In questi giorni abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini degli agricoltori che mettono a ferro e fuoco la piazza del Parlamento Europeo: la ragione Γ¨ protestare contro le politiche comunitarie che da decenni danneggiano le produzioni agricole nazionali. E non Γ¨ certo un caso isolato: dalla Francia alla Germania agli Stati Uniti, negli ultimi due anni stanno finalmente tornando le mobilitazioni e le proteste di piazza. Γ da quando Γ¨ scoppiata la guerra in Ucraina, infatti, che la storia sembra essersi rimessa in moto e che anche i popoli occidentali sembrano essersi come risvegliati dallo spaesamento generale e dalla passivitΓ generalizzata; anche gli italiani, alla faccia dei disfattismi snob e del pessimismo di maniera, dalle manifestazioni femministe a quelle contro il massacro del popolo palestinese – passando per la rivolta dei trattori di questi giorni – sembrano finalmente essersi rimessi in marcia. Certo, siamo ancora lontani dalle proteste e dalle mobilitazioni sociali a cui eravamo abituati nel Novecento, ma lβimpressione Γ¨ che una fiamma sia finalmente rinata da sotto le ceneri e – la nostra convinzione – Γ¨ che sia destinata solamente a ingrandirsi.

Non sarΓ un processo nΓ© semplice nΓ© scontato: tre decenni abbondanti di cultura neoliberista hanno infatti minato alla radice la portata di quel grande dispositivo democratico che Γ¨ la mobilitazione popolare di massa; Γ¨ quello che sostiene anche Filippo Barbera, professore di sociologia allβUniversitΓ di Torino, nel suo Le piazze vuote, ritrovare gli spazi della politica dove, perΓ², ci vengono indicate anche alcune ricette pratiche per invertire definitivamente questa tendenza. Una riflessione piΓΉ che mai necessaria proprio in questo periodo, ora che il dominio incontrastato delle oligarchie mostra ogni giorno di piΓΉ tutte le sue contraddizioni e tutta la sua insostenibilitΓ ; senza un ritorno al conflitto sociale non potrΓ mai esserci nessun autentico risveglio democratico e il futuro, per quanto incerto, rimarrΓ proprietΓ dei sempre piΓΉ pochi che potranno comprarselo.
βPeccare di silenzio, quando bisognerebbe protestare, fa di un uomo un codardoβ affermava una volta la poetessa americana Ella Wheeler Wilcox: in questi giorni, decine di migliaia di agricoltori e piccoli imprenditori del settore agricolo si stanno riversando per le strade di tutta Europa per protestare contro le politiche suicide che da decenni, in nome del libero mercato, i governi stanno conducendo contro le produzioni agricole nazionali. In Italia, martedΓ¬ scorso sono arrivate persone da tutta la Lombardia a Melegnano dando il via a un presidio, durato 5 giorni e 5 notti, per rivendicare una reale tutela dei prodotti nazionali e per opporsi allβaumento del prezzo del gasolio; sia i governi nazionali che lβUnione Europea, spaventati dalla portata di queste proteste, si stanno adoperando in fretta e furia per capire come arginare la rivolta venendo incontro alle loro richieste. Tutto questo ci dovrebbe essere di grande insegnamento, perchΓ© se la stessa forza e determinazione degli agricoltori fosse stata dimostrata negli scorsi anni da tutti per protestare contro lβabolizione del reddito di cittadinanza, il taglio delle pensioni e, in generale, contro lo smantellamento dello stato sociale e della nostra sovranitΓ democratica, probabilmente non ci troveremmo nel disastro attuale. Ma come mai questo non Γ¨ avvenuto?
Come ha scritto piΓΉ volte anche la filosofa Donatella di Cesare, da anni il pensiero dominante neo -liberale di destra e sinistra cerca di demonizzare le mobilitazioni di piazza facendole apparire intrinsecamente inutili, cosΓ¬ da scoraggiare qualsiasi forma di protesta anche contro le riforme piΓΉ profondamente antidemocratiche e antipopolari; in veritΓ , invece di ascoltare i soliti inni alla resilienza e allβinutilitΓ dellβazione, dovremmo ficcarci in testa che nella storia sono da sempre solo e soltanto le rivolte popolari ad aver creato le occasioni di una vera rigenerazione politica. Rispetto al Novecento, perΓ², oggi ci troviamo di fronte ad alcune difficoltΓ tutte nuove e difficilmente aggirabili e la prima, fondamentale, Γ¨ la capacitΓ di individuare con chiarezza chi sia concretamente il nemico sociale e il giusto bersaglio delle nostre potenziali mobilitazioni. Una prima domanda che ci dobbiamo porre Γ¨: chi detiene davvero oggi il potere? βSiamo abituati a concepire la rivoluzione in termini molto novecenteschi, in cui si cerca un luogo, un Palazzo dβinverno, dove prendere il potereβ scrive, appunto, su Jacobin Italia Donatella di Cesare, βma oggiβ continua βcβΓ¨ una difficoltΓ a individuare il potere perchΓ© non ha volto e indirizzo. Come va attaccato il potere? Oppure non va attaccato ma destituito? O il punto Γ¨ tentare di sottrarsi al potere?β

Con la crisi della sovranitΓ democratica degli stati nazionali che, nel novecento, hanno rappresentato il teatro per eccellenza dei conflitti sociali, e con lβavvento di unβoligarchia transnazionale abilissima a nascondersi dietro presunti anonimi meccanismi di mercato, negli ultimi anni era diventato sempre piΓΉ difficile per la gente comune individuare il reale potere da combattere, ma con lo scoppio della guerra in Ucraina e le nuove prospettive multipolari che si stanno affacciando, sta diventando sempre piΓΉ chiaro ai popoli europei che sono lβimperialismo americano con lβesportazione della sua cultura neoliberista e il potere economico delle sue oligarchie finanziare a dover essere considerate oggi come il nemico principale, cosΓ¬ come sempre piΓΉ chiara si fa la necessitΓ di abbattere o trasformare radicalmente le istituzioni internazionali strumentali a questo dominio. Oltre a queste trasformazioni del potere, il sociologo Filippo Barbera dΓ unβulteriore spiegazione dellβimpoverimento della partecipazione politica attiva e della mancanza di conflittualitΓ sociale dal basso: nel suo ultimo libro Piazze vuote, Barbera fa infatti unβanalisi della contrazione degli spazi pubblici in Italia, sia mentali che – soprattutto – fisici; un tema, quello degli spazi e dei luoghi fisici dove la politica democratica puΓ² concretamente svolgersi, costantemente sottovalutato dal dibattito pubblico.
Nellβepoca fordista il capitalismo industriale era incorporato dalla fabbrica e questo spazio, costruito per controllare e sfruttare in maniera scientifica il lavoro umano, ha incubato il movimento operaio e ha portato questo gruppo sociale a sviluppare forme di riconoscimento, solidarietΓ , e identificazione politica; le trasformazioni tecnologiche e organizzative del capitalismo neoliberista hanno mutato profondamente questo scenario frammentando il processo di produzione e, di fatto, impedendo la creazione di una coscienza collettiva comune nei nuovi dominati. Ma le sofferenze e le rivendicazioni individuali, riflette Barbera, non potranno mai tradursi in un senso politico comune se mancano gli spazi che creano condivisione e legami sociali. Viviamo nellβepoca in cui tutto, anche la politica, sembra oramai poter vivere in dimensioni immateriali e digitali, ma il senso comune che si crea in questi spazi Γ¨ inevitabilmente creato artificialmente e manipolato da chi media e social media li controlla: βSe manca lβintermediazione politica, la narrazione unificante, gli spazi pubblici e organizzativi – in altre parole se manca la politica -β afferma Barbera in unβintervista rilasciata alla testata Esquire βil bisogno di futuro rimarrΓ inevaso o, al meglio, imposto da chi ha verso chi non haβ. E sinceramente, conclude Barbera β un mondo dove il futuro prende la forma dei desideri solo di Elon Muskβ¦ non mi piacerebbeβ; intendiamoci – precisa Barbera – oggi non Γ¨ che non ci si veda piΓΉ dal vivo, ma tuttavia la nostre interazioni in presenza hanno sempre meno una finalitΓ politica, consistono cioΓ¨ sempre meno in un rituale dove si esprime un noi collettivo e una volontΓ condivisa di trasformare la realtΓ in cui si vive. βDalla movida al deserto il passo Γ¨ stato breveβ continua Barbera; si Γ¨ passati cioΓ¨ in modo quasi automatico βdalla privatizzazione degli spazi in forma di birrette e spritz come argine a una generazione angosciata da prospettive future nerissime, alla teorizzazione dello spazio digitale quale unico vero spazio di partecipazioneβ e questo processo ha comportato βunβindividualizzazione estrema che diviene un abbandono del corpo, del proprio come di quello collettivo.β
Ad andare in crisi, oltre agli spazi pubblici come centri sociali, case del popolo, consigli di fabbrica, etc. etc., sono stati anche partiti, associazioni, gruppi e centri di ricerca, ossia gli spazi organizzativi intermedi in cui si formavano e selezionavano anche le classi dirigenti e questo, oltre che scoraggiare la partecipazione attiva e creare un senso comune completamente artificiale, ha comportato un generale impoverimento e abbassamento della qualitΓ delle classi dirigenti. Il confronto tra il presente e quanto accadeva al tempo della Prima Repubblica Γ¨ impietoso: allora, scrive Barbera, βil discorso politico era il terminale ultimo di un lungo percorso preparatorio di elaborazione dove politici, intellettuali e pezzi della classe dirigente lavoravano alla messa a punto di temi e argomenti in tempi e spazi dedicatiβ. Ma cosa resta, quindi, della partecipazione al potere dei cittadini quando la si priva di relazioni, spazi comuni e corpi intermedi? βRimane solo la possibilitΓ di comprarselaβ risponde Barbera: rimane lβidea astratta del cittadino liberale e cosmopolita, dove le appartenenze culturali e il rapporto con la comunitΓ circostante devono essere abbandonati. Dopo questa analisi severa ma senzβaltro giusta, Barbera cerca poi di capire le condizioni per rendere possibile una nuova ondata di cittadinanza attiva e per la costruzione di un noi collettivo orientato al conflitto sociale: anzitutto, dunque, serve la fisicitΓ ; lo stare fisicamente insieme crea infatti obiettivi e ruoli condivisi tra persone che non si limitano a esercitare il conflitto come pura rivendicazione di diritti individuali – come avviene in gran parte oggi – ma si attivano collettivamente per lβinnovazione sociale.

A questa descrizione corrispondono, ad esempio, le esperienze del collettivo di fabbrica GKN che, oltre ad essere diventato un vero e proprio laboratorio sociale, ha anche scritto un piano industriale assieme a un gruppo di accademici solidali e insieme alle comunitΓ nelle aree abbandonate dalle multinazionali energetiche: queste esperienze sono esempi di come una domanda di futuro possa costituirsi al di fuori dei meccanismi politici ed economici neoliberisti. Tuttavia la domanda non basta: le piazze piene sono condizione necessaria ma non sufficiente per il cambiamento e quello che serve, in altre parole, Γ¨ la politica rappresentativa – partiti, sindacati, ma anche movimenti e strutture che non si limitano allβazione dimostrativa, ma praticano il conflitto in forme costruttive e che siano in grado di costruire concretamente quel contrasto del quale gli ultimi hanno sempre avuto bisogno per trasformare le loro rivendicazioni in una progettualitΓ concreta. E precondizione per tutto questo: un vero e proprio media, indipendente ma di parte, che dia voce concreta alla lotta 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce Γ¨ Elon Musk











