Trump il Pacificatore l’aveva detto chiaramente in campagna elettorale: “Ma vi rendete conto che stiamo comprando petrolio dal Venezuela? Quando ho finito il primo mandato il Venezuela stava collassando e ci saremmo presi tutto il petrolio”. Costretto a ragionare su una possibile ritirata strategica dagli altri fronti del conflitto globale, Trump torna a mettere ai primi posti dell’agenda imperiale il ritorno al colonialismo ottocentesco nel cortile di casa; e partire dal Venezuela è la più naturale delle opzioni, e non solo per i 303 miliardi di barili di riserve che ne fanno il Paese più ricco di petrolio al mondo, proprio mentre Trump vorrebbe provare a riequilibrare le bilance commerciali con i Paesi che hanno ancora il vizio di produrre qualcosa, costringendogli a comprare fonti fossili da Washington. Quando, quindi, lo scorso 8 agosto il procuratore generale Pam Bondi ha diffuso un comunicato video dove annunciava una ricompensa di 50 milioni di dollari per chiunque offra informazioni che portino all’arresto di Nicolas Maduro, accusato di essere nientepopodimeno che “uno dei più grandi narcotrafficanti del pianeta”, nessuno si è stupito; per lo stupore abbiamo dovuto aspettare altri 10 giorni, quando Reuters ha svelato il dispiegamento di tre cacciatorpedinieri e 4 mila marines USA a largo delle coste venezuelane, ai quali – secondo altre rivelazioni arrivate nei giorni seguenti – si aggiungerebbe l’impiego di alcuni aerei spia P-8 e almeno un sottomarino d’attacco: la più grande dimostrazione di forza mai organizzata dagli Stati Uniti contro il governo chavista venezuelano. Il regista, manco a dirlo, sarebbe sempre lui: Marco Rubio. Rovesciare Maduro è una sua vecchia ossessione, alla quale si aggiunge la volontà di rifarsi dalla gigantesca figura di merda raccattata durante la patetica avventura di Juan Guaidò. Ma il Venezuela è solo la punta dell’iceberg: nel ritorno al passato che Trump ha in mente per permettere agli USA di uscire dal loro declino, le grandi potenze hanno bisogno di domini coloniali vecchio stile. L’Europa è pronta a pagare imposte imperiali da capogiro, ma non basta, e Asia ed Africa rischiano di essere per sempre fuori dalla sua portata. Per l’America Latina, la vera guerra di decolonizzazione potrebbe essere appena iniziata; ne parliamo in questa imperdibile puntata del nostro Non Talk con l’analista geopolitica argentina Anabel Cichero Lalli, con l’esperta di politica internazionale Giusi Di Cristina e con il saggista Roberto Vallepiano.















