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Tag: arabia

King Salman sul punto di morte: che strada prenderà il regno saudita? – ft Elia Morelli

Il regno di King Salman ha le ore contate. Tra Pivot to Asia e legame simbiotico con le forze armate USA, che direzione prenderà l’Arabia Saudita dopo la sua dipartita? Ne abbiamo parlato con Elia Morelli, ricercatore in storia all’Università di Pisa e analista geopolitico.

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Il regime feudale saudita prova a salvarsi abbonando agli USA lo sterminio dei palestinesi

Dopo settimane e settimane di pipponi pieni di speranza sulle magnifiche sorti e progressive del nuovo ordine multipolare, l’implosione dell’imperialismo – e, già che ci siamo, pure del lato più feroce e distopico del capitalismo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni – oggi, invece, è una giornata di lutto; nonostante tutto il nostro wishful thinking e gli sforzi disumani messi in campo dalle diplomazie russe e cinesi, alla fine sembra proprio avesse ragione Matteo Renzi: nei regimi monarchici assolutisti del Golfo spira un vento di rinascimento. E quando un sicario del volto più feroce del capitalismo monopolista finanziario come Renzi parla di rinascimento, per noi e per il 99% può significare una cosa sola: enormi, giganteschi, smisurati cazzi volanti che si insinuano dal buco del culo, risalgono su su lungo tutto l’intestino fino all’esofago e ci sventrano in due.
A conclusione della sessione speciale del World Economic Forum che si è tenuta a Riad nei giorni scorsi, infatti, il segretario di stato USA Anthony Blinken e quello Saudita Faisal bin Farhan hanno annunciato all’unisono che i negoziati per un accordo di sicurezza tra i due paesi sarebbero quasi completati e anche se in cosa consisterebbe questo accordo nel dettaglio nessuno ancora lo sa, i pilastri principali sembrano essere piuttosto chiari e non lasciano presagire nulla di buono: in soldoni, riporta la testata della sinistra antimperialista libanese Al Akhbar, si tratterebbe di un obbligo di difesa del regime assolutista dei Saud da parte di Washington, sulla falsariga di quelli in essere con Corea del Sud e Giappone; un primo passo per arrivare in futuro, magari, a un vero e proprio vincolo di mutuo soccorso come quello in vigore tra i paesi che aderiscono alla NATO, ma non solo. L’accordo prevederebbe, infatti, anche la rinuncia da parte saudita di proseguire sulla strada della cooperazione tecnologica con i nemici degli USA e dell’imperialismo, a partire – ovviamente – dalla Cina. I più schierati, come la testata filo iraniana Al Mayadeen, cercano a tutti i costi di vedere il bicchiere mezzo pieno e sottolineano come si tratti in realtà di un “piano B, che esclude Israele”, ma pur con tutta la buona volontà e con tutti i distinguo dal trionfalismo becero della propaganda suprematista al servizio dell’impero, a questo giro a noi sembra ci sia veramente molto poco da festeggiare. Ma prima di provare a capire per bene perché, vi ricordo di mettere un like a questo video perché, che si vinca o che si perda, ora e sempre algoritmo merda e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare tutte le notifiche (soprattutto oggi, che non abbiamo molto altro da festeggiare).
Prima che il 7 ottobre scorso l’operazione diluvio di al aqsa riaprisse la partita, molti analisti occidentali davano per quasi fatta l’adesione definitiva della monarchia assoluta saudita agli accordi di Abramo, il piano architettato dall’amministrazione criptofascista di parrucchino The Donald e, dopo alcuni tentennamenti, fatto proprio dal compagno Rimbambiden che cercava di garantirsi l’egemonia imperialista sul Medio Oriente permettendo, allo stesso tempo, agli USA di disimpegnarsi dalla gestione diretta della sicurezza dell’area: l’idea era quella di consolidare l’alleanza strategica tra l’avamposto sionista dell’imperialismo USA e le fazioni più retrograde e reazionarie dell’area, incarnate dai regimi assolutisti premoderni delle petromonarchie del Golfo, in modo da creare un blocco sufficientemente potente da poter contrastare la lotta sovranista e popolare per la decolonizzazione del Medio Oriente – guidata dall’Iran e dall’asse della resistenza – senza dover necessariamente continuare a ricorrere direttamente a Washington. Grazie alla rivoluzione avviata dal compagno Obama che, a costo di devastare completamente gli Stati Uniti manco fossero la Cina dei primi anni ‘80, ha regalato al suo paese l’autosufficienza energetica a suon di fracking, l’interesse concreto diretto degli USA per le ricchezze del sottosuolo mediorientale, ovviamente, è diminuito sensibilmente; quello che ancora non è diminuito – anzi, semmai è aumentato – è l’obiettivo di impedire che altre aree del mondo escano dalla sfera d’influenza dell’imperialismo e vadano a rafforzare le fila di chi cerca spazi di autonomia strategica e contribuisce alla creazione di un nuovo ordine multipolare, soprattutto se, appunto, si tratta di aree che per la ricchezza di materie prime indispensabili per continuare ad alimentare la crescita (in particolare cinese) hanno un valore strategico così rilevante.
Il piano USA, però, era stato ostacolato a più riprese da una lunga serie di avversità: la debacle di USA e alleati che, tramite i loro proxies fondamentalisti, avevano causato la guerra mondiale per procura in Siria, aveva sollevato più di qualche dubbio sulla reale capacità della superpotenza militare a stelle e strisce di garantire la sicurezza agli alleati dell’area, un dubbio che era diventato sempre più concreto mano a mano che si manifestava l’incapacità di arrestare la lotta di liberazione dello Yemen guidata da Ansar Allah. Cosa che, nel tempo, aveva spinto Riad a cercare una qualche forma di distensione, perlomeno temporanea, con l’Iran; una distensione che poi si era evoluta in una vera e propria riapertura ufficiale dei rapporti diplomatici grazie all’intermediazione della Cina che, nel frattempo, è diventata di gran lunga il primo partner commerciale dell’Arabia Saudita, della quale assorbe il grosso del petrolio che agli USA non serve più. Ma non solo; con lo scoppio della fase 2 della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, l’imperialismo ha dato un’ulteriore prova di debolezza: ha intaccato ancora di più il mito dell’invincibilità della macchina bellica USA e ha spinto i sauditi a intensificare le relazioni con i partner impegnati nella costruzione di un nuovo ordine multipolare, fino addirittura ad aderire ufficialmente ai BRICS+.

Jamal Ahmad Khashoggi

Inoltre, c’è anche un aspetto sovrastrutturale che ha spinto Riad sempre più verso est; e la sovrastruttura, quando hai a che fare con un paese premoderno che, quindi, assomiglia davvero alla caricatura che fanno gli analfoliberali alla Rampini di paesi complessi come la Cina o la Russia – dove, secondo loro, c’è uno che si sveglia la mattina e prende decisioni a caso a seconda dell’umore – conta parecchio. L’aspetto in questione è la reazione di Biden all’assassinio (con tanto di spezzettamento in pieno stile pulp) del povero Jamal Khashoggi, che ha visto sleepy Joe impegnato nel tentativo di fare contenta la sua base di ipocriti fintoprogressisti e bombaroli dirittumanisti accusando apertamente gli alleati sauditi e raffreddando platealmente i rapporti; ciononostante, l’ombra dell’accordo di Abramo e, quindi, di un ritorno all’ovile del sostegno al progetto neocoloniale dell’impero continuava a incombere: d’altronde, il regime saudita è un regime premoderno e antistorico che può sperare in una sua sopravvivenza nella sua forma attuale soltanto ancorandosi a un progetto più complessivo di repressione generalizzata delle istanze popolari nel Medio Oriente. Inoltre le oligarchie saudite, come quelle dei fratelli coltelli emiratini, anche se ora si stanno un po’ divertendo a giocare con un po’ di investimenti produttivi per differenziare l’economia ed emanciparla gradualmente dalla dipendenza dalle fonti fossili, sono totalmente integrate nel grande schema Ponzi della speculazione finanziaria globale e, quindi, vedono nella sopravvivenza dell’imperialismo finanziario un loro interesse vitale.
C’è anche un altro aspetto, poi, da tenere in considerazione, che è di nuovo frutto della guerra per procura in Ucraina, ma che spinge in direzione opposta e, cioè, il fatto che la graduale scomparsa del petrolio russo dall’Europa come conseguenza delle sanzioni apriva un’opportunità straordinaria per Riad per emanciparsi dalla dipendenza da Pechino come principale acquirente, variabile di non poco conto soprattutto dal momento che mentre Pechino la transizione ecologica la sta facendo davvero, l’Europa la fa solo a chiacchiere e, fra pochino, manco più con quelle. Poi, però, è arrivato il 7 ottobre e, soprattutto, il genocidio dei palestinesi del quale, ovviamente, a Bin Salman e alla sua cricca di oligarchi non gliene può fregare di meno; ai popoli del Medio Oriente, però, sì e quindi, per non regalare l’egemonia su tutta l’area all’Iran e all’asse della resistenza, Riad ha dovuto far finta di essere indignata. Certo, non che abbia mosso mezzo dito per contrastare la pulizia etnica, ma, per lo meno, ha dovuto rimandare ogni possibile trattativa con Israele a sterminio completato.
Ed ecco che, finalmente, siamo arrivati a oggi: Stati Uniti e Arabia Saudita si avvicinano al patto di difesa inteso a rimodellare il Medio Oriente titolava ieri entusiasta Bloomberg; “Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita” commenta l’articolo “si stanno avvicinando a un patto storico che offrirebbe garanzie di sicurezza al regno e traccerebbe un possibile percorso verso legami diplomatici con Israele”. “L’accordo” concede Bloomberg “deve affrontare numerosi ostacoli, ma equivarrebbe a una nuova versione del piano che è stato affondato quando l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele ha innescato il conflitto a Gaza. I negoziati tra Washington e Riad infatti hanno subito un’accelerazione nelle ultime settimane, e molti funzionari sono ottimisti sul fatto che potrebbero raggiungere un accordo entro poche settimane”; “Un simile accordo” continua l’articolo “rimodellerebbe potenzialmente il Medio Oriente e oltre a rafforzare la sicurezza di Israele e dell’Arabia Saudita, rafforzerebbe la posizione degli Stati Uniti nella regione a scapito dell’Iran e persino della Cina”. Secondo Bloomberg l’accordo garantirebbe ai sauditi l’accesso a sistemi d’arma USA prima preclusi, in cambio del quale il principe Bin Salman sarebbe disposto a limitare l’ingresso di tecnologia cinese a patto che gli USA aiutino il regno a sviluppare tecnologia nei campi dell’intelligenza artificiale, del quantum computing e dell’energia nucleare, un aut aut che ha già portato a un successo USA negli Emirati dove g42, l’azienda leader dell’intelligenza artificiale, ha accettato di porre fine alla cooperazione con la Cina in cambio di un investimento da parte di Microsoft; “Una volta raggiunto l’accordo” continua Bloomberg, l’ipotesi è che venga presentato a Netanyahu che, a quel punto, potrà decidere “se aderire, e quindi stabilire per la prima volta legami diplomatici con l’Arabia Saudita, e approfittare di maggiori investimenti e di maggiore integrazione economica regionale, o essere messo da parte”.
“Le condizioni poste a Netanyahu però non sarebbero roba da poco” e cioè “porre fine alla guerra di Gaza e accettare un percorso verso uno Stato palestinese”: “Si tratta di un atto strategico tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che ha lo scopo di proteggere e consolidare la posizione dell’America in Medio Oriente in un momento in cui il regno stava diversificando le sue opzioni di politica estera e allontanandosi da Washington” ha affermato Firas Maksad del Middle East Institute; le condizioni che i sauditi imporrebbero a Netanyahu sono sicuramente complicate per Israele, soprattutto se considerato che fino a pochi mesi fa “se non fossero stati attaccati con il diluvio di al aqsa” come sottolinea Al Akhbar “erano quasi riusciti a farla franca con un accordo simile del tutto gratuitamente” e, cioè, senza nessuna richiesta aggiuntiva. A ben vedere, però, il problema del cessate il fuoco, molto banalmente, non fa che rimandare l’estensione dell’accordo a Israele a quando avrà completato la sua opera di sterminio e di pulizia etnica e quello di “accettare un percorso verso uno stato palestinese” non sarebbe altro che una riproposizione ancora più farsesca della gigantesca presa per il culo che è stata Oslo, con in più la Palestina ormai sostanzialmente ridotta a due grandi campi profughi che non hanno nessunissima possibilità concreta di formare uno Stato minimamente autonomo; in sostanza, sottolinea Al Akhbar, USA e Israele sembrano considerare il regno una sorta di “moglie che cerca di migliorare le sue condizioni di vita nella sua casa coniugale, ma non ha alternative al marito anche se non le dà ciò che chiede, il che potrebbe significare che l’Arabia Saudita alla fine potrebbe scegliere di accettare la normalizzazione accontentandosi delle garanzie americane, ma senza ottenere alcuna concessione da parte del nemico israeliano”.
Alla fine, il sanguinario regime distopico sionista e quello feudale saudita sembrano essere uniti da un’esigenza comune che sovrasta tutte le altre: che gli USA non abbandonino l’area, per garantire con la sua superpotenza militare che i loro regimi contrari agli interessi del 99% non vengano travolti dalle lotte popolari e anticoloniali – che è l’unico aspetto a cui, a questo giro, ci possiamo attaccare per vedere comunque le difficoltà che gli USA incontrano per perpetrare il loro sistema imperialistico nonostante il declino; dall’Ucraina al Medio Oriente, il loro impero, per rimanere in piedi, non si può affidare interamente ai proxies, ma richiede il loro impegno diretto. E l’impegno diretto su tutti i fronti caldi della guerra dell’imperialismo contro il resto del mondo è un compito che, comunque, va oltre le loro possibilità. Per chi, proprio a causa della ferocia imperialista, è costretto a fare lo slalom tra le bombe o a rischiare di essere fucilato mentre è in fila nella speranza di ricevere un tozzo di pane, potrebbe non essere una consolazione sufficiente; la grande battaglia di liberazione globale per mettere fine all’imperialismo e costruire un nuovo ordine multipolare più equo e democratico è un’esigenza storica inaggirabile. Pensare che sia un percorso lineare che porta verso il sol dell’avvenire sarebbe puerile: la battaglia è appena cominciata e, forse, l’unica nota veramente positiva di oggi è che sappiamo che a combatterla ormai siamo in parecchi.
A partire dalle migliaia di manifestanti che nelle università americane, nonostante una morsa repressiva che se fosse avvenuta in Russia, in Cina o in Iran sarebbe bastata agli analfoliberali per chiedere di raderle al suolo, continuano a occupare strade e piazze in nome di un sogno concreto che non ci faremo rovinare dai capricci di un principe multimiliardario. Prepariamoci a una lunga battaglia e armiamoci adeguatamente per vincerla, a partire da un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Matteo Renzi

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Medio Oriente verso la guerra? Gli equilibri tra Cina, Arabia Saudita e Iran con @AntonelloSacchetti

Première d’eccezione del nostro grande amico Davide Martinotti – Dazibao che affronta le spinose tematiche geopolitiche attuali assieme ad Antonello Sacchetti, blogger e giornalista appassionato di Iran. Buona visione

Se Israele, per evitare la catastrofe, trascina l’Occidente nella guerra totale con l’Iran

Vincere a Gaza per avere un futuro: così, ieri, la redazione del Foglio festeggiava entusiasta i 400 cadaveri che il regime suprematista di Tel Aviv si è lasciato alle spalle dopo aver esercitato il suo diritto alla difesa dell’apartheid nell’ospedale di Al Shifa e il weekend di fuoco contro le casematte iraniane in Siria e Libano, nel tentativo disperato di allargare il conflitto; chissà il giubilo quando, poi, è arrivata anche la notizia dell’assassinio mirato di 7 operatori della ONG World Central Kitchen a bordo di un convoglio umanitario perfettamente riconoscibile e che aveva coordinato i suoi spostamenti con le forze armate israeliane (per farsi colpire meglio): d’altronde, è così che dimostrano la forza i liberali che non si fanno distrarre dalla retorica dei buoni sentimenti. L’entusiasmo trionfante del Foglio, però, anche a questo giro non è condiviso proprio da tutti, nemmeno nel cuore dell’impero: a sollevare qualche perplessità su Asia Times, ad esempio, ci pensa Michael Brenner che, grazie a decine di pubblicazioni tra Cambridge University Press – il centro per gli affari internazionali dell’università di Harvard – e il Brooking Institute, rischia di poter vantare un po’ di autorevolezza in più rispetto a dei sedicenti fautori del mercato e dello Stato minimo, che senza i contributi pubblici dello Stato massimo sarebbero agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina ; e il giudizio di Brenner è leggermente meno apologetico. “Ecco come l’Occidente si avvia alla sua fine”; “In Ucraina”, scrive, “abbiamo commesso un terribile errore geostrategico. E in Palestina” abbiamo dato un colpo mortale a “l’influenza dell’Occidente a livello globale”: il risultato è che “Due terzi dell’umanità” provano oggi “un totale disgusto di fronte alla nostra sfacciata dimostrazione di ipocrisia” che ha dimostrato come “gli atteggiamenti razzisti non si sono mai completamente estinti: dopo un periodo di letargo, la loro recrudescenza è evidente”.
Dopo essersi arrampicati sugli specchi per due anni nel tentativo di spacciare la debacle ucraina come una prova della superiorità morale dell’Occidente e la stagnazione economica, accompagnata dal crollo del potere d’acquisto delle famiglie occidentali, come una prova della resilienza dell’incubo distopico neoliberista, il nuovo cavallo di battaglia della propaganda suprematista più spregiudicata è la prova di forza di Israele che non solo non si fa intimorire dal perbenismo di chi si ostina a considerare anche popoli inferiori – come quello palestinese – esseri umani e procede nel suo sterminio di massa, ma rilancia senza indugi e riesce di nuovo a colpire dritto al cuore il cosiddetto asse della resistenza.
Ma siamo proprio sicuri che ostentare ferocia e spingere per l’allargamento del conflitto sia davvero una prova di forza? La pensa diversamente, ad esempio, il sempre ottimo magazine israelo-palestinese 972 che, nel titolo del suo ultimo editoriale, si chiede Perché Israele è terrorizzato dal cessate il fuoco?; l’articolo ricorda come, al contrario delle strampalate tesi dei democratici per il genocidio di casa nostra, “Nonostante ci siano state critiche diffuse sulla gestione del conflitto da parte di Netanyahu” e nonostante “molti israeliani condividano l’affermazione secondo la quale Netanyahu sta continuando la guerra per promuovere i suoi interessi politici e personali”, in realtà “anche i suoi oppositori, sia nel campo liberale che nella destra moderata” condividono l’idea che “la guerra non deve finire”. Il punto è che, ormai, “Anche all’interno dell’establishment della sicurezza israeliano, sempre più persone affermano apertamente che eliminare Hamas, in realtà, molto semplicemente non è un obiettivo raggiungibile”; accettare l’ipotesi di un cessate il fuoco a queste condizioni “equivarrebbe ad ammettere che gli obiettivi dell’operazione erano semplicemente irrealistici” e che, quindi, lo sterminio è stato del tutto gratuito ed insensato, una mera ritorsione del padrone indispettito dallo schiavo che ha osato alzare la testa e che, per punirlo, ha deciso di sterminargli tutta la prole. Ma non solo: “Un cessate il fuoco” sottolinea ancora 972 “costringerebbe l’opinione pubblica ebraica ad affrontare un nodo fondamentale. Se infatti lo status quo non funziona, e una guerra costante con i palestinesi non può ottenere la vittoria desiderata, allora l’unica opzione che resta è finalmente prendere coscienza della realtà: l’unico modo che gli ebrei hanno per poter vivere in sicurezza, è un compromesso politico che rispetti i diritti dei palestinesi”. Insomma: come sanno anche i bambini – a parte quelli che scrivono sul Foglio – anche in questo caso la spregiudicatezza e la ferocia, più che di forza e di sicurezza, potrebbero essere sintomi di panico e di disperazione che potrebbero non riguardare esclusivamente il governo criminale di Netanyahu e neanche solo Israele. Ma prima di addentrarci in questo ennesimo mercoledì da leoni dell’Occidente collettivo in declino, ricordatevi di mettere un mi piace a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro gli algoritmi e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche; un piccolo gesto che, però, è indispensabile per aiutarci a costruire il primo vero e proprio media che dà voce al 99%.

Bret Stephens

L’editorialone a sostegno del genocidio de Il Foglio di ieri è una vera e propria perla di post-verità suprematista da incorniciare; a ispirarli, oltre agli ultimi episodi di efferata ferocia che non fanno mai male, anche un paio di editoriali sul giornale mainstream che, più di ogni altro, in questi mesi si è speso per diffondere fake news di ogni genere per giustificare il genocidio: il New York Times. A firmarli, il brillante Bret Stephens, già premio Pulitzer e incarnazione della fazione più guerrafondaia della grande famiglia neocon che, ormai, include l’intera classe politica USA, ad eccezione dei trumpiani più esagitati; Stephens, rampollo di una famiglia di ricchi dirigenti d’azienda ebrei, dal 2002 al 2004 è stato anche caporedattore del Jerusalem Post prima di portare la propaganda sionista su scala globale dalle pagine del Wall Street Journal e della NBC e l’ha fatto sempre senza troppi giri di parole: nel 2016 scatenò una polverone quando scrisse espressamente che l’antisemitismo è “la malattia della mente araba” aggiungendosi, così, alla lunga lista di negazionisti che vogliono cancellare le responsabilità storiche di cristianesimo e cattolicesimo inventandosi un primato antiebraico dell’Islam palesemente contrario alla realtà storica. Ma il meglio, in realtà, lo ha dato quando – in modo molto razionale e scientifico – ha sostenuto che gli ebrei askenaziti sono dotati di un’intelligenza superiore (anche se, a leggere i suoi editoriali, qualche dubbio rimane, diciamo): suprematista, islamofobo, di buona famiglia, guerrafondaio, sostenitore della guerra in Iraq e della leggenda delle armi di distruzione di massa, Stephens non poteva che conquistare il cuore dei troll del Foglio che, alle sue minchiate, ci aggiungono del loro. La teoria di Stephens che tanto ha fatto innamorare Il Foglio è quella di un mandato arabo per la Palestina: “L’ambizione a lunghissimo termine” scrivono le bimbe di Giuliano Ferrara “sarebbe quella di trasformare Gaza in una versione mediterranea di Dubai, grazie all’aiuto dei paesi arabi moderati”; e quali sarebbero questi paesi arabi moderati? Ovviamente, in primo luogo, Emirati e Sauditi, cioè due monarchie assolute fondate sulla lapidazione e che il Foglio definisce “allergici all’estremismo e aperti al mondo” – in particolare, al mondo delle centinaia di migliaia di lavoratori migranti ridotti in regime di schiavitù, come da sempre denunciato dalle stesse ONG che Il Foglio riporta con enfasi ogni volta le accuse riguardano paesi che non accettano il dominio dell’Impero, ma sulle quali, in questo caso, evidentemente è meglio stendere un velo pietoso; secondo Il Foglio, questi paesi potrebbero accettare di trasformare Gaza in un loro protettorato perché, se non si trova una soluzione, Gaza rischia di “dividere il mondo arabo, rafforzare l’Iran e minare il percorso di modernizzazione intrapreso dai migliori leader arabi”.
Io, però, sarà perché non ho studiato abbastanza il pensiero di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, ma la questione della modernizzazione l’avevo capita un po’ diversamente: ad esempio, avevo capito che un aspetto fondamentale della modernità era il passaggio dai sistemi feudali, dove il ruolo nel mondo era determinato dal sangue, all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e allo Stato; in questo senso, è assolutamente vero che nel Medio Oriente è in corso – e da parecchio – una lunga guerra per la modernità dove le repubbliche, anche quelle di ispirazione islamica, rappresentano l’uscita dal medioevo e le monarchie assolute la conservazione (che è, in fondo, anche il motivo profondo del dissidio tra l’asse della resistenza e le petromonarchie). L’affermazione delle forze nazionaliste e repubblicane nell’area rappresenta un rischio esistenziale per i regimi feudali del golfo che hanno come interesse principale quello di conservare un sistema di potere arcaico che esclude il popolo da ogni forma di potere; l’incoerenza con la quale le petromonarchie solidarizzano con la popolazione palestinese a chiacchiere, mentre continuano a collaborare con l’impero coloniale, sta tutta – appunto – in questa convergenza tra impero e monarchie regionali nel combattere l’avvento della modernità e, cioè, della sovranità popolare, un asse che, nell’era dell’unipolarismo a stelle e strisce, ha retto benissimo e che, nelle intenzioni di Washington, si doveva finalmente formalizzare con gli accordi di Abramo. Paradossalmente, però, nel tempo – e non senza contraddizioni – le petromonarchie si sono rivelate meno intransigenti degli alleati occidentali: nonostante l’interesse comune a perpetrare un sistema premoderno, dove la divisione tra chi comanda e chi viene comandato (tra schiavi e uomini liberi) è naturalizzata e istituzionalizzata, le petromonarchie hanno capito – prima dell’impero e delle sue propaggini regionali – che il mondo stava cambiando e che, per salvare il salvabile, era necessario scendere a qualche compromesso; ed ecco così che, di fronte al tentativo di escalation israeliano contro l’Iran rappresentato dall’attacco al consolato di Damasco, i sauditi hanno reagito tempestivamente con questo comunicato ufficiale che condanna l’accaduto. Nel frattempo, The Cradle parla di una visita di Wafiq Safa, capo dell’Unità di collegamento e coordinamento di Hezbollah negli Emirati Arabi Uniti, che “nonostante tutte le congetture”, sottolinea l’articolo, rappresenta “uno sviluppo innegabile: il tentativo di cominciare a sciogliere le ostilità di lunga data tra Hezbollah e un importante alleato arabo sia degli Stati Uniti che di Israele come gli Emirati Arabi Uniti” : per capire l’entità, basti ricordare che Safa è sulla lista delle sanzioni USA e la stessa Hezbollah è, a tutt’oggi, designata come organizzazione terroristica dagli Emirati. Al cuore di queste trattative, formalmente c’è una questione piuttosto circoscritta: il destino di alcuni prigionieri libanesi detenuti nell’emirato, ma quello che fa pensare è che “questo incontro insolito avrebbe potuto svolgersi a Damasco, in segreto. Gli Emirati invece hanno optato per una messa in onda pubblica, e hanno persino organizzato il trasporto di Safa via aereo negli Emirati”.
A voler essere ottimisti, sembrano tutti segnali di un sempre maggior isolamento di Israele che però, appunto, non si scoraggia e rilancia: la campagna israeliana volta a prendere di mira i massimi comandanti iraniani e i leader dei gruppi militanti dell’asse della resistenza va avanti da tempo, ma quello che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un importante salto di qualità: prima ci sono stati gli attacchi aerei israeliani sulla provincia settentrionale siriana di Aleppo dove sarebbero rimasti uccisi, secondo un osservatore interpellato dal Financial Times, “42 persone” tra i quali “cinque combattenti del gruppo militante libanese” Hezbollah. “Se i numeri fossero esatti” sottolinea il Financial Times “sarebbe l’attacco israeliano più mortale in Siria dal 7 ottobre”; l’obiettivo sarebbero stati, in particolare, carichi di armi diretti proprio in Libano, ed era solo l’inizio: l’attacco al consolato, infatti, rappresenterebbe un’escalation ancora più vistosa, dal momento che “Le strutture diplomatiche” come ha ricordato, sempre al Financial Times, Dalia Dassa Kaye dell’Università di Los Angeles “sono viste come spazi nazionali protetti e sovrani. Un attacco a una struttura diplomatica è come un attacco al paese stesso”. A cadere nell’agguato, Mohamad Zahedi che, secondo Charles Lister del Middle East Institute, sarebbe stato nientepopodimeno che “l’uomo di riferimento per tutto ciò che il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sta facendo in Siria e Libano”: secondo quanto riportato dalla testata libanese Al Mayadeen, il responsabile delle relazioni nel mondo arabo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina avrebbe dichiarato che Zahedi si stava “coordinando con le parti interessate per consegnare armi a Gaza”; in sostanza, secondo queste poche informazioni tutte da verificare, l’asse della resistenza sta cercando di alzare un po’ l’asticella e Israele, però, è ancora in grado di rovinargli i piani prima di ottenere risultati concreti, ma in molti sospettano che il cambio di strategia sia molto più profondo.
Quello che non torna, infatti, è che proprio mentre l’asse della resistenza alza l’asticella, gli alleati storici di Israele intensificano i canali di dialogo; Israele, quindi, comincerebbe a temere sempre di più l’isolamento e, non avendo una exit strategy ragionevole, avrebbe deciso di puntare tutto sull’allargamento del conflitto: l’allargamento del conflitto, infatti, imporrebbe un intervento ancora più massiccio da parte di Washington e, forse, anche un cambio di rotta da parte dei paesi arabi. Nessuno infatti, per motivi diversi, potrebbe in nessun caso permettere una vittoria sul campo dell’asse della resistenza: le petromonarchie perché, sotto la spinta del nazionalismo popolare, vedrebbero minacciata la tenuta dei loro regimi feudali; gli USA perché vedrebbero tutta l’area spostarsi definitivamente nella sfera d’influenza di Russia, Cina e, in generale, tutto quello che si oppone all’unipolarismo a stelle e strisce. Un collo di bottiglia strategico che giustificherebbe anche il fatto che mentre, ormai, tutti sostengono che le divergenze tra l’amministrazione Biden e il governo Netanyahu non siano esclusivamente di facciata, il sostegno concreto degli USA al genocidio non viene comunque meno, anzi: come riportava la CNN lunedì scorso, infatti, l’amministrazione Biden sarebbe a un passo da approvare la vendita di 50 nuovi F-15 a Israele per la cifra di 18 miliardi di dollari, nella “più grande vendita di armi americane a Israele dall’inizio del conflitto il 7 ottobre scorso”.
Le priorità USA appaiono quindi piuttosto chiare: 1) impedire che Israele smetta di essere la principale potenza regionale e il guardiano degli interessi dell’impero in Medio Oriente e 2) convincere Tel Aviv, gli arabi e l’asse della resistenza a non trasformare il genocidio e lo sterminio in una guerra generale che le impedisca di concentrarsi sul Pacifico per la vera grande guerra contro il nemico cinese. Le parti in causa, quindi, sarebbero sostanzialmente 4: la prima è Tel Aviv, che non può vincere la sua guerra e che potrebbe vedere nell’escalation regionale l’unica soluzione possibile; la seconda è Washington, che non può permettere a Tel Aviv di perdere, ma che non può nemmeno permettersi di impantanarsi in prima persona in una grande guerra regionale. Da questo punto di vista, l’interesse della terza parte e, cioè, del Sud globale – che è un’astrazione e non esiste – coinciderebbe paradossalmente con quello israeliano, dal momento che un’escalation, per Washington, sarebbe una tragedia che accelererebbe vertiginosamente la fine dell’unipolarismo e l’avanzata di un nuovo ordine multipolare; e, infine, c’è l’asse della resistenza che, ovviamente, condivide il grande piano di indebolire l’unipolarismo USA, ma – giustamente – deve fare i conti con il livello di distruzione che una guerra regionale comporterebbe e sulle conseguenze che potrebbe avere per la sopravvivenza stessa di alcuni Stati, dall’Iran alla Siria, e anche di potenze non statuali come Hezbollah. Quello che sappiamo è che, nel frattempo, Israele ha deciso di reagire all’impasse strategica in cui s’è infilata mettendo finalmente fine alla barzelletta dell’unica democrazia del Medio Oriente; come riporta sempre il Financial Times, da un po’ di tempo a questa parte la morsa della repressione sul dissenso interno è aumentata a dismisura: “Nurit Peled-Elhanan, una docente universitaria, si è azzardata a scrivere in un gruppo WhatsApp di insegnanti che confrontare Hamas al nazismo non era accurato, poiché il nazismo era l’ideologia di uno stato che si proponeva di sterminare le minoranze indifese sotto il suo dominio”. “Nel giro di poche ore è stata sospesa; “Era la prima volta che attaccavano un ebreo di sinistra” ha detto Peled-Elhanan”. Stessa sorte, poco dopo, è toccata a Meir Baruchin, insegnante di storia ed educazione civica; a questo giro, galeotto fu un post su Facebook con foto di abitanti di Gaza uccisi durante l’offensiva israeliana: “Intere famiglie vengono spazzate via” ha avuto l’ardire di commentare. “Nel giro di poche settimane, il comune locale l’ha licenziata e ha presentato denuncia alla polizia. Il ministero dell’Istruzione gli ha sospeso la licenza di insegnante. E infine è stato arrestato con l’accusa di tradimento, e detenuto per quattro giorni”. Lunedì sera il parlamento ha approvato una legge che dà al governo il potere di vietare le trasmissioni di Al Jazeera nel paese e di sequestrare tutti i suoi beni: Dopo le fake news sugli stupri, titolava entusiasta ieri Libero, Israele proibisce al Jazeera, l’emittente dell’odio palestinese; più che con le presunte fake news sugli stupri – che, mal che vada, non sono certo in grado di controbilanciare le fake news sui bambini decapitati, le donne squartate per estrargli il feto e altra paccottiglia che Israele impone quotidianamente alla propaganda domestica e internazionale – la stretta, in realtà, sembra collegata alla necessità di dissimulare l’esito piuttosto drammatico dell’operazione militare, da Gaza al confine col Libano. Secondo la propaganda di regime, infatti, al confine nord si sarebbero registrati 258 combattenti di Hezbollah uccisi, contro appena 10 appartenenti alle forze armate israeliane, ma “Secondo i dati sul campo ottenuti da The Cradle”, in realtà “i combattenti uccisi da Hezbollah in operazioni transfrontaliere contro lo stato occupante sarebbero oltre 230”; il trucchetto, denuncia The Cradle, consisterebbe in buona parte nell’assoldare combattenti tra le comunità beduine e druse che poi non vengono riportati, e si chiude la faccenda con un generoso assegno alle famiglie: “Ad esempio” riporta l’articolo “il 70% del 299esimo battaglione, di stanza nella zona di Hurfaish – a quattro chilometri dal confine libanese – sono membri della comunità drusa. Il battaglione ha subito numerose vittime, ma Israele ha segnalato solo una perdita fino ad oggi”.
L’impero deve fare ogni giorno i conti con i suoi limiti e con le reazioni che scatena in chi non ha nessuna intenzione di chinare la testa e le uniche armi che gli rimangono, giorno dopo giorno, sono lo sterminio indiscriminato dei più indifesi e la propaganda; impediamogli di averla vinta: continuiamo a opporci a questo genocidio con ogni mezzo necessario, a partire da un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Piero Fassino















La strategia europea per permettere agli USA di scatenare la Terza Guerra Mondiale nel Pacifico

“Esiste un solo piano A, ed è la vittoria dell’Ucraina”: intervistato da La Stampa, Charles chihuahua Michel, come si confà alla sua specie, prova a dissimulare la sua vulnerabilità e la sua debolezza digrignando i denti e riassume in modo sintetico il nuovo equilibrio politico che, alla vigilia delle elezioni europee, sta maturando in un’Unione Europea che, con virtuosa tenacia, sta riuscendo a spostare il suo baricentro ancora più a destra. “Più autonomia dagli USA: urgente la difesa comune” che – di per sé – suona anche bene, ma in realtà può essere interpretata in due modi radicalmente diversi. Quello più ottimista: dopo 2 anni di schiaffi, l’egemonia USA è indebolita e l’Europa approfitta delle circostanze per procedere in direzione della sua tanto agognata indipendenza strategica – senza pestare troppo i piedi a Washington – con la scusa della difesa dalla minaccia immaginaria di Putin, pazzo dittatore che, dall’isolamento, farnetica di avanzare fino a Lisbona; e poi c’è quello più pessimista: la strategia USA ha funzionato benissimo, la rottura tra Europa e Russia non è più conciliabile e il muro contro muro non è più reversibile. Ne consegue che gli interessi geopolitici di USA ed Unione Europea si sono totalmente riallineati e, quindi, è finalmente possibile delegare in toto il lento logoramento dell’Orso Russo all’alleato europeo per poter tornare a concentrarsi sul vero avversario sistemico e, cioè, la Cina. Questa delega totale del fronte occidentale russo all’Europa sarebbe anche facilitata dal fatto che, dopo due anni di declino economico e di deindustrializzazione forzata – con la complicità del ritorno dell’austerità e dell’ordoliberismo nel vecchio continente che impediscono di sostenere la guerra economica ingaggiata dagli USA a forza di incentivi multimiliardari finanziati col debito pubblico per attrarre capitali europei – l’unica carta che rimane da giocare all’Unione Europea per non fallire definitivamente è quella di convertirsi a una specie di nuova economia di guerra, puntando tutto sul riarmo e sullo sviluppo della sua industria bellica. Ovviamente, come sempre accade nella vita reale, queste due interpretazioni radicalmente diverse non vanno pensate come mutuamente escludentesi, ma – da bravi materialisti – come compresenti e in eterno rapporto dialettico tra loro; insomma: sono entrambe vere, e l’esito finale del conflitto tra queste due tendenze non è determinato e prevedibile, ma cambierà a seconda di come si evolve concretamente la situazione reale al di là dei titoli dei giornali e della propaganda che continua a martellare. “Una sconfitta dell’Ucraina” secondo il pensiero magico di Michel “non può essere un’opzione”, e indovinate un po’ come ha intenzione di ribaltare il corso degli eventi? “Coinvolgendo il Sud globale” afferma, e cioè “spiegando che ciò che la Russia sta facendo è estremamente pericoloso per la stabilità del mondo”. E che ce vo’
Intanto martedì scorso, per la terza volta, gli Stati Uniti da soli contro il resto del mondo hanno posto il veto all’ennesima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU che invocava il cessate il fuoco per il genocidio di Gaza; riuscirà il bravo Michel a convincere il Sud globale che lo Stato canaglia dell’ordine globale è la Russia – e non gli USA – in modo da permettergli di fornire agli USA la via d’uscita giusta per scatenare la terza guerra mondiale nel Pacifico?

Charles Michel con un bomba

Il problema della guerra totale che gli USA vogliono ingaggiare contro il resto del mondo – che vorrebbe liberarsi da 500 anni di dominio dell’uomo bianco e chiudere l’era del superimperialismo a stelle e strisce – è che questa guerra si sviluppa contemporaneamente su tre fronti distinti e gli USA, nonostante spendano in armi poco meno che tutto il resto del mondo messo assieme, la forza di vincere contemporaneamente su tre fronti non ce l’hanno, manco lontanamente; l’obiettivo che hanno perseguito negli ultimi anni, quindi, è stato delegare due di questi fronti agli alleati vassalli per concentrarsi interamente su quello fondamentale e, cioè, lo scontro nel Pacifico con l’unica vera grande altra superpotenza globale che loro stessi definiscono per primi, ufficialmente, il loro unico avversario sistemico: la Cina.
Prima ancora che iniziasse la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, il fronte che gli USA avevano cercato di sbolognare agli storici alleati regionali, in realtà, era stato proprio il Medio Oriente che, in soldoni, significa l’Iran, l’unica potenza regionale di una qualche consistenza a non essere totalmente assoggettata agli interessi statunitensi. Dopo decenni di guerre di invasione dirette, che anche se non avevano avuto esattamente gli esiti sperati avevano, comunque, permesso di ridurre a un ammasso di macerie alcuni degli stati nazionali dell’area – dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia -, con Trump gli Stati Uniti accelerano infatti in modo vistoso il ritiro del grosso delle loro truppe dalla regione; il piano è, appunto, quello di delegare il contenimento prima e lo scontro diretto poi contro l’Iran ai proxy regionali – ovviamente in primo luogo Israele, che è l’unica potenza nucleare della regione e che è un vero e proprio avamposto del superimperialismo USA nella regione, ma anche ad emiratini e sauditi, alleati storici degli USA e che, nel frattempo, sono stati armati fino ai denti: con oltre il 5,5% del PIL destinato alla difesa, infatti, da qualche anno gli Emirati Arabi Uniti sono tra i paesi che proporzionalmente spendono di più in armi al mondo e l’Arabia Saudita, stabilmente sopra il 7%, è il campione assoluto – e si tratta, ovviamente, per oltre l’80% di armi made in USA. Questi paesi, insieme al Bahrein e un altro paese che ama molto togliere il pane di bocca alla popolazione per metterlo nelle casse dell’apparato bellico industriale USA e, cioè, il Marocco, avrebbero dovuto cementare la loro alleanza attraverso gli accordi di Abramo, voluti da Trump nell’estate del 2020; nel frattempo, proprio come in Ucraina, Trump faceva di tutto per varcare le linee rosse dell’Iran e spingerlo a qualche azione che avrebbe giustificato una reazione militare vecchio stile da parte dell’alleanza: nel maggio del 2018 ritirava unilateralmente e senza nessuna giustificazione plausibile gli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, raggiungendo così due obiettivi: grosse difficoltà per l’economia iraniana, a causa del ritorno al vecchio regime delle sanzioni, e un po’ di panico nella regione per il ritorno della minaccia nucleare di Teheran. Ma era solo l’antipasto: il 3 gennaio del 2020, infatti, con un vero e proprio atto criminale gli USA lanciano un attacco aereo contro l’aeroporto di Baghdad per assassinare il maggiore generale iraniano Qasem Soleimani, l’architetto dell’asse della resistenza, che si era recato in Iraq per un incontro distensivo con i rappresentanti sauditi; l’Iran, però, evita accuratamente di cadere nella trappola e invece di impantanarsi in una nuova escalation, continua a lavorare con pazienza al rafforzamento dell’asse della resistenza che, ancora oggi, sta dando del filo da torcere a Israele e agli USA in tutta la regione. Nel frattempo, visto che il sostegno americano nella guerra in Yemen non sta sortendo chissà quali effetti, i sauditi cominciano a pensare a un piano B anche perché, nel frattempo, è scoppiata la guerra in Ucraina e hanno avuto una prova provata di cosa succede ad affidarsi mani e piedi a Washington: sotto le pressioni anche dell’opinione pubblica – per quel poco che gliene può fregare a un regime feudale premoderno dell’opinione pubblica – continuano a tenersi a debita distanza dagli accordi di Abramo e, nel frattempo, continuano a fare piccoli passi verso una riappacificazione con l’Iran; a spingere verso questa soluzione ci si mette di buzzo buono pure la Cina che, nel frattempo, è diventata di gran lunga il primo partner commerciale e il primo acquirente di petrolio saudita. Gli USA continuano a cercare di seminare un po’ di panico e, nel novembre del 2022, lanciano un allarme su un possibile attacco iraniano in suolo saudita – così, alla cazzodecane, giusto per fa un po’ caciara –, ma anche qui ci prendono 10: pochi mesi dopo, il 10 marzo del 2023, assistiti dalla paziente mediazione cinese iraniani e sauditi si tornano a stringere la mano a Pechino e riavviano le relazioni diplomatiche formali; gli USA, però, non hanno ancora perso le speranze e continuano a sperare nella firma saudita degli accordi di Abramo fino al 7 ottobre, quando l’operazione Diluvio di al Aqsa scombussola nuovamente tutti i piani e – complice l’azione dell’asse della resistenza e, in particolare, di Ansar Allah – obbliga gli USA a rimpelagarsi anima e core nella polveriera mediorientale: un sostegno incondizionato a un massacro genocida di carattere platealmente neocoloniale che, tra l’altro, non fa che rinsaldare il Sud globale e isolare sempre più Washington, ormai sempre più percepita – anche dai paesi più conservatori – come un pericoloso Stato canaglia completamente estraneo a ogni minima idea di diritto internazionale.
Insomma: il primo tentativo di delegare a qualcun altro uno dei tre fronti, direi che non è andato proprio benissimo anche perché, inevitabilmente, non ha fatto che aumentare l’influenza nella regione di Russia e Cina – e senza che nessuna delle due ci dovesse impiegare chissà quali risorse; d’altronde, è esattamente quello che succede quando i tuoi piani egemonici sono in palese contrasto con gli interessi dei popoli: mentre te impieghi risorse ingenti – e senza manco lontanamente raggiungere i tuoi obiettivi – agli altri gli basta tenersi in disparte e non rilanciare per essere visti come dei veri e propri salvatori della patria e ampliare così la loro influenza a costo zero. Andare contro il corso naturale della storia ha un costo altissimo che solo un impero al massimo della sua forma è in grado di sostenere, e al massimo della sua forma l’impero USA – così, a occhio – non lo è più da qualche tempo.
La lotta contro il declino dell’insostenibile egemonia USA in Medio Oriente, a un certo punto, sembrava addirittura stesse indebolendo la presa degli USA su quelli che, più che alleati (in particolare negli ultimi 2 anni), si sono rivelati veri e propri vassalli e, cioè, i paesi europei che, almeno di facciata – a partire proprio dalle votazioni all’Assemblea Generale e anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – sembravano cominciare a prendere le distanze; probabilmente non avevano alternative: a differenza degli USA, dove – nonostante si sia sviluppato un movimento di solidarietà alla Palestina senza precedenti – la lobby sionista tiene letteralmente in pugno entrambi i probabili candidati alle prossime presidenziali, in Europa, alla vigilia del voto per il parlamento di Strasburgo, pestare un merdone sulla questione palestinese potrebbe essere determinante. La pantomima, però, sembra essere durata poco: al Summit di Monaco la Davos della difesa, come è stata ribattezzata – a parte qualche slogan inconcludente, da parte dell’Europa sul genocidio si è deciso di stendere un velo pietoso; tutta l’attenzione, invece, si è rivolta verso il fronte ucraino e sulla volontà dei vassalli europei di non spezzare il cuore ai padroni di Washington, come hanno fatto quegli irriconoscenti dei sauditi. Come sosteniamo sin dall’ormai lontano febbraio del 2022, infatti, la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina può essere letta proprio come il tentativo USA di appaltare ai vassalli europei una lunga guerra di logoramento che tenga occupata Mosca e le impedisca, qualora fosse necessario, di garantire all’amico cinese il suo sostegno in caso di escalation nel Pacifico; ci stanno riuscendo?
Sinceramente, se ce lo aveste chiesto anche solo poche settimane fa avremmo risposto, in soldoni, di no; le ultime dichiarazioni – sulla falsariga di quelle rilasciate al Corriere da Charles Michel – però, ci stanno facendo sorgere più di qualche dubbio: l’idea che ci eravamo fatti, infatti, era che di fronte alla sostanziale debacle della NATO in Ucraina, il piano USA di spezzare definitivamente il processo di integrazione economica tra Unione Europea e Mosca fosse probabilmente destinato – almeno nel medio – lungo periodo, dopo una prima fase di innegabile successo – a essere reinvertito. In questi due anni, infatti, l’economia europea ha pagato un prezzo gigantesco e gli USA, che sono anche alle prese con una faida interna di dimensioni mai viste, non hanno fatto assolutamente niente di niente per condividere l’onere, anzi! Non solo si sono fatti d’oro con l’export di gas naturale liquefatto e hanno garantito un vantaggio competitivo enorme alle loro aziende proprio a partire dalla diversa bolletta energetica, ma hanno anche rincarato la dose oltre ogni limite con un’ondata di politiche protezionistiche senza precedenti e con una quantità di quattrini pubblici spropositata per attirare sul suolo americano tutti gli investimenti che le aziende, invece, non hanno nessunissima intenzione di fare nel vecchio continente; un fuoco incrociato al quale non siamo in nessun modo in grado di reagire: mentre gli USA, infatti, fanno i neoliberisti col culo degli altri (ma si sono tenuti ben stretta una Banca Centrale che funziona da prestatore di ultima istanza e che è in grado di monetizzare il gigantesco debito USA ogni volta che serve), l’impianto ordoliberista dell’Unione Europea ci impedisce di provare a tornare a crescere facendo debito. I capitali – noi – li dobbiamo cercare su quelli che la propaganda chiama mercati ma che, in realtà, non sono altro che i grandi monopoli finanziari privati che sono tutti made in USA, e i risultati si vedono: da due anni a questa parte la crescita USA, alla prova dei fatti, si è sempre dimostrata migliore delle aspettative; quella europea e, in particolare, quella tedesca, peggiore, di parecchio.

Angela Merkel con Vladimir Putin

L’Europa, nel frattempo, ha cercato di tenere botta differenziando l’approvvigionamento energetico, ma con il Medio Oriente in fiamme e sull’orlo di una guerra regionale non è che sia esattamente una passeggiata; ora, in questo contesto, Putin in Ucraina ci sta asfaltando e piano piano la questione Ucraina era stata vistosamente allontanata dai riflettori, relegata in qualche trafiletto nelle pagine interne: sembrava la tempesta perfetta per imporre all’Europa di sconigliare senza dare troppo nell’occhio e tornare alle posizioni espresse di nuovo, nell’autunno scorso, da Angela Merkel sulla necessità di un nuovo assetto della sicurezza continentale concordato con la Russia, che facesse da apripista alla fine delle sanzioni e al ritorno a rapporti economici sensati. D’altronde, da qualche tempo a questa parte, sembrava si stesse preparando il terreno: il bilancio disastroso delle sanzioni – che era chiaro sin dal principio, ma veniva dissimulato dalla propaganda con millemila puttanate – era stato sostanzialmente sdoganato; nelle ultime settimane e, in particolare, negli ultimissimi giorni, questa traiettoria però sembra di nuovo allontanarsi – e non mi riferisco certo solo alla strumentalizzazione senza pudore fatta della vicenda Navalny, che probabilmente era del tutto inevitabile. Il punto principale, piuttosto, è tutta questa retorica sulla corsa al riarmo europeo che ha tenuto banco, in particolare, proprio al Summit di Monaco e che – fattore ancora più preoccupante – è stata cavalcata in particolare proprio dalla Germania: la Germania, infatti, è in assoluto il paese che è ha subìto le conseguenze economiche più pesanti e quello che avrebbe più interesse a ricercare un nuova distensione con Putin, come suggerito da Angelona Merkel; il fatto che sia quello che, più di tutti, spinge sull’acceleratore dell’escalation, a nostro modesto avviso segnala che, oltre alla propaganda alla Navalny, c’è probabilmente qualcosa di molto più profondo. Del rischio che la Germania veda in una sorta di nuova economia di guerra, tutta focalizzata sull’industria bellica, l’unica via di uscita dal suo inesorabile declino industriale abbiamo parlato già ieri in questo video; qui volevamo aggiungere giusto un altro spunto di riflessione perché, come afferma proprio Charles Michel al Corriere, noi europei “stiamo lavorando duramente per convincere gli Stati Uniti a fare ciò che è necessario. Ma le esitazioni del Congresso – e il fatto che l’ex presidente Trump partecipi alla campagna elettorale – ci devono far capire che in futuro dovremo contare molto di più sulla nostra capacità”. Ora, questo sforzo per poter fare a meno degli USA, ovviamente, parte dalla situazione Ucraina dove, sottolinea Michel, “esiste solo un piano A: il sostegno all’Ucraina”, ma questa potrebbe essere solo la scusa, diciamo; sinceramente, nonostante non ritenga né Michel né nessuno dei suoi colleghi esattamente una cima, mi voglio augurare che non siano così rintronati da pensare di ribaltare le sorti della guerra con armi che riusciranno a produrre tra 5 anni e, come ha detto Michel stesso senza senso del pudore, “coinvolgendo anche il Sud globale”; piuttosto, quella che temo si stia facendo strada in Europa è proprio quello che ventilava mercoledì scorso anche Il Manifesto parlando della Germania e cioè, appunto, l’idea che per salvare la nostra industria non ci rimanga che concentrare tutti gli sforzi nell’industria bellica e che, per finanziarla, non ci rimanga che intraprendere la strada che porta a una sorta di nuova economia di guerra. D’altronde, è anche l’architettura istituzionale delirante che ci siamo dati a imporcelo: senza Banca Centrale prestatrice di ultima istanza in grado di monetizzare il debito e in balìa dei monopoli finanziari privati USA, ci possiamo indebitare soltanto per finanziare quello che piace anche a loro e quindi, in ultima istanza, quello che rientra nell’agenda del superimperialismo a stelle e strisce; e, di sicuro, non gli piace se facciamo debito per sviluppare una nostra industria tecnologica o una nostra transizione green che metta a repentaglio il primato che stanno cercando di ricostruirsi a suon di incentivi miliardari. Invece se li buttiamo tutti in industria delle armi – che usiamo esclusivamente per tenere occupata e logorare la Russia – quello gli va bene, eccome, e quindi se po’ fa: è l’unico tipo di microrilancio economico che il nostro padrone ci concede.
Anzi, no, non è l’unico: ce n’è pure un’altra, che peggio mi sento; lo ricorda lo stesso Michel, sempre nella stessa intervista: per una nuova corsa agli armamenti, afferma, ovviamente serve “supporto finanziario” e per trovarlo, sottolinea, “stiamo lavorando per cercare di usare gli asset russi congelati”. Ora, intendiamoci, io non ho niente contro gli espropri, quelli proletari però: ogni asset preso da un oligarca e nazionalizzato manu militari per me è sempre una conquista – io, ad esempio, lo farei domattina con tutti gli stabilimenti Stellantis e l’avrei fatto, a suo tempo, con l’ex ILVA. Qui, però, la faccenda è un’altra: si tratta di rapinare un bene privato per consegnarlo a un altro privato, esattamente com’è successo con la raffineria della Lukoil a Priolo ed esattamente come sta facendo la Germania con la raffineria del Brandeburgo e con tutta la rete gestionale della Rosneft distribuita tra Germania, Polonia e Austria per un valore complessivo, riporta Hadelsblatt, di circa 7 miliardi di dollari; come commenta sarcasticamente John Helmer sul suo blog, “Finché possono rubare o distruggere le risorse russe a ovest dell’Ucraina, la guerra non finirà” e “Il partito tedesco che meglio garantirà di continuare questo furto per l’arricchimento dei dirigenti e degli azionisti tedeschi vincerà le prossime elezioni”.
Insomma: un’economia di guerra e di rapina, alla faccia del giardino ordinato; impossibilitati a recuperare il terreno economico e produttivo perduto, in questi mesi si stanno mettendo le basi per un’Europa completamente diversa da quella che abbiamo già conosciuta e – sembra difficile crederlo – incredibilmente peggiore. Per evitare che tutto salti per aria, allora, ovviamente c’è bisogno di un supporto propagandistico ed ideologico di tutto rispetto e questo supporto, questa giustificazione, non può che essere uno stato di guerra permanente a medio – bassa intensità sostenuto da tutta la propaganda sul grande pericolo immaginario che arriva da Est; cioè, per tenere in piedi l’Europa dell’industria bellica e dell’economia di guerra che ci stanno prospettando, la guerra alla Russia non è un’ipotesi, non è un’eventualità: è proprio una necessità vitale. Dall’alto del nostro suprematismo del tutto ingiustificato, prendevamo per il culo i popoli arabi e le condizioni di vita indecenti che si fanno imporre dai loro regimi autoritari, al punto da dichiarare unica democrazia dell’area un stato fondato sul genocidio e l’apartheid, e poi ci siamo fatti ingroppare senza vasellina come loro non hanno permesso. Sarebbe arrivata l’ora di ritrovare un po’ di dignità e rovesciare completamente il tavolo prima che sia troppo tardi; per farlo, abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle la guerra di propaganda a suon di armi di distrazione di massa tra sinistra ZTL e destra negazionista e reazionaria e mettere in piedi un vero e proprio media popolare, ma autorevole, che dia una prospettiva alle aspirazioni concrete del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Charles Michel

L’ALTRO GENICIDIO DEL MEDIORIENTE: perché l’Occidente nasconde il massacro dei curdi

Decine di migliaia di civili uccisi, centinaia di villaggi distrutti, milioni tra donne e bambini costretti a lasciare per sempre le proprie case. No, non parliamo del trattamento di Israele verso i palestinesi, ma del genocidio curdo che l’esercito turco, che è il secondo più grande della Nato, sta eseguendo in Mesopotamia.

Paolo Negro

I curdi, da 9 anni, stanno respingendo l’avanzata dell’ISIS e – quindi – stanno salvando l’Occidente da un’ondata di terrorismo senza precedenti: in cambio subiscono ancora oggi un massacro da parte del regime di Erdogan che sabota le infrastrutture civili, occupa illegalmente una parte della Siria per facilitare i corridoi dei terroristi dell’ISIS e che, negli ultimi mesi, sta commettendo omicidi quotidiani approfittando dell’attenzione mediatica su Gaza ed Ucraina. Io sono Paolo Negro, studio politica internazionale all’Accademia della modernità democratica e in questo video vi parlerò di questo genocidio e del motivo per cui se noi occidentali continueremo ad ignorarlo e ad accettare le politiche criminali dei nostri governi, saremo i primi a rimetterci la pelle.
Settembre 2014: l’ISIS assedia la città di Kobane a nord della Siria, al confine con la Turchia, all’interno dell’Amministrazione Autonoma che dal 2011 prende il nome di Rojava. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, oltre 400.000 persone sono costrette a lasciare le proprie case. La resistenza dei curdi è messa a durissima prova perché la superiorità militare dell’ISIS, apparentemente, è schiacciante; tutto merito del petrolio. E della Turchia. Come scriveva Martin Chulov sul Guardian, infatti, “Il commercio di petrolio tra i jihadisti e i turchi è stato ritenuto come prova di un’alleanza tra i due. I ricavi giornalieri tra 1 e 4 milioni di dollari affluiti nelle casse dell’ISIS per almeno sei mesi dalla fine del 2013 hanno contribuito a trasformare una forza ambiziosa con mezzi limitati in una potenza inarrestabile”. “Ci sono centinaia di unità flash e documenti sequestrati ed i collegamenti tra Turchia e ISIS sono innegabili” avrebbe poi dichiarato un alto funzionario occidentale all’Observer.

Martin Chulov

“La maggior parte dei combattenti che si sono uniti a noi all’inizio della guerra” avrebbe poi confessato un comandante dell’ISIS al Washington Post “sono arrivati attraverso la Turchia, e così hanno fatto le nostre attrezzature e forniture”. Il 19 gennaio del 2014, ad Adana, tre camion vengono fermati per un’ispezione di routine: “Quando sono stati fermati”, scrive il giornalista turco Burak Bekdil del think tank Middle East Forum, “gli agenti dell’intelligence turca hanno cercato di impedire agli ispettori di guardare all’interno delle casse”. Fortunatamente il tentativo non va in porto: le guardie non si lasciano intimidire e quello che si ritrovano di fronte è un vero e proprio arsenale di “razzi, armi e munizioni” destinati “all’ISIS e ad altri gruppi in Siria”. Secondo la ricostruzione di Bekdil il camion era stato caricato ad Ankara; i conducenti, poi, lo avrebbero portato fino al confine, dove alla guida sarebbe subentrato direttamente un agente dell’intelligence turca e, secondo Bekdil, “questo è accaduto molte altre volte”. Il 21 ottobre Bekdil è deceduto in seguito a un incidente stradale; negli ultimi articoli aveva aspramente criticato le posizioni di Erdogan nei confronti del genocidio israeliano a Gaza. Nel sanguinario e incandescente scacchiere del vicino Oriente, ognuno sceglie quali vittime omettere dal bilancio; fatto sta che, due mesi dopo il sequestro del carico, una registrazione audio ha offerto una lettura realistica della politica siriana del regime turco. I pezzi da novanta di Ankara, infatti, avrebbero affermato apertamente che un attacco alla Siria per la Turchia rappresenterebbe un’opportunità succulenta: “Un’operazione sotto falsa bandiera”, avrebbe affermato Il capo dello spionaggio Hakan Fidan, “sarebbe molto facile”. D’altronde, avrebbe sottolineato, avevano già inviato con successo duemila camion in Siria. “I comandanti dell’ISIS ci hanno detto di non temere nulla perché c’era piena collaborazione con i turchi”; a parlare dalle colonne di Newsweek, a questo giro, sarebbe nientepopodimeno che un tecnico delle comunicazioni dell’ISIS, dopo essere fuggito dallo stato islamico. “L’ISIS” continua “ha visto l’esercito turco come suo alleato, soprattutto nell’attacco contro i curdi in Siria. I curdi erano il nemico comune sia per l’ISIS che per la Turchia. Inoltre solo attraverso la Turchia l’ISIS è in grado di schierare i jihadisti contro le città curde a nord della Siria”.
Ma perché il secondo esercito della NATO ha bisogno anche dei terroristi dell’ISIS per sterminare i civili curdi? La risposta sta in quell’incredibile esperimento sociale che caratterizza il Rojava da qualche anno e che si chiama confederalismo democratico, un assetto istituzionale e politico che permette a Curdi, Arabi, Assiri, Caldei, Turcomanni, Armeni e Ceceni di vivere per la prima volta in pace nelle regioni di Afrin, Euphrates, Jazira, Raqqa, Tabqa, Manbij e Deir ez-Zor dopo secoli di conflitti religiosi ed ideologici. Non è un’utopia, non è una formuletta teorica valida solo nelle pagine di qualche accademico, ma è una realtà quotidiana che permette alla popolazione non solo di sopravvivere in condizioni disperate di guerra ma anche di sviluppare questo modello come paradigma per tutto il vicino Oriente e potenzialmente per il mondo intero. Fedeli nei secoli alla politica “divide et impera“, le potenze imperialiste sanno che pace ed autodeterminazione dei popoli nel vicino Oriente sarebbero catastrofiche per i loro interessi economici; il regime turco, in particolare, è impaurito dal confederalismo democratico perché sa che l ́unico modo per chiudere per sempre la questione nazionale curda in Turchia è quello di compiere prima lo sterminio dei curdi in Siria. Ma anche gli imperialismi occidentali, abituati a decidere arbitrariamente il destino del vicino Oriente, non vedono di buon occhio la rivoluzione del Rojava.

David Fromkin

Dalla fine della prima guerra mondiale, infatti, le potenze vincitrici hanno continuato a banchettare sui resti extra-anatolici del defunto impero ottomano, stipulando accordi diplomatici che hanno causato l’inizio di conflitti che perdurano da oltre 100 anni. “A peace to end all peace” è un saggio di David Fromkin del 1989 che spiega come tutte gli accordi stipulati con l’obiettivo di pacificare il vicino Oriente non fecero altro che inasprire ancora di più le tensioni tra i diversi popoli. Gli Alleati disegnarono i confini con la squadra ed il compasso senza tenere minimamente conto delle decine di etnie che popolavano quelle terre, ma considerando unicamente i rapporti di forza scaturiti dal primo conflitto mondiale: figure geometriche che potremmo definire ad minchiam, come dimostra lo storico James Barr nel saggio “A line in the sand” del 2011. Tra le due guerre, furono soprattutto Francia e Inghilterra a scegliere politiche e governi del vicino Oriente, mentre dal 1945 sono gli Stati Uniti a decidere il destino dell’area dando un sostegno concreto ai golpe nelle quattro nazioni che attualmente colonizzano le comunità curde: nel 1953 supportarono lo shah di Persia in Iran, tra il ‘56 ed il ‘57 fallirono tre colpi di stato in Siria, addestrarono i militari turchi per il golpe del ‘60 e nel 1963 rovesciarono il governo populista di Abd al-Karim Qasim in Iraq. Il capolavoro politico degli Stati Uniti, però, rimane il finanziamento dei gruppi ribelli in Iraq nel 1991 ed in Siria nel 2011, che ha causato la nascita di alcune delle fazioni jihadiste più feroci degli ultimi decenni. Nonostante oggi le potenze occidentali facciano parte della coalizione per combattere l’ISIS, il caos nel vicino Oriente rimane la situazione ideale per perpetuare lo sfruttamento di uomini e risorse; e continuare a fomentare l’odio etnico e religioso tra i popoli dell’area porterà sì ancora più morti e rifugiati, ma anche maggiori profitti per l’industria bellica e petrolifera dell’Occidente collettivo, data l’impossibilità di ricostruire un’autonomia politica che finalmente contrasti alla radice le ambizioni egemoniche del nord globale a guida Usa nell’area. Le vere forze democratiche che lottano per la resistenza del Rojava, per il confederalismo democratico e per la sua internazionalizzazione sono l’unica soluzione per la pace definitiva nel vicino Oriente e per la distruzione del terrorismo che minaccia continuamente anche i popoli occidentali. Il sostegno all’avanguardia curda e a quelle forze che, all’interno delle comunità Arabe, Assire, Caldee, Turcomanne, Armene e Cecene, vivono e diffondono il paradigma del confederalismo democratico, dunque, non solo è un dovere di basilare umanità ma anche un contributo concreto alla sicurezza di tutti quei paesi che dai conflitti in medio Oriente hanno tutto da perdere, a partire proprio dall’Italia.
Per continuare a raccontare il complicato scacchiere mediorientale senza diventare vittime dei doppi standard delle élite corrotte locali e globali che continuano a soffiare sul fuoco dei conflitti etnici e religiosi per i propri tornaconti, abbiamo bisogno di un media che promuova il punto di vista del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal .

E chi non aderisce è Recep Erdogan.