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Tag: colonialismo

Clim8lina, capitolo 4 | D’ECOlonizzazione: la transizione ecologica vista dal sud del Mondo

Giuliano, Francesca e Lorenzo intervistano lo storico Vijay Prashad per parlare con lui degli effetti della crisi climatica nel Sud globale, di green washing e ecocolonialismo.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Russia e Iran asfaltano il mito dell’invincibilità dell’impero e impongono l’ordine multipolare

Carissimi ottoliner, anche oggi – prima di passare alle cose serie – un po’ di Cabarellum e vaudeville vario dal mondo incantato delle bimbe di Bandera: ieri, infatti, vi avevamo mostrato uno screenshot che dimostra come Parabellum stia rassicurando la sua fanbase sulla sua ferma intenzione di respingere al mittente le accuse di Ottolina Tv andandolo a dire all’avvocato, dopo averlo già detto alla mamma Youtube. In 25 anni di Report, è l’atteggiamento standard che ho sempre riscontrato in chi era stato colto in castagna: invece che rispondere nel merito, annunciare una querela; ovviamente sanno benissimo che la querela non va da nessuna parte, ma per chi in cuor suo, comunque, li ha già assolti a prescindere, rappresenta una rassicurazione sempre molto efficace e se lo fanno multinazionali multimiliardarie dalle quali dipende una fetta importante della nostra vita, perché mai non dovrebbe farlo anche Parabellum che, come sottolinea lui, è addirittura CEO di un think tank? Amministratore delegato: una carica prestigiosa, mica cazzi; peccato si riferisca a un’azienda che, secondo le visure camerali, non vanta poi tantissimi dipendenti. Anzi, ne vanta 0. E’ un po’ come se quello che ti fa il cappuccino la mattina, invece che come barista, si presentasse come CEO del Bar da Luigi e Ivana, o come quando qualcuno mi definisce il direttore di Ottolina Tv, a me, che non sono in grado nemmeno di dirigere quelle due carognette dei mi’ figlioli.
Il fatto ingiurioso che avrebbe spinto un paladino del mondo libero come Parabellum a pensare di rivolgersi a un avvocato, è questa copertina – oppure questo meme (non ho capito bene, sinceramente): Parabellum sostiene, infatti, che anche quando ha avuto da ridire, ad esempio, con Lilin, non ha fatto nessun meme perché – sottolinea – “Si attacca la tesi, non il relatore”; evidentemente, come per la definizione di chi è l’aggressore e chi l’aggredito nella guerra per procura in Ucraina, crescendo (e fatturando) ha cambiato idea. Questa, infatti, è la copertina di un suo vecchio video e questo, in basso a sinistra, è Alessandro Orsini con la faccia sovrapposta a quella di Efiliate, il mostro di 300 che tradisce Sparta per passare col nemico; e questa, invece, è un’altra copertina di una live del suo sponsor principale, il raffinatissimo intellettuale e grandissimo giornalista d’inchiesta Ivan Grieco, che s’è fatto tutta una live con questa parrucca perculando sempre Orsini. Ho come il sospetto che qui c’è chi rischia di avere la bocca e le dita più veloci dei neuroni; e con questo concludiamo l’appuntamento quotidiano con l’incredibile mondo delle bimbe di Bandera e torniamo a occuparci di cose un pochino più serie.

Stephen Bryen

Secondo l’ex vice sottosegretario alla difesa USA Stephen Bryen, ormai in Ucraina “la Russia domina lo spazio aereo” e le difese aeree ucraine sono letteralmente scomparse e, secondo Bloomberg, questo ormai alimenta “la paura che l’esercito ucraino sia vicino al punto di rottura”; al che uno dice eh vabbeh, grazialcazzo, le forze armate russe mica sono un avversario qualsiasi. Prima di essere folgorato sulla via di Damasco che porta dritto all’interno dei salotti buoni della propaganda analfoliberale, pure Parabellum lo diceva che “mettercisi contro dal punto di vista militare è stupido”; il problema, però, è che l’insormontabile scoglio russo è solo la punta dell’iceberg: da ormai 4 mesi gli USA si sono ritrovati impantanati in un conflitto nel Mar Rosso che, inizialmente, la propaganda aveva provato a spacciare come una sorta di passeggiata di piacere. Contro quegli scappati di casa di Ansar Allah, il problema sembrava sostanzialmente quello di mantenere un po’ il contegno e non infierire in modo troppo violento contro un nemico così platealmente inferiore; dopo 4 mesi di bombardamenti illegali e un imponente impegno di forze e di risorse che, probabilmente, gli USA avrebbero preferito concentrare sul Pacifico – dove si continuano a scaldare i motori per il vero grande conflitto sistemico che l’impero dovrà affrontare per tentare di rinviare il suo inesorabile declino – gli USA hanno dovuto fare anche qui un discreto bagno di realtà, fino ad arrivare a dichiarare, per bocca dell’inviato speciale per lo Yemen Tim Lenderking, che “siamo consapevoli che non c’è una soluzione militare, e siamo a favore di una soluzione diplomatica”. “Gli Stati Uniti” scrive il giornalista libanese Kalil Nasrallah su The Cradle “hanno segretamente offerto una straordinaria serie di concessioni ad Ansar Allah per fermare le sue operazioni navali a sostegno di Gaza”, ma, purtroppo, “senza alcun risultato”.
Nel frattempo, gli USA subivano un attacco nella loro principale base al confine tra Siria e Giordania, che rappresentava un’altra pietra miliare nella strada che porta al declino: per la prima volta diventava chiaro che la loro contraerea non era più in grado di garantire la sicurezza delle installazioni militari dell’impero nel Medio Oriente, uno snodo storico: nel caso di un’evoluzione del genocidio in corso verso una guerra regionale, gli Stati Uniti, infatti, si troverebbero nell’impossibilità di dispiegare in sicurezza le loro forze di terra nell’area.
E, infine, ecco che arriva la spettacolare operazione militare iraniana di sabato scorso. Per capirne l’impatto reale basta vedere il panico che ha sollevato in tutte le redazioni impegnate nel sostegno allo sterminio dei bambini palestinesi che, come sempre di fronte a una realtà che non rientra nell’idea della insindacabile superiorità dell’uomo bianco rispetto al resto della popolazione mondiale, fanno presto: ribaltano la realtà e chi s’è visto s’è visto. Israele e Occidente respingono l’Iran titolava ieri Il Giornanale: “L’abbattimento del 99 per cento degli ordigni” esulta Gian Micalessinofobia “è anche la più significativa vittoria conseguita dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in sei mesi di guerra”; beh, immaginiamoci le altre, allora… Come scriveva giovedì scorso Chaim Levinson su Haaretz, “Dobbiamo cominciare a dire chiaramente quello che non potrebbe essere detto: Israele è stato sconfitto. Una sconfitta totale”: “Gli obiettivi della guerra non verranno raggiunti” sottolinea Levinson, “gli ostaggi non verranno restituiti, la sicurezza non verrà ripristinata e l’ostracismo internazionale di Israele non finirà”.
Ora, ovviamente, fare un bilancio di un conflitto è sempre piuttosto complicato e il tutto è sempre fortemente influenzato dai vari bias cognitivi e dal wishful thinking di ognuno; la buona notizia, però, è che per il livello che interessa a noi qui, adesso, questa sostanziale impossibilità di determinare – oltre ogni ragionevole dubbio – chi vince e chi perde, non conta: il punto, infatti, è che all’impero non basta non perdere il singolo conflitto – e nemmeno vincerlo. Per stare in piedi, l’impero ha bisogno che i suoi vassalli siano convinti del fatto che, alla fine, molto banalmente non può perdere: l’idea dell’invincibilità dell’impero è il più importante e irrinunciabile dei suoi asset, a maggior ragione quando è in declino; l’impero in ascesa, o nell’era del suo massimo splendore, sui suoi vassalli è in grado di esercitare la sua egemonia, che significa che, in cambio della rinuncia alla tua sovranità, puoi comunque partecipare alla redistribuzione di una parte dei dividendi di questo ordine. Insomma: non conti una sega, non puoi decidere, ma comunque, alla fine – almeno da alcuni punti di vista – ci guadagni. L’ordine fondato sull’impero in declino, invece, tutti questi dividendi da distribuire ai vassalli per tenerli buoni e convincerli che quell’ordine è nel loro stesso interesse, non li genera più: l’impero in declino, i suoi vassalli li deruba senza dare niente in cambio e l’unica cosa che impedisce ai vassalli di ribellarsi è proprio il monopolio della forza bruta e l’idea dell’invincibilità dell’impero. Non a caso gli USA, su questo, hanno voluto eliminare ogni dubbio: le 1000 basi sparse per il pianeta e una spesa militare che, da sola, eguaglia sostanzialmente la spesa militare del resto del mondo messo assieme, servono proprio a questo, un segno chiaro e inequivocabile della propria supremazia, ma i segni, ormai, potrebbero non essere più sufficienti. Tutti gli esempi che abbiamo elencato rapidamente sopra rappresentano una mazzata gigantesca al mito dell’invincibilità e, a ben vedere, non potrebbe essere altrimenti: la gigantesca macchina bellica statunitense che è di gran lunga, ancora oggi, la più imponente dell’intera storia dell’umanità, sconta infatti due criticità strutturali che cominciano ad avere un peso insostenibile.
La prima è che buona parte di quello sterminato budget serve molto più a ingrassare le casse delle oligarchie del comparto militare industriale (e le tasche di quella che il nostro amico David Colantoni definisce la classe militare) che non a potenziare davvero la macchina bellica USA: l’esempio eclatante sono la quantità smisurata di quattrini che vanno sempre in nuovi armamenti che promettono magie e, alla fine, sul campo si rivelano più o meno avere la stessa funzionalità dei vecchi – ma con costi di ordini di grandezza superiori – che, spesso, sottraggono risorse a cose che non fanno tanta notizia, ma che sono davvero indispensabili, come le munizioni. La seconda è quello che definiamo il vantaggio asimmetrico della resistenza antimperialista che è, ad esempio, quello che ha portato gli USA a subire una disastrosa sconfitta in Vietnam e che, comunque, anche nelle guerre successive gli ha impedito di ottenere vittorie stabili e durature anche dopo aver temporaneamente annientato un nemico infinitamente più debole. Ma prima di proseguire in questo viaggio dentro la fine del mito dell’invincibilità dell’impero, ricordatevi di mettere mi piace a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra asimmetrica contro la dittatura degli algoritmi e, già che ci siete, anche quella di logoramento contro la propaganda suprematista iscrivendovi a tutti i nostri canali e attivando le notifiche; perché se l’impero, nonostante tutto, ancora oggi continua a infinocchiare qualcuno con il mito dell’invincibilità è solo a causa della gigantesca macchina propagandistica che affianca quella militare, ma che, come quella militare, dovrà fare i conti sempre di più con il vantaggio asimmetrico dell’antimperialismo e, cioè, voi, la gente comune e onesta che s’è rotta i coglioni di sorbirsi le loro cazzate.
Tra i tanti meriti dell’operazione militare effettuata dall’Iran sabato scorso, sicuramente una menzione speciale va a come abbia, per l’ennesima volta, esposto chiaramente a tutti la ferocia di cui è capace il suprematismo colonialista dell’uomo bianco quando qualcuno si azzarda davvero a metterlo in discussione armi alla mano: i giornali di ieri erano un tripudio di sostegno incondizionato allo sterminio dei sottouomini, con una proliferazione degli ormai onnipresenti SS, i sostenitori di stronzate, da fare impallidire i regimi più sanguinari della storia umana. Secondo Il Foglio “Si è svelato il vero Iran”: “Israele” scrivono gli amici del genocidio grazie ai soldi delle tue tasse “fa la stabilità del Medio Oriente contro l’Iran, mina vagante”, con a fianco una imperdibile chicca delle sempre imbarazzante Cecilia Sala che sostiene, addirittura, che “Allo stadio e in fabbrica gli iraniani dicono: non siamo chi ci governa” e chiedono info per prendere la tessera di Italia Viva; d’altronde, rilancia Micalessinofobia su Il Giornanale, “Per Netanyahu” si è trattato di “una vittoria totale”. “Forza Israele” rilancia ancora Il Foglio: “La nuova guerra per la libertà che combatte Israele riguarda tutti noi”.
Ma il vero colpo di classe è che, contemporaneamente, la stessa identica propaganda suprematista fa un salto mortale e prova a coprire anche l’interpretazione diametralmente opposta e, così, basta scorrere una pagina e, da un terribile attacco alla stabilità della regione (che ai bambini sterminati da Israele tanto stabile forse non appare), l’operazione iraniana ecco che, per magia, diventa una cos’e niente architettata da degli scappati di casa che non riuscirebbero a fare paura manco a una scolaresca. Il trait d’union tra queste due versioni apparentemente inconciliabili è uno solo: l’impero è invincibile e, come la metti la metti, non c’è resistenza che possa ottenere risultati significativi; tocca solo capire se ignorarla perché, alla fine, è innocua o raderla al suolo perché si è azzardata ad alzare la testa. Decidere razionalmente di compiere un’azione, portarla a termine e raccoglierne i risultati è una prerogativa della superiore civiltà dell’uomo bianco; gli altri sono attori irrazionali che a volte scalciano, a volte sconigliano, ma che mai e poi mai possono avere e perseguire un’agenda politica autonoma e razionale: ma siamo proprio sicuri sia davvero andata così?

droni sulla Spianata delle moschee

Prima questione: l’operazione militare è stata una minaccia inquietante contro il resto del mondo o una pagliacciata? Ovviamente, piuttosto chiaramente, nessuna delle due; che non si sia trattato di una semplice pagliacciata lo dimostra un dato su tutti: l’Iran, in tutto, avrebbe speso alcune decine di milioni, Israele – e i vari amici sostenitori dello sterminio dei bambini palestinesi – oltre 1 miliardo. Se è stata una pagliacciata, per il mondo libero di sterminare non è stata a buon mercato. L’Iran avrebbe speso così poco per un motivo molto semplice: il meglio del suo arsenale non l’ha tirato in ballo. Il motivo è piuttosto semplice: la risposta iraniana all’attacco criminale di Israele contro il suo consolato a Damasco voleva essere misurata e proporzionale. L’obiettivo mi pare chiaro: si voleva evitare di offrire a Israele una scusa valida per replicare, a sua volta, con un’altra ritorsione sproporzionata che avvicinerebbe una regionalizzazione del conflitto che non vuole nessuno (a parte, appunto, i suprematisti sionisti in preda al peggiore dei deliri ideologici autodistruttivi). Per calibrare l’attacco, l’Iran – addirittura – avrebbe trattato direttamente con gli USA per capire qual era il limite possibile per infliggere a Israele un duro colpo strategico, ma permettere, comunque, agli USA e agli altri amici del genocidio di mantenere una certa distanza da Israele e non supportare acriticamente ogni tipo di reazione, fatto per cui alcuni analisti un po’ confusi hanno parlato, appunto, di una messa in scena teatrale che non fa altro che rafforzare l’occupazione sionista; una lettura molto superficiale che denota una scarsa capacità di lettura di cosa sia e come funzioni l’imperialismo.
Per quanto gli USA vogliano, in tutti i modi, evitare un’escalation regionale, la loro copertura di Israele in quanto avamposto dell’imperialismo USA nella regione non potrà mai venire meno, dal momento che una sconfitta di Israele significherebbe una vittoria del mondo multipolare e postcoloniale; quindi, anche nel caso Israele decidesse di trasformare il genocidio in una guerra regionale, per quanto contrario l’imperialismo USA non potrebbe che correre in loro soccorso facendo, così, naufragare definitivamente la strategia USA che comporta un disimpegno dal Medio Oriente per potersi concentrare sul Pacifico. In sostanza, le priorità USA hanno un ordine gerarchico preciso: primo, impedire agli attori del nuovo ordine multipolare di avanzare fino a trasformare alcune aree del pianeta in aree sotto la loro influenza e totalmente indipendenti dal progetto imperiale USA e, solo dopo, riuscire a mantenere questo equilibrio grazie ai propri proxy per potersi permettere di concentrarsi principalmente nel principale dei fronti della guerra contro il declino imperiale che è, ovviamente, il Pacifico. La strada che si trova, quindi, a percorrere l’Iran è oggettivamente stretta e va percorsa con cautela; chi, invece, ci vede un’autostrada da percorrere con l’acceleratore a paletta rischia di essere o un incompetente o un avventuriero, ma sulla pelle altrui: all’interno di questa strada strettissima, allora, il punto è stabilire se l’Iran abbia ottenuto qualcosa di veramente significativo oppure, come sostengono i detrattori, abbia semplicemente fatto una messa in scena per accontentare la sete di vendetta del suo popolo che, in quanto non occidentale, è ovviamente feroce e anche parecchio limitato.
Il primo obiettivo, ovviamente, è quello della deterrenza e come sottolinea giustamente su X la nostra amica Rania Khalek di BreakThrough News “Se Israele fosse stato colto di sorpresa e non avesse avuto a disposizione diversi giorni per mitigare l’impatto dell’attacco iraniano, il danno sarebbe stato enorme. Una vera guerra al contrario non verrebbe annunciata in anticipo in modo che Israele possa preparare una sorta di sinfonia delle difese aree dei suoi alleati. Biden” deduce Rania “comprende questo rischio, ed è il motivo per cui ha affermato che non sosterrà un eventuale contrattacco israeliano” soprattutto perché, appunto, ammesso e non concesso che gli arsenali svuotati dei sostenitori dello sterminio dei bambini palestinesi e la loro base industriale sia, alla prova dei fatti, in grado di sostenere questo livello di fuoco, a non poterlo sostenere – probabilmente – sarebbero ancora prima i portafogli. “L’equazione nella regione” conclude Rania “è cambiata, e l’Iran lo ha fatto magistralmente e responsabilmente senza innescare la grande guerra”.
Nello specifico dell’operazione militare iraniana, un altro aspetto molto interessante è quello sottolineato dal sempre ottimo Fadi Quran di Avaaz, sempre su X: ricordando una vecchia lezione a cui ha assistito alla Stanford University, Fadi sottolinea come “La portata dell’attacco iraniano, la diversità dei luoghi presi di mira e le armi utilizzate, hanno costretto Israele a scoprire la maggior parte delle tecnologie antimissilistiche di cui dispongono gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione. Gli iraniani” continua “non hanno usato armi che Israele non sapeva avessero, ma ne ha semplicemente usate molte. Gli iraniani invece ora probabilmente hanno una mappa quasi completa di come appare il sistema di difesa missilistico israeliano, così come di dove in Giordania e nel Golfo gli Stati Uniti hanno installazioni”; “questo” sottolinea ancora Quran, per Israele rappresenta “un costo strategico enorme: l’Iran adesso può decodificare tutte queste informazioni e ha gli strumenti per un futuro attacco enormemente più mortale”. “Chiunque sta sottolineando che si è trattato soltanto di un’operazione scenografica, non tiene in dovuta considerazione il fatto che raccogliere informazione sulle posizioni del nemico è estremamente prezioso, soprattutto se siamo di fronte a una lunga guerra di logoramento”; “Netanyahu e il governo israeliano” conclude “preferiscono una guerra rapida, calda e urgente in cui possano attirare l’America. Gli iraniani invece preferiscono una guerra di logoramento più lunga che privi Israele delle sue capacità di deterrenza e lo renda per gli arabi e gli Stati Uniti un alleato troppo costoso da sostenere”, soprattutto dal momento che questo continua ad essere solo uno dei tanti fronti e altrove non è che le cose vadano esattamente molto meglio.
Le difese aeree sono scomparse, titola Asia Times; la Russia domina lo spazio aereo dell’Ucraina: nell’articolo, il vice sottosegretario alla difesa USA Stephen Bryen ricorda come “La maggior parte dei sistemi di fascia alta precedentemente forniti dagli Stati Uniti e dall’Europa sono stati distrutti o hanno esaurito i missili intercettori”; “Ora” continua Bryen “gli Stati Uniti hanno annunciato che forniranno 138 milioni di dollari per mantenere e riparare i sistemi di difesa aerea HAWK precedentemente consegnati all’Ucraina”. Un sistema che, però, ormai non riscuote più molto successo: Taiwan ha recentemente deciso di liberarsene, sostituendoli con un sistema autoctono denominato Tien Kung e Israele ha dichiarato che quelli che gli rimangono sono ormai in pessime condizioni e non sono operativi, e che li sta sostituendo con i suoi Fionda di David. D’altronde l’HAWK è un sistema di difesa antiaerea semimobile che, nella sua versione originale, risale ormai agli anni ‘50; nel tempo sono stati implementate diverse migliorie, ma il grosso delle componenti sono “circuiti integrati di media scala che sono per lo più fuori produzione”: “è piuttosto improbabile” sottolinea Bryen “che una qualsiasi fonderia sia disposta a intervenire sulle sue linee per produrre una manciata di queste componenti, e quindi i computer, i componenti di guida, il sistema di controllo del fuoco, i radar e l’elettronica di bordo potrebbero avere i giorni contati”. E anche se riuscissero a risolvere questo collo di bottiglia, la reale efficacia, comunque, rimarrebbe opinabile: “Quanto sia efficace HAWK contro le minacce moderne” sottolinea infatti Bryen, “non è chiaro”; “Generalmente si ritiene che la capacità di uccisione di HAWK contro gli aerei sia superiore all’85% se lanciato in tandem (e, cioè, due missili per bersaglio)”, se il bersaglio è sufficientemente vicino, però. La gittata dei missili HAWK, infatti, non supera le 30 miglia; le bombe plananti – che vengono usate sempre di più dall’aviazione russa – partono da ben più lontano, ma ancora più dubbi ci sono sulla capacità del sistema HAWK di neutralizzare sciami di droni e missili balistici – per non parlare degli ipersonici. Insomma, “La conclusione” scrive Bryen, è che nonostante tutti i soldi e i quattrini di USA e alleati “ l’Ucraina non dispone più di difese aeree efficaci in grado di proteggere le infrastrutture critiche o fermare gli aerei russi sul campo di battaglia o nelle sue vicinanze, e senza difese aeree efficaci, la Russia domina lo spazio aereo dell’Ucraina”. E proprio grazie, in buona parte, al dominio dello spazio aereo, ribadisce Bloomberg, “Gli attacchi russi all’Ucraina alimentano la paura che l’esercito sia vicino al punto di rottura”: “Gli attacchi missilistici della Russia al sistema energetico ucraino, il bombardamento della sua seconda città più grande e l’avanzata sul fronte alimentano le preoccupazioni che lo sforzo militare di Kiev sia vicino al punto di rottura”, ricorda Bloomberg; “Una grave carenza di munizioni e manodopera lungo il fronte di 1.200 chilometri e le lacune nella difesa aerea mostrano che l’Ucraina è nel suo momento più fragile in oltre due anni di guerra” e “il rischio è un crollo delle difese ucraine, un evento che darebbe al Cremlino la possibilità di fare un grande passo avanti per la prima volta dalle fasi iniziali del conflitto”.
Nel condurre la sua guerra contro il resto del mondo per perpetuare un sistema globale fondato sul primato di una piccola tribù sul resto della popolazione mondiale, l’impero, quindi, si trova a combattere contemporaneamente da un lato con grandi potenze militari contro le quali sconta un importante deficit in termini di base industriale e, dall’altro, con attori in grado di sfruttare in vario modo i vantaggi asimmetrici (che così, a occhio, come minimo, è più che sufficiente per far venire qualche dubbio sul supposto strapotere dell’impero) e quando un servo comincia ad annusare che lo strapotere del suo padrone potrebbe non essere più così solido, inevitabilmente comincia a guardarsi intorno per capire se ci sono alcune alternative, soprattutto se è consapevole che, in un eventuale successo della rivolta degli schiavi, insieme al padrone ad essere decapitato sarebbe pure lui. Da questo punto di vista, la caduta dell’impero potrebbe anche essere accelerata dal collo di bottiglia in cui si è infilato a causa del suo continuo ricorso a dei proxy per portare avanti i suoi obiettivi strategici, come d’altronde è già successo in passato con l’islam radicale; idem ora col sionismo radicale, in particolare degli alleati più esplicitamente clericofascisti del governo Netanyahu: l’agenda politica dei Ben Gvir e degli Smotrich, infatti – come, d’altronde, quella dei banderisti più oltranzisti in Ucraina – sembra guidata, in buona parte, non solo da opportunismo e utilitarismo (che, con tutti i loro difetti, per lo meno sono atteggiamenti che spingono a confrontarsi sempre con la realtà materiale e i reali rapporti di forza esistenti), ma proprio da un fervore ideologico degno della peggiore feccia nazifascista alla quale, spesso, si ispirano esplicitamente.
Al contrario delle oligarchie USA che, per quanto deprecabili, hanno dimostrato di saper fare piuttosto bene il loro interesse e, quindi, di avere un’idea piuttosto precisa della realtà (altrimenti l’impero più vasto e potente della storia umana, di sicuro, non lo costruisci) questa feccia iperideologizzata vive in una realtà parallela e rischia di portare le oligarchie stesse a sbattere contro il muro – che sarebbe anche un ruolo oggettivamente positivo se non fosse che, nel farlo, hanno questo vizietto di sterminare una quantità spropositata di esseri umani e di portare l’intera umanità a un passo dall’autodistruzione definitiva anche senza nessuna utilità evidente; il problema, però, è che le oligarchie, per quanto possano anche realizzare lucidamente che i neonazisti di Azov – come i coloni millenaristi – facciano più danni della grandine, non possono sottrarsi dal sostenerli perché, comunque, la priorità strategica è impedire ai loro nemici (e, cioè, a qualsiasi paese che punti a indebolire l’unipolarismo USA per rafforzare la sua sovranità, accelerando la transizione verso un nuovo ordine multipolare) di ottenere qualche successo significativo. Ed ecco, così, come un genocidio e una pulizia etnica, anche se controproducenti per gli obiettivi strategici USA, alla fine si trasformano nella meno peggio delle opzioni.
In questo scenario inquietante la speranza, appunto, è che laddove vi siano dei margini di manovra, gli stati vassalli ne approfittino per prendere le distanze; purtroppo, però, al momento questa speranza appare spesso decisamente vana: nel caso di Israele, ad esempio, le forze europee effettivamente hanno fatto meno ostruzionismo degli USA per trovare una soluzione nell’ambito dell’Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; ciononostante, però, per implementare le decisioni della Corte internazionale di giustizia, prima, e del consiglio di sicurezza, poi, non hanno mosso mezzo dito, mentre quando si è trattato di difendere lo stato genocida di Israele dalla legittima reazione iraniana – tutto sommato contenuta e fin troppo proporzionata – hanno ritrovato tutto lo smalto che sembravano aver perso e hanno messo in campo tutta la loro forza militare deterrente.
Da questo punto di vista, vorrei spezzare una lancia a favore del governo italiano, in particolare Antonio Tajani: tra i leader europei, infatti, così a occhio, è stato quello che ha espresso probabilmente la posizione più avanzata. Prima di tutto ha sottolineato il nesso diretto con l’attentato criminale all’ambasciata iraniana di Damasco, lasciando campo libero all’interpretazione di Teheran, prima, e di Mosca poi, che l’operazione militare iraniana sia stata del tutto legittima dal punto di vista del diritto internazionale. Ma poi è stato anche uno dei primissimi a esprimere pubblicamente e con parole chiare l’auspicio che Israele non risponda a questo attacco; probabilmente hanno pesato le forti relazioni commerciali che il nostro paese ha sempre intrattenuto con Teheran, dove eravamo in prima linea anche per le infrastrutture ferroviarie, un megabusiness al quale abbiamo rinunciato in ossequio alle politiche imperiali USA – un altro esempio eclatante delle ferite che gli sgarbi dell’arroganza imperiale hanno seminato a destra e manca e che, in una fase di declino, potrebbero riemergere in superficie con più forza e più rapidità di quanto sia oggi prevedibile.
Il dominio imperiale USA è il principale nemico dell’umanità; la storia, inevitabilmente, troverà il modo di presentare il conto. Scopo dell’informazione mainstream oggi è coprire, con ogni mezzo necessario, la realtà di questo processo storico devastante ed è per questo che abbiamo sempre più urgentemente bisogno di un vero e proprio media che, invece che fare da megafono alle follie della propaganda suprematista, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Maurizio sambuca Molinari

L’Irlanda DISTRUGGE Biden in mondovisione

In occasione delle festività di San Patrizio, il primo ministro irlandese Leo Varadkar si è recato in visita negli USA, come da tradizione.  Un Biden in difficoltà in previsione delle elezioni presso l’elettorato democratico di origine irlandese cerca così di recuperare il consenso all’interno della sua comunità di origine. La visita si è dimostrata poco più di un’operazione mediatica mal riuscita, in cui Varadkar ha cercato di prendere le distanze dagli USA. L’opposizione e l’opinione pubblica irlandese sono su posizioni molto più rigide. La gente di Dublino non dimentica di esser stata e essere ancora oggi vittima dell’imperialismo e del colonialismo britannico, proprio come i palestinesi a Gaza o in Cisgiordania. Buona visione!

Haiti – Ecco il mondo che sognano al G7: una fortezza circondata dai signori della guerra

A seguito di quanto sta accadendo in queste ore ad Haiti, Ottolina vi ripropone un video in cui Giuliano ricostruisce la travagliata storia di questo Stato, con una piccola introduzione di Gabriele per spiegare i fatti odierni e una conclusione per inquadrarli nelle più grandi dinamiche macrostoriche del sistema mondo. Nei giorni passati, Jimmy Chérizier – noto col soprannome di Barbecue, leader della federazione di bande “G9 an Fanmi”- ha dichiarato guerra al governo assaltando i palazzi istituzionali, spingendo il Presidente a non rientrare nel paese e arrivando a controllare fino all’80% di Port-au-Prince, la capitale dello Stato. Nelle ultime 24 ore, il governo USA ha evacuato il personale non necessario dall’ambasciata e ha inviato a protezione di quello rimasto una squadra di marines esperti in antiterrorismo. Il caso haitiano è una proiezione del sistema mondo ultracapitalista in cui le élite occidentali vorrebbero condannarci a vivere: un mondo ostaggio dei signori delle guerra, di una debole borghesia compradora, bloccato nell’eterno circuito debito – povertà – instabilità politica, a vantaggio di chi? Dei soliti noti, gli ultraricchi miliardari pronti a scappare col malloppo nel paradiso fiscale della porta accanto protetti da muri, filo spinato e allarmi satellitari. In qualche modo la storia di Haiti è la stessa di Gaza e dei dannati della terra alla ricerca di un mondo più giusto.

L’incredibile regola segreta che impone agli editorialisti del Corriere di NON CAPIRE NIENTE

Carissimi ottoliner, ben ritrovati. Siccome la scorsa settimana sono stato assalito da un forte calo di autostima, per risollevarmi il morale nel weekend ho deciso di immergermi nel variegato club del disagio e oggi sono qui a presentarvi la mia nuova crush: si chiama Danilo Taino ed è l’anonimo editorialista del Corriere a cui viene sbolognata la patata bollente ogni volta che c’è da fare un po’ di propaganda sconclusionata e di mettere il nome su qualche figuretta barbina (tanto lui, sostanzialmente, manco se n’accorge); e venerdì scorso ha dato veramente il meglio di sé. Il nostro pigro fatalismo si intitola l’editoriale (pure un po’ poeta il Taino, con quel ciuffetto sbarazzino); il pigro fatalismo che Taino vuole combattere è quello che spinge “la conversazione in corso nelle democrazie” a vedere un “futuro solo oscuro” e a pensare che tutto andrà per il peggio: “l’Ucraina perderà la guerra di resistenza alla Russia, in Medio Oriente ci sarà un’escalation dei conflitti, Taiwan finirà in mani cinesi, la Jihad tornerà a colpire l’Europa, l’America vacillerà, il 2024 sarà un disastro per le libertà e i commerci e le economie crolleranno”. Insomma: secondo Taino Ottolina Tv, in sostanza, avrebbe stravinto la battaglia per l’egemonia, ma a Danilo Taino non la si fa; tra un video con altri fini pensatori come Scacciavillani e Forchielli e un retweet di Marco Taradash o di Marco Capezzone e l’altro, Taino – infatti – ha sviluppato un’idea tutta sua di come il giardino ordinato possa uscire vincitore dal conflitto con quello che ha definito “l’asse dei despoti contro l’egemonia degli USA”, e la soluzione si chiama una botta di ottimismo. Basterà?

Danilo Taino

Nell’editoriale del Corriere di venerdì scorso, Danilo Taino ci ricorda che il 2024 sarà l’anno della democrazia: mai nella storia umana, infatti, così tante persone in tutto il mondo sono state chiamate alle urne nell’arco di 12 mesi e, sottolinea Taino, è iniziato alla grande, “con uno stop alle pretese della più potente autocrazia”: “Lo scorso 13 gennaio” infatti, ricorda Taino, “Taiwan ha votato a nuovo presidente il candidato inviso a Pechino, nonostante le minacce del partito comunista cinese”; “La situazione nell’isola resta tesa”, concede, “ma il dato di fatto è che le prime elezioni importanti dell’anno non sono andate come il gigante illiberale asiatico voleva”. Quello che Taino, però, dimentica di sottolineare è che il partito democratico progressista – che è, appunto, quello più smaccatamente filo occidentale – rispetto alle scorse elezioni ha perso 3 milioni di voti e pure la maggioranza in parlamento, e la questione indipendenza sembra essere stata totalmente derubricata; non era per niente scontato: nell’agosto del 2022 i democratici statunitensi avevano cercato disperatamente l’escalation con la missione a sorpresa di Nancy Pelosi, la senatrice USA famosa per aver utilizzato il suo ruolo politico per favorire il conto in banca del marito. Un flop totale. Ma a parte la questione taiwanese, nel disperato tentativo di cercare uno sprazzo di ottimismo, le cose che Taino si dimentica di dire di queste prime tornate elettorali sono anche molte altre: Taino si dimentica di dire, ad esempio, che in Senegal il cocco dell’Occidente Macky Sall per non venire completamente asfaltato alle elezioni previste per questo febbraio dal giovane militante anticolonialista Sonko – che si apprestava a trionfare per interposta persona, nonostante sia già stato da tempo rinchiuso in carcere con accuse palesemente infondate – il voto l’ha dovuto proprio rimandare e non di qualche settimana, ma di un anno, e chi ha protestato è stato preso a mazzate e gettato in carcere senza che sui mezzi di produzione del consenso del nostro giardino ordinato se ne facesse menzione. Anzi, tra i millemila leader che hanno tirato il pacco alla Meloni per la sua pantomima del vertice Italia – Africa che doveva inaugurare in pompa magna il piano immaginario Mattei, uno dei pochi ad essersi presentato è stato proprio Macky Sall, che è stato accolto come il sol dell’avvenire mentre, a casa sua, se arriva al 20% dei consensi è oro colato.
Taino sembra aver rimosso anche un altro appuntamento elettorale, ancora più paradigmatico: parliamo, ovviamente, delle elezioni in Pakistan, un vero e proprio spettacolo; anche qui, come in Senegal, il candidato di gran lunga più popolare – il leader populista, sovranista e anti – establishment Imran Khan – dopo essere stato detronizzato con il solito caro vecchio golpe bianco, è stato incarcerato per impedirgli di partecipare alle elezioni. Ma non solo: al suo partito è stato addirittura impedito di presentarsi utilizzando il suo simbolo che, in un paese dove il tasso di analfabetismo supera abbondantemente il 40%, è una mazzata al cubo; ciononostante, oltre ogni più rosea previsione Khan ha fatto il pieno e per impedirgli di ottenere la maggioranza assoluta sono dovuti ricorrere alle peggio schifezze. Dal Senegal al Pakistan, passando per il Sahel, l’ondata populista e sovranista sembra inarrestabile e il bello è che, comunque, all’Occidente collettivo, nonostante le nuove strategie della tensione, non va bene comunque: lo scontro in Pakistan, infatti, non era tra soldatini dell’impero e multipolaristi; anche i golpisti che ora, in qualche modo, accrocchieranno il tutto per tenere Imran Khan fuori dai giochi, infatti, guardano più alla Cina che non al giardino ordinato. Sono loro, infatti, ad aver dato il via al China Pakistan Economic Corridor che, tra tutti i singoli tassellini che compongono la belt and road initiative, è probabilmente il più grande in assoluto.

Joko Widodo (Jokowi)

Nei giorni scorsi, poi, si è votato anche in Indonesia e qui il famoso asse delle autocrazie – con il quale Taino indica tutti i paesi che si sono definitivamente rotti i coglioni del colonialismo occidentale – ha vinto ancora prima che si cominciassero a contare i voti: nel 2019, infatti, la carta anticinese aveva giocato un ruolo di primissimo piano nella contesa elettorale, diventando l’arma retorica per eccellenza dell’opposizione reazionaria e filo – occidentale che si batteva per negare a Joko Widodo un secondo mandato. Fortunatamente allora quell’opzione venne battuta alle urne; questa volta, invece, non ci s’è nemmeno presentata: durante il suo secondo mandato, infatti, Jokowi non solo ha cominciato a raccogliere tutti i frutti della sua azione riformatrice fatta di welfare state, sviluppo economico e rafforzamento della sovranità nazionale – grazie a un forte processo di sempre maggiore integrazione economica con la superpotenza manifatturiera cinese – ma è addirittura riuscito a includere in questa nuova prospettiva di liberazione e sviluppo nazionale anche l’opposizione. Il candidato che risulterebbe di gran lunga vincente alle elezioni, infatti, è proprio il leader della vecchia opposizione, Prabowo Subianto, che Jokowi decise di assoldare nel suo governo come ministro della difesa per tentare una sorta di percorso di unità nazionale. Un’operazione riuscita: a questo giro, infatti, l’ex oppositore Prabowo è stato direttamente da Jokowi; della fantomatica minaccia cinese in campagna elettorale non ha parlato nessuno, e l’opzione dell’indipendenza nazionale e la volontà di tenersi al di fuori dalla contrapposizione per blocchi è diventata sostanzialmente unanime. E non è certo solo questione di ideologie: nel sottofondo, infatti, c’è la solita vecchia guerra tra borghesie nazionali e borghesie compradore; le seconde, ovviamente, guardano con maggior simpatia alle oligarchie occidentali e vorrebbero continuare a imprigionare l’Indonesia nel vecchio sistema neocoloniale, limitando l’economia indonesiana alla sola esportazione di materie prime non lavorate che non necessitano investimenti. Vuol dire che i latifondisti e i grandi proprietari si limitano a incassare rendite senza avviare nessun percorso di sviluppo, che è la precondizione per la nascita e la crescita di un vero movimento dei lavoratori e, quindi, di una vera democrazia; la borghesia nazionale, invece, si vuole arricchire come gli altri, ma non è pregiudizialmente contraria all’idea che per farlo si debba investire e permettere all’economia nel suo insieme di crescere, anche se comporta ritrovarsi di fronte lavoratori più attrezzati per far valere i loro diritti. Prabowo, originariamente, apparterrebbe più alla borghesia compradora che a quella nazionale, ma l’ottimo lavoro portato avanti da Jokowi in 10 anni di presidenza sembrerebbe aver spostato definitivamente i rapporti di forza a favore delle borghesie nazionali, con il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione: Jokowi, infatti, gode di una popolarità senza precedenti, e invertire il processo che ha avviato – e che ha avuto il suo culmine assoluto nella messa al bando totale dell’esportazione di nickel come materia prima, imponendo che almeno una parte della lavorazione avvenga in Indonesia – potrebbe non essere alla portata delle forze della reazione; Prabowo – che è un opportunista, ma non è scemo – lo sa benissimo e ha deciso di porsi in piena continuità con l’amministrazione Jokowi, che l’ha sostenuto – come l’hanno sostenuto anche i cinesi. Per la borghesia compradora potrebbe essere la sconfitta definitiva.
Insomma: nel Sud globale, ormai, lo scozzo è tra due sfumature diverse di multipolarismo; quella più soft e paracula dei vecchi establishment che cercano di adeguarsi al mondo che cambia senza perdere i loro privilegi e quella più strong delle forze politiche emergenti che cercano di approfittare del mondo che cambia per cambiare tutto anche in casa. E al giardino ordinato, intanto – tutto in subbuglio per il grande anno delle elezioni globali – non rimane che interpretare le poche elezioni che si svolgono davvero regolarmente capovolgendo la realtà e stendere un velo pietoso su tutte le altre. E anche fare un po’ di sano vittimismo, come quando a Davos, il mese scorso, la crème de la crème delle oligarchie parassitarie del pianeta si è riunita per lanciare all’unisono un allarme accorato sul rischio fake news e disinformazione; cioè, gli azionisti di maggioranza di tutti i mezzi di produzione del consenso dell’Occidente collettivo ci volevano convincere che il problema non sono gli eserciti di Danili Taino sul loro libro paga e il monopolio delle piattaforme social in mano loro, ma Ottolina Tv e il fantasma di Giulietto Chiesa.
D’altronde l’odio di Taino per la democrazia ha radici antiche: era il luglio del 2015 e con la scusa del feticcio dell’austerity la Germania si apprestava a ridurre in cenere la povera Grecia; dieci anni dopo, tutti i principali protagonisti di quella stagione hanno fatto il mea culpa e hanno ammesso pubblicamente che la stagione dell’austerity a tutti i costi è stata un gigantesco errore, da Mario Draghi a Mario Monti, passando per Angelona Merkel. All’epoca, però, chi s’azzardava a dubitare finiva immediatamente nelle liste di proscrizione, esattamente come i fantomatici propagandisti putianiani negli ultimi due anni – almeno fino a quando anche Limes non ha cominciato a dire quello che tutti noi, a libro paga di Putin, sommessamente sostenevamo sin dall’inizio; allora come ora, a guidare la campagna per l’adeguamento forzato al pensiero unico confuso, era il Corriere della Sera e tra i cani da guardia più feroci dell’ortodossia analfoliberista non poteva che esserci il suo corrispondente dalla Germania e, cioè, proprio Danilo Taino, una vera e propria bimba di Wolfgang Schauble e dell’ordofascismo allora tanto in voga e che, in suo nome, si scagliava come un mastino inferocito contro la deriva scandalosa intrapresa dal governo Tsipras: chiedere il parere del popolo. Contro il pacchetto lacrime e sangue imposto dalla troika, infatti, Tsipras aveva avuto la terrificante idea di indire un referendum; apriti cielo! “A meno di un colpo a sorpresa ad Atene, ad esempio la caduta del governo di sinistra” scriveva Taino “domenica prossima i greci voteranno”: “Nominalmente” continua Taino, si tratta di un voto “sul programma di aiuti proposto dai creditori del Paese” e cioè, appunto, la ricetta lacrime e sangue della troika per punire l’indisciplinata Grecia e far arricchire le oligarchie; “in pratica” però, continua scandalizzato Taino, si voterà “sulla permanenza o meno della Repubblica ellenica nell’Unione monetaria”. Con il ricorso al voto popolare, rincara Taino, “il governo di sinistra” sta cercando di usare “il popolo greco come un’arma” cercando di “schierarlo contro gli avversari, che sarebbero rappresentanti del capitalismo europeo che ricatta i greci, come ama dire Tsipras”: “Convocando il referendum” continua Taino “più che dare la parola al popolo lo hanno chiamato a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno dell’eurozona”. Come poi si scoprirà, purtroppo, avevano anche dei difetti.
Danilo Taino, comunque, non si limita a denunciare la pigrizia dell’Occidente collettivo solo nei tentativi di ribaltare i risultati delle urne: anche in Ucraina, con un po’ di fatalismo in meno, “le prospettive di una vittoria ucraina nel fermare l’aggressione russa sarebbero migliori”. Per rinfocolare un po’ del pensiero magico che ha occupato i media mainstream per due anni e che ora sembra aver perso un po’ di slancio, Taino si appiglia all’ultima trovata dell’internazionale Iacobona e Molinara: abbandonate con 6 mesi di ritardo le speranze totalmente infondate sulle magnifiche sorti e progressive della controffensiva immaginaria, il nuovo tormentone della propaganda suprematista infatti è che “si dimentica, però, che la Russia sta perdendo la battaglia del Mar Nero”; una vera e propria ossessione. E Taino ha recepito il messaggio: La Russia sta perdendo la battaglia per il Mar Nero titolava il 28 gennaio entusiasta l’Economist; La vittoria dell’Ucraina in mare rilanciava con un lunghissimo articolo Foreign Affairs la settimana dopo; “L’Ucraina afferma di aver affondato un’altra nave da guerra” replicava gasatissima la CNN giusto un paio di giorni fa. Come ha commentato laconicamente il nostro Francesco dall’Aglio: “Poverini, fagli festeggiare qualcosa…”. Nel frattempo, infatti, nel mondo reale il nuovo capo dell’esercito ucraino Oleksander Syrski annunciava il ritiro definitivo delle truppe ucraine da Adveevka: probabilmente è il vero motivo dell’avvicendamento alla testa delle forza armate ucraine e anche la ragione per la quale, alla fine, Zaluzhny ha incassato il defenestramento senza montare chissà quale cagnara; il nuovo capo si dovrà fare carico della debacle definitiva e Zaluzhny ha colto al volo la possibilità di abbandonare la nave, prima che affondasse definitivamente, per poi imporsi come il più autorevole dei leader possibili per la mini Ucraina che rimarrà dopo il conflitto. Festeggiare per qualche successo in mare durante una guerra di terra dove vieni preso a schiaffi un giorno sì e l’altro pure è un po’ come se mentre dalla lotta per lo scudetto ti ritrovi a lottare contro la retrocessione, ti metti a festeggiare perché hai vinto i Goal Awards che premiano la divisa più bella.

Babbo Natale

Come per le elezioni a Taiwan, però – diciamo – Taino è di bocca buona e si accontenta di poco; dall’Ucraina, al Medio Oriente: “L’uscita dalla guerra nel Medio Oriente” ammette “è molto complicata, ma la possibilità che dalla tragedia nasca un equilibrio più stabile non è irrealistica”. Per Taino, infatti, “se le democrazie ci credono”, congelando il conflitto e l’estensione degli insediamenti in Cisgiordania, tornando a discutere dei due Stati in cambio del riconoscimento diplomatico da parte dell’Arabia Saudita e, magari, anche invocando l’intervento di Babbo Natale per far dimenticare a suon di regali ai bambini di Gaza i loro amichetti sterminati sotto le bombe, si infliggerebbe una sconfitta epocale all’Iran che in Medio Oriente diventerebbe “isolato”: Ansar Allah riconsegnerebbe Sana’a ai proxy sauditi, l’Iraq si consegnerebbe alle cellule del Mossad attive nel Kurdistan e invece di cacciare gli ultimi americani rimasti ne chiederebbe i rinforzi, Nasrallah si convertirebbe al protestantesimo, Bashar Assad trasformerebbe la Siria in una gigantesca Rojava e le masse arabe, da idolatrare Abu Obeida, Abdel Malek Al Houthi e l’ayatollah Kamenei, si convertirebbero al culto di Ernesto Galli della Loggia. D’altronde, sottolinea Taino, “siamo in un’era in cui l’impensabile può materializzarsi” e, quindi, perché non sognare? E il sogno di Taino, infatti, procede inesorabile ignorando ogni contatto con la realtà: il raggiungimento di questo nuovo ordine pacifico, continua infatti Taino, “sarebbe la testimonianza che gli Stati Uniti sono ancora l’unica potenza in grado di non far esplodere un conflitto”; nel mondo incantato di Taino sostanzialmente la carneficina di Gaza non solo non è un genocidio, ma proprio non esiste, come non esistono tutte le guerre scatenate dagli USA nella regione negli ultimi 30 anni. E, quindi, che ci vorrà mai a rilanciare l’immagine degli USA portatori di pace? Basta, appunto – come dice Taino – farla finita col nostro pigro fatalismo e, a quel punto, si “darebbe modo ai paesi del Sud globale di considerare quali sono le forze che favoriscono la stabilità che aiuta lo sviluppo”: quindi, nella realtà parallela di Taino, il superimperialismo statunitense ha garantito la pace e lo sviluppo del Medio Oriente e dell’Africa, che poi sono state messe a ferro e fuoco dalla Russia e dalla Cina.
Il problema, sostiene Taino in soldoni, è solo che non facciamo abbastanza propaganda per affermare questa incontrovertibile verità: “La pigrizia dei chierici occidentali e dei loro governi” afferma polemicamente “rischia di essere la quinta colonna” non solo – si badi bene – “degli autocrati”, ma addirittura anche “dei terroristi”; “I migliori” scrive ancora, citando il poeta inglese William Butler Yeats, “mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di fervente energia”. “Quei peggiori” sottolinea Taino per chi, a fine articolo, non l’avesse ancora capito “sono oggi i Putin, gli Xi Jinping, gli ayatollah e i loro sodali” e cioè, appunto, Ottolina Tv e tutti quelli che, come noi, sono a libro paga delle DITTATUREEHH!!, rigorosamente scritto in caps lock con 2 H finali e 6 punti esclamativi, mentre i Danilo Taino sacrificano la loro vita per gli ideali della democrazia e della libertà. Ma la pacchia è finita, avverte Taino, perché chi come noi fa propaganda ruzzah si sente forte perché “convinto della mancanza di volontà e di convinzione delle democrazia” e invece, minaccia Taino, “possiamo ancora deluderli”.
Tranquillo Danilo: per ora, diciamo, te e i pennivendoli analfoliberali amici tuoi non ci avete mai deluso; ogni volta che abbiamo un calo di autostima o siamo assaliti da un qualche dubbio, basta riguardare le puttanate che scrivete e il morale torna alle stelle. E quindi, buona settimana antimperialista a tutti, ma ricordatevi, però, che per quanto la propaganda sia strampalata e venga smentita continuamente dai fatti, i mezzi di produzione del consenso sempre in mano loro rimangono e ,quindi, bullizzarli è giusto e sacrosanto, ma non basta: per dargli il benservito definitivo, abbiamo bisogno di contrapporre ai loro mezzi di produzione del consenso un mezzo di produzione del senso critico; ci serve subito un vero e proprio media che, invece che dalla parte delle oligarchie suprematiste, stia dalla parte del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Danilo Taino

MELONI L’AFRICANA – Putin e il Sud globale smascherano la pantomima del piano Mattei

Patto con l’Africa titolava a 6 colonne il Giornanale martedì: “Storico incontro con 25 leader, VIA AL PIANO MATTEI”, ma non pensate male. Non è il remake di Faccetta Nera: la Giorgiona nazionale ha preso atto che il mondo è cambiato e s’è riscoperta un po’ il Thomas Sankara de noantri e promette “un nuovo modello di sviluppo dell’Africa”; “Una nuova pagina nelle nostre relazioni” sottolinea enfaticamente la nostra MadreCristiana “basata su una cooperazione strutturale, da pari a pari, lontana da quell’approccio predatorio che per troppo tempo ha caratterizzato le relazioni con l’Africa e che troppo spesso ha impedito all’Africa di crescere e prosperare come avrebbe potuto”. Ha fatto più la Meloni “che gli altri in 100 anni” esulta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari rilancia: “Meloni ha appena ribaltato 200 anni di storia europea”. “E’ l’inizio di una nuova stagione” conclude la Giorgiona nazionale, una svolta epocale “che dobbiamo e possiamo fare insieme”. Un copione hollywoodiano impeccabile, col supervillain che, dopo averne combinate più di Pinocchio, alla fine si ravvede e pieno di compassione tende la mano alla sua vittima in mondovisione; ma il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Ed ecco così che quando meno te lo aspetti – sempre ancora in pieno stile hollywoodiano – arriva l’evento inatteso che squarcia la superficie patinata, la variabile che era stata trascurata e che ribalta in un colpo solo tutta la narrazione.
A questo giro, questa variabile si chiama Moussa Faki, il presidente dell’Unione Africana e una vecchia conoscenza di Giorgia: 2 mesi fa, due giornalisti russi le avevano fatto uno scherzetto e spacciandosi per Faki l’avevano tenuta mezz’ora al telefono. “Questa volta è quello vero” ha dichiarato scherzando Giorgiona; forse erano meglio i comici russi. “Sul piano Mattei” ha scandito infatti Faki durante il suo intervento “avremmo auspicato di essere consultati”; e meno male era l’alba di una nuova era all’insegna del dialogo e del rapporto tra pari: Giorgiona del piano Mattei ha parlato di più con due comici russi che con il presidente dell’Unione Africana. Cosa mai potrebbe andare storto?

Fester Sallusti

Così l’Italia torna in campo titola entusiasta il suo editoriale Fester Sallusti: “in questo piano” – scrive coi lucciconi agli occhi la penna più reazionaria d’Italia – “credo ci sia l’essenza della politica di Giorgia Meloni e del suo governo: avere una visione politica di dove portare questo strano paese al di là delle contingenze che continuamente lo assillano”. Peccato che la destinazione sia sempre la stessa: il Regno Incantato della Post Verità. A chiacchiere, infatti, la narrazione che circonda la favola del piano Mattei è inappuntabile perché non solo, appunto, prende le distanze dalle antiche tentazioni predatorie, ma “anche da quell’impostazione caritatevole nell’approccio con l’Africa che mal si concilia con le sue straordinarie potenzialità di sviluppo” (Giorgia Meloni); insomma, dopo aver passato gli ultimi 15 anni a parlare a vanvera del nuovo colonialismo cinese in Africa, alla fine si è costretti a copiarne l’approccio: l’Africa non è solo un fardello, ma una straordinaria opportunità. E non si tratta di fare la carità, ma di mettere da parte, appunto, le tentazioni predatorie e di permetterle finalmente di liberare tutte le sue potenzialità produttive: Giorgia ricorda come il continente nero è tutt’altro che povero ma, al contrario, racchiude il 30% delle risorse minerarie mondiali e il 60% delle terre coltivabili, e con il 60% della popolazione che ha meno di 25 anni è il continente più giovane del pianeta. Tra i più entusiasti c’è Stefano Simontacchi che, in passato, è stato nominato da questa stramba classifica stilata da GQ Italia (e di cui sinceramente nessuno sentiva il bisogno) L’avvocato più potente d’Italia e che dalle pagine del Corriere della Serva si sfrega già le mani: l’obiettivo dell’Italia, sostiene Simontacchi, dovrebbe essere quello di diventare nientepopodimeno che il “partner privilegiato per chiunque voglia investire in Africa”, “un hub preferenziale per gli investimenti in Africa” capace di “intercettare i capitali con maggiori propensione al rischio, che generano innovazione e maggiore valore aggiunto”; questa cosa, pensate un po’ – sostiene Simontacchi – potrebbe addirittura “massimizzare le possibilità per il nostro paese di giocare un ruolo nelle grandi sfide del futuro quali, ad esempio, l’intelligenza artificiale, i droni, la space economy e l’idrogeno” e sapete grazie a cosa in particolare? Grazie, scrive Simontacchi, “al quantum leap tecnologico di cui l’Africa beneficia”; scrive proprio così, giusto, quantum leap tecnologico: fuffa allo stato puro, come si confà a ogni arringa di un bravo avvocato che mescola un po’ a caso termini roboanti per sbalordire il pubblico prima di arrivare con nonchalance al vero nocciolo della questione. Per trasformarsi in questo fantomatico hub infatti, sottolinea Simontacchi, c’è bisogno di rivoltare come un calzino l’intero funzionamento della macchina statale a suon di “minore burocrazia, velocità nell’ottenimento dei permessi, certezza del diritto e fiscalità favorevole sia per l’investimento sia per la distribuzione dei proventi”: insomma, in soldoni, trasformare l’Italia in un paradiso fiscale e in una centrale mondiale del riciclaggio di proventi illeciti pronti a invadere l’Africa e depredarla come sempre di tutta la sua ricchezza, ma con mezzi innovativi e degni di una nuova copertina su GQ. Ma anche per chi non arriva ai deliri distopici di Simontacchi le aspettative rimangono comunque altissime: secondo Fester Sallusti, infatti, il piano finalmente sarebbe la realizzazione concreta del vecchio mantra dell’aiutiamoli a casa loro e farebbe in modo che “in almeno in una parte di quel continente nascano condizioni economiche e quindi sociali stabili per poter affermare il diritto a non emigrare”; dai, almeno ha specificato “almeno una parte di continente” e non proprio tutto tutto.
Ma quanto costa cambiare definitivamente la sorte di almeno un pezzo di continente? E’ qui la magia dei fratelli di mezza italia: assolutamente niente, manco un euro. A chiacchiere, infatti, il piano dovrebbe godere di una dotazione di 5,5 miliardi che, anche se fossero veri, sarebbero una goccia nell’oceano: soltanto per la transizione ecologica, il continente – infatti – è stato stimato avrebbe urgentemente bisogno di 500 miliardi e l’Unione Europea, nell’ambito della sua risposta alla Nuova Via della Seta cinese denominata Global Gateway, prevede finanziamenti diretti in Africa per circa 150 miliardi. Ovviamente, come abbiamo spiegato già svariate volte, è tutta fuffa: sono quasi esclusivamente investimenti diretti privati, quasi esclusivamente nel settore dell’energia fossile (che già esistono) ai quali l’Unione Europea aggiungerà qualche spicciolo del suo bilancio per poi ribattezzare il tutto con un nuovo nome per fare finta di aver imparato dai cinesi che l’era delle chiacchiere è finita e che anche l’Europa ha un piano concreto per lo sviluppo africano, ma almeno, fuffa per fuffa, l’hanno sparata grossa. Qui, ormai, anche a dire le cazzate siamo diventati scarsi: 5,5 miliardi che, appunto, non esistono; in parte lo spiega benissimo, con un altro vero e proprio capolavoro di satira involontaria, il vice direttore de La Verità, l’ex carabiniere Claudio Antonelli, che del suo vecchio mestiere ha mantenuto il rapporto non proprio confidenziale con la matematica delle scuole primarie. Antonelli spiega infatti che di questi 5,5 miliardi due arriveranno dai fondi che ogni anno vengono stanziati per la cooperazione e lo sviluppo: Antonelli ricorda come, ogni anno, per la cooperazione e lo sviluppo vengono stanziati circa 4,5 miliardi dei quali, però, soltanto il 40% è destinato all’Africa; “d’ora in avanti invece” annuncia entusiasta “ben 2 miliardi dei 4,5 andranno nel continente nero” e cioè esattamente il 40%, come prima. “Facile immaginare come cambierà la musica” commenta, con disprezzo per ogni forma di autostima: il bello è che una fetta di questi soldi per la cooperazione in realtà, secondo quanto denunciato dalle opposizioni, andavano e continueranno ad andare molto semplicemente direttamente ad ENI per progetti legati allo sfruttamento delle risorse fossili in Africa.
Oltre agli stessi identici soldi che abbiamo sempre mandato in Africa con scarsissimi risultati, comunque, quello che manca – invece – verrà preso dal fondo per il clima e tra l’altro, ricorda il ministero dell’ambiente, sono spalmati su più anni: 840 milioni l’anno dal 2022 al 2026 e altri 40 dal 2027 in poi; ma la cosa divertente è che erano soldi che dovevano servire ad accelerare la transizione ecologica e, quindi, a ridurre almeno in minima parte il gap che abbiamo accumulato in termini di investimenti per le energie rinnovabili e che invece, grazie al piano Mattei, vengono stornati su progetti che riguardano le fonti fossili. Che siano in Africa, diciamo, è secondario: se erano in Sardegna, per dire, lo facevano in Sardegna; come sottolineano quei troll favolosi di Libero di scrivere minchiate “la sinistra s’indigna, perché vorrebbe spenderli per inseguire gli obiettivi fissati negli accordi internazionali per la decarbonizzazione” che però, commentano, sono “del tutto inutili finché Cina e India non si impegneranno a fare altrettanto”. “Dirottare quei finanziamenti in Africa per costruire infrastrutture destinate a produrre e trasportare energia di cui beneficerà anche l’Italia” concludono “è molto più intelligente”. Insomma, tutto questo rumore per un piano che non esiste, che non è accompagnato da nessun progetto concreto, dove manca totalmente una lista dei risultati attesi, senza un euro in dotazione e portato avanti senza consultare la controparte: come svolta epocale un po’ pochino, diciamo. Forse la speranza era – molto banalmente – che quelle che temo continuino a considerare le solite vecchie faccette nere, non se accorgessero; d’altronde, vai a sapere come ragionano questi che vivono fuori dal nostro giardino ordinato.

Moussa Faki

A quanto pare però, incredibilmente, si sbagliavano: “l’Africa non si accontenta più di semplici promesse che poi non vengono mantenute” ha sottolineato nel suo intervento sempre Moussa Faki che poi, rivolgendosi direttamente al nostro prestigioso ministro degli esteri Antonio Tajani, ha ribadito “Sette anni fa mi sono presentato al Parlamento Europeo da Lei presieduto, e oggi trasmetto lo stesso concetto”. Insomma, carissimo Antonio, ‘ste chiacchiere son 10 anni che le sentiamo: cambia il packaging, ma la fuffa è sempre la stessa. E Moussa Faki almeno a Roma c’è venuto. La lista delle defezioni, infatti, è abbastanza pesante: l’Algeria, che è il primo partner commerciale dell’Italia nel continente e dove, recentemente, si sono recati di persona sia Mario Draghi che la Meloni, si è limitato a inviare la ministra degli esteri; l’Egitto, quella per la cooperazione internazionale. Per la Libia, secondo partner commerciale dell’Italia nel continente, il premier c’era pure, ma molto probabilmente quello sbagliato: mentre il debolissimo Dabaiba era a Roma, infatti, l’uomo forte della Cirenaica – quello che ha le chiavi delle risorse fossili del paese, il generale Haftar – si incontrava a Bengasi con il vice ministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov. Solo che, invece di parlare di piani immaginari e di quattrini fantasma, parlavano di un accordo per una megabase navale a Tobruk. E la Libia di Haftar non è certo l’unico paese che privilegia i rapporti con la Russia rispetto alla fuffa meloniana: a mancare infatti, com’era più che prevedibile, erano anche Mali, Burkina Faso e Niger, i 3 paesi al centro della grande decolonizzazione dell’Africa occidentale. Dopo aver vissuto ognuno il suo golpe patriottico, sono stati minacciati di interventi militari dai vicini riuniti nell’ECOWAS e dai francesi: “Anche se i governanti militari del Niger chiedessero il ritiro delle truppe francesi, come è già accaduto nei vicini Mali e Burkina Faso” dichiarava nell’agosto 2023 alla PBS la portavoce del ministero degli esteri francese Anne-Claire Legendre “ciò non farebbe alcuna differenza. Non rispondiamo ai golpisti. Riconosciamo un solo ordine costituzionale e una sola legittimità, quella del presidente Bazoum”. E, invece, non solo alla fine i francesi sono stati cacciati, ma i tre paesi sono usciti dall’ECOWAS, hanno formato un’alleanza formale, stanno lavorando in prospettiva per una vera e propria confederazione e stanno rafforzando le relazioni con la Russia: pochi giorni fa, infatti, sono sbarcati in Burkina i primi 100 soldati dell’Africa Corps russo che, rivela Bloomberg, saranno presto seguiti da altri 200 uomini che contribuiranno all’addestramento delle forze armate. Intanto consiglieri russi sono già presenti da tempo in Mali e, secondo RT, il 17 gennaio sarebbe arrivato a Mosca il presidente della giunta nigerina e i due paesi avrebbero “concordato di sviluppare la cooperazione militare e di lavorare insieme per stabilizzare la sicurezza della regione” e ora questi tre paesi, scrive ancora il sempre lucidissimo Claudio Antonelli, “sono un problema per il piano Mattei”. Antonelli nella sua eterna confusione mentale, anche a questo giro, involontariamente, svela alcune delle riflessioni inconfessabili che attraversano il nostro governo di svendipatria e fintosovranisti al soldo di Washington: l’umiliazione della Francia nell’area ha sottratto alle ex potenze coloniali il loro avamposto ed ha lasciato “un buco geopolitico”; ora in quel buco si stanno insinuando le potenze, a partire dalla Russia, che sostengono e difendono la sovranità di questi governi multipolaristi. L’Italia, sostiene in sostanza Antonelli, è piazzata bene per cercare di diventare il cocco di Washington nell’area, molto meglio anche della Francia che, oltre ad essere ormai universalmente odiata, ogni tanto qualche velleità sovranista e di indipendenza – al contrario nostro – ancora ha provato a mantenerla; ovviamente, però, la situazione è tesa e quindi, sostiene Antonelli, “serviranno più fondi alla difesa, più elasticità in capo allo stato maggiore e” UDITE UDITE “un passo avanti nel campo della guerra ibrida” fino a “dotare l’Italia e l’Europa di compagnie militari private che tutelino secondo regole locali gli sforzi delle aziende italiane”.
Insomma, alla faccia del nuovo paradigma: visto dagli occhi dei sostenitori del governo il piano Mattei altro non è che il ritorno delle vecchie pulsioni coloniali, solo che questa volta sono in nome di Washington che ormai, però, come sponsor probabilmente non è manco più che sia tutto sto granché: mentre a Roma erano assenti i paesi sovranisti del Sahel, infatti, anche il loro più acerrimo amico c’aveva judo. Si chiama Bola Tinubu ed è il presidente della Nigeria che non solo è la prima potenza economica e demografica della regione, ma che era stato anche il primo artefice delle minacce d’intervento militare contro i golpe patriottici in nome dell’ECOWAS ma, a questo giro, sulla sete di vendetta ha avuto la meglio lo charme parigino: Tinubu, infatti, a Roma ha bucato pur non avendo nessun impegno; era, molto banalmente, in vacanza oltralpe. Alla Meloni non è rimasto che attaccarsi a Macky Sall, il presidente del Senegal, così amato nel suo paese e nell’intera regione che per piazzare uno dei suoi alle prossime elezioni di febbraio in Senegal ha dovuto sostanzialmente mettere in galera tutti gli oppositori e senza che, in questo caso, dalle nostre parti a nessuno venisse in mente di parlare di golpe.
Ormai siamo i Bernie Madoff della politica internazionale: le nostre iniziative sono solo schemi Ponzi che poggiano solo sui titoli della stampa filogovernativa, che nessuno legge. Sarebbe arrivata l’ora di costruire una vera alternativa, a partire da un vero e proprio media che dia voce al mondo nuovo che avanza, e al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Antonio Tajani

Genocidio di Gaza e Diluvio di Al-Aqsa: il punto di vista di Hamas che tutti dovrebbero conoscere

La nostra narrativa – e cioè il nostro punto di vista: così si intitola il piccolo dossier sull’operazione diluvio di al-aqsa pubblicato sabato scorso dalla divisione media ufficiale di Hamas; lo abbiamo letto per voi perché, ovviamente, siamo perfettamente consapevoli che si tratta di pura propaganda. Funziona sempre così, inevitabilmente: a ogni guerra fatta con le armi corrisponde sempre anche una guerra tra due propagande. Il punto però, esattamente come in Ucraina, è che i detentori dei mezzi di produzione del consenso del cosiddetto mondo libero fanno finta di non saperlo e assumono come verità insindacabile la propaganda di uno, e come menzogna da oscurare con ogni mezzo possibile quella dell’altro; potrebbe non essere esattamente una strategia illuminata, diciamo, e non solo perché è ovviamente una palese violazione del diritto a un’informazione un minimo equilibrata su cui si dovrebbe fondare quell’idea di democrazia in nome della quale i nostri governi si sentono autorizzati ad andare in giro per il mondo a bombardare chiunque si azzardi a dissentire, ma anche perché impedisce – anche tra le élite – quel minimo di dialettica fondata sui fatti reali che è indispensabile per non prendere cazzi per mazzi. Ed ecco così che, a botte di propaganda unilaterale, ci siamo autoconvinti che la Russia era sull’orlo del baratro e che grazie alla gloriosa resistenza e alla superiorità tecnologica dell’uomo bianco avrebbe trovato in Ucraina il suo Vietnam, o che Ansar Allah non era che un gruppetto di ribelli sprovveduti e scalmanati e che sarebbe bastato mandargli due razzetti a caso per farli sconigliare e riportare l’ordine: ecco perché, qualsiasi sia l’opinione che avete su Hamas, è comunque fondamentale conoscere e riflettere sul loro punto di vista. Buona visione.

Baruch Goldstein

“Fin dalla sua fondazione nel 1987” scrive l’ufficio media di Hamas nel suo rapporto sui fatti del 7 ottobre “Hamas si è impegnato a evitare conseguenze sui civili di entrambi gli schieramenti”; il rapporto sottolinea come – in seguito al terribile massacro della moschea di Al-Ibrahimi di Hebron avvenuto nel 1994 per mano del terrorista israelo – statunitense Baruch Goldstein e che causò la morte di 29 civili inermi riuniti in preghiera e il ferimento di altri 125 – “Hamas aveva annunciato un’iniziativa per evitare che i civili di tutte le parti rimanessero vittime dei combattimenti”, ma il governo Israeliano non si degnò neanche di rispondere. In quell’occasione, il governo israeliano guidato da Yitzhak Rabin condannò l’attentato e disarmò i militanti più in vista del movimento Kach, il gruppo dell’estrema destra sionista di Goldstein; non impedì però che a Goldstein – che venne definito dal rabbino dell’insediamento illegale di Kiryat Arba nei pressi di Hebron più santo di tutti i martiri dell’olocausto – venisse dedicato un santuario che, come un’Acca Larentia qualsiasi, divenne subito un importante luogo di pellegrinaggio per i fasciosionisti. Un milione di arabi non vale un’unghia ebrea, dichiarò il rabbino Yaacov Perrin durante il funerale: dalle ceneri del movimento Kach nascerà poi il partito Otzma Yehudit, e cioè il partito di Itamar Ben-Gvir, il famigerato ministro per la Sicurezza Nazionale del governo Netanyahu che viene citato direttamente anche nel dossier come “il ministro fascista israeliano che ha imposto l’inasprimento delle condizioni delle migliaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dove subiscono ogni forma di abuso dei diritti umani più fondamentali”. Ciononostante, ribadisce il rapporto, negli anni successivi “Hamas ha rinnovato questa offerta numerose volte, ma i vari governi israeliani che si sono succeduti hanno sempre fatto orecchie da mercante, mentre continuavano a prendere di mira e uccidere deliberatamente civili palestinesi”; ancora oggi, insiste il rapporto, “Evitare danni ai civili, in particolare bambini, donne e anziani, è un impegno religioso e morale rispettato da tutti i combattenti delle brigate Al-Qassam”, e durante l’operazione diluvio di al-aqsa “ribadiamo che la resistenza palestinese è stata pienamente disciplinata e ha operato nel rispetto dei valori islamici” e “I combattenti palestinesi che hanno preso di mira solo il soldati dell’occupazione”.
Ma come si spiegano, allora, tutte le vittime civili del 7 ottobre scorso? Molte delle accuse, sostiene il rapporto, sono “menzogne palesi fabbricate ad arte” come la storia dei 40 bambini decapitati, o le accuse di stupri di massa; inoltre, continua, “è un dato di fatto che molti dei coloni coinvolti nell’operazione erano armati e hanno avuto scontri a fuoco con i combattenti palestinesi. Questi coloni sono registrati come civili, ma la realtà è che erano uomini armati che stavano combattendo al fianco dell’esercito israeliano” e, infine, “molti di questi civili israeliani sono stati uccisi dalle forze armate israeliane stesse”. Il riferimento, ovviamente, è in primo luogo ai civili uccisi da un elicottero israeliano nell’area del Festival Musicale di Nova, ma non solo: “Altre testimonianze israeliane” continua infatti il dossier, confermano che “l’esercito di occupazione israeliano avrebbe bombardato diverse abitazioni negli insediamenti israeliani dove si trovavano combattenti palestinesi e israeliani, in una chiara applicazione della famigerata Direttiva Annibale dell’esercito israeliano che sostiene sia meglio un ostaggio civile o un soldato morto che preso vivo, per evitare di impegnarsi in scambi di prigionieri con la resistenza palestinese”.
Fatta la tara delle fake news e della propaganda suprematista, rimane ovviamente il fatto che di civili coinvolti ce ne sono stati decisamente fin troppi: secondo Hamas però, questi episodi sarebbero semplicemente una conseguenza del “rapido collasso del sistema militare e di sicurezza israeliano e il caos che ne è conseguito in tutta la zona di confine con Gaza”; insomma, sarebbero vittime collaterali, e probabilmente – come Occidente collettivo – non siamo esattamente i più titolati per scandalizzarci. “Coloro che difendono l’aggressione israeliana” sottolinea il dossier “sostengono che le vittime civili a Gaza sarebbero danni collaterali di attacchi rivolti ai militanti di Hamas. Tuttavia questa categoria pare non possa essere utilizzata quando si parla delle vittime civili dell’operazione diluvio di al-aqsa”; eppure, insistono “Come riconosciuto da molti, Hamas si è comportato in modo positivo e gentile con tutti i civili che sono stati trattenuti a Gaza e ha cercato sin dai primi giorni dell’aggressione un modo per arrivare al loro rilascio, che è esattamente quello che è successo durante la tregua umanitaria durata una settimana durante la quale quei civili sono stati rilasciati in cambio del rilascio di donne e bambini palestinesi detenuti ingiustamente nelle carceri israeliane”.
Come abbiamo premesso, ovviamente, si tratta di pura propaganda pure questa, e però un modo per vederci più chiaro tra una propaganda e l’altra, volendo, ci sarebbe: una bella inchiesta indipendente internazionale che, a differenza di Israele, è esattamente quello che chiede Hamas. “Siamo fiduciosi” scrivono “che qualsiasi indagine equa e indipendente dimostrerebbe la fondatezza dei nostri argomenti come anche la portata delle bugie e delle informazioni fuorvianti da parte israeliana. A partire dalle accuse israeliane riguardanti gli ospedali palestinesi di Gaza che la resistenza avrebbe usato come centri di comando; un’accusa che non è stata provata e anzi è stata smentita dai resoconti di molte agenzie di stampa occidentali”; “Gli eventi del 7 ottobre” sottolineano “devono essere inseriti in un contesto più ampio, che accomuna tutti i casi di lotta contro il colonialismo e l’occupazione dei nostri tempi. Le varie esperienze dimostrano come più è alto il livello di oppressione imposto dagli occupanti, più sarà violenta la reazione dei popoli che quella occupazione la subiscono”. E qui il livello, sostengono, sembrerebbe essere stato piuttosto altino – diciamo – e fanno un sintetico recap partendo da lontano: ancora nel 1918, ricordano, “il popolo palestinese possedeva il 98,5% della terra palestinese e rappresentava il 92% dell’intera popolazione”; da lì in poi, una campagna di migrazione di massa coordinata tra autorità coloniali britanniche e movimento sionista portò, in meno di 30 anni, a moltiplicare per 4 la popolazione non palestinese prima di dare il via, nel 1948, a una vera e propria pulizia etnica che portò i sionisti a impossessarsi del 77% delle terre dopo aver espulso il 57% della popolazione palestinese, a partire dagli oltre 500 villaggi rasi al suolo. Una seconda fase si ebbe poi nel 1967, quando le forze di occupazione occuparono il resto della Palestina compresa la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, Gerusalemme e altri territori arabi confinanti con la Palestina; soltanto negli ultimi 20 anni le forze di occupazione avrebbero causato la morte di 11.300 palestinesi e il ferimento di altri oltre 150 mila, in larghissima parte civili: “Sfortunatamente però” scrivono “l’amministrazione USA e i suoi alleati non hanno prestato molta attenzione alle sofferenze del popolo palestinese, ma piuttosto hanno fornito copertura all’aggressione israeliana, e hanno cominciato a lamentarsi solo quando il 7 ottobre a cadere sono stati i soldati israeliani”. D’altronde, continuano, “l’amministrazione americana e i suoi alleati occidentali hanno sempre trattato Israele come uno Stato al di sopra della legge; gli forniscono la copertura necessaria per continuare a prolungare l’occupazione e reprimere il popolo palestinese, permettendogli nel frattempo anche di sfruttare la situazione per espropriare ulteriori terre palestinesi e violare impunemente i nostri luoghi sacri”. Il dossier ricorda inoltre come, negli ultimi 75, anni “l’ONU abbia emesso più di 900 risoluzioni a favore del popolo palestinese” con Israele che ha sempre “rifiutato di attenersi a ognuna di esse”, platealmente: “Il 29 ottobre 2021” ricorda ad esempio il dossier “l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Gilad Erdan ha insultato il sistema delle Nazioni Unite stracciando un rapporto del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite durante un discorso all’assemblea generale, per poi gettarlo teatralmente nel cestino della spazzatura prima di lasciare il podio. Eppure” ricordano con una nota di ironia “l’anno successivo è stato nominato alla carica di vicepresidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite” e le rare volte che queste questioni hanno raggiunto il tavolo del Consiglio di sicurezza “a impedire qualsiasi condanna nei confronti di Israele è sempre intervenuto il veto degli USA”.

Gilad Erdan

Certo, di fronte a queste ingiustizie ci sono anche modi più pacifici e meno violenti di portare avanti la propria causa. Certo, come no! “Dopo 5 guerre di aggressione unilaterale da parte di Israele e 17 anni di assedio totale che ha trasformato Gaza nella più grande prigione a cielo aperto del paese” ricorda il dossier, nel 2018 “il popolo di Gaza ha dato vita a una serie di grandi e pacifiche proteste denominate la Grande Marcia del ritorno. Purtroppo” ricordano “le forze di occupazione israeliane hanno risposto a queste proteste causando tra i manifestanti 360 vittime e 19 mila feriti, compresi 5 mila bambini”. “Dopo tutto questo” si chiede alla fine il dossier “cosa ci si aspettava dal popolo palestinese? Che continuasse ad aspettare inerme riponendo la sua fiducia sull’impotenza dell’ONU?”; in realtà – concludono – “sulla base di quanto detto fino ad ora, l’operazione diluvio di al-aqsa è stata una risposta necessaria e un atto difensivo nei confronti dell’occupazione israeliana, nel quadro della lotta di liberazione e di indipendenza del popolo palestinese, esattamente come tutti i popoli del mondo hanno sempre fatto”. “Il popolo palestinese” concludono “si è sempre opposto all’oppressione, alle ingiustizie e ai massacri contro i civili, indipendentemente da chi li commette. E in base alla nostra religione e valori morali, abbiamo dichiarato chiaramente il nostro rifiuto a cosa gli ebrei furono esposti dalla Germania nazista. Dobbiamo però ricordare che il problema ebraico era essenzialmente un problema europeo, mentre il mondo arabo e islamico era un rifugio sicuro per il popolo ebraico come, d’altronde, anche per altri popoli di altre credenze ed etnie. Il mondo arabo è stato un esempio di convivenza, interazione culturale e libertà religiose. Il conflitto è causato dal comportamento aggressivo sionista e la sua alleanza con le potenze coloniali occidentali; e quindi rifiutiamo categoricamente la strumentalizzazione della sofferenza che è stata inflitta al popolo ebraico in Europa al fine di giustificare l’oppressione contro il nostro popolo in Palestina”.
Bon. Questo è quanto. Questa è la posizione di Hamas; non ci abbiamo aggiunto mezzo giudizio: a questo giro, l’onere di farvi una vostra idea lo lasciamo tutto a voi. E’ quello che dovrebbero fare i giornali mainstream che si riempono la bocca di fuffa liberaloide e poi fanno solo becera propaganda come in un regime teocratico qualsiasi; in questi tempi infami, a noi vecchie zecche rosse tocca pure fare il loro mestiere. Aiutaci a farlo sempre meglio, per sempre più persone: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Paolo Mieli

STERMINIO DEI GIORNALISTI: come Israele impone la sua visione eliminando fisicamente i giornalisti

Diecimila mila uomini armati di tutto punto che avanzano senza problemi; la bandiera israeliana esposta in bella mostra in un selfie celebrativo di gruppo dentro il parlamento di Gaza city; il quartier generale di Hamas circondato e assediato e i vicini arabi costretti a fare spallucce – asse della resistenza compreso – che, al di là delle minacce, sarebbe sostanzialmente del tutto impotente: il trionfo militare di Israele, da tutti i punti di vista, non potrebbe essere più schiacciante e plateale, o almeno così ci viene raccontata. E graziarcazzo: se la cantano e se la suonano.
Sia chiaro: per quanto ne sappiamo, potrebbero anche avere ragione eh? Il problema, però, appunto è: quanto ne sappiamo? Ogni fonte di informazioni indipendente – semplicemente – è stata abbattuta, proprio fisicamente intendo: secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, infatti, dall’inizio del conflitto si contano 9 giornalisti feriti, 13 arrestati, 3 scomparsi e la bellezza di 42 brutalmente assassinati, alcuni insieme anche a tutta la loro famiglia, che non si sa mai. Sostanzialmente tutti erano palestinesi e non erano proprio convintissimi dell’affidabilità delle fonti israeliane; per capire l’entità, in quasi due anni di conflitto in Ucraina i giornalisti morti risulterebbero in tutto 12. E così tutto quello che sappiamo oggi, sostanzialmente, è propaganda israeliana, spesso un po’ cringe: dalla copia magica del Mein kampf incredibilmente intonsa, nonostante sia stata ritrovata in mezzo alle macerie, alla famosa lista dei terroristi carcerieri trovata dentro all’ospedale di al Shifa e ostentata in pompa magna da tutti i media internazionali, a partire da quei geniacci della CNN. Peccato che quelli che indicavano come nomi dei carcerieri, in realtà, fossero i giorni della settimana; il documento scottante era un calendario. S’arrampicano sugli specchi: devono, in tutti i modi, giustificare il fatto di assistere entusiasti a un plateale crimine di guerra e – visto che di prove concrete che l’ospedale nascondesse nei suoi sotterranei nientepopodimeno che il quartier generale di Hamas al momento, stranamente, non ne hanno – s’attaccano a tutto. D’altronde non è la prima volta; è la modalità standard con la quale il giornalismo del mondo libero ha raccontato tutti gli stermini dell’asse del male negli ultimi 20 anni, da quando l’unico giornalismo tollerato è diventato solo ed esclusivamente quello embedded, totalmente controllato dalle forze di occupazione. Tutti i giornalisti occidentali che ora sono a Gaza, infatti, sono al seguito delle forza armate israeliane e hanno come unico mandato quello di fare da megafono alle loro vaccate, e sono l’unica fonte di informazioni che abbiamo. Una bella overdose di post – verità.
In questo video cercheremo di portarvi il punto di vista della parte opposta; ovviamente non è che sia necessariamente più affidabile di una Repubblichina o di una Radio genocidio radicale qualsiasi. In guerra, nessuna delle parti in causa, ovviamente, è molto affidabile: per questo esistono gli osservatori indipendenti. O meglio esistevano, prima che le bombe democratiche e liberali di Israele li sterminassero; l’obiettivo, appunto, era impedire all’altra campana di esistere tout court, e che la propaganda del genocidio diventasse magicamente LA REALTA’. Riusciremo a impedirlo?
Oltre ai pochi giornalisti che non sono a libro paga dell’apparato egemonico israeliano e dei suoi collaboratori, a minacciare di riuscire a portare al grande pubblico informazioni diverse da quelle sciorinate dalla propaganda genocida sionista ci sono le fonti aperte e cioè quell’infinita selva di dati che, nella guerra per procura della Nato contro la Russia in Ucraina, hanno permesso – giorno dopo giorno – di smontare sistematicamente la ridicola propaganda suprematista occidentale, e che in Israele sono stati scientificamente eliminati; lo riporta in un lungo articolo il sito libanese Al-Akhbar: “Sabotaggio GPS sulla Palestina occupata” titola; “i satelliti rivelano la sconfitta di Israele”. L’articolo ricorda come “dopo l’operazione diluvio di al-aqsa del 7 ottobre, Israele ha cercato di impedire agli account di open source intelligence di ottenere informazioni sabotando la tecnologia che fornisce i dati”. Come riportava lo stesso Bloomberg pochi giorni prima l’inizio dell’operazione di terra da parte di Israele, infatti, su richiesta del regime genocida di Tel Aviv Google aveva “interrotto il traffico di dati di Google Maps” su tutta l’area interessata; poco dopo è stato il turno anche dell’applicazione di mappe di Apple. Il Big Tech USA è al servizio del genocidio, senza se e senza ma. Nel caso non bastasse, come riportava Politico il 23 ottobre scorso, l’esercito di occupazione – comunque – aveva provveduto anche a sabotare i satelliti del sistema GPS sopra il confine che separa Israele dal Libano “nel tentativo di impedire ai missili di precisione o ai droni della resistenza libanese di raggiungere i loro obiettivi” (Al-Akhbar).

Ma era solo l’inizio; nei giorni successivi, infatti, Associated Press prima e New York Times dopo erano entrate in possesso di alcune immagini satellitari ad alta definizione che svelavano i movimenti delle forze armate israeliane. A fornirle, due aziende americane: Planet Labs e Maxar Tecnologies, che sono state prese immediatamente per le orecchie; come rivelato dal sito Semafor, il 6 novembre infatti – dopo la pubblicazione di quelle immagini – le due aziende “hanno iniziato a limitare le immagini di Gaza, e Planet Labs ha persino rimosso alcune immagini della Striscia di Gaza dalla galleria scaricabile su abbonamento dal sito web”. Da allora, le poche immagini che le due aziende forniscono esclusivamente ai media di fiducia arrivano comunque con giorni di ritardo: “non è chiaro” scrive Al-Akhbar “il motivo per cui queste aziende hanno interrotto e ritardato i loro servizi e chi ha esercitato pressioni a questo riguardo. Quello che è chiaro, però, è che è nell’interesse dell’entità occupante e del suo esercito”. E allora, giusto per controbilanciare un po’ la propaganda filo – genocidio, vi riportiamo un po’ di informazioni non verificate (e, al momento attuale, non verificabili) della propaganda avversa, e cioè quella dell’asse della resistenza che a tutta questa gloriosa avanzata senza ostacoli delle forze armate israeliane non sembra credere molto: “Da questa mattina” ha dichiarato ad esempio ieri sera in un comunicato ufficiale Abu Ubaida, portavoce delle Brigate al-Qassan, “i nostri mujaheddin sono stati in grado di uccidere 9 soldati sionisti e distruggere completamente o parzialmente 22 veicoli”. Con “questo tributo, che potrebbe essere il più grande sul campo dall’inizio della battaglia” commenta Al-Akhbar “il numero di carri armati e veicoli presi di mira sale a circa 200. Quello che è emerso negli ultimi due giorni” continua Al-Akhbar “è che le brigate Al-Qassam si sono prese il tempo necessario per preparare piani e tattiche, il cui impatto aumenterà nei prossimi giorni”.
“Stiamo combattendo contro i fantasmi” si lamentano gli analisti israeliani: il riferimento, appunto, è alla modalità di combattimento che – come prevedibile – hanno adottato i guerriglieri, in particolare delle brigate Al-Qassam, ma non solo. “Pertanto” sottolinea Al-Akhbar “anche l’obiettivo dell’umiliazione e della sottomissione attraverso il combattimento è impossibile” e, a parte i selfie nel parlamento e l’assedio degli ospedali, la lista degli obiettivi militari che al momento mancano all’appello, secondo la resistenza, sarebbe piuttosto lunghina: nessun pezzo grosso di Hamas, infatti, è stato tratto in arresto; nessuna sala di comando è stata individuata e neutralizzata; non ci sono scese di resa di guerriglieri a favore di telecamere; non c’è un caso di uno qualsiasi dei famosi tunnel liberato e portato sotto il controllo delle forze armate israeliane. “Per questo motivo” commenta Al-Akhbar “Israele non si accontenta dell’azione militare, ma ricorre all’uso di crimini palesi come la distruzione totale di ogni struttura civile e il tentativo di far morire di fame e di malattie il maggior numero di persone”; per trasmettere un’”immagine vittoriosa” un po’ pochino. Per fare qualche passo avanti, continua Al-Akhbar, “l’esercito di occupazione dovrebbe scendere dai mezzi blindati, sgomberare edifici, vicoli e quartieri e confrontarsi direttamente con i combattenti, di strada in strada, cosa che le forze avanzate nel settore occidentale della città non hanno ancora fatto, mentre procedono molto lentamente, dando la massima priorità alla protezione dei soldati dagli attacchi”. “In conclusione” scrive sempre Al-Akhbar “ciò che sinora si può comprendere è che l’operazione di terra non raggiungerà in alcun modo direttamente i suoi obiettivi operativi, e che la ricerca dell’“ago” della vittoria nel “pagliaio” di Gaza si scontrerà, col tempo, con il muro della frustrazione e della futilità, mentre la resistenza avrà riconquistato quasi interamente la posizione e l’iniziativa”.
Nel frattempo, dopo giorni di silenzio da parte dei soliti famigerati razzi provenienti dalla Striscia, negli ultimi due giorni si sono tornate a registrare raffiche significative: “Alcuni video” riporta sempre Al-Akhbar “hanno mostrato migliaia di persone determinate nel nord della Striscia che accompagnavano l’intenso lancio di razzi con applausi e invocazioni ad Allah”. Poche ore prima, Netanyahu aveva cercato di flexare importanti successi militari invitando gli insediamenti produttivi intorno a Gaza a ricominciare il business as usual, dal momento che l’avanzamento dell’iniziativa di terra sarebbe riuscita a smantellare le postazioni da cui venivano lanciati i razzi.
Il ritorno agli attacchi dei razzi da Gaza, oltre alle difficoltà dell’operazione via terra, dipenderebbero anche da un altro fattore: gradualmente, ma inesorabilmente, si starebbero intensificando gli attacchi da nord da parte di Hezbollah, tanto da costringere il ministro della difesa Gollant a spostare una bella fetta delle capacità antiaeree verso nord, e potrebbe essere solo l’inizio. Nel lungo discorso di sabato scorso, Nasrallah infatti ha detto una cosa importante: “Le parole restano sul campo” ha affermato. “La nostra politica attuale è che è il campo a parlare, e poi arriviamo noi a spiegare l’azione”; in soldoni, significa che a valutare quello che dal punto di vista militare è fattibile, da lì in poi saranno direttamente quelli che combattono in prima linea. La direzione politica è quella di sostenere la resistenza palestinese e di obbligare Israele ad essere occupato su più fronti: con che tempi e quali modalità saranno i militari a deciderlo. Poche ore dopo, le azioni sul confine settentrionale di Israele subivano un’accelerazione significativa e “ciò spiega la decisione della leadership sionista di mobilitare un terzo del suo esercito, circa la metà dei suoi sistemi di intercettazione e gran parte della sua aviazione sul confine con il Libano” (Al-Akhbar).
Ma il confine con il Libano non è certo l’unica zona che si sta incendiando: negli ultimi giorni ad essere presa particolarmente di mira, ad esempio, è stata la località turistica di Eilat, la Miami d’Israele; in questo caso, a tenere alta la tensione sarebbero le forze yemenite, che hanno sferrato numerosi attacchi ricorrendo all’utilizzo, come ricorda al Mayadeen, di “droni a lungo raggio, missili da crociera e missili balistici”. A prendere di mira Eilat, poi, ci si sono messe pure le milizie sciite di stanza in Iraq che non si sono limitate ad Eilat; ad essere prese di mira negli ultimi giorni, infatti, sarebbero state alcune basi USA. Solo giovedì scorso, la base di Ain Al Assad in Iraq sarebbe stata raggiunta da 3 diversi attacchi che hanno visto l’impiego sia di missili che di droni.
Per carità, niente di ché. Ma sono gli stessi che quando a compierli sono gli ucraini in Russia, per tre giorni poi i giornali parlano delle falle nella sicurezza del Cremlino e di allargamento della controffensiva in territorio russo. Noi vorremmo evitare di essere così cringe, ecco, però anche far finta di niente con la complicità della propaganda forse non è la strategia migliore, sopratutto se all’Iraq aggiungiamo anche la Siria. In tutto – confermano anche dal Pentagono – si arriva a poco meno di una cinquantina di attacchi. E’ vero: non causano migliaia di vittime civili e non radono al suolo scuole, asili e ospedali, ma se dal gusto per la vendetta e per la carneficina passiamo ai veri obiettivi militari, così a occhio anche Israele non è che abbia ottenuto poi tantissimo di più e se c’è una cosa che negli scorsi 20 anni di stermini indiscriminati in nome della war on terror abbiamo imparato, è che tendenzialmente questi focolai è abbastanza difficile che, a un certo punto, si spengano come per magia. Gli eserciti regolari – che costano una vagonata di soldi e sono composti, in buona parte, da gente che non aspetta altro che tornare a fare qualche rave sulle spiagge della Florida o di Tel Aviv – tendono a perdere piuttosto rapidamente il loro slancio iniziale; i popoli sottoposti alla furia colonialista e all’occupazione, un po’ meno. Anche a 20 anni di distanza, anche quando – con la complicità dei media che chiudevano un occhio – hai fatto finta di scordarteli, ecco che rispuntano sempre fuori, più incazzosi che mai. Che è esattamente quello che, secondo numerosi analisti, era il succo del messaggio di Nasrallah: non ci facciamo illusioni; per la resistenza il tributo di sangue da versare è ancora gigantesco, ma Israele s’è infilato in un vicolo cieco.
Per ora, bisogna ammetterlo, a non averlo capito non è solo Tel Aviv: anche in gran parte dei paesi arabi si fa un po’ finta di niente. La prova è arrivata dalla riunione di sabato della Lega araba; sul tavolo c’era una proposta di risoluzione piuttosto ambiziosa, vista l’assise: si chiedeva di impedire l’utilizzo delle basi della regione agli USA, di congelare il dialogo con Israele e anche di cominciare a mettere un freno alle relazioni economiche. Gli alleati storici degli USA della regione non ne hanno voluto sapere e la resistenza palestinese, comprensibilmente, ha gridato al tradimento.
Per chi sperava in un’alzata di scudi del mondo arabo – almeno di fronte a un genocidio di queste dimensioni e sotto la pressione delle opinioni pubbliche locali – sicuramente si è trattato di una battuta d’arresto significativa. Tra le classi dirigenti reazionarie delle petromonarchie, evidentemente, nonostante i recenti sviluppi – a partire dal ritorno al dialogo tra sauditi e iraniani mediato dalla Cina – sull’indignazione per lo sterminio dei bambini arabi continua a prevalere la diffidenza nei confronti della minaccia che l’Iran e l’asse antimperialista della resistenza rappresenta per la tenuta dei loro regimi feudali e antipopolari. Sono tentennamenti che ovviamente gridano vendetta perché, nel frattempo, lo sterminio procede sostanzialmente indisturbato, ma chi nel nord globale canta vittoria – magari perché, a suon di leggere i reportage embedded della propaganda, s’è fatto un’idea un po’ idilliaca a trionfalistica dei risultati dell’avanzata di terra – potrebbe tutto sommato rimanere deluso (soddisfazione per lo sterminio gratuito di bambini a parte, si intende). Sebbene la Lega araba non abbia adottato la risoluzione di cui sopra, infatti, ne ha comunque adottata un’altra più blanda ma che comunque, in modo unitario, condanna senza se e senza ma il genocidio e chiede un immediato cessate il fuoco, e la partita per spostarla su posizioni più radicali è appena iniziata; per quanto si tratti spesso di regimi dispotici, un certo peso le opinioni pubbliche lo svolgono comunque, sia a livello interno che, più in generale, a livello regional, e nell’insieme della Umma Islamica, la comunità dei fedeli che va oltre ogni confine. E le opinioni pubbliche sono, in maniera schiacciante, solidali con la martoriata popolazione palestinese, e per non consegnarle interamente all’egemonia dell’Iran – che è il vero incubo delle petromonarchie del Golfo e che, come ha sottolineato maliziosamente Nasrallah stesso, è la potenza regionale che rende possibile l’azione dell’asse della resistenza – continueranno ad essere costretti perlomeno a far finta di contrapporsi al piano genocida di Israele.

Justin Trudeau e Emmanuel Macron

Una tensione che ha cominciato a far scricchiolare anche l’asse dei vassalli di Washington – da Macron a Trudeau – che sono stati costretti a dire parole abbastanza chiare sulla totale sproporzione della reazione israeliana, mentre la breaking news che leggo in un’agenzia mentre chiudo questo pippone è che il consiglio di sicurezza dell’ONU (dopo 4 tentativi naufragati) con 12 voti favorevoli e soli tre astenuti avrebbe adottato una risoluzione che imporrebbe una “pausa umanitaria urgente ed estesa e corridori umanitari che attraversino la striscia di Gaza”.
Lo sconvolgimento messo in moto dal diluvio di al-aqsa il 7 ottobre ha portata epocale, un evento storico dentro un mondo che cambia a una rapidità a cui non eravamo più abituati da 70 anni, e tutti i segnali ci continuano a dire che non vada esattamente nella direzione auspicata dall’egemone USA e dai suoi innumerevoli proxy regionali. E se il mondo nuovo avanza, farselo raccontare dai vecchi media suprematisti e dai giornalisti embedded al seguito dell’asse del male potrebbe non avere tantissimo senso.
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E chi non aderisce è Benyamin Netanyahu

La fine dell’exit strategy: come Hamas costringe gli USA a impantanarsi di nuovo in Medio Oriente

La regione del Medio Oriente è più tranquilla oggi di quanto lo sia mai stata negli ultimi vent’anni”. Con questa illuminante profezia, Jake Sullivan è finalmente riuscito a spodestare Piero Fassino e si è consacrato come il più grande raccoglitore di figure di merda dell’intero globo. Era soltanto il 29 settembre scorso e, appena una settimana dopo, quel Medio Oriente pacificato sognato da Sullivan tornava ad infiammarsi come non accadeva da diversi lustri, rendendo ancora più fitte, cupe e indecifrabili le nubi che ci separano dal nostro futuro. E quel che è più grave è che Sullivan, per portare il pane a casa e pure il companatico, e pure parecchi extrabonus in più, fa nientepopodimeno che il consigliere per la sicurezza nazionale degli USA. Che se minimamente davvero ci tengono non dico alla nostra, di sicurezza – che la risposta la sappiamo già – ma anche solo alla loro, i suoi consigli farebbero bene a non ascoltarli proprio proprio pedissequamente, diciamo. “L’Asia occidentale potrebbe essere diretta verso una guerra su larga scala che si estenderà ben oltre la striscia di Gaza e Israele”, ammoniva enfaticamente ieri Hasan Illaik dalle pagine di The Cradle; “La guerra è iniziata”, si intitola l’articolo. E’ la stessa previsione nefasta condivisa anche da Suzanne Maloney dalle pagine di Foreign Affairs: vice presidente del Brooking Institute, quando si parla di Medio Oriente la Maloney è una delle voci più ascoltate di Washington, a prescindere da chi sia ai posti di comando. “Ciò che è iniziato”, scrive, “quasi inesorabilmente è la prossima guerra. Una guerra che sarà sanguinosa, costosa e terribilmente imprevedibile nel suo corso e nei suoi esiti”. Per tutti i nuovi adepti di ogni schieramento politico della teoria postfascista, secondo la quale la colpa delle ritorsioni degli occupanti ricade sulle spalle dei resistenti, ovviamente, la responsabilità è tutta di Hamas, che come un Putin qualsiasi ha agito senza essere manco stata provocata.

Fortunatamente però c’è ancora qualcuno che non si è completamente bevuto il cervello, come Jonathan Cook, che dalle colonne di Middle East Eye prova disperatamente a ricordarci una cosa che a me pareva abbastanza ovvia, ma evidentemente non lo era: “Va detto”, scrive, “che la popolazione di Gaza stava lentamente e nel disinteresse di tutti affrontando un lento e apparentemente tranquillo percorso verso la cancellazione definitiva”.
Con il consenso e la complicità di sostanzialmente tutto il resto del mondo, nonostante politiche che Cook non fatica a definire esplicitamente genocide, “negli ultimi 16 anni il sostegno occidentale a Israele non ha mai vacillato, nonostante Israele stesse trasformando Gaza, dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo, in una raccapricciante camera di tortura dove i palestinesi sono stati sottoposti a una lunga serie di esperimenti: cibo razionato, beni essenziali negati, accesso all’acqua potabile gradualmente rimosso e cure mediche impedite”. In queste condizioni, continua Cook, “i politici europei non si sono limitati a non fare niente per intervenire, ma anzi hanno premiato Israele con un sostegno infinito e incondizionato di carattere finanziario, diplomatico e anche militare. La verità è che senza un sostegno così incondizionato della politica occidentale, e senza la complicità dei media che ribrandizzano i furti di terre da parte dei coloni e l’oppressione da parte delle forze armate israeliane come una sorta di “crisi umanitaria”, Israele non sarebbe mai riuscita a farla franca con i suoi crimini. Sarebbe stato costretto a raggiungere un accordo adeguato con i palestinesi, e sarebbe stato costretto a normalizzare davvero i rapporti con i vicini arabi senza costringerli ad accettare una pax americana in Medio Oriente”.

Una pax americana che – dagli e ridagli – alla fine aveva convinto finanche i sauditi ad ingoiare la pillola: come ricorda Spencer Ackerman su The Nation infatti, “A nessuno, men che meno i palestinesi, sfugge che nel 2002 l’allora principe ereditario saudita Abdullah bin Abdul Aziz condizionava il riconoscimento di Israele a quello dello stato palestinese. Ora”, invece, “il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha rimosso tale condizione. Durante un’intervista del 20 settembre con Bret Baier di Fox News, ad esempio, si è impegnato solo per “una buona vita per i palestinesi”, parole che molti dei miei interlocutori hanno interpretato come l’accettazione di Riyadh dell’occupazione a tempo indeterminato”.

Per quanto oggi siate turbati, la verità è che il vostro turbamento negli ultimi 20 anni non aveva impedito ad Israele, con il sostegno di tutto l’Occidente e anche del mondo arabo, di portare sostanzialmente a compimento il suo progetto genocida: “una politica di incessante escalation” – come la definisce lucidamente Cook – “venduta dai media occidentali come “calma” e “tranquilla”, almeno fino a che i palestinesi non si azzardano a tentare di reagire ai loro aguzzini. Solo allora si parla di escalation. Sono sempre e solo i palestinesi ad “intensificare le tensioni”. E a quel punto la riproposizione su scala allargata delle oppressioni permanenti inflitte da Israele può essere rietichettata come ritorsione”.

“Quello che ci si aspetta dai palestinesi”, conlcude Cook, “è che soffrano in silenzio”. Ma intrappolare nel silenzio la rabbia di un popolo fiero e ostinato, evidentemente, è più complicato del previsto.

La fine della exit strategy degli USA dal Medio Oriente”: così ha intitolato il suo lungo articolo apparso martedì su Foriegn Affairs Suzanne Maloney, secondo la quale “l’assalto di Hamas ha messo fine alle illusioni di Washington. Ad essere finita, almeno per chiunque abbia voglia di ammetterlo, l’illusione che gli Stati Uniti possano districarsi da una regione che ha dominato l’agenda della sicurezza nazionale americana nell’ultimo mezzo secolo”. L’idea del ritiro, suggerisce la Maloney, sarebbe maturata gradualmente, mano a mano che si cominciavano a fare i conti con i fallimenti in Iraq e Afghanistan, e si faceva avanti l’idea che le gigantesche risorse che erano state investite con scarsi risultati in quest’area erano ormai diventate indispensabili per fronteggiare adeguatamente la doppia sfida rappresentata da Russia e Cina. Ma per non lasciare l’intera area in balia delle mire espansionistiche dei due competitor geopolitici, bisognava prima ridisegnare i rapporti tra potenze regionali (ovviamente ammesso e non concesso che queste mire espansionistiche esistano davvero, ma d’altronde pretendere da un membro dell’establishment USA di ragionare in termini diversi dal puro dominio sarebbe velleitario, quindi andiamo avanti). Questo nuovo equilibrio tra potenze regionali che gli USA dovevano avviare prima di lasciare l’area in balia del suo destino, erano appunto gli accordi di Abramo che, per quelli che si ostinano ancora a credere davvero che gli interessi strategici degli USA cambino a seconda di chi c’è al governo, ricordiamo essere stati un’invenzione dell’amministrazione del populista Trump, che il democratico Biden ha fatto immediatamente sua; un’invenzione che però è rimasta sempre solo sulla carta. L’obiettivo finale infatti era allineare due dei tre attori principali della regione cioè sauditi e israeliani, mettendo all’angolo il terzo, l’Iran, cavallo di troia di russi e cinesi. Un piano che ha subito una brusca deviazione quando, con la mediazione cinese, in maniera del tutto inaspettata Iraniani e sauditi hanno deciso di tornare a parlarsi e saltato il piano, l’opportunità per gli USA di uscire dall’area per concentrarsi sulle loro sfide esistenziali, è sfumata. Secondo la Maloney, agli USA non rimane che “impiegare, nei confronti dell’Iran, lo stesso tenace realismo che ha informato la recente politica statunitense nei confronti di Russia e Cina: costruire coalizioni di coloro che sono disposti ad aumentare la pressione e paralizzare la rete terroristica transnazionale dell’Iran; ripristinare l’applicazione delle sanzioni economiche”, e usare tutti gli strumenti a disposizione, dalla “diplomazia”, alla “forza”, per scoraggiare l’aggressività regionale di Teheran. Insomma, da brava neocon integralista, l’importante è impedire che le forze regionali trovino una forma di convivenza, perché da qualsiasi forma di convivenza pacifica ne uscirebbero avvantaggiate Russia e Cina. Gli USA devono rinunciare alla exit strategy dal Medio Oriente non per stabilizzarlo, ma proprio per impedirne strutturalmente ogni volontà di stabilizzazione. Ed ecco così che “mentre la campagna di terra israeliana a Gaza inizia”, scrive la Maloney, “è altamente improbabile che il conflitto rimanga lì. L’unica domanda è la portata e la velocità dell’espansione della guerra”: l’importante per un neocon è che si parli sempre e solo di guerra, e che la parola pace non compaia mai. Ma come insegna l’Ucraina, e prima di lei l’Afghanistan – giusto per fare un esempio a caso – parlare volentieri di guerra non sempre significa avere anche idea di cosa occorre fare per vincerla, a partire proprio dalla campagna di terra a Gaza, che è più facile da dire che da fare. Come ricorda infatti l’Economist, ovviamente Hamas sapeva benissimo sarebbe arrivata, e potrebbe essere meno impreparata di quanto non sembri; già nel 2014, ricorda ancora l’Economist, “nello scontro con Israele le brigate di Hamas continuarono a combattere per 50 giorni” e oggi, “dopo numerose guerre, sono più agguerrite, innovative e meglio equipaggiate che mai”.

Le tattiche che abbiamo visto utilizzare da Hamas nell’attacco contro Israele”, titola Al Jazeera, “sono state tra le più sofisticate, finora. Il gruppo ha utilizzato aria, mare e terra in quelle che in termini militari sono note come operazioni multi-dominio”: prima ha utilizzato i droni per attaccare i posti di osservazione israeliani, poi ha lanciato una quantità infinita di missili che nessuno sospettava avessero, fino a saturare e rendere inefficace il tanto decantato iron dome,poi è passata all’infiltrazione fisica, attaccando il gigante israeliano da una miriade di direzioni diverse, compreso un fitto reticolo di tunnel di cui di nuovo nessuno sospettava l’esistenza.

Certo, lo so che sono solo subumani e che Israele, come baluardo delle democrazie avanzate in Medio Oriente, è sostanzialmente infallibile, ma magari un pizzico di umiltà in più non basta.

Per capirlo, è sufficiente guardare proprio la facilità con la quale è stata bucata l’intelligence: “La causa principale del fallimento dell’intelligence israeliana nei confronti di Hamas”, scrive il sempre ottimo Scott Ritter che – ricordiamo – per campare lavorava proprio nell’intelligence dei Marines, “è stata l’eccessiva fiducia che Israele riponeva nella raccolta e nell’analisi dell’intelligence stessa”.

Fare gli sboroni è bello, ma a volte fa male.

L’unità 8200” – che è l’unità delle forze armate israeliane incaricata dello spionaggio e delle intercettazioni di ogni segnale possibile immaginabile – “ha speso miliardi di dollari per creare capacità di raccolta di informazioni che assorbono ogni dato digitale proveniente da Gaza: chiamate al cellulare, e-mail e SMS. Gaza è il luogo più fotografato del pianeta e, tra immagini satellitari, droni e telecamere a circuito chiuso, si stima che ogni metro quadrato di Gaza venga ripreso ogni 10 minuti”. Per analizzare tutto questo materiale, l’unità 8200 ha sviluppato i suoi algoritmi di intelligenza artificiale, la cui efficacia e capacità predittiva sono state tra le chiavi dei grandi successi ottenuti appena due anni fa, nel 2021, con la campagna Guardiani del Muro, durante la quale sono state fatte 1500 vittime e sono stati decapitati i vertici di Hamas, il tutto senza perdere quasi nemmeno un uomo. Poi però, evidentemente, qualcosa si è rotto: “L’errore fatale di Israele”, scrive Ritter, “è stato quello di vantarsi apertamente del ruolo svolto dall’intelligenza artificiale nell’operazione Guardiani del Muro. Perché evidentemente, da allora, Hamas è riuscita a prendere il controllo del flusso di informazioni raccolte da Israele”. Secondo Ritter, sostanzialmente, li hanno fregati: invece che smettere di usare i canali di comunicazione controllati dagli Israeliani e analizzati dai loro sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale, li hanno continuati ad usare eccome, ma solo per mandare falsi segnali. Agli occhi del sistema tutto procedeva come al solito, mentre lontano dagli occhi del grande fratello israeliano, Hamas si preparava in tutta tranquillità a infliggergli una delle sconfitte più tragiche della storia del paese.

Fortunatamente c’è già un bel piano B: ad architettarlo, un nutrito gruppo di menti brillanti che mercoledì scorso si sono riunite in manifestazione a New York. Nel caso servissero, gli USA avrebbero già dato mandato di inviare nelle vicine basi sparse nella regione un’altra ventina abbondante di caccia F-16 e F-35; alcuni carichi di munizioni – sembra -sarebbero già arrivati. L’aarsenale della democrazia diventa così ufficialmente l’arsenale del genocidio. Ma come si fa a giustificare l’idea di radere più o meno completamente al suolo un fazzoletto di terra dove vivono ammucchiate come topi quasi 3 milioni di persone, per quasi la metà bambini?

Semplice. Così:

Libero: HAMAS DECAPITA I BIMBI
Il giornale: DECAPITANO I BAMBINI
La verità: SCOPERTI 40 PICCOLI CORPI MARTORIATI, MOLTI DECAPITATI
La stampa: LA STRAGE DEGLI INNOCENTI, ANCHE DEI NEONATI DECAPITATI TRA I CADAVERI

E così via; lo stesso identico titolo su tutti – e dico letteralmente tutti – i giornali italiani.

D’altronde, pretendere che gli sciacalli non facciano sciacallaggio sarebbe velleitario. Peccato però che a questo giro ci sia un problemino in più: questa notizia che occupa le prime pagine di tutti i giornali si basa infatti su un’unica fonte, una giornalista israeliana che lavora per un canale all news nato “per pubblicizzare nel mondo il punto di vista israeliano”, scriveva Haaretz al momento del lancio. Ma non solo, perché – come ha ammesso la giornalista stessa – questi bambini decapitati lei in realtà manco li ha visti. Gliel’hanno detto. A lei però. Agli altri giornalisti no. Samuel Forey è un giornalista indipendente che vive a Gerusalemme dal 2011 e che collabora con Le Monde e Mediapart; martedì anche lui era a Kfar Azza, nel kibbutz degli orrori ma, come dichiara su X, “Nessuno mi ha parlato di decapitazioni, tanto meno di bambini decapitati, ancora meno di 40 bambini decapitati”. Qualche sospettino è venuto anche all’agenzia di stampa di stato turca Anadolu, secondo la quale un portavoce delle forze armate israeliane avrebbe dichiarato che “l’esercito israeliano non ha nessuna informazione che confermi la vicenda dei bambini decapitati da Hamas”.

Tirare in ballo i bambini un po’ a casaccio, d’altronde, è un vecchio classico: tra i precedenti più celebri c’è quello che risale all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam, che poco dopo portò alla prima guerra del Golfo.

E’ il 10 ottobre del 1990 e a testimoniare di fronte al Comitato sui Diritti Umani del congresso USA appare una ragazzina di 15 anni; la identificheranno esclusivamente con il nome di battesimo, Nayrah. Dichiarò che in seguito all’invasione aveva assistito direttamente a membri delle forze armate irachene che entravano in un ospedale, toglievano i neonati dalle incubatrici e li lasciavano morire. La notizia ovviamente conquistò immediatamente le prime pagine di tutti i giornali e divenne subito uno dei cavalli di battaglia della narrazione che Bush padre spacciava a destra e manca per giustificare l’intervento. Due anni dopo, di Naryah si scoprì il cognome: al-Sabah, figlia di Saud al-Sabah, l’ambasciatore del Kuwait negli USA, e si scoprì che l’intera sua testimonianza faceva parte della campagna denominata Citizens for a Free Kuwait architettata dal governo del Kuwait e affidata al gigante delle pubbliche relazioni Hill & Knowlton per spingere appunto gli USA verso l’intervento. Ma al ridicolo non c’è mai limite: la performance migliore ieri ce l’ha infatti offerta l’inossidabile Lucio Malan, che ha pubblicato un video che ritrae dei bambini chiusi in una gabbia.

Malan ha fatto 1+1, ma il risultato gli è venuto 3.

Orrendo video pubblicato da Hamas,” ha scritto nel commento. “Bambini israeliani rapiti e tenuti in gabbie per animali. E ci sono varie altre gabbie pronte”. Ovviamente è immediatamente venuto fuori che era un video che girava da anni e che non c’è nessun rapimento; era un gioco, anche se – va ammesso – non particolarmente divertente direi.

https://twitter.com/LucioMalan/status/1711087104237650021

D’altronde funziona così: più è feroce, spietata e clamorosamente squilibrata la guerra che ci si approccia a combattere e più la propaganda deve alzare l’asticella, puntando alla deumanizzazione totale dell’avversario; una vecchia tecnica delle potenze colonialiste, poi perfezionata dal regime hitleriano, che ormai fa apertamente scuola. “Era giusto colpire di fatto tutti i tedeschi, per colpa dei crimini commessi dalla cricca nazista?” scrive in un post allucinogeno l’infaticabile Jacopo Iacoboni. “Certamente no” risponde, “ma nelle fasi finali della guerra questa distinzione finì per sfumare, perché bisognava distruggere i nazisti e impedire che continuassero a fare del male all’umanità”.

La soluzione finale ormai non è più tabù, ma una strategia come un’altra.

Fortunatamente in questa escalation di barbarie, ogni tanto emerge qualche bella storia. Basta volerla raccontare: Middle East Eye, la testata fondata dall’ex inviato del Guardian David Hearst, è una delle poche che non c’ha completamente rinunciato e sul suo profilo tiktok, ha rilanciato questa intervista:

@middleeasteye

Israeli woman speaks of experience with Hamas fighters. An Israeli woman gave an interview to a local Israeli channel recounting her experience with Hamas fighters when they entered her home following the Hamas-led attack of 7 October. #Hamas #Israeli #israel #learnontiktok #foryou #fyp

♬ original sound – Middle East Eye

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E chi non aderisce è Jacopo Iacoboni.