L’anno scorso, Donald Trump arrivò all’ONU e la scala mobile si fermò; se la prese con le Nazioni Unite, parlò di sabotaggio e trasformò persino un guasto tecnico in un caso politico. Quest’anno all’ONU si erano preparati: l’incidente è stato controllato e ricontrollato, sono stati predisposti nuovi accorgimenti anche per il teleprompter della delegazione americana e tutto doveva filare liscio; in fondo, è una buona metafora della prima giornata dell’Assemblea Generale. Mentre quasi tutti i leader intervenuti usavano il tradizionale linguaggio diplomatico – cooperazione, diritto internazionale, riforma dell’ONU, multipolarismo, contenimento dei conflitti – Trump è tornato sul palco a rivendicare guerre vinte, nemici sconfitti, migliaia di miliardi di investimenti, potenza militare americana e il diritto degli Stati Uniti a non farsi imporre regole dall’esterno. E gli altri? Continuano a sorridere, stringergli la mano, predisporre il teleprompter e assicurarsi che la scala mobile funzioni; ma, contemporaneamente, nei loro discorsi parlano sempre più apertamente di un mondo multipolare, dei limiti delle superpotenze, della legge del più forte, delle sanzioni usate come strumento di pressione e della necessità di costruire istituzioni che rappresentino un equilibrio mondiale ormai molto diverso da quello del dopoguerra. Forse il paradosso dell’UNGA di quest’anno è tutto qui: tutti cercano ancora di non irritare Washington, mentre sempre più Paesi si preparano a un mondo in cui Washington non potrà più decidere tutto da sola.










