullizzano, anche ora che è andato in pensione: “Fa fatica a trarre profitto dalla sua presidenza”, denuncia il Wall Street Journal. “Le aziende sono riluttanti ad assumere l’ex presidente come oratore retribuito a causa della sua impopolarità”; e pensare che lui voleva solo essere un imperialista guerrafondaio come tutti gli altri…
Ma torniamo al negoziato di Madrid: aver ceduto su TikTok, stando ai nostri media, per Pechino rappresenterebbe un’umiliazione talmente plateale da spingerli a mettere in campo quella che il Wall Street Journal definisce, in soldoni, un’arma di distrazione di massa; lunedì, infatti, la SAMR, l’amministrazione statale cinese per la regolamentazione del mercato, ha accusato il colosso USA dei chip per l’intelligenza artificiale NVIDIA di aver violato le leggi antitrust dell’Impero di Mezzo. Il riferimento è all’acquisto, nel 2020, dell’israeliana Mellanox Technologies: 6,9 miliardi di dollari per “entrare nel mercato dei data center e dell’elaborazione ad alte prestazioni, dove ora è un attore dominante”; Mellanox Technologies, infatti, produce apparecchiature di rete ad alta velocità per data center, che NVIDIA abbina ai suoi chip per fornire servizi di cloud computing avanzati, un mercato che solo in Cina già oggi vale diversi miliardi di dollari l’anno ed è in crescita esponenziale. Secondo Guancha, le apparecchiature di Mellanox hanno svolto un ruolo estremamente importante nell’aiutare NVIDIA a fornire la tecnologia di rete più avanzata al mondo, secondo solo a CUDA, la piattaforma di elaborazione di NVIDIA”; come sottolinea sempre Guancha, “Prima di questo caso, l’ultima indagine antitrust cinese su un’importante azienda tecnologica straniera risale addirittura al 2013, quando a finire sotto i riflettori fu Qualcomm”. Insomma: per essere semplicemente un’arma di distrazione di massa, sembra leggermente sovradimensionata; molto più probabilmente, siamo di fronte a un altro capitolo della grande guerra dei chip in corso tra le due superpotenze.
L’avvio dell’indagine antitrust nei confronti dell’operazione NVIDIA/Mellanox, infatti, risale addirittura al dicembre 2024 e, nel tempo, si è arricchita di nuovi elementi, come il filone d’indagine che riguarda altre quattro aziende USA (Texas Instruments, Analog Devices, Broadcom e ON Semiconductor) che avrebbero esportato ingenti volumi di prodotti tecnologici in Cina “sottocosto”: “Secondo quanto riportato dal Ministero”, scrive Jeff Pao su Asia Times, “dal 2022 al 2024 su questi chip sarebbe stato applicato un calo medio dei prezzi del 52%, con dati preliminari che indicano margini di dumping fino al 300%”; e meno male che erano i cinesi a fare dumping… I commentatori occidentali sottolineano, comunque, la tempistica: che indagini in corso da quasi un anno vengano comunicate proprio mentre le delegazioni cinesi e statunitensi sono sedute intorno a un tavolo a Madrid, sottolineano, è piuttosto strano; in realtà, però, se la reazione cinese è stata davvero a orologeria, non è la sola. A dare il la, infatti, il 12 settembre, era stato proprio il Dipartimento del Commercio USA, che aveva aggiunto in una botta sola la bellezza di altre 23 entità cinesi alla sua Entity List, la blacklist dei cattivoni coi quali non è possibile commerciare prima di avere ottenuto un’autorizzazione esplicita: “Un attacco mirato da parte di Washington contro il settore tecnologico cinese”, commenta Asia Times e, come sempre, con un’aggravante, perché quando gli USA decidono, non decidono mai solo per loro, altrimenti non sarebbero un Impero. Entrare nella Entity List, infatti, non significa soltanto non poter comprare tecnologia USA; significa anche non poter comprare tecnologia “prodotta da terze parti che incorpori proprietà intellettuale statunitense”. Un po’ come per i negoziati di pace sull’Ucraina: chi si era illuso che Forrest Trump, dietro ai suoi modi un po’ rudi, fosse in realtà una sorta di novello Gandhi, forse dovrebbe ripensarci.
Sul fronte della guerra tecnologica contro la Cina, il ramoscello d’ulivo sarebbe stata la sospensione del divieto a NVIDIA di esportare i suoi chip h20: come saprete già, gli h20 sono i chip ingegnerizzati e prodotti ad hoc da NVIDIA per il mercato cinese; per rispettare l’embargo tecnologico introdotto dall’amministrazione Biden, hanno prestazioni inferiori di oltre la metà rispetto ai prodotti più avanzati. Tanto si sa: quelli, alla fine, sono cinesi. S’accontenteranno. E, infatti, all’inizio ne avevano acquistati a pacchi, fino a quando non è arrivato il Liberation Day e Trump ha voluto dare un segnale chiaro: basta scappatoie, basta vie di fuga; la guerra tecnologica alla Cina è totale. E anche l’esportazione degli h20 è stata vietata; i mercati, però, non l’hanno presa proprio benissimo. Trump, allora, è tornato a trattare con Pechino e, alla fine, ha rimosso il divieto: secondo i suoi sostenitori era un gesto di pace; secondo i suoi detrattori, il rimedio a un errore. Più che Pechino, sostenevano, a spingere per tornare a esportare gli h20 sarebbe stata NVIDIA stessa, che temeva il crollo del fatturato e le conseguenze sull’andamento delle azioni; i soliti complottisti? A vedere cosa è successo dopo, forse no, perché – contro la aspettative di Washington – una volta rimosso il divieto USA, a fare storie ci s’è messa proprio Pechino; hanno chiamato all’appello le aziende tecnologiche e le hanno invitate a non comprare gli h20: “Non rispettano i requisiti di sicurezza. Potrebbero contenere backdoor” è stata la spiegazione ufficiale. Ma, forse, vale di più quella non ufficiale: tornassero a darci i prodotti più avanzati, ci farebbe anche comodo, ma questi ormai siamo in grado di produrli anche noi, e importarli da fuori non fa che indebolire la nostra corsa all’indipendenza tecnologica. Come sottolinea Guancha, “Un tempo, a causa delle carenze dell’industria tecnologica cinese, in particolare nel settore dei chip più avanzati, le forze dell’ordine erano restie ad agire contro i giganti stranieri perché non potevano permettersi di interrompere l’approvvigionamento. Ora la Cina ha una fiducia significativamente maggiore nella sua industria tecnologica, e si può finalmente permettere di affrontare con forza le violazioni dei produttori di chip statunitensi”.
Che l’indagine antitrust, quindi, sia stata tutta una messinscena per mascherare la debacle cinese sul dossier TikTok sembra una lettura piuttosto contestabile; e, forse, anche il fatto stesso che il fantomatico accordo su TikTok sia stata una debacle, a meno di non volersi autoconvincere che Trump sì, ok, magari esagera un po’ quando afferma di “portare la pace nel mondo in 24 ore”, ma quando si tratta di accordi commerciali non scherza, non fa propaganda. E se Bessent, come riporta Bloomberg, ha dichiarato che “I cinesi si sono presentati con una lunga lista di richieste”, ma “grazie all’influenza del presidente Trump siamo riusciti a dissuaderli dell’idea che avessimo spazio per grandi donazioni”, allora senz’altro sarà così. Secondo le ricostruzioni dei media occidentali, alla fine, l’unica cosa che i cinesi avrebbero ottenuto è una chiamata venerdì prossimo tra Trump e Xi e la promessa di un viaggio cinese di The Donald: ora, è vero che Trump fa ridere e cenarci insieme potrebbe essere spassoso, ma l’idea che possa bastare a Xi per svendere la prima app cinese che ha letteralmente asfaltato la concorrenza USA, forse, è un po’ eccessiva. Ad avanzare qualche perplessità, ad esempio, ci pensa l’ex corrispondente da Bruxelles di Xinhua Zichen Wang nella sua newsletter Pekingnology: Zichen sottolinea come nel comunicato ufficiale cinese si parli del raggiunto accordo “per affrontare in modo appropriato le problematiche relative a TikTok”, ma anche per “promuovere la cooperazione economica e commerciale” e, soprattutto, per “ridurre le barriere agli investimenti”, un aspetto che ha sottolineato anche il rappresentante cinese per il commercio internazionale LI Chengang durante il question time. “Cina e Stati Uniti”, ha dichiarato, “hanno espresso la disponibilità a procedere insieme verso lo stesso obiettivo, riducendo le barriere agli investimenti, e promuovendo una cooperazione pertinente sul fronte commerciale ed economico”.
Ma cosa sono esattamente le barriere agli investimenti? In una parola, il CFIUS, il Comitato per gli Investimenti Esteri degli Stati Uniti, gli stessi che, già dai primi anni 2000, hanno sempre impedito a Huawei di comprare aziende USA, anche minuscole, che nel 2016 hanno impedito a Fujian Gran Chip di acquisire la controllata statunitense della tedesca Aixtron, nel 2017 a Canyon Bridge di acquisire Lattice Semiconductor, nel 2018 a Ant Financial di acquisire MoneyGram e, nel 2019, a Beijing Kunlun di acquisire l’app di dating Grindr. Bessent ha liquidato il tutto con supponenza: “In pratica”, avrebbe affermato secondo quanto riportato da Bloomberg, “hanno ottenuto la promessa di cose che non accadranno”; intendiamoci, non sarebbe certo la prima volta, ma l’impressione è che, nel tempo, i cinesi l’abbiano capito e non lascino niente al caso, neanche TikTok. Come sottolinea lo stesso Wall Street Journal, infatti, sulla questione fondamentale ancora si sa poco o niente – e, cioè, “se i negoziatori cinesi abbiano accettato di lasciare che ByteDance si separasse dal potente algoritmo di raccomandazione di TikTok come parte dell’accordo”: “Pechino”, ricorda il Journal, “ha inserito questa tecnologia nella sua lista di controllo delle esportazioni, e fino a poco tempo fa era rimasta ferma su questo punto”. E le prime indiscrezioni sembrano ridimensionare il canto di vittoria di Forrest Trump: secondo il corrispondente di Fox News Charles Gasparino, che cita investitori statunitensi che hanno messo gli occhi su TikTok, i cinesi non avrebbero accettato di cedere l’algoritmo e TikTok USA se lo dovrebbe riscrivere da zero, che significa ereditare i 170 milioni di utenti che stanno su TikTok e perderli il giorno dopo – perché su TikTok ci sono arrivati proprio perché, a differenza delle ciofeche made in USA, ha un algoritmo di suggerimenti che funziona. Insomma: quelli che si devono inventare una marea di cazzate per salvare la faccia, alla fine potrebbero non essere i cinesi.
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E chi non aderisce è Scott Bessent
















Seguo sempre con grande interesse gli eccellenti pipponi del Marrucci, ma posso chiedere di eliminare la devastante musichetta di sottofondo? È davvero insopportabile. Per il resto, grazie per lo straordinario lavoro di OttolinaTv.
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