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Tag: repubblica

I paesi della NATO si stanno preparando a dichiarare guerra alla Russia?

Lunedì 26 febbraio. Dopo l’ennesima disfatta ad Adviivka e la situazione drammatica su tutto il fronte ucraino, una ventina di leader europei in preda al panico si riuniscono a Parigi; ad aprire le danze è, ovviamente, il sempre pimpantissimo Manuelino Macaron: gli ultimi avvenimenti, ricorda, sono “un campanello d’allarme” e richiedono “decisioni forti”. Dobbiamo discutere insieme “come possiamo fare di più, sia in termini di supporto finanziario, sia in termini di supporto militare”: da che pulpito, avranno pensato dal pubblico; “Nonostante i propositi, infatti” sottolinea con un velo di ironia Politico “la Francia è stata la prima a non aver fatto la sua parte in termini di armamento di Kiev. Mentre i dati del Kiel Institute mostrano che la Germania ha dato 17,7 miliardi di euro all’Ucraina, e la Gran Bretagna 9,1 miliardi di euro, la Francia infatti ha fornito solo 635 milioni di euro”. Ma il bello doveva ancora arrivare; come ormai saprete abbondantemente tutti, a fine conferenza – infatti – il pimpante Macaron ha optato per il colpo di scena e ha messo sul tavolo il suo carico da 11: l’invio di truppe occidentali in Ucraina, ha dichiarato alla stampa, “non può essere escluso”. Non c’è stato “nessun accordo questa sera per inviare ufficialmente nostre truppe sul campo, ma non possiamo escludere niente” perché “faremo tutto quello che possiamo per impedire alla Russia di vincere questa guerra”; s’è svegliato prestino, diciamo: “Le dichiarazioni di lunedì” ha sottolineato la stessa Agence France-Presse “sembrano rappresentare una svolta per Macron, che per molti anni ha cercato di posizionarsi come principale mediatore tra Russia e Ucraina”. Come si spiega? Il nostro Francesco Dall’Aglio un’ideina se l’è fatta: “Macron” sottolinea il Bulgaro “rappresenta solo sé stesso, i suoi amici e l’industria bellica francese, tutti abbastanza inviperiti con la Russia non perché ha invaso l’Ucraina, ma perché ha cacciato la Francia dall’Africa Centrale”.
La linea morbida adottata da Macron sin dall’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina nei confronti di Putin era infatti giustificata dal tentativo di contenere il ruolo della Wagner nel Sahel sconvolto dai colpi di stato patriottici in Mali, nel Burkina Faso e, più avanti, in particolare nel Niger, fondamentale fornitore di uranio a basso costo per l’industria nucleare francese, un errore di prospettiva direttamente riconducibile alla cultura profondamente suprematista e coloniale del pimpante Macaron e del suo entourage: i golpe patriottici, infatti, non sono farina del sacco di Putin o di Prigozhin, ma gli esiti inevitabili della potente ondata anticoloniale che sta attraversando tutta l’area, dal Congo al Senegal. Il ruolo della Russia e, in particolare, della Wagner prima e ora l’Africa Corps, è consistito e consiste fondamentalmente nel garantire ai paesi liberati una sponda affidabile nel caso di reazioni militari da parte dell’ex occupante coloniale che, nel frattempo, è stato costretto a desistere e ha registrato l’ennesima clamorosa sconfitta su tutta la linea: dopo aver minacciato un intervento militare vero e proprio per rovesciare gli esiti del golpe patriottico in Niger attraverso l’ECOWAS, a 7 mesi di distanza la Francia non solo ha dovuto rinunciare a ogni sogno di rivalsa con le armi, ma ha dovuto anche ingoiare la fine di ogni ostilità; sabato scorso, infatti, il presidente della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale ha annunciato la sospensione delle sanzioni economiche introdotte nei confronti del Niger subito dopo il rovesciamento popolare del governo del presidente filo occidentale Mohamed Bazoum. “Lo smantellamento di tutte le principali sanzioni” ricorda Deutsche Welle “comprende la riapertura delle frontiere terrestri e aeree tra il Niger e gli Stati membri dell’ECOWAS, nonché la revoca della no-fly zone per i voli commerciali da e per il Niger”; insomma: nuovo ordine multipolare 1, vecchio ordine neocoloniale 0, palla al centro e, per Parigi, l’espulsione totale e definitiva dal torneo. Non gli rimangono che i bluff: “In questo braccio di ferro con la Russia” avrebbe affermato lo storico militare francese Michel Goya ad Agence France-Presse “non puoi fermarti davanti a nulla, questa è una partita di poker”; peccato che le fiches di Macron siano i nostri quattrini, e anche la nostra sicurezza.
D’altronde, non è certo l’unico a puntare alla cazzo di cane col culo degli altri; è quanto aveva denunciato prima del summit di Parigi il neo presidente slovacco Robert Fico, che è salito al potere pochi mesi fa proprio grazie alla sua opposizione a qualsiasi forma di escalation del conflitto: “Diversi membri della NATO e dell’Unione Europea” ha dichiarato alla stampa “stanno valutando la possibilità di inviare soldati in Ucraina su base bilaterale”. Secondo quanto riportato da Reuters, Fico avrebbe anche affermato di intravedere il rischio di un’escalation, ma di non poter rivelare altre informazioni al pubblico: “L’annuncio di Macron” sottolinea Agence France-Presse, contribuirà “solo a rafforzare la narrativa del Cremlino secondo cui la Russia sta lottando per la sopravvivenza contro le truppe di Kiev appoggiate dalla NATO in Ucraina” “e” sottolinea Fyodor Lukyanov, capo di uno dei think tank più autorevoli di Mosca, “darà alla Russia lo slancio per inasprire ulteriormente la sua posizione, intensificare la sua retorica nucleare e aumentare la dipendenza dalla deterrenza nucleare come mezzo di risposta”. Insomma: anche a questo giro cosa mai potrebbe andare storto?

Il pimpante Macaron

Le parole del pimpante Macaron a fine summit non sono state accolte proprio calorosamente, diciamo: “Ciò che è stato concordato tra noi fin dall’inizio vale anche per il futuro” ha dichiarato alla stampa un Olaf Scholz visibilmente irritato; “vale a dire che non ci saranno truppe di terra, né soldati inviati sul territorio ucraino dai paesi europei o dai paesi della NATO, e che i soldati schierati dai nostri paesi non prendono parte attivamente alla guerra”. Gli fa eco da Praga il vecchio nuovo presidente polacco, Donald Tusk, che – in una evidente frecciatina alla postura tutta chiacchiere e distintivo dell’Eliseo – sottolinea come “Se tutti i paesi dell’UE fossero impegnati in Ucraina allo stesso livello della Polonia e della Repubblica Ceca, probabilmente non avremmo bisogno di parlare di altre forme di aiuto”. Macron resta solo titolava a 4 colonne La Stampa ieri; “Non vogliamo uno scontro con l’esercito russo” ha dichiarato Tajani: “l’Ucraina si difende con armi e aiuti”. Il punto però, ovviamente, è che questa strategia ad oggi non sta funzionando proprio benissimo: dopo la rovinosa debacle di Adviivka infatti, sottolinea ad esempio Simplicius sulla suo profilo Substack, “l’avanzata precipitosa delle forze russe continua, con la caduta di altri territori che funge potenzialmente da catalizzatore per alcune escalation da panico”. Le forze armate ucraine hanno confermato martedì la caduta prima del piccolo villaggio Lastochkino e, poi, l’avanzata verso Tonenke, ad ovest di Adviivka; Simplicius riporta poi l’avanzata anche verso un terzo villaggio, quello di Orlovka. L’ultrà NAFO Julian Roepcke, inviato di Bild, sottolinea come “L’esercito ucraino continua a non riuscire a stabilizzare il fronte ovest di Adviivka. Sieverne è il terzo villaggio strategico a cadere nell’arco di una settimana. E’ ancora ignoto dove (e se) l’Ucraina abbia stabilito una seconda linea difensiva a ovest di Adviivka”; “Non ci sono parole” ha rilanciato Yuri Butusov, noto falco russofobo: “qui a Kiev il comandante in capo supremo dice una cosa, ma al fronte sta accadendo qualcosa di completamente diverso. Oltre Avdiivka fino ad oggi non sono state costruite linee di fortificazioni. Ho visto i nostri soldati nelle buche in mezzo a un campo attaccati dai droni russi”.
Per fermare l’avanzata, sottolinea Simplicius, sono riapparsi anche gli Abrams, ma non è stato esattamente un successone: qui si vede l’Abrams muoversi e qui, invece, non si muove più , “La prima distruzione di un Abrams pienamente confermata nel conflitto”. Ed ecco, così, che ai microfoni di Deutsche Welle Oleksandra Rada, presidente della commissione speciale temporanea parlamentare sul monitoraggio delle forniture di armi all’Ucraina, ha dichiarato apertamente che “Adviivka è solo un anticipo di cosa diventerà l’Ucraina. Dopo Adviivka sarà il turno di Kupyansk, e sfortunatamente dopo arriverà quello di Kharkiv, che è la seconda città dell’Ucraina. E siamo perfettamente consapevoli che se perderemo Kupyansk, che è uno snodo ferroviario fondamentale, sfortunatamente ci sono molte probabilità di perdere anche Kharkiv”; ora, ovviamente, queste dichiarazioni sono tutt’altro che disinteressate: l’obiettivo, esplicitamente e legittimamente, è semplicemente quello di spingere per l’arrivo di nuovi aiuti per continuare a combattere ancora un po’ e, al limite, quando continuare a combattere diventerà palesemente inutile, continuare comunque a fregarsi un po’ di quattrini per consolarsi dopo la capitolazione. Il punto, comunque, rimane: la disfatta è più ampia e più rapida di ogni più pessimistica previsione e l’Occidente collettivo è in preda al panico; e quindi hai voglia te di fare il pompiere per screditare le affermazioni di Macron… D’altronde, screditare Macron, di per se, è sempre cosa giusta (e anche facile); ciononostante, rimane comunque il fatto che – come sottolinea giustamente Quirico – “Le parole del leader francese ci dicono che un coinvolgimento diretto non è più un tabù” o, perlomeno, non è più un tabù parlarne apertamente.
In realtà, ovviamente, uomini dei paesi NATO in Ucraina ci sono sin dall’inizio della guerra, che non risale a due anni fa – come affermano gli Iacoboni di tutto il mondo uniti nel disagio – ma a 10 e, con buona pace di tutti i propagandisti, ormai ad affermarlo chiaramente si sono arresi pure i media mainstream: “Per più di un decennio” scrive il New York Times in un lungo e importante articolo del 25 febbraio scorso, “gli Stati Uniti hanno coltivato una partnership segreta a livello di intelligence con l’Ucraina che ora è fondamentale per entrambi i paesi nel contrastare la Russia”. Il New York Times parla chiaramente di almeno 12 basi segrete dell’intelligence USA al confine con la Russia che hanno promosso una serie infinita di attività, come nel 2016, quando “La CIA ha addestrato un élite di uomini ucraini che avevano il compito di catturare droni russi per consegnarli a tecnici USA in modo da permettergli di decodificarli e violare i sistemi di crittografia di Mosca”; “una relazione così solida” continua il Times “che gli ufficiali della CIA sono rimasti in una località remota nell’Ucraina occidentale anche quando l’amministrazione Biden ha evacuato il personale statunitense nelle settimane precedenti l’invasione russa nel febbraio 2022”. “Durante l’invasione” continua ancora l’articolo “gli ufficiali hanno trasmesso informazioni critiche, incluso dove la Russia stava pianificando attacchi e quali sistemi d’arma avrebbero utilizzato”; “Senza di loro”, avrebbe dichiarato Ivan Bakanov, allora capo della SBU, “non avremmo avuto modo di resistere ai russi o di batterli” (torneremo su questo articolo in un altro video ad hoc a breve).
Intanto, invece, vi volevo sbloccare un altro ricordino: il 20 marzo scorso, infatti, in questo video vi avevamo parlato in un importante articolo pubblicato da Asia Times: l’articolo parlava di un importante incontro che aveva coinvolto decine di alti funzionari dell’amministrazione USA che, sotto la protezione delle regole della Chatham House – che permettono di riportare cosa è stato detto, ma non chi lo ha detto – parlavano già chiaramente del sicuro fallimento della controffensiva futura, di come “L’intero esercito che la NATO ha addestrato tra il 2014 e il 2022 è morto e le reclute vengono gettate nelle linee di battaglia dopo tre settimane di addestramento” e, quindi, di come fosse necessaria “la formazione di una legione straniera di combattenti provenienti da altri paesi per integrare la sempre più ridotta riserva di manodopera addestrata dell’Ucraina”. Nei mesi successivi qualcosa si è mosso e, come ricorda sempre Simplicius, “sappiamo tutti dalle fughe di notizie del Pentagono che il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri hanno già forze speciali nel paese. E recentemente, il colonnello generale russo Rudskoy ha confermato nuovamente che le truppe della NATO sono già nel paese sotto le mentite spoglie di mercenari”; “Tutti sanno che ci sono forze speciali occidentali in Ucraina” avrebbe dichiarato un alto funzionario della difesa europeo; “semplicemente non sono riconosciute ufficialmente”: da questo punto di vista, le parole di Macron avrebbero avuto lo scopo di alimentare quella che viene definita l’ambiguità strategica e rivelerebbe, ancora una volta, il fatto che – commenta Simplicius – “C’è probabilmente una fazione all’interno dello Stato profondo globale che milita per un ingresso forzato della NATO nel conflitto, in un modo o nell’altro” e prima ancora di conoscere gli sviluppi di ieri, Simplicius anticipava “Il casus belli potrebbe arrivare proprio dalle tensione in Moldavia per la questione Transnistria”.

Maia Sandu

Qualche giorno fa, infatti, l’analista politico Hans Hartmann aveva dichiarato pubblicamente che la premier moldava ultra – atlantista Maia Sandu “”avrebbe dato il via libera” per risolvere la questione della Transnistria con la forza “settimane fa”: la questione Transnistria è tornata a surriscaldarsi da quando, nel 2022, l’Ucraina ha deciso di chiudere il confine; da allora tutte le merci, per raggiungere la Transnistria, devono necessariamente passare dal territorio controllato da Chisinau e, come ricorda l’agenzia di stampa russa TASS, “Tiraspol ha accusato Chisinau di sfruttare la posizione vulnerabile della Transnistria per bloccare la fornitura di beni e per esercitare pressioni su di essa”. Per ieri, quindi, le autorità della Transnistria avevano convocato una specie di assemblea straordinaria plenaria per decidere il da farsi e, nel primo pomeriggio, è arrivata la risoluzione: “Facciamo appello al Consiglio della Federazione e alla Duma di Stato della Federazione Russa, chiedendo misure per proteggere la Transnistria di fronte alla crescente pressione della Moldavia”; “Queste denunce” scrive giustamente il New York Times, ricordano da vicino “quelle avanzate a suo tempo dalle regioni ucraine orientali di Donetsk e Luhansk”, ma il New York Times evita accuratamente di trarre qualche lezione dalla tragica vicenda del Donbass e incornicia il tutto in un modo che non fa prospettare niente di buono. Secondo il Times, infatti, le due repubbliche del Donbass “sostenute dalle truppe russe e da ufficiali dell’intelligence, si sono dichiarate Stati separati nel 2014 e hanno contribuito a fornire un pretesto per l’invasione russa del 2022”; nella ricostruzione del Times, quindi, 8 anni di guerra ucraina contro le province ribelli del Donbass, con le migliaia di morti e le sofferenze che hanno causato, devono essere liquidate con una battutina e l’importante, ora, è replicare esattamente lo stesso identico film nella speranza di poter allargare la guerra fino all’ultimo moldavo – dopo aver esaurito gli ucraini.
Oggi, comunque, sulla questione sono attese le dichiarazioni ufficiali di Putin alla Duma; nonostante le tensioni e la propaganda dei suprematisti, la situazione – al momento – comunque sembra ancora abbastanza sotto controllo: gli ultra – atlantisti più sfegatati nei giorni scorsi, infatti, avevano diffuso notizie infondate sulla volontà della Transnistria di richiedere direttamente una sorta di annessione a Mosca. La risoluzione dell’assemblea plenaria scongiura questa escalation diplomatica e getta acqua sul fuoco chiedendo l’intervento anche del parlamento europeo e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa per prevenire ogni ulteriore escalation tra le due capitali “e contribuire a rilanciare un dialogo a pieno titolo tra le sponde del Dniester”, e cioè il fiume che – appunto – separa la Transnistria dalla Moldavia; una ricerca di dialogo che, come per il Donbass, la propaganda suprematista del Times cerca di screditare in ogni modo: “I notiziari russi” scrive infatti il sempre pessimo Andrew Higgins “hanno citato Vadim Krasnoselsky, il presidente dell’enclave, che avrebbe chiesto aiuto a Mosca perché contro la Transnistria viene applicata una politica di genocidio”. Simili affermazioni incendiarie e prive di prove continua Higgins, “sono state avanzate per anni da rappresentanti russi nell’Ucraina orientale e utilizzate da Mosca per giustificare la sua invasione del 2022”. Aridaglie, limortaccisua: evidentemente, nonostante le disastrose notizie dal fronte, i pennivendoli di regime non sono usciti rinsaviti nemmeno da due anni di bagno di realtà; la speranza è che almeno i vertici militari dell’Occidente collettivo vivano in un mondo un po’ meno incantato.
Il punto, infatti, alla fine molto banalmente è – come si chiede Kenton White su Asia Times – “La NATO sarebbe davvero pronta per la guerra?” Steadfast defender, l’imponente esercitazione che da gennaio coinvolge tutti i 31 stati dell’alleanza e che “mira a migliorare le capacità e la prontezza della difesa collettiva dell’alleanza, con la più grande esercitazione dai tempi di Reforger nel 1988” rappresenta senz’altro un’imponente prova di forza, ma il problema più significativo che la NATO si trova ad affrontare, sottolinea White, “non è lo schieramento delle truppe di cui dispone, ma il loro rifornimento”: come infatti “è stato dimostrato dagli sforzi volti a fornire attrezzature e munizioni all’Ucraina”, continua White, “la NATO non ha né le scorte né la capacità produttiva per alimentare una lunga guerra moderna”; in sostanza, sostiene White, la “NATO ha pianificato da tempo quella che è conosciuta come una guerra come as you are”, che si può tradurre un po’ con metti indosso quel che capita, “il che significa che ha la capacità di combattere solo fino a quando durano le attrezzature e le forniture. Per questo motivo la strategia della NATO è sempre stata, in caso di conflitto, quella di portarlo a conclusione il più rapidamente possibile”. Indossare quel che capita, però, quando l’appuntamento è con una superpotenza militare, potrebbe non essere esattamente la scelta vincente: come ha affermato al Forum sulla sicurezza di Varsavia dello scorso ottobre l’ammiraglio olandese Rob Bauer, “L’economia just-in-time e just-enough che abbiamo costruito diligentemente negli ultimi 30 anni nelle nostre economie liberali va bene per molte cose, ma non per le forze armate quando c’è una guerra in corso”; per la guerra servono i grandi volumi e la pianificazione: in una parola, serve il socialismo. Invece che i discorsi a vanvera e i tira e molla a favore di telecamere, i leader europei dovrebbero piuttosto interrogarsi su questo: quanto socialismo sono disposti a introdurre nell’economia per provare a non essere selvaggiamente umiliati sul campo di battaglia? Il resto sono chiacchiere e la risposta, per adesso, non è certo delle più incoraggianti: mentre in Borsa i titoli delle aziende belliche europee, infatti, prendevano il volo – con Rheinmetall, giusto per fare un esempio, che in 2 anni ha quadruplicato il valore delle sue azioni – la capacità produttiva reale dell’Europa non si muoveva di un millimetro. Risultato? Vorrebbero discutere del coinvolgimento diretto della NATO, ma per raggiungere il misero obiettivo del milione di munizioni da fornire all’Ucraina, dopo un anno sono costretti a fare una cordata per provare ad andarsele a comprare in giro per il mondo, dall’India al Sudamerica, riempiendo così le tasche pure di potenziali avversari e pagandole una fortuna. Se se ne stessero a casina a compiacersi per le cazzate che scrive il New York Times sarebbero più felici e farebbero meno danni.
Contro la fuffa dei guerrafondai che poi la guerra manco sono capaci di farla, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che stia dalla parte della pace e che ci aiuti davvero a capire come farla. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è il pimpante Manuelino Macaron

RAND CORPORATION: ecco perché un eventuale conflitto a Taiwan sarà per forza nucleare

Le teorie della vittoria delle forze armate USA per una guerra con la Repubblica Popolare Cinese
Archiviata definitivamente l’utopia concreta delle democrazie moderne che, come recita la nostra Costituzione, ripudiavano la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, il problema non è più se fare la guerra o meno, ma molto più banalmente che tipo di guerra fare per ottenere quali obiettivi: da questo punto di vista, il dettagliato rapporto di oltre 40 pagine recentemente pubblicato dalla solita Rand Corporation, più che per ciò che svela su quale potrebbe essere l’approccio USA alla questione taiwanese, è illuminante per quello che svela con candore sulla psicologia dei pericolosi sociopatici che, di mestiere, consigliano alle massime sfere delle forze armate e delle amministrazioni di ogni colore il da farsi; “Gli autori di questo paper” si legge subito nell’abstract “illustrano come gli Stati Uniti possono prevalere in una guerra limitata con la Repubblica Popolare di Cina, evitando catastrofiche escalation”. Insomma: combattere e vincere sì, ma con moderazione; dov’è che l’ho già sentita? Ma state tranquilli: ormai i tempi sono cambiati e, ormai, parlare di guerra nucleare non è più tabù; moriremo, certo, ma un po’ più consapevoli. Il rapporto, infatti, non lascia molti margini alla fantasia: nel caso gli USA rilancino il cambio radicale di politica nei confronti di Taiwan adottato durante l’amministrazione Biden e culminato, nell’agosto del 2022, con la missione criminale di Nancy Pelosi sull’isola, evitare il conflitto sarà sempre più impossibile; il conflitto tra grandi potenze non potrà che essere prolungato e sempre più cruento, e che un conflitto prolungato e cruento tra grandi potenze non sfoci nel ricorso al nucleare è puro wishful thinking privo di fondamento. Cosa mai potrebbe andare storto?

“Le guerre sono molto più semplici da iniziare che da finire” sottolinea il rapporto della Rand Corporation, anche perché definire esattamente cosa significa vincere una guerra è più complicato di quanto non sembri; un problema che da 30 anni a questa parte gli USA – sostiene il rapporto – non si sono dovuti porre: qualsiasi fosse l’esito sul campo, infatti, dalla Serbia all’Iraq il rischio di ripercussioni in casa era sostanzialmente pari a zero, ma con “una guerra contro una grande potenza dotata di armi nucleari” la storia cambia completamente e quindi, nel caso di un conflitto con la Repubblica di Cina, “gli USA hanno bisogno di avere una visione chiara fin dall’inizio di come pensano di poter porre termine a un conflitto ottenendo vantaggi politici mentre evitano una potenziale escalation catastrofica”. Insomma: gli USA hanno bisogno di quella che, in termini scientifici, viene definita una teoria della vittoria e che, in soldoni, consiste nell’“identificare le condizioni alle quali il nemico accetterà la sconfitta, e quindi pianificare come modellare il conflitto in modo da creare quelle condizioni”; una buona teoria della vittoria, sottolinea il rapporto, deve avere “obiettivi politici chiari, deve essere concisa, prendere in considerazione le reazioni del nemico, sia militari, che politiche, e anche come reagiranno gli altri paesi coinvolti”. Elaborare una buona teoria della vittoria, continua il rapporto, è fondamentale perché “Le scelte che gli Stati Uniti fanno oggi influenzeranno quali teorie della vittoria saranno praticabili tra un decennio”; “Le modifiche delle capacità militari” sottolinea infatti Rand “richiedono tempi lunghi, e gli Stati Uniti si ritrovano ad affrontare limiti delle risorse disponibili che rendono impossibile investire equamente in tutte le opzioni possibili senza determinare una mancanza delle risorse disponibili per la scelta strategica più adeguata”. Ma non solo: elaborare una buona teoria della vittoria in tempo di pace è fondamentale per preparare le alte cariche delle forze armate e dell’amministrazione a essere in grado di fornire alla future presidenze consigli tempestivi adeguati qualora la deterrenza fallisse e scoppiasse improvvisamente il conflitto; “Viste le conseguenze del possibile ricorso all’arsenale nucleare o anche solo di attacchi convenzionali diffusi contro la Patria, alti ufficiali e funzionari devono essere consapevoli dei diversi rischi che le diverse teorie della vittoria comportano, per fornire i consigli migliori possibile al presidente. Non riuscire a centrare un equilibrio efficace tra il desiderio di ottenere un successo operativo e l’imperativo di gestire l’escalation con armi nucleari da parte dell’avversario rappresenta una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti”.
Si tratta, quindi, di capire come condurre una guerra in grado di raggiungere determinati obiettivi politici evitando il ricorso alla possibilità della mutua distruzione reciproca: per farlo “è essenziale stabilire obiettivi politici limitati”; l’era delle vittorie totali, se mai è esistita, sembrerebbe tramontata per sempre. Nel caso specifico di Taiwan, ad esempio – specifica il rapporto – “gli Stati Uniti potrebbero definire in modo restrittivo il proprio obiettivo politico nei termini di prevenire la possibilità che la Repubblica Popolare di Cina riesca ad imporre un controllo fisico totale di Taiwan, senza che la Repubblica Popolare sia comunque costretta a riconoscere l’indipendenza dell’Isola”. Per meglio schematizzare queste diverse gradazioni possibili di vittoria, il rapporto ricorre a una scala che va dalla distruzione alla vittoria totale: con vittoria totale si intende la vittoria che “consente al vincitore di dettare i termini della pace unilateralmente, anche se tali termini violano gli interessi vitali della parte sconfitta”, come ad esempio è avvenuto nei confronti di Germania e Giappone nella seconda guerra mondiale. Questo tipo di vittoria però, sottolinea il rapporto, “contro una grande potenza nucleare, semplicemente non è plausibile, perché caratteristica distintiva dell’era nucleare è proprio che anche la parte perdente, anche se le forze convenzionali sono state totalmente annientate, è ancora in grado di annientare il vincitore”. Una vittoria limitata, invece, implica il raggiungimento di obiettivi politici limitati, inferiori rispetto a quelli ai quali il vincitore ambirebbe se avesse il controllo completo sui termini della pace; questo, ad esempio – specifica il rapporto – è quello che ha ottenuto la Gran Bretagna nella guerra delle Falkland contro l’Argentina, alla fine della quale “la Gran Bretagna ha riguadagnato il controllo delle isole, ma il regime argentino è sopravvissuto al conflitto e non ha rinunciato alle sue rivendicazioni politiche sulle isole”. Una sconfitta limitata, invece, è l’esatto inverso di una vittoria limitata, come un’ampia sconfitta è l’inverso delle vittoria totale. Rand aggiunge poi un’ulteriore gradazione, e cioè la distruzione, che “va oltre la sconfitta più ampia e comprende la completa distruzione dei fondamentali di una società”, come successe a Cartagine durante la terza guerra punica. Ora, ribadisce Rand, proprio a causa della sproporzione dei contendenti nelle guerre combattute negli ultimi 30 anni, “I leader statunitensi si sono abituati a perseguire obiettivi massimi e combattere in modi che sarebbero estremamente pericolosi in un conflitto tra grandi potenze”, “ma se pensiamo a un conflitto tra USA e Cina nel 2030, il quadro appare completamente diverso”.
Riassumendo una mole imponente di letteratura scientifica sulla strategia militare, Rand ha elencato 5 teorie della vittoria che hanno attraversato il dibattito dei decision makers lungo tutta la storia: la prima viene definita dominanza e consiste nell’”uso della forza bruta per annichilire fisicamente il nemico, incapace di continuare a resistere”; “Questa teoria” sottolinea Rand “ha il fascino della semplicità, ma richiede – appunto – significative asimmetrie di potere, che non sono pensabili nel conflitto tra USA e Cina, e in generale quando ad essere coinvolte sono comunque due potenze nucleari”. La seconda viene definita negazione e consiste nel “convincere il nemico che è improbabile che riesca a raggiungere i suoi obiettivi, e che ulteriori combattimenti non potranno modificare sostanzialmente la situazione”: nel caso del conflitto tra USA e Cina su Taiwan, questo sostanzialmente significherebbe impedire la conquista militare dell’isola da parte della Cina “ad esempio mediante l’interdizione della possibilità del ricorso alle forze aeree e marittime”. La terza viene definita svalutazione e consiste nel “convincere il nemico che anche se riuscisse a raggiungere i propri obiettivi, i benefici sarebbero molto inferiori di quanto inizialmente stimato”; per capire di cosa stiamo parlando, Rand ricorre a un esempio che arriva dal mondo dell’economia, e cioè quando le “aziende si auto – sabotano, ad esempio indebitandosi ulteriormente o svendendo alcuni asset di valore per diventare meno appetibili per un eventuale acquisizione ostile”: nel caso di Taiwan, ad esempio, alcuni analisti hanno suggerito che questo obiettivo potesse essere raggiunto minacciando l’eventuale distruzione totale delle fabbriche del leader mondiale dei microchip TSMC, ma Rand mette in guardia da questo tipo di considerazioni e sottolinea come “non abbiamo individuato misure militari che potrebbero ridurre significativamente l’attaccamento politico della Repubblica Popolare di Cina alla questione taiwanese”, senza considerare il fatto che – in questo caso – anche “Taiwan stessa, probabilmente, si opporrebbe fortemente a tali azioni” e che “distruggere gli interessi vitali dello Stato in difesa del quale ti sei mobilitato” rappresenterebbe, nella migliore delle ipotesi, “una vittoria di Pirro”. La quarta teoria della vittoria viene denominata del rischio calcolato e consiste nel “convincere il nemico a smettere di combattere minacciando una qualche forma di escalation”; in particolare ovviamente, si tratta della minaccia nucleare: “La sfida principale in questo caso” sottolinea però Rand, è “che quando siamo di fronte a un avversario che può ricorrere alla stessa arma, il rischio di escalation aumenta deliberatamente”. La teoria del rischio calcolato, in soldoni, è “una competizione a chi si assume più rischi e persegue la sua strategia con più risolutezza” e, in questo caso, la Cina per Taiwan potrebbe essere decisamente più tollerante ai rischi di quanto non lo siano gli USA stessi. La quinta e ultima teoria della vittoria, invece, viene definita dei costi militari e consiste nel convincere l’avversario che “i costi della continuazione della guerra superano i benefici”; una ipotesi che rientra in questo ambito ed è particolarmente popolare tra gli analisti e gli strateghi a stelle e strisce è quella che prevede “il blocco a distanza del commercio marittimo della Cina in punti di strozzatura come lo stretto di Malacca”. Rand, però, sottolinea come la teoria dei costi militari, per essere realmente efficace, deve soddisfare 3 requisiti fondamentali e, soprattutto, “in primo luogo, gli Stati Uniti devono trovare un punto debole sufficientemente prezioso da influenzare il processo decisionale dell’avversario, ma non così prezioso da risultare inaccettabile e quindi condurre a un’escalation”. Dopo questa lunga disamina introduttiva, il verdetto di Rand è che l’unica opzione realistica è la teoria della negazione, ma è tutt’altro che una passeggiata: “Una valutazione completa della fattibilità concreta della negazione va oltre gli scopi di questo paper” sottolinea RAND, ma quello che è certo è che “Tendenze sfavorevoli nell’equilibrio militare a tre tra la Repubblica Popolare, Taiwan e gli Stati Uniti nel tempo hanno reso più difficile garantire il successo di una strategia di negazione”; “La Modernizzazione e l’espansione militare della RPC hanno creato crescenti preoccupazioni nei confronti della capacità delle forze armate statunitensi di scongiurare un’invasione di Taiwan”. Rand ricorda come, ancora nei primi anni 2000, Taiwan sarebbe probabilmente stata in grado di difendersi da un’invasione della Repubblica Popolare anche con un sostegno limitato da parte degli Stati Uniti: all’inizio degli anni ‘10, i rapporti di forza erano già radicalmente modificati e “un assalto anfibio in larga scala non era più inimmaginabile”, ma ciononostante, rimaneva comunque “una scommessa audace e forse folle da parte di Pechino”, ma verso la metà degli anni ‘10 “le valutazioni iniziarono a rilevare carenze crescenti nella capacità delle forze armate statunitensi di contrapporsi a un’invasione”, fino a quando – nelle simulazioni effettuate a partire dal 2018 – “le forze aeree statunitensi hanno cominciato a fallire disastrosamente”. Ciononostante, Rand invita a non perdere la speranza; gli attacchi anfibi infatti, sottolinea, sono estremamente complessi: “La Storia” infatti, sottolinea il rapporto, “suggerisce che, affinché l’invasione abbia successo, l’attaccante ha bisogno del controllo aereo e marittimo locale totale, mentre a chi difende basta negare all’avversario quel controllo, il che è molto più semplice da conseguire”. Inoltre, continua il rapporto, “gli USA hanno un vantaggio significativo nella guerra sottomarina grazie a investimenti decennali”; “Una nostra ricerca”, sottolineano, “ha dimostrato che i sottomarini d’attacco statunitensi sarebbero particolarmente ben posizionati per affondare un gran numero dei trasporti anfibi dell’esercito di liberazione” e su questo non mi esprimo, che non ho elementi. I passaggi dopo, però, mi puzzano di whisfhul thinking da un chilometro di distanza: Rand, infatti, sottolinea come gli USA abbiano anche una grande esperienza con attacchi di precisione da lunga distanza in grado, di nuovo, di colpire i mezzi anfibi, e come inoltre siano in netto vantaggio per quanto riguarda i jet di quarta e, sopratutto, di quinta generazione. C’è un però: sia gli eventuali missili, sia i jet, dovrebbero partire da portaerei o altre imbarcazioni di grandi dimensioni che, per quanto avevo capito io, non sarebbero proprio obiettivi difficilissimi per i cinesi. E, in effetti, lo ricorda anche Rand: “La capacità della Republica Popolare di attaccare le basi aeree statunitensi” ricorda infatti lo stesso rapporto “è molto cresciuta, il che minaccia di compensare i vantaggi degli Stati Uniti riducendo il numero di sortite possibili”; Rand, d’altronde, ricorda come “Gli USA da questo punto di vista stanno implementando diversi programmi di modernizzazione che cominceranno a dare i loro frutti tra la fine di questo decennio e l’inizio del prossimo”. Dubito però che nel frattempo, invece, l’esercito popolare di liberazione stia a guardare, e dubitano anche quelli di Rand che sottolineano come – se la Repubblica Popolare continuasse ad avere una crescita economia robusta e una certa stabilità interna – le risorse dell’esercito popolare di liberazione aumenterebbero e “la Repubblica Popolare continuerebbe a guadagnare terreno nella competizione militare”; e – a parte quello che scrivono Il Foglio e Rampini – difficile credere che la Cina non continuerà a crescere e la leadership di Xi Jinping ad avere tutto il consenso popolare che le serve.
Di fronte a tutto questo, gli USA potrebbero semplicemente accettare il fatto che “C’è un rischio sempre più grande di fallimento”, ma “Alla fine potrebbe essere nell’interesse degli Stati Uniti accettare un rischio maggiore di una sconfitta limitata su Taiwan piuttosto che coltivare un rischio molto maggiore di escalation nucleare”: si ha come l’impressione che Rand cerchi, in qualche modo, addirittura di fare da pompiere, come se si rivolgesse a funzionari che, presi dall’entusiasmo, non vedono l’ora di menare le mani e, però, non hanno valutato bene il cespuglio di schiaffi che li attende. E la sensazione aumenta andando avanti col rapporto: Rand, infatti, sottolinea come, di fronte a tutte queste difficoltà che la strategia della negazione dovrebbe affrontare, in molti sostengono vada un po’ rafforzata con elementi mutuati dalla strategia sui costi militari. Il rapporto, però, sottolinea come deviare alcune risorse per perseguire la teoria della vittoria dei costi militari aumenterebbe ulteriormente il rischio di fallimento della strategia della negazione: “Usare bombardieri pesanti per imporre costi militari, ad esempio, potrebbe deviare queste risorse già scarse dalla campagna di negazione”. Un modo realistico per integrare le due strategie piuttosto, sostiene Rand, potrebbe consistere nell’utilizzare navi di superficie, che sono troppo vulnerabili per dare un contributo concreto alle operazioni di negazione vicino a Taiwan per imporre una qualche forma di blocco navale più a largo: per imporre alla Cina di desistere, forse è un po’ pochino e il brodo s’allungherebbe come in Ucraina, e anche a questo giro “Il vantaggio demografico cinese, più la sua ampia base industriale, più la maggior posta in gioco nel conflitto, conferiscono alla Repubblica Popolare capacità e motivazioni più forti di quelle degli Stati Uniti”; d’altro lato, il protrarsi del conflitto “non necessariamente risolverebbe i problemi operativi centrali che deve affrontare l’esercito di liberazione popolare, che essenzialmente consiste nella necessità di trasportare e poi sostenere un ampio numero di forze verso Taiwan”. Secondo Rand, infatti, l’esercito di liberazione popolare ha una capacità di trasporto marittimo relativamente modesta; sicuramente la Cina avrebbe sufficiente capacità di costruzione navale per rifornire con continuità la sua flotta anfibia ma, a conflitto in corso, questi siti produttivi sulla costa sarebbero esposti agli attacchi del nemico.
Insomma, ariecco il caro vecchio pantano e il solito vecchio quesito esistenziale: “Possono, realisticamente, grandi potenze dotate di armi nucleari combattere una guerra lunga, dura e dolorosa senza degenerare verso l’uso del nucleare?” Rand, per prima, nutre qualche perplessità: “C’è una tensione tra, da una parte, il fatto che le guerre tra grandi potenze storicamente tendono a protrarsi nel tempo e, dall’altra, i limiti imposti dall’avvento dell’era nucleare su quanto cruento un conflitto può diventare prima che sfoci inevitabilmente in un’escalation catastrofica”; “La minaccia della mutua distruzione potrebbe scoraggiare l’escalation nucleare, anche se i due schieramenti sono impegnati nelle classiche operazioni di provocazione convenzionale che caratterizzano sempre guerre prolungate, come ad esempio attaccare direttamente la base industriale del nemico e i centri abitati. Teoricamente è possibile che questo timore possa prevenire un’escalation nucleare anche in presenza di attacchi convenzionali su grande scala. Ma, nella pratica, sembra improbabile”. Sembrerebbe perlomeno azzardato, ad esempio, pensare che “la RPC sia abbastanza propensa al rischio da iniziare una guerra con gli Stati Uniti, e allo stesso tempo così avversi al rischio da escludere a priori il ricorso al nucleare anche nel caso venissero minacciati i suoi interessi vitali”; allo stesso modo, se la Repubblica Popolare decidesse di reagire attaccando la base industriale USA con attacchi convenzionali di ampia portata, è “perlomeno plausibile che gli USA considererebbero come minimo l’ipotesi di minacciare una risposta nucleare contro Pechino per fermare gli attacchi”. E visto che il prolungarsi di un conflitto inevitabilmente, a un certo punto, pone una minaccia esistenziale alla parte più in difficoltà, chi sta perdendo ha un incentivo razionale ad azzardarsi a ricorrere a un uso limitato del nucleare, nonostante la possibilità di sfuggire presto di mano: “Con il procedere della guerra, entrambi i lati diventerebbero sempre più pronti ad accettare i rischi mentre cercano un modo per portare un conflitto sempre più costoso verso la fine”.

Il dottor Stranamore

Insomma: quale sia l’esito inevitabile del cambiamento della politica USA nei confronti di Taiwan per ostacolare l’ascesa cinese, gli statunitensi lo sanno benissimo e non si sforzano manco tanto per nasconderlo, a partire dai più guerrafondai tra i think tank; se la palla fosse in mano alle persone comuni la questione non si porrebbe nemmeno. Rimane da capire quanto le oligarchie siano disposte a catapultarci nell’armageddon pur di non vedere per la prima volta il loro conto in banca diminuire un pochino invece che continuare a crescere – come ha fatto invariabilmente negli ultimi 30 anni sulle spalle di tutti noi. Contro la normalizzazione del ricorso all’arma fine del mondo che la propaganda ci sta piano piano tentando di suggerire, sarebbe il caso di risvegliare non dico tanto un qualche senso di giustizia – che magari siamo fuori tempo massimo – ma, almeno, di sopravvivenza sì: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media in grado di raccontare senza peli sulla lingua alla gente comune di che morte hanno deciso che sono destinati a morire se non interveniamo prima di subito. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è il dottor Stranamore

IL CALENDARIO DELL’AVVENTO DELLA POST – VERITA’ Un anno di previsioni mainstream – pt. 1: GENNAIO

4 gennaio 2023, Il Giornale: “Russi in crisi, caos nell’esercito”;
6 gennaio, La Repubblichina: “Putin chiede il cessate il fuoco perché sta perdendo”;
25 gennaio, Il Giornale: “Arrivano i tank, la guerra è a una svolta”;
26 gennaio, La Repubblichina: “Ora l’esercito russo potrebbe sgretolarsi” e “Pechino scarica Mosca”.
Tra debacle ucraina, crisi economica e – per chiudere in bellezza l’anno – lo show in mondovisione della natura genocida della cosiddetta unica democrazia dell’Occidente, per la propaganda suprematista il 2023 è stato un anno decisamente complicato. In vista delle festività natalizie, allora, Ottolina Tv ha deciso di fare un suo personalissimo calendario dell’avvento dove a ogni casellina corrisponderà un video dedicato alle vaccate più incredibili apparse sui principali quotidiani italiani in un determinato mese e, alla fine, invece che la nascita di Cristo si festeggerà la nascita della Nuova Era della Post – Verità: tenetevi forte perché quelle che apparivano chiaramente come puttanate anche lì per lì, ma contro le quali – per prudenza, a suo tempo – abbiamo deciso di non inveire con troppa ferocia, concedendo il beneficio del dubbio, a un anno di distanza assumono chiaramente le sembianze di caricature satiriche esilaranti. Buon avvento a tutti!
Il 2023, in realtà, non si è aperto all’insegna delle magnifiche sorti e progressive della gloriosa guerra per procura dell’Occidente globale contro la Russia in Ucraina. La psyop suprematista che ha inaugurato l’anno della Post – Verità era talmente sconclusionata che l’abbiamo immediatamente rimossa; in ballo c’era la fine delle rigide misure zero covid in Cina che, secondo i nostri sempre obiettivi ed equilibrati media, avrebbe necessariamente causato milioni di morti e riportato il dragone al Medioevo, dal quale – peraltro – ovviamente non era mai completamente uscito. Nonostante la Cina minacci il Mondo Libero, i valori fondamentali di giustizia e di fratellanza che caratterizzano l’Occidente collettivo ci avevano spinto ad offrire al barbaro regime di Xi Jinping una via d’uscita sicura dalla catastrofe: una montagna di vaccini Pfizer a gratis. Ma Xi Jinping – che, come sempre, aveva messo davanti il suo culto per la personalità al benessere del suo popolo – ci aveva rimbalzato: “Il no di Pechino ai vaccini occidentali” titolava Il Giornale; “Xi sacrifica il popolo per salvare la faccia”. “Aprire a Bruxelles” scrive Gian sinofobia portami via Micalessin “significherebbe riconoscere il flop della cura cinese e il disastro della politica covid – zero”.

Il virus SARS-CoV-2

Ovviamente oggi sappiamo che quell’offerta, più che con la generosità della civiltà dell’uomo bianco e “la superiorità scientifica degli USA” – come sottolineava il Giornale – aveva a che fare col fatto che, per due anni, tutto l’Occidente ha lasciato che a dettare la sua politica sanitaria fosse una spregiudicata multinazionale come Pfizer, che ha registrato per due anni profitti record vendendoci una quantità spropositata di vaccini dei quali non sapevamo assolutamente cosa fare; e anche l’annunciato disastro della politica covid – zero che, secondo la propaganda, non aveva fatto altro che rinviare l’appuntamento con la pandemia aggravandolo – dopo aver imposto per due anni inutili misure draconiane a un popolo sostanzialmente schiavizzato – non si è rivelato esattamente conforme alle previsioni: secondo i numeri di Our World in Data aggiornati al 2 dicembre, la Cina – in tutto – avrebbe registrato appena 85 morti ogni milione di abitanti, contro una media di oltre 2700 nell’Unione europea e i circa 3400 degli USA e della Gran Bretagna, ovviamente distribuiti in modo incredibilmente diseguale tra le diverse classi sociali all’interno dei singoli paesi. Il fallimento della politica covid – zero cinese, quindi, sarebbe consistito nel salvare la vita a circa 4,5 milioni di lavoratori mentre, nel frattempo, il prodotto interno lordo cresceva di poco meno del 25%; quello dell’eurozona sarebbe cresciuto dello 0,1%. Un po’ diverso dalle previsioni che Angelo Panebianco, mosso da disinteressato senso civico, aveva deciso di condividere con il pubblico dalle pagine del Corriere della serva quel fatidico 4 gennaio: “è al tempo stesso spaventoso e rassicurante” scriveva “il clamoroso fallimento cinese nella gestione della pandemia. E’ spaventoso” argomentava “per le conseguenze sanitarie: quel fallimento sta facendo ammalare milioni di cinesi e mette tutto il resto del mondo a rischio di una nuova ondata pandemica”. Ma allo stesso tempo – ci risollevava il morale l’umanissimo Panebianco – “è rassicurante per due motivi. Il primo” continuava “è di carattere geopolitico. I teorici dell’inevitabile tramonto dell’Occidente forse si sbagliano”. D’altronde – spiega lucidissimo l’Angelone nazionale – “l’autocrazia ha un prezzo: il prezzo di una rigidità che impedisce ai governanti di fronteggiare sfide impreviste con pragmatismo e capacità di correggere gli errori”. Giuro, scriveva proprio così: la Cina è destinata a fallire perché non è pragmatica. Ma non è tutto; c’è anche un altro motivo per festeggiare perché – scrive con sprezzo per il pericolo Angelo Panesuprematistabianco – “il fallimento cinese dimostra urbi et orbi la superiorità delle società aperte e democratiche rispetto alle autocrazie. Una superiorità molto concreta,” sottolinea “non astratta e ideologica. Il confronto sui risultati concreti è impietoso”.
Insomma, l’anno zero dell’era del ribaltamento radicale della realtà iniziava alla grande, e non solo per questo delirio anti – cinese; sempre il 4 gennaio, infatti, Il Giornale titolava così: “Russi in crisi, caos nell’esercito”, e con l’immancabile Ian ndocojocojo Bremmer che rilanciava dalle pagine de La Stampa: “Mosca non riesce a fermare gli ucraini”. Secondo Bremmer, Putin – ormai – era già nel panico e a un passo da “arrivare a utilizzare tecniche terroristiche” ed era solo l’inizio, perché “con l’arrivo dei sistemi di difesa Patriot” a breve “la capacità russa di rispondere alle controffensive sarà limitata” e quindi, nell’arco di poco, c’era da aspettarsi di poter assistere a qualche grande successo ucraino, addirittura “nell’arco delle prossime settimane”. Ancora aspettiamo.
2 giorni dopo arriva l’ora del Natale ortodosso; Putin, cogliendo l’appello del patriarca Kirill, avanza l’idea di una tregua, e sapete perché? Ma “perché sta perdendo”, ovvio: così titola la sua intervista su la Repubblichina Paolo Mastrolilli, probabilmente – in assoluto – uno dei giornalisti più divertenti viventi. Per l’occasione, Mastrolillo & Greg ha avuto l’intuizione di farci spiegare come funziona il mondo dall’ex comandante della NATO, marchio di garanzia di equilibrio e ricerca spassionata della verità: “Quindi la proposta di Putin è un segnale di debolezza?” chiede Mastrolillo & Greg con quel tono inquisitorio da vero giornalista d’inchiesta di razza; “Assolutamente” risponde Clark “non ci sono dubbi. È chiaro che il Cremlino ha preso l’iniziativa perché è in difficoltà. Ciò segnala solo la sua debolezza, tanto sul fronte ucraino, quanto su quello interno”. Due pagine dopo, a rincarare la dose ci pensa il migliore amico del nostro Francesco Dall’Aglio, il grandissimo esperto di armi e di guerra Gianluca di Feo, che ci mette in guardia: “I timori delle cancellerie” titola. “Dopo le nuove offensive la Russia si sgretolerà”; “Nelle cancellerie del pianeta” ci svela Di Feo “c’è la sensazione che sia scattato un conto alla rovescia”. D’altronde, basta guardare le simulazioni: alcune, un po’ pessimistiche, dicono che ci sarà uno stallo ma il grosso – rivela Di Feo entusiasta – ci anticipano che “sarà Mosca a uscirne peggio, subendo una distruzione di quel che resta del suo potenziale bellico”. A quel punto, però, bisognerà fare attenzione perché “l’avanzata ucraina” sottolinea Di Feo “rischia di far crollare Putin aprendo un’era di instabilità”; da lì in poi, questo sarà uno dei grandi cavalli di battaglia della propaganda suprematista: ormai Putin è finito, però attenzione a menarlo troppo forte perché prima bisogna capire bene come garantire alla Russia una transizione dolce. Un concetto che, il giorno dopo, viene rilanciato da Viviana Mazza sul Corriere della serva: per non correre il rischio di essere accusata di privilegiare interlocutori non esattamente imparziali, come l’ex capo supremo della NATO Clark, la brillantissima Viviana decide di interpellare nientepopodimeno che Anne Applebaum, già premio Pulitzer nel 2004 grazie a Gulag, un originalissimo e coraggiosissimo lavoro di propaganda antisovietica in un periodo in cui erano diventati antisovietici anche i sovietici stessi. Anne, nell’intervista, ammette che a un certo punto, nella primavera scorsa, si era anche quasi rassegnata all’idea che, per chiudere la partita, l’Ucraina dovesse sì – ovviamente – riconquistare tutti i territori perduti a partire dall’invasione, ma magari, per il momento, rinunciare alla Crimea e anche a umiliare Putin obbligandolo a presentarsi davanti a una qualche corte internazionale. Ma, di fronte a tutti questi incredibili successi sul campo dell’Ucraina, “Vittoria per Kiev ormai non significa solo recuperare territori, ma anche ottenere risarcimenti economici e giustizia per i crimini di guerra”: ovviamente questo significa necessariamente “mettere fine al regime di Putin” e questo, però, “in assenza di meccanismi chiari di successione, comporta opportunità, ma anche rischi”. Che Putin ormai stia con le pezze al culo è così eclatante che – come il giorno dopo svela Marco Imarisio sul Corriere della serva – “oltre ai trecentomila coscritti richiamati alle armi lo scorso ottobre se ne aggiungeranno presto molti altri, tra cinquecentomila e un milione”. Ma che dico un milione… un miliardo! Ma che dico un miliardo… un fantastilione di milioni di triliardi!
In mezzo a questa disfatta, però, fortunatamente c’è anche chi trova il tempo per riflessioni più profonde, che vanno oltre gli aridi numeri della cronaca e aprono uno squarcio negli abissi dello spirito umano; a questo giro tocca a Carlo Nicolato, brillante vice caporedattore di Libero. Ad ispirarlo è questa foto:

Vladimir Putin

“Guardate il suo sguardo,” sottolinea Nicolato “il destino segnato in quelle pupille appuntite perse nel nulla”; è un attento osservatore Nicolato, un profondo pissicologo, ma anche un discreto esperto di politica internazionale che ci ricorda come Putin non sia semplicemente ormai “solo e isolato in patria”, come svelano le sue pupille, ma anche “nel mondo, perché anche i suoi alleati lo stanno abbandonando o lo hanno già abbandonato”. L’unica cosa che ancora “resta da capire” – riflette Nicolato – è “se la guerra la perderà sul campo di battaglia, o sul tavolo delle trattative. Resta da capire” cioè, continua Nicolato, “fino a che livello vorrà scendere negli abissi della ignominia e dell’umiliazione”; “ma la sua fine” conclude Nicolato “è già lì in quello sguardo, in quella postura sconfitta in un angolo di una chiesa”. Raga’, questo non è solo grande giornalismo: questa è grande letteratura. A confermare che Putin è stato definitivamente mollato da tutti gli alleati, due giorni dopo ci pensa di nuovo Il Giornale: “Pechino scarica mosca”, titolano. Nella settimana successiva, però, tutta questa ondata crescente di entusiasmo subisce una piccola battuta d’arresto e a la questione ucraina sostanzialmente sparisce dalle pagine della stampa di regime, ma quando una settimana dopo comincia a riapparire, lo fa in grande style: “Kyev, ti armo da impazzire” titola Il Foglio il 18 gennaio; in ballo c’è la fornitura di nuovi carri armati all’ultima moda all’Ucraina che, scrive il Foglio, permetterebbero di “passare dalla resistenza alle forze russe all’espulsione delle forze russe dal territorio ucraino”. E’ solo l’ultima gocciolina di un vaso che trabocca di successi incredibili per l’Occidente collettivo, anche se l’onnipresenza della propaganda putiniana prova, in ogni modo, a screditarli; ed ecco allora che Il Foglio ci propone la sua AGENDA ANTI – CATASTROFISMO. “Le sanzioni?” si chiede retoricamente il Foglio: “Funzionano. L’economia russa? Crolla. Il prezzo del gas? Cala. I consumi? Non si fermano. L’inflazione? Rallenta.” Ma per quanto sia spinto, il premio di titolo della giornata il 21 gennaio per me rimarrà sempre al Giornale: “Altro che democratici” scrive; “sono sempre i soliti comunisti”. Sapete di chi stava parlando? Di Bonaccini. Giuro: manco della Schlein o di Zingaretti, che ovviamente fa ride’; di Stefano Bonaccini, che è un po’ come dare a Berlusconi del bacchettone o a Gasparri dell’intelligente. Comunque al Giornale non sono da premiare solo i titolisti, eh? Per apprezzare in pieno il talento, gli articoli li devi pure leggere; questo, ad esempio, firmato Martina Piumatti (che non sapevo chi fosse ma, ora che l’ho scoperta, non me la lascerò sfuggire più). L’altro giorno, riguardo ad Hamas, ha tirato fuori questa perla: “Godono per i civili morti” ha scritto. Martina però è preoccupata: “non si può più dire niente” scrive “come funziona la dittatura del politically correct”. Ha ragione. Di questo passo non si potrà dire neanche più che i neri hanno il ritmo nel sangue, però – fortunatamente – si potrà continuare a fare un titolo così. “Putin perde consenso. Il collasso della Russia sarà senza precedenti”; ad essere intervistato è Vladimir Milov, che non ha dubbi: “Nessun tentativo dello zar di contrastare le sanzioni” afferma “salverà la Russia da un collasso economico senza precedenti”. La gente lo sa, e infatti il sostegno per Putin di cui parliamo in Occidente, in realtà, è tutta fuffa: “I sondaggi che lo danno oltre il 70%” afferma infatti Milov “nascondono una realtà molto più complessa. Chi è contro” – svela – “non lo dice perché teme per la propria incolumità”. Ma ora che Putin, innegabilmente, sostanzialmente è finito – gli chiede la Piumatti – chi lo sostituirà? Prigozhin? Kadyrov? Macché, dice Milov: “Prigozhin e Kadyrov non hanno nessuna chance. La loro importanza è gonfiata dai media. Nel futuro della Russia è Navalny che può avere un ruolo”. Firmato Vladimir Milov, numero due del partito di Navalny; l’ultimo sondaggio sulla popolarità di Navalny lo dava abbondantemente sotto al 10%: è un po’ come quando Matteo Renzi parla a nome degli italiani, diciamo.
D’altronde, però, si sa: perdere una guerra cambia rapidamente tutto e Putin è incredibilmente vicino a perderla; lo ribadisce il solito Mastrolillo & Greg sulla Repubblichina il 25 gennaio, tramite un’intervista all’affidabilissimo falco neocon Kurt Volcker. “La fornitura dei carri armati” afferma Volcker “può diventare la svolta che metterà Kiev in condizione di vincere la guerra”. Il giorno dopo, sempre su La Repubblichina, è il turno dell’ex capo della CIA David Petraeus che, ultimamente, ha bazzicato parecchio l’Italia perché è un alto dirigente del fondo speculativo KKR e doveva convincere il governo a lasciargli comprare una delle infrastrutture più strategiche del paese – la rete delle telecomunicazioni – e, per farlo, ha puntato tutto sulla credibilità: “Ora l’esercito russo potrebbe sgretolarsi”, ha affermato; “Esiste la possibilità dello sgretolamento o addirittura del collasso delle unità russe”. Insomma: la nostra rete di telecomunicazioni è in ottime mani, direi.

Merchandising bello bello

Tra le cose che stavano per mettere nei guai Putin, il fatto che ormai aveva finito i missili. Due giorni dopo,
Corriere: “Ucraina, tempesta di missili”. Potremmo andare avanti per giorni; ci fermiamo qui per pietà di patria. Ci rivediamo presto con un’altra puntata del nostro calendario dell’avvento dell’era della Post – Verità. Per tutti quelli che, invece, sono eretici di fronte a questa montagna di monnezza, è arrivato il momento di unire le forze e costruire davvero un vero e proprio media che, invece che ai deliri della propaganda suprematista, dia voce al 99%; per farlo – anche di fronte alla censura democratica delle piattaforme che, come ovvio e prevedibile, ci stanno segando le gambe – abbiamo sempre più bisogno del tuo aiuto: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E siccome insieme alla natività dell’era della Post – Verità si avvicina anche quella del Bambingesù, se sei in vena di regali visita il nostro sito e accàttati un po’ di merchandising bello bello!

E chi non aderisce è Paolo Mastrolillo & Greg

Una nuova pandemia in Cina sta colpendo i bambini?

Un “nuovo e misterioso virus cinese” sta facendo preoccupare il mondo, “tra tante fake news e poche certezze”, così titolava ieri Repubblica. Il riferimento è a una polmonite che sta colpendo principalmente i bambini, con ospedali molto affollati in alcune zone della Cina. Ma è davvero così? Ne parliamo in questo video!

“Il mistero del nuovo virus cinese, tra tante fake news e poche certezze”: https://www.repubblica.it/salute/2023…

G20: l’umiliazione dell’unilateralismo e il mondo parallelo dei pennivendoli

Il giornale: G20, ecco la via delle spezie. La regia USA fa fuori Pechino.

La Stampa: un rotta dall’India a Venezia, gli USA danno scacco alla Cina.

Repubblica: Biden e Modi isolano Xi, ecco il nuovo corridoio India – medio Oriente contro la via della seta.

I mezzi di produzione del consenso del partito unico della guerra e degli affari, non hanno dubbi: dopo gli incredibili successi della controffensiva Ucraina, e il definitivo crollo dell’economia cinese, al G20 il nord globale è tornato in grande stile a dettare l’agenda globale. Indiani e sauditi hanno ritrovato il lume della ragione, hanno scaricato le velleità del fantomatico nuovo ordine multipolare, e sono tornati ai vecchi costumi: elemosinare una qualche forma di riconoscimento dall’Occidente globale. I rapporti commerciali con la Cina ormai sono roba da boomer e l’aria fresca di rinascimento che spirava dalle petromonarchie ai tempi di Renzi è tornata a soffiare più forte e ora irradia tutta la sua energia fino al subcontinente indiano.

L’Italia è pronta a raccoglierne i frutti: basta Cina, il futuro parla sanscrito, e se usciamo dalla via della seta non è perché ce lo ha imposto Washington, ma perché guardiamo lontano, laddove lo sguardo di voi complottisti sul libro paga di Putin e Xi, non riuscite manco ad avventurarvi.

Ma siamo proprio proprio proprio sicuri che questa narrazione sia anche solo lontanamente realistica?

“C’è un’immagine che più di tutte testimonia quanto accaduto durante il g20 di Delhi”, scrive Stefano Piazza su La Verità, “il presidente americano joe biden sorridente, stringe la mano al principe ereditario saudita mohammed bin salman insieme al padrone di casa Modi”.

Non ha tutti i torti.

Quella effettivamente è un’immagine decisamente potente. Peccato che simboleggi in modo plateale esattamente il contrario di quello che la propaganda suprematista sta cercando affannosamente di di farci credere. È la prova provata che ormai l’ameriCane abbaia, ma quando poi prova a mordere si accorge che gli mancano i denti, e allora si mette a scodinzolare. Se c’è un Paese che negli ultimi due anni ha dimostrato in modo evidente che il bastone a stelle e strisce non fa più poi così tanto male, infatti, è proprio la petromonarchia saudita. Cinque anni fa, Biden aveva inaugurato la sua campagna elettorale definendo il principe ereditario Bin Salman addirittura un pariah. Ma negli anni successivi, i sauditi non hanno fatto assolutamente niente per compiacere il vecchio alleato, anzi…

Quando è scoppiata la seconda fase della guerra per procura della Nato contro la Russia in Ucraina, nonostante tutti i corteggiamenti, i sauditi hanno evitato sistematicamente di emettere una qualunque parola di condanna.

Quando la Russia ha chiesto all’OPEC+ di tagliare la produzione per tenere alto il prezzo del greggio, i sauditi hanno subito appoggiato l’iniziativa. Biden ha provato a dissuaderli, chiamandoli direttamente al telefono. Non gli hanno manco risposto ed era solo l’antipasto. Grazie alla mediazione cinese, pur di affrancarsi dalle strumentalizzazioni USA, pochi mesi dopo i sauditi sono tornati addirittura ad aprire i canali diplomatici con l’arcinemico iraniano, mettendo così le basi per la fine della pluridecennale guerra per procura in medio Oriente che è sempre stato in assoluto il pilastro fondamentale della politica estera USA per tutta l’area ed oltre. Dopodichè i sauditi hanno finalmente preso atto del totale fallimento dell’intervento USA in Siria, e hanno accolto a braccia aperte il ritorno di Assad nella Lega Araba. Subito dopo hanno inferto un colpo micidiale ad un altro degli assi portanti dell’imperialismo USA: la dittatura globale del dollaro, nata e cresciuta grazie proprio all’adozione incondizionata dei sauditi della valuta a stelle e strisce come unica valuta internazionale, utilizzabile per la compravendita del petrolio. Per scolpire sulla pietra il fatto che questi epocali cambi di posizionamento non fossero solo capricci estemporanei, i sauditi hanno prima aderito alla Shanghai Cooperation Organization, e poi addirittura ai BRICS, addirittura fianco a fianco agli iraniani.

Fino a pochi anni fa, gli USA hanno raso al suolo interi paesi e sterminato centinaia di migliaia di civili a suon di bombe umanitarie per molto, molto meno. Dopo un anno e mezzo di schiaffi a due mani in Ucraina, eccoli invece qua, a stringere mani e a ostentare sorrisoni.

Che uno dice: chissà cos’hanno ottenuto in cambio. Una luccicante cippa di cazzo, ecco cos’hanno ottenuto. Meno di quello che avevano ottenuto a Bali.

La partita ovviamente era quella di strappare di nuovo un’accusa nei confronti della Russia per la guerra in Ucraina.

All’orizzonte”, scriveva Il Giornale Sabato, “il rischio concreto che per la prima volta nella storia di questo forum, nato nel 1999, non si riesca a trovare l’intesa per un comunicato condiviso da tutti i partecipanti”. Per qualche ora, questo è stato il tormentone; sono tutti uniti come un sol uomo nel condannare la Russia, ripeteva fino all’auto convincimento la propaganda, a parte Russia e Cina.

Il più spregiudicato nel raccattare l’ennesima figura di merda, come sempre, è l’infaticabile Mastrolilli su Repubblica: “approfittare delle assenze di Xi e Putin per isolarli allo scopo di contrastare, insieme, la sfida geopolitica epocale lanciata dalle autocrazie alle democrazie”

Gli articoli di Mastrolilli ormai assomigliano sempre di più ai testi prodotti dalle pagine tipo “generatore automatico di post di Fusaro”, o di previsioni di Fassino, che andavano di moda qualche anno fa. Ci infili dentro autocrazia, democrazia, Putin e Xi isolati, mescoli bene, ed ecco pronto l’articolo.

“Putin e Xi”, insiste Mastrolilli, “si sono coalizzati nel rifiutare il linguaggio di Bali. Europei e americani però”, notate bene, “non sono disposti a cedere, e il G20 rischia di chiudersi per la prima volta senza una dichiarazione finale”.

Ci prendessero mai, proprio almeno per la legge dei grandi numeri.

Alla fine infatti, come sapete, il comunicato congiunto in realtà è arrivato in tempi record. Al contrario delle previsioni di Mastrolilli, europei e americani non hanno dovuto semplicemente cedere, si sono proprio nascosti sotto al tavolo: nel comunicato finale non c’è nessun accenno alle responsabilità russe.

In realtà, c’era da aspettarselo; al contrario di Bali, a questo giro Modi di far fare a Zelensky il solito intervento da rock star non ne ha voluto sapere.

Zelensky, persona non grata. Come gli anatemi e i doppi standard del nord globale in declino.

I gattini obbedienti delle oligarchie Occidentali allora si sono messi all’affannosa ricerca di altri specchi sui quali arrampicarsi e l’attenzione non poteva che ricadere sull’unico aspetto che effettivamente suggeriva alcune difficoltà: la misteriosa assenza di Zio Xi.

E via giù di speculazioni acrobatiche. La prima l’avevano suggerita i giapponesi di Asian Nikkei, testata di grande spessore che noi seguiamo da decenni quotidianamente per le analisi economiche, ma che diciamo, ovviamente, non è esattamente del tutto imparziale quando si tratta di Cina.

Un lungo editoriale apparso giovedì scorso, suggeriva che la scelta di Xi di non presentarsi per la prima volta al G20 fosse dovuta a una guerra intestina al partito che vedrebbe i dirigenti più anziani sul piede di guerra contro il Presidente per le difficoltà economiche che il Paese starebbe attraversando. Ma, come ha sottolineato sabato mattina il nostro amico Fabio Massimo Parenti in diretta su La7, in quell’editoriale c’è qualcosa che non torna. L’articolo parla infatti di alcune fonti interne al partito, che ovviamente non è possibile verificare. Rimane però un dubbio: ma davvero ai massimi livelli del partito ci sono dirigenti così smaccatamente antipatriottici da andare a lavare i panni sporchi di casa direttamente nel lavello dell’arcinemico giapponese?

Per carità, tutto può essere. Ma diciamo che una cosa così palesemente antiintuitiva, per essere creduta, avrebbe per lo meno bisogno di qualche prova più tangibile, diciamo.

Macchè!

I nostri media se la sono bevuta tutta d’un sorso senza battere ciglio e il famoso “contesto mancante” a questo giro non li ha dissuasi.

Che strano…

Ma non è stata certo l’unica speculazione. Il fatto di per se, offriva un’occasione più che ghiotta per rilanciare il tormentone che ci aveva già sfrucugliato gli zebedei quando tutta la stampa era alla ricerca di narrazioni fantasy di ogni genere pur di sminuire la portata delle decisioni prese due settimane fa dai BRICS: l’insanabile divergenza tra i diversi paesi del sud globale, a partire da India e Cina.

Ci provano senza sosta da decenni. Prima erano le divergenze tra Cina e Vietnam, poi tra Cina e Russia, poi tra India e Cina. Intendiamoci, le divergenze ci sono eccome e lo ricordiamo sempre: è abbastanza inevitabile quando si ha a che fare con Paesi sovrani. Ognuno è guidato fondamentalmente dal suo interesse, e gli interessi diversi spesso e volentieri entrano in conflitto. Quando non succede è semplicemente perché uno impone i suoi interessi su tutti gli altri, come accade ad esempio nell’ambito del G7, dove Washington detta la linea e gli altri possono accompagnare solo, rimettendoci di tasca loro. Quello che, proprio a chi è abituato a fare da zerbino, non vuole entrare nella capoccia, è che la necessità storica di un nuovo ordine multipolare in realtà si fonda proprio su questo: Paesi sovrani con loro interessi nazionali spesso divergenti, intenti a costruire strutture multilaterali all’interno delle quali trovare dei compromessi attraverso il confronto e il dialogo tra pari. Rimane comunque il fatto che Xi al G20 non ci è andato e non è una cosa che può essere derubricata con due battutine.

Purtroppo però qui entriamo nell’ambito delle pure speculazioni. In questi giorni la redazione allargata di OttolinaTV su questo punto s’è sbizzarrita. Alla fine le interpretazioni un po’ più solide emerse sono sostanzialmente due:

La prima effettivamente ha a che vedere con i rapporti con l’India. Come scriveva giovedì scorso il Global Times, il nord globale guidato da Washington “ha cercato di provocare conflitti tra Cina e India usando la presidenza indiana per inasprire la competizione tra il dragone e l’elefante”.

“Gli Stati Uniti e l’Occidente”, continua l’articolo, “hanno mostrato un atteggiamento compiaciuto nei confronti di alcune divergenze geopolitiche, comprese quelle tra Cina e India. Vogliono vedere divisioni più profonde e persino scontri”. Ma proprio come la Cina, anche “Nuova Delhi ha ripetutamente affermato che il forum non è un luogo di competizione geopolitica” e quindi da questo punto di vista l’assenza di Xi sarebbe stata funzionale a impedire agli occidentali di strumentalizzare queste divergenze, e permettere al G20 di ottenere qualche piccolo progresso sul piano che dovrebbe essere di sua competenza: la cooperazione economica, in particolare a favore dei Paesi più disastrati. Da questo punto di vista il piano effettivamente sembra essere riuscito: il comunicato finale sottolinea esplicitamente che il G20 non è il luogo dove affrontare e risolvere le tensioni geopolitiche.

Ma non solo…

Per quanto simbolici, i paesi del sud globale al g20 hanno portato a casa impegni ufficiali verso una riforma della banca mondiale a favore dei Paesi più arretrati e anche l’annuncio dell’ingresso ufficiale nel summit dell’unione africana. Tutti obiettivi che Delhi e Pechino condividono da sempre.

La seconda motivazione invece ha a che vedere col rapporto tra Cina e USA. Durante il G20 di Bali, la stretta di mano tra Biden e Xi aveva fatto parlare dell’avvio di una nuova distensione tra le due superpotenze. Nei mesi successivi però, a partire da quella gigantesca buffonata dell’incidente del pallone spia cinese e della cancellazione del viaggio di Blinken a Pechino che ne era seguita, le cose non hanno fatto che complicarsi. Da allora gli USA hanno provato ad aggiustare un po’ il tiro, gettando acqua sul fuoco della retorica del decoupling. Ma mentre i toni si facevano a tratti meno aggressivi, i fatti continuavano ad andare ostinati in tutt’altra direzione, a partire dalla guerra sui chip, per finire col recente divieto USA a investire in Cina in tutto quello che è frontiera tecnologica, dall’intelligenza artificiale al quantum computing. La Cina quindi, pur continuando a sfruttare ogni possibilità di dialogo, ha continuato a denunciare la discrepanza tra parole e fatti

da questo punto di vista, quindi, l’assenza di Xi a Delhi sarebbe un segnale diretto a Biden: caro Joe, co ste strette di mano a una certa c’avresti pure rotto li cojoni. Basta manfrine fino a che alle parole non farete seguire qualche fatto concreto. Volendo, con anche un avvertimento in più: per parlare con il resto del sud globale, non abbiamo più bisogno necessariamente di una piattaforma come quella del G20: Shanghai Cooperation Organization e BRICS+++ ormai sono alternative più che dignitose. A voi la scelta ora: se continuare ad avere un luogo dove discutere con il sud globale, oppure condannare il G20 all’irrilevanza.

Finite le nostre speculazioni, torniamo a quelle degli altri.

Come con la controffensiva ucraina, che andando come sta andando, costringe gli hooligan della propaganda a trasformare in vittorie epiche la conquista di qualsiasi gruppetto di case di campagna al prezzo di decine se non centinaia di vite umane e centinaia di milioni di attrezzatura militare, idem al G20, visti gli scarsi risultati, i propagandieri si sono sforzati in modo veramente ammirevole per provare ad arraparsi di fronte a un vero e proprio monumento alla fuffa.

“Ecco il nuovo corridoio india-medio oriente contro la via della seta”, titolava su repubblichina il solito Daniele Raineri, tra un articolo su qualche mirabolante vittoria ucraina e l’altro. Il progetto è così alternativo alla via della seta cinese, che approda nel pireo, che è dei cinesi. Di nuovo in sostanza ci sarebbe l’estensione della rete ferroviaria in Arabia.

A chiacchiere! A fatti, per ora, l’unico tratto ferroviario di una certa rilevanza in Arabia è quello lungo i 450 km che sperano Mecca e Medina. Un’opera monumentale, costruita dai cinesi.

E i cinesi infatti se la ridono.

Intanto, perché non capiscono bene in che modo questo fantomatico progetto andrebbe contro ai loro interessi. Come ha sottolineato il Global Times: “Per i paesi del Medio Oriente che parteciperanno all’iniziativa ferroviaria guidata dagli Stati Uniti, non vi è alcuna preoccupazione che i loro legami con la Cina si indeboliscano proprio a causa dell’accordo”.

Anzi: “la Cina ha sempre affermato che non esistono iniziative diverse che si contrastano o si sostituiscono a vicenda. Il mondo ha bisogno di più ponti da costruire anziché da abbattere, di più connettività anziché di disaccoppiamento o di costruzione di recinzioni, e di vantaggi reciproci anziché di isolamento ed esclusione”

Piuttosto, sottolineano i cinesi, il punto è che questi proclami andrebbero presi un po’ con le pinze.

“Non è la prima volta che gli Stati Uniti sono coinvolti in uno scenario “tante chiacchiere, pochi fatti””, ricorda sarcasticamente l’articolo, che insiste: “Durante l’amministrazione Obama, l’allora segretario di stato americano Hillary Clinton annunciò che gli Stati Uniti avrebbero sponsorizzato una “Nuova Via della Seta” che sarebbe uscita dall’Afghanistan per collegare meglio il paese con i suoi vicini e aumentare il suo potenziale economico, ma l’iniziativa non si è mai concretizzata”.

“Da un punto di vista tecnico”, continua perculando l’articolo, “la decisione degli Stati Uniti di concentrarsi sulle infrastrutture di trasporto, un’area in cui mancano competenze, nel tentativo di salvare la loro influenza in declino nella regione, suggerisce che il piano tanto pubblicizzato difficilmente raggiungerà i risultati desiderati”.

Ma non c’è livello di fuffa che possa distogliere i pennivendoli di provincia italiani dal prestarsi a qualsiasi operazione di marketing imposta dal padrone a stelle e strisce

magari, aggiungendoci anche del loro. Perché in ballo al G20 c’era un’altra questione spinosa, l’addio dell’Italia alla via della seta, ancor prima di aver fatto alcunché per entrarci davvero, al di là delle chiacchiere.

Ma non temete, come scrive Libero, infatti, “Giorgia sa di avere un’altra chance. si chiama India”.

“Il commercio tra India e Italia”, avrebbe dichiarato con entusiasmo la Meloni, “ha raggiunto il record di 15 miliardi di euro. Ma siamo convinti di poter fare di più”. D’altronde, che ce fai con la Cina quando c’è l’India. Un Paese, che, come scrive il corriere della serva “per popolazione ed economia ha superato la cina”.

Non è uno scherzo, è una citazione testuale. Secondo il Corriere, l’India ha superato economicamente la Cina. Deve essere successo dopo che, come scriveva Rampini, l’altro giorno, gli usa hanno cominciato a crescere il doppio della Cina.

Quanto cazzo deve essere bello di mestiere fare il giornalista ed essere pagato per dire ste puttanate.

Ovviamente, come credo sappiate tutti voi che piuttosto che lavorare al corriere della serva preferireste morire di fame accasciati per terra a qualche angolo di strada, l’economia cinese è più di cinque volte quella indiana, e l’India ogni anno spende in importazioni meno di un quinto della Cina.

Ma non solo…

L’Italia, in India, quel che è possibile esportare in quel piccolo mercato lo esporta già. Nel 2022 abbiamo esportato beni e servizi per 5,4 miliardi. Più dell’Olanda che è ferma a 3,5 e poco meno della Francia, che è a quota 6,5. Insomma, in linea con le nostre quote di export

Discorso che invece non vale per la Cina dove l’Italia esporta per 18 miliardi, la Francia per 25, il Regno Unito per 35 e la Germania per 113 miliardi. Cioè, il nostro export totale è inferiore del 25% rispetto a quello inglese e francese, ma in Cina esportano rispettivamente i 50 e il 100% in più. Ancora peggio il confronto con la Germania: l’export tedesco è circa 2 volte e mezzo quello italiano, ma in Cina esportano 7 volte più di noi. Quando saggiamente avevamo deciso di essere l’unico paese del G7 che avrebbe aderito al memorandum della belt and road, era per recuperare questo gap. Dopo la firma non abbiamo mosso un dito, e ora rinunciamo a una crescita potenziale di svariate decine di miliardi di export, e ci raccontiamo pure che li sostituiremo con i 2 o 3 miliardi in più che potremmo guadagnare dall’India.

Ora, io non ti dico di finanziare un vero think tank indipendente coi controcazzi invece di affidarti a quelli a stelle e strisce e in Italia dare i soldi a Nathalie Tocci per trasformare l’istituto affari internazionale nel milionesimo ufficio stampa di Washington e delle sue oligarchie finanziarie.

Ma almeno i soldi per una cazzo di calcolatrice trovateli! Se volete, famo una colletta noi su gofundme.

E sia chiaro, io lo dico da grande amante dell’India, da tempi non sospetti. Quando ho cominciato a fare il giornalista a fine anni ‘90, il mio obiettivo era raccontare l’ascesa del peso Internazionale di questo incredibile paese continente. Non è andata benissimo, e ogni fallimento dell’india in questi 30 anni per me è stata una pugnalata al cuore, a prescindere da chi ci fosse al governo. Modi compreso.

Ora non mi posso che augurare che di fronte a questi teatrini imbarazzanti che offre continuamente l’Occidente, Modi sia abbastanza lucido da capire che gli attriti con la Cina, che sono legittimi e anche normali, non possono certo distoglierlo dal perseguire il vero interesse del suo disastrato Paese, che potrà crescere davvero se e solo se il sud globale riesce finalmente a mettere fine all’ordine unipolare della globalizzazione neoliberista guidata da Washington.

Per parlare del mondo nuovo che avanza, senza i paraocchi della vecchia propaganda vi aspettiamo sabato 16 settembre all’hotel terme di Fiuggi con Fulvio Scaglione, Marina Calculli, Elia Morelli, Alessandro Ricci e l’inossidabile generale Fabio Mini.

È solo uno dei dodici panel messi in fila dagli amici dell’associazione Idee Sottosopra per questo fondamentale week end di studio e di approfondimento, per costruire insieme un’alternativa credibile e non minoritaria alla dittatura del pensiero unico del partito degli affari e della guerra.

Per chi vuole maggiori informazioni, trovate il link nei commenti.

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Fonti:

Editoriale del Global Times: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297861.shtml

Il piano ferroviario USA in Medio Oriente: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Il Premier Li chiede solidarietà e cooperazione al G20: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Articolo “Il Giornale”: https://www.ilgiornale.it/news/politica/g20-ecco-delle-spezie-india-emirati-arabia-europa-regia-usa-2208113.html

Articolo “la Repubblica”: https://www.repubblica.it/esteri/2023/09/08/news/ferrovia_arabia_india_cina_via_della_seta-413788548/