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Il sacrificio del popolo russo c’ha salvato il culo. Un’altra volta. Ora tocca a noi!

OttolinaTV by OttolinaTV
02/04/2025
in I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Mondo, Russia
0

Negli ultimi anni l’imperialismo a guida USA ha preso la più grande scoppola di sempre, diciamo perlomeno dai tempi del Vietnam, ma (rispetto al Vietnam) con l’aggravante che, a questo giro, i competitor sono ordini di grandezza più ricchi ed economicamente sviluppati di allora; la nostra generazione non aveva mai assistito a niente di nemmeno lontanamente comparabile. E non è solo l’esito del campo di battaglia in Ucraina: il tentativo bipartisan – tanto di Trump quanto di Biden – che affonda le sue radici già nel Pivot to Asia dell’amministrazione Obama, di ostacolare lo sviluppo del colosso cinese attraverso una spregiudicata guerra economica che per 20 anni ha spinto la propaganda analfoliberale alla Rampini ad annunciare un giorno si e l’altro pure l’imminente crollo di Pechino, è stato un fallimento totale. Un disastro di queste proporzioni poteva avere due esiti: o una rivoluzione gattopardesca all’interno delle classi dirigenti per cambiare tutto affinché nulla cambi, o l’escalation nucleare in piena tradizione muoia Sansone con tutti i filistei; il trionfo di Trump alle elezioni USA e il terremoto che ha avviato da quando è entrato alla Casa Bianca sembrano, al momento, far prevalere la prima opzione. Quindi, al momento, non solo l’imperialismo a guida USA ha preso una mazzata di proporzioni epiche, ma per ora abbiamo pure evitato l’armageddon: se non fosse per il gigantesco tributo di vittime che richiede, ovviamente, il dovuto rispetto, l’umanità avrebbe di che brindare per settimane, se non mesi-

Eppure c’è qualcosa che mi rovina la festa e di certo non è l’umiliazione che Trump e soci stanno impartendo alle classi dirigenti europee che, a prescindere dal colore politico di facciata – nessuno escluso – si meriterebbero sicuramente anche di peggio. Oggettivamente, un obiettivo storico è stato raggiunto: l’unipolarismo, sul quale si è fondata la grande rapina dell’ultimo mezzo secolo, è stato spazzato via dalla storia e un nuovo ordine – o meglio, disordine – multipolare si è affermato per sempre in modo irreversibile e, soprattutto, questo è avvenuto senza che il mondo precipitasse in una grande guerra totale, potenzialmente incompatibile con la sopravvivenza della nostra stessa specie. Non so per voi, ma per me questo non era assolutamente un esito scontato: dall’inizio dell’operazione militare speciale, infatti, ho sempre sostenuto convintamente che quella che era iniziata era la prima fase di una grande guerra che era già mondiale per quanto, come dice Papa Francesco, a pezzi; quando poi quei pezzi, con lo sterminio dei bambini palestinesi nella Striscia di Gaza, l’invasione del Libano, il trionfo dei tagliagole jihadisti filosionisti in Siria e il posizionamento dei Tomahawk statunitensi nelle Filippine, si sono cominciati a saldare, lo scontro totale e diretto mi è sempre sembrato del tutto inevitabile e scontato, solo questione di tempo.

La portata dell’umiliazione inflitta sul campo dalla Russia alle 40 democrazie ben organizzate, come le chiamava il noto comico del Corriere della Serva Beppe Severgnini, evidentemente ha portato a più miti consigli; questo risultato epocale, però, in realtà non è che una prima tappa di un lungo e tortuoso percorso costellato da una quantità infinita di pericoli letteralmente esistenziali. Il nuovo ordine multipolare, infatti, può gradualmente concretizzarsi in due sistemi tra loro decisamente molto distanti: da un lato quello perseguito dagli USA con la rivoluzione gattopardesca del trumpismo, che potremmo definire multipolarismo imperialista, più o meno in continuità con l’ordine globale che ha preceduto le due grandi guerre mondiali del secolo scorso e, dall’altro, il multilateralismo perseguito in particolare dalla Repubblica Popolare di Cina, dove all’equilibrio instabile fondato sui puri rapporti di forza tra le diverse potenze si sostituisce un sistema di governance globale inclusivo e tendenzialmente democratico, che è un po’ il modello che si era imposto, in mezzo a mille contraddizioni, dopo la fine della seconda guerra mondiale e che, appunto, è stato rottamato definitivamente dal superimperialismo a guida USA dopo la vittoria della guerra fredda.

Il conflitto interno alle classi dirigenti dell’Occidente sempre meno collettivo che, negli ultimi giorni, ha raggiunto una ferocia inedita, ha a che vedere esattamente con l’affermazione di questi due modelli molto diversi tra loro: la vecchia strategia NeoCon consisteva nel mantenere in vita le vecchie istituzioni multilaterali, continuando a svuotarle gradualmente di contenuto concreto, ma mantenendo in piedi la retorica dell’ordine fondato sulle regole; la rivoluzione gattopardesca del trumpismo consiste nel prendere definitivamente atto del fallimento di questa strategia e nell’imporre un’accelerazione drammatica verso l’affermazione di un multipolarismo imperialista, una vera e propria nuova shock therapy per limitare al massimo le conseguenze della fine dell’unipolarismo e per cercare di imporre un equilibrio instabile comunque favorevole agli Stati Uniti.

Per farlo, Trump sembra perseguire fondamentalmente due obiettivi: il primo è aumentare ancora di più il livello di subordinazione degli alleati/vassalli; il rapporto di vassallaggio, infatti, consiste nel fatto che la periferia dell’impero esporta più merci di quante non ne importi, incassa dollari e poi riesporta quei dollari oltreoceano per gonfiare la bolla finanziaria e per mantenere il debito pubblico USA. Nel nuovo ordine multipolare, i vassalli dovranno accollarsi una parte più grande del debito USA ormai fuori controllo, da una parte pagando direttamente a Washington una parte dei guadagni che incassano con le esportazioni sotto forma di dazi e, dall’altra, aumentando la quota di riserve destinata a comprare debito USA: per farlo, dovranno gradualmente diminuire l’utilizzo dell’euro (anche per le transazioni che avvengono entro i loro confini) per sostituirlo con stablecoin basate sul dollaro, rinunciando così a quel pochissimo di sovranità valutaria che gli era rimasto. Il secondo obiettivo, invece, consiste nell’indebolire la cooperazione tra i Paesi BRICS, a partire da quella tra Cina e Federazione russa: per farlo, Trump sembra intenzionato a concedere a Mosca tutto quello che è possibile e necessario, a partire dalla testa delle classi dirigenti che negli ultimi anni hanno fondato il tentativo di contenere la transizione a un nuovo ordine multipolare sull’attacco frontale diretto alla Federazione russa; come scrive il Financial Times, “”Si crea l’immagine che una partnership importante e un reset con la Russia siano dietro l’angolo e si dà la colpa delle cattive relazioni a Obama, Biden e ai loro partner europei, facendo leva sul risentimento di Trump nei loro confronti”.

Che le cancellerie europee e il loro codazzo di pennivendoli e propagandisti sia nel panico, quindi, è del tutto comprensibile: nei piani di Trump sono sostanzialmente loro a dover pagare il costo della fine dell’unipolarismo guidato da Washington; te credo che s’incazzano, che è anche la parte più divertente, diciamo. E anche la più scontata: anche di fronte agli attacchi più espliciti e alle offese, a nessuna delle fazioni nelle quali si dividono gli amministratori coloniali passa nemmeno per la testa di contestare il rapporto coloniale in se. Come scriveva Sallusti ieri sul Giornale, “”Trump ha chiaro che per l’America, come per tutto l’Occidente, la sfida futura non sarà certo con la Russia, bensì con la Cina. Ed ha bisogno che Putin non si allei in modo strutturale e definitivo con la Cina, che più rimane isolata e meglio è per tutti. In questo senso” continua Sallusti “per Trump la riconoscenza dell’Europa vale meno che assicurarsi quella della Russia. Del resto” prosegue Sallusti (che si compiace del suo servilismo) “noi all’America abbiamo poco da offrire e la nostra lealtà al Patto Atlantico è condizione irrinunciabile, perché non ne abbiamo né la forza economica, né quella militare e, alla fine, nemmeno la convenienza”.

La propaganda filogovernativa, come la Premier, è così’ ossessionata dal dover ostentare, in ogni modo possibile immaginabile, la sua inscalfibile fedeltà a Washington a prescindere da tutto, che si inventa addirittura un antiamericanismo immaginario non dico delle opposizioni in generale, ma addirittura proprio del PD di persona personalmente che, in nome della fedeltà a Washington, ha devastato il Paese negli ultimi 30 anni: Il PD dichiara guerra agli USA titolava ieri a piena pagina un’edizione di Libero che gli ottoliner hanno scambiato per una parodia, tanto era surreale. Insomma: pendono talmente tutti dalle labbra di Washington che, per dimostrarglielo in modo plateale, si inventano fazioni antiamericane a caso da redarguire.

La partita per allontanare la Russia dalla Cina, invece, è molto più avvincente: al di là dei personaggi senza arte né parte in stile Pina Picierno o Jacopo Iacoboni – che, banalmente, sono terrorizzati dal fatto che col repulisti di Trump rischiano di uscire definitivamente di scena -, nell’establishment che conta e che non ha problemi a riciclarsi tempo due tra le fila del trumpismo aleggia comunque un grandissimo timore e, cioè, che la strategia di Trump alla fine sia perdente: La fretta di Trump di raggiungere un accordo sull’Ucraina dà a Putin un vantaggio titola sempre il Financial Times; “È Trump che ha fretta” si legge nell’articolo “ed è destinato a fare passi che potrebbero persino essere dannosi a breve termine per gli interessi degli Stati Uniti. Mentre Putin può permettersi di aspettare”. “Alcuni funzionari statunitensi” continua l’articolo “hanno anche espresso la speranza che relazioni più strette con Mosca possano allontanare la Russia dalla sua alleanza con la Cina, il principale sostenitore economico dell’invasione”, ma potrebbe rivelarsi puro wishful thinking, non molto dissimile da quello che da 3 anni ci sorbiamo quotidianamente per mano dei vari Di Feo e Zafesova, che sembrano essere tra le letture di Fester Sallusti. Secondo lui, infatti, Putin è pronto a staccarsi da Pechino perché Trump ha qualcosa di cui ha disperato bisogno: “Trump” infatti, scrive Sallusti, potrebbe “togliere a Putin le castagne dal fuoco dell’Ucraina costruendo una pace che la Russia può spacciare per vittoria, almeno al suo interno”

Capito, eh? Non ha vinto la guerra; d’altronde, contro 40 democrazie ben organizzate, come avrebbe potuto? In realtà l’ha persa: l’Ucraina era a un passo da riconquistare i terreni perduti ed entrare nella NATO e Putin, forse, è già morto. Trump, però, è in grado di far passare questa debacle per vittoria, almeno agli occhi dei cittadini russi che, come tutti sanno, non sono intelligenti come i lettori de Il Giornale. E per un regalo così grande, sfanculare Xi, che manco è bianco e cristiano, per Putin senz’altro sarebbe il problema minore; che poi, proprio grazie alla guerra, l’interscambio tra Cina e Russia abbia raggiunto i 250 miliardi e che la Cina pesi per poco meno della metà di tutte le importazioni russe, per il pensiero magico dei vari Sallusti cosa vuoi che conti? “Putin” conclude il Financial Times “si intascherà ogni concessione di Trump e poi tornerà alla Cina per migliorare la sua influenza. Non è uno stupido”.

Ciononostante, anche se, ovviamente, Putin non ha bisogno che Trump gli offra una pace che può spacciare come vittoria (molto banalmente perché la guerra l’ha vinta davvero, eccome), la nuova amministrazione USA qualche leva per turbare un po’ la luna di miele tra i due giganti eurasiatici ce la potrebbe avere eccome: ad esempio in Medio Oriente, dove l’alleato principale della Russia nell’area, l’Iran, si è visto letteralmente franare sotto gli occhi il famoso asse della resistenza tanto a lungo coltivato e nutrito e dove l’avamposto coloniale fascio-sionista sembra essere tornato a dettare legge senza troppi contendenti; ma, ancora di più, a pesare sono le sanzioni che, sebbene non abbiano sortito gli effetti annunciati da San Mario Pio da Goldman Sachs (e da alcuni punti di vista, anzi, abbiano accelerato alcuni processi di modernizzazione e diversificazione economica in stallo da tempo), dopo 3 anni comunque infliggono sulla Russia un’inflazione superiore al 10% e, soprattutto, tassi d’interesse che superano addirittura il 20%.

E non è ancora finita, perché a complicare la situazione c’è anche la politica, perché la declinazione trumpiana del nuovo ordine multipolare, il multipolarismo imperialista, in Russia potrebbe avere più di qualche sostenitore; per quanto proprio l’economia di guerra abbia spinto sempre di più a guardare con interesse al modello cinese, la Federazione russa e il grosso della sua classe dirigente – a differenza della Cina e del grosso dei dirigenti del Partito Comunista cinese – sono tante cose, ma di sicuro non sono socialisti e se criticano il modello liberale, molto spesso lo fanno da posizioni ancora più arretrate, reazionarie e filo-padronali. La declinazione trumpiana del multipolarismo, che è pensata a immagine e somiglianza degli interessi particolari delle oligarchie, potrebbe apparire decisamente più attrattiva di quella cinese ai loro occhi e agli occhi degli interessi che rappresentano. L’opinione diffusa in Cina è che fino a che i due Paesi saranno guidati rispettivamente da Xi e Putin, il livello di fiducia e di collaborazione che si è andato consolidando in questi anni sarà difficilmente scalfibile; il problema, al limite, si presenterebbe al momento del passaggio delle consegne.

Capire i rapporti di forza tra le diverse fazioni all’interno della federazione russa non è per niente semplice, anche perché in Occidente siamo stati così a lungo impegnati a dire che la Russia era una pompa di benzina con la bomba atomica guidata da un dittatore solo al comando circondato da 3 oligarchi amici suoi che l’ultima volta che ho letto sui media mainstream qualcosa di minimamente dignitoso sulla reale composizione sociale del Paese credo ci fosse ancora Gorbaciov; quello che sappiamo è che attualmente in Russia la classe dirigente, tendenzialmente – a differenza dell’Italia e dell’Europa – fa gli interessi della Russia, o, perlomeno, di un pezzo di Russia. E se la Russia si vuole sviluppare e diversificare la sua economia, invece che limitarsi ad arricchire un manipolo di parassiti a scapito del resto della società, il partner giusto è decisamente più la Cina che non gli USA della cricca di Trump, degli speculatori e della PayPal Mafia.

Quelli che, immancabilmente, continuano sempre a mancare all’appello di chi, in mezzo a mille contraddizioni, prova a fare i suoi interessi nazionali, siamo noi; e quindi tutto questo pippone per dire che, sventato il rischio immediato di venire tutti fagocitati da un fungo atomico, dopo aver goduto per aver visto umiliare in mondovisione i parassiti che ci hanno svenduto alla finanza USA, se non approfittiamo di questo specchio di opportunità che ci si è aperto di fronte senza che facessimo niente per meritarcelo, per mandare definitivamente a casa quelli che ci hanno portato fino a questo punto – dagli analfoliberali, agli analfosovranisti, ai girotondini per la diffusione di Kant tra le fila della resistenza ucraina – nel giro di poco ci potremmo ritrovare punto a capo, solo con altri 5 anni di crisi economica sul groppone: scampata l’escalation nucleare immediata, le condizioni strutturali che rendono il conflitto inevitabile non sono state minimamente intaccate. La nostra battaglia è solo all’inizio: aiutaci a portarla avanti. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Pina Picierno

Tags: donald trumpeuropagiuliano marruccii pipponi del Marruccipipponerussiaucraina
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Metamorfosi - L'ordine internazionale è a pezzi? Abbiamo bisogno di nuove regole? - ft. Cosimo Risi (puntata 36)

Comments 0

  1. Adriano says:
    1 anno ago

    Il modello cinese di sviluppo e di governo del mondo è altrettanto insostenibile, feroce e criminogeno di quello occidentale.
    Tragicamente ridicolo affermare che la classe dirigente russa fa gli interessi del popolo russo. Hanno mandato a morire centinaia di migliaia di uomini in una guerra folle e fucilato sommariamente chi tentava di disertare. La Russia ha un indice di diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza assolutamente in linea con gli altri paesi capitalisti.
    Quindi pochi ricchi molto ricchi e molti poveri molto poveri.
    Altrettanto ridicolo affermare che la Cina sia socialista. La Cina è la più grande macchina di sfruttamento dell’uomo sull’uomo che sia mai esistita nella storia dell’umanità, docilmente al servizio del capitalismo globale e delle sue catene di creazione del valore.

    Rispondi
    • Admin Ottolina says:
      1 anno ago

      La tua OPINIONE è ben accetta, ma resta un’opinione.

      Rispondi
  2. roberto says:
    1 anno ago

    non ho capito bene ,avete nominato la combriccola paypal mafia e poi la usate com strumento anche voi ?

    Rispondi
    • Admin Ottolina says:
      1 anno ago

      Se ne fai un discorso di coerenza o morale non ce ne frega un ca***, ma proprio zero.

      Rispondi

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