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Fuori la Russia: a Venezia la Biennale dei doppi standard?

OttolinaTV by OttolinaTV
11/03/2026
in Europa, In evidenza, Italia, OvoSoddu, Russia, U.S.A.
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Stamattina mi sono svegliato con un leggero spirito masochista; che cosa ci propone Repubblica? Ah… La Repubblichina non tradisce mai; il titolo: L’Europa unita contro la biennale: “Stop alla Russia, vedi L’Arte è universale, L’Arte unisce i popoli, L’Arte supera la politica. Poi arriva la guerra e, improvvisamente, l’arte diventa propaganda: viene usata come un’arma qualsiasi. Il caso esploso in questi giorni è l’ennesimo episodio di questa storia: ventidue Paesi europei si sono mobilitati insieme contro il ritorno del padiglione russo alla Biennale di Venezia, una vera e propria mobilitazione continentale. Anzi, intercontinentale: tra i primi ad aver dato la notizia c’è il The Guardian, che titola Un palcoscenico per insabbiare i crimini di guerra: la Biennale di Venezia invitata a escludere la Russia. Tutto questo per un padiglione artistico.

Ma per capire quanto sia surreale la situazione bisogna tornare indietro al febbraio del 2022: invasione dell’Ucraina, shock politico e reazione immediata del doppiopesismo occidentale; anche la Biennale di Venezia decide di chiudere il padiglione russo in pochi giorni. Gli artisti scelti per rappresentare la Russia, Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, si ritirano dichiarando che “non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono“; i giornali raccontano la vicenda come un processo morale. Repubblica titola La guerra mette alla sbarra la cultura russa, e, da quel momento, parte una delle più grandi operazioni di cancellazione culturale viste in Europa negli ultimi decenni. Sul banco degli imputati finiscono tutti: Dostoevskij viene improvvisamente trattato con sospetto ideologico; Tchaikovsky sparisce da alcune programmazioni concertistiche. La Russia viene espulsa praticamente da ogni ambito della vita pubblica internazionale: le squadre russe vengono escluse dalle competizioni organizzate da FIFA e UEFA; gli atleti partecipano alle Olimpiadi senza bandiera nazionale. A Wimbledon, nel 2022, succede qualcosa che non si era mai visto: i giocatori russi e bielorussi vengono banditi dal torneo. Non per doping; non per violazioni sportive: per il loro passaporto. Anche il mondo dello spettacolo entra nella stessa logica: il direttore d’orchestra Valery Gergiev viene licenziato da varie istituzioni musicali europee dopo essersi rifiutato di condannare pubblicamente il Cremlino; la soprano Anna Netrebko viene sospesa da diversi teatri e le tournée del Russian State Ballet vengono cancellate a Londra, Bristol ed Edimburgo. L’Eurovision bandisce la Russia; il ministro della cultura ucraino arriva a chiedere esplicitamente di fermare l’esecuzione delle opere del dei compositori russi finché durerà la guerra. Il messaggio è chiaro: la Russia non deve esistere nello spazio pubblico occidentale; tutto questo, naturalmente, in nome dei valori, in nome della democrazia, in nome della libertà.

Ma, nel 2003, gli Stati Uniti invadono l’Iraq con il pretesto delle armi di distruzione di massa: non risulta che il padiglione americano alla Biennale sia stato chiuso. Nel 2011, l’intervento militare in Libia: nessun boicottaggio culturale. Vent’anni di guerra in Afghanistan: nessuna espulsione dagli eventi sportivi. In Siria muoiono centinaia di migliaia di persone: silenzio. Arriviamo ai giorni nostri: prima il genocidio a Gaza, poi l’Iran viene bombardato dalle operazioni militari congiunte di Israele e Stati Uniti e, guarda caso, il dibattito europeo non riguarda le sanzioni culturali contro Washington. No: riguarda il ritorno del padiglione russo alla Biennale. Il presidente di questa istituzione, Pietrangelo Buttafuoco, annuncia l’intenzione di riaprire lo spazio espositivo russo; lo fa con una formula che a Calenda potrebbe sembrare provocatoria: definisce questa edizione la Biennale della tregua. Il concetto è semplice: l’arte dovrebbe essere uno spazio di dialogo, non uno strumento di guerra; “Chiusure e censure restano fuori dall’ingresso“, dichiara. Apriti cielo! Il progetto del padiglione russo viene affidato alla curatrice Anastasiia Karneeva, imprenditrice culturale con legami nel mondo diplomatico russo: il fatto che abbia rapporti professionali con la famiglia del ministro degli esteri russo Sergey Lavrov scatena immediatamente il caso politico; dietro l’operazione culturale compare anche il nome di Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale per la cooperazione culturale internazionale.

Per molti governi europei, è troppo; tra questi, anche il nostro: la Meloni prende le distanze dalla scelta della Biennale attraverso il suo ministro della cultura, Alessandro Giuli, che interviene con un videomessaggio durante la presentazione del Padiglione Italia curato dall’artista Chiara Camoni. Il fascistello Giuli dichiara testualmente: “L’arte è una delle migliori espressioni di un popolo ed è libera quando è libero il governo del suo Paese. Non si può dire lo stesso delle autocrazie, dove l’unica arte libera è l’arte dissidente. L’arte russa oggi è calpestata dalla Russia che da oltre quattro anni ha invaso i confini, le case e la libertà dell’Ucraina“. Applausi in sala. La risposta di Buttafuoco arriva poco dopo, e sembra una risposta a chi ha poco chiaro il significato di libertà artistica; il presidente della Biennale rivendica l’autonomia dell’istituzione veneziana ricordando che la manifestazione esiste proprio per creare uno spazio di incontro tra culture diverse: “Questa diversità di posizione conclama l’autonomia di una istituzione che da 130 anni costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso“ dichiara.

E’ uno scontro politico vero e proprio: adesso, 22 Paesi europei firmano una lettera di protesta contro il ritorno del padiglione russo alla Biennale; tra i firmatari compaiono Francia, Germania, Spagna, Svezia, Belgio, Polonia e, naturalmente, l’Ucraina. La lettera parla di profonda preoccupazione per la possibilità che la Russia utilizzi l’evento artistico per ottenere una forma di legittimazione internazionale. Viene evocato il rischio di whitewashing dei crimini di guerra. Anche la Commissione europea entra direttamente nella partita: la vicepresidente Henna Virkkunen e il commissario europeo alla cultura Glenn Micallef ricordano che la Biennale riceve finanziamenti comunitari e lasciano intendere che questi fondi potrebbero essere messi in discussione – in totale circa due milioni di euro. Una pressione politica esplicita; un ricattuccio bello e buono: l’Ue non riesce a mettersi d’accordo su energia, bilancio o politica industriale, ma, improvvisamente, si scoprono unità perfette quando si tratta di fare la guerra. Repubblica parla di una unità sorprendente dei Paesi; in realtà, non c’è nulla di sorprendente: è la logica del doppio standard. Quando dobbiamo combattere gli sporchi slavi, i neri o i musi gialli, la risposta occidentale non riguarda solo la politica o l’economia: riguarda anche la cultura ed ogni altro ambito. Quando gli Stati Uniti o i loro alleati sono coinvolti in conflitti militari, si può anche non essere d’accordo, si può anche prendere le distanze, ma la dimensione culturale rimane intoccabile: lo ha spiegato bene il primo ministro spagnolo in questo discorso.

La guerra in Iran è sbagliata, ma l’ammirazione per la società americana rimane invariata e assolutamente non contestabile: nessuno proporrà mai di chiudere il padiglione americano alla Biennale; nessuno parlerà mai di bandire Hollywood dai festival europei; nessuno chiederà mai di cancellare i concerti dei rockettari americani. E noi, alla fin fine, ne siamo pure felici perché, a differenza della von der Leyen, a noi appare difficile difendere la libertà vietando quello che non ci piace. La Biennale del 2026 doveva essere la Biennale della tregua; nel giro di pochi giorni, è diventata la Biennale dell’ipocrisia occidentale, e la cosa più incredibile è che una parte importante del dibattito mediatico non mette in discussione questo meccanismo: lo celebra. Ma non Ottolina Tv! Aiutaci a costruire un media libero e indipendente:  sostieni la campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non sostiene è Mario Orfeo

Tags: alessandro giulibiennale della treguabiennale di veneziadoppio standardgiorgia meloniguerraipocrisia occidentaleovo sodduovosoddurepubblicarepubblichinarussiaue
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