La disabilità riguarda ormai, nelle sue varie forme, circa il 10% della popolazione mondiale; essa non coincide con i deficit che la provocano, ma è il risultato della interazione fra tali deficit ed una società escludente, quale è quella capitalistica: le famiglie in cui nasce un bambino disabile, in Italia, riscontrano infatti gravi difficoltà anche solo per avere accesso ad una adeguata presa in carico complessiva da parte del servizio pubblico. A scuola, nonostante una legislazione formalmente all’avanguardia, e qualche insegnante davvero speciale, spesso gli alunni disabili sono, al più, tollerati, con tassi di bocciatura o abbandono notevolmente superiori rispetto alla media degli altri studenti; dai luoghi di lavoro, le persone disabili, salvo eccezioni, vengono solitamente escluse mediante una diffusa elusione delle normative in vigore: le occasioni di socialità nei contesti ordinari risultano, per questi soggetti, assai rare a causa sia delle barriere urbanistiche, sia, soprattutto, dei pregiudizi. Le pensioni con cui le persone disabili devono mantenersi sono ad un livello talmente misero da condurle, spesso, sotto la soglia di povertà; il progetto di vita che alcune leggi prevedono debba essere attuato per favorire la loro autonomia, rimane tuttora, dopo oltre 25 anni, sostanzialmente sulla carta: la vita adulta delle persone con disabilità si svolge quindi, il più delle volte, confinata in famiglia o negli istituti speciali, riproponendo, in quest’ultimo caso, una segregazione lucrosa per tali enti, ma contraria a quanto previsto dalle Convenzioni ONU. La politica si limita, davanti a questo stato di cose, a solenni dichiarazioni di principio nelle giornate dedicate: in questa situazione, cosa può fare la filosofia per favorire l’inclusione comunitaria delle persone disabili, ovvero una loro effettiva partecipazione alla vita sociale in condizioni di uguaglianza? Ne abbiamo parlato con Luca Grecchi, professore di Storia della Filosofia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.










