87 morti e 61 dispersi: questo é il bilancio del capolavoro bellico a stelle e strisce nell’Oceano Indiano. Martedì 4 marzo, un sottomarino d’attacco americano spara un singolo siluro Mark 48 e affonda la fregata iraniana IRIS Dena, nota anche – ironia della sorte – come Soleimani; gli Stati Uniti parlano del primo affondamento tramite siluro di una nave nemica da parte di un sottomarino USA dalla seconda guerra mondiale. La dinamica é stata ricostruita così: il sottomarino, invisibile sotto la superficie dell’acqua, si avvicina a 40 miglia nautiche dalla costa meridionale dello Sri Lanka, in acque internazionali; nel video dal periscopio rilasciato dal Pentagono si vede il siluro che centra la poppa e, poi, con un’esplosione sottomarina, la fregata si spezza in due e affonda in pochi minuti. Pete Hegseth, Segretario alla Difesa, definisce il risultato dell’operazione una morte silenziosa; ma che stava facendo questa nave di tanto problematico in quelle acque da indurre il suo affondamento?
Andiamo con ordine: la IRIS Dena, fregata classe Moudge della marina iraniana, aveva appena partecipato all’esercitazione multilaterale MILAN 2026 e alla International Fleet Review organizzate dall’India a Visakhapatnam dal 15 al 25 febbraio – 74 Paesi, tra cui gli Stati Uniti stessi. La nave iraniana era ospite ufficiale della marina indiana, bandiera sventolante, equipaggio in posa per le foto; finita la gita, salpa verso casa: poche ore dopo aver lasciato le acque indiane, boom. L’India è incazzata nera; il governo Modi, per ora, tace, ma l’opposizione e gli analisti non si tengono: la fregata era disarmata e assolutamente innocua, in assetto da parata, ospite sotto la loro protezione dopo l’esercitazione. Affondarla subito dopo aver lasciato le acque indiane è considerato una violazione del codice non scritto dell’ospitalità navale. Le parole dell’ex capo di stato maggiore indiano Arun Prakash: “Un atto insensato e infiammatorio, un sottomarino nucleare che girava vicino alle nostre coste senza dire una parola”; ma la cosa che ha lasciato gli alleati indiani piuttosto interdetti, oltre aver trasformato le loro acque in una zona di guerra senza un apparente senso, è che il sottomarino americano se n’è andato senza cercare superstiti, contro ogni consuetudine. Insomma: ha fatto omissione di soccorso.
A proposito di superstiti, sarà la piccola e mal equipaggiata Sri Lanka a rispondere alla richiesta di aiuto: quando la Guardia Costiera arriva, trova solo chiazze di nafta tra le onde e uno stuolo di marinai morti che galleggiano; la maggior parte dell’equipaggio, formato da 180 individui, non rivedrà più la soglia di casa. Solo in 32 si sono salvati: mentre quella gente affogava, il sottomarino USA se ne andava alla chetichella in silenzio radio. Persino i nazisti, durante la seconda guerra mondiale, recuperavano i sopravvissuti delle navi affondate dai loro U-Boot: era considerato un onore di base; l’ammiraglio Karl Dönitz emise persino un ordine di soccorso immediato dopo l’incidente Laconia, l’affondamento del mercantile armato britannico dove morirono 1700 persone, quasi tutti italiani. Hegseth, in conferenza stampa, non si trattiene: “Abbiamo affondato la loro nave premio, la Soleimani. Sembra che il presidente Trump l’abbia preso due volte”; la stessa nave che aveva partecipato all’esercitazione con gli USA e l’India poche settimane prima. Kanwal Sibal, ex segretario degli esteri indiano, si dice sconcertato: “Gli avevamo offerto gli stuzzichini del rinfresco e li hanno silurati, roba da schifo morale“. L’Iran l’ha definita una atrocità in mare: il ministro degli Esteri Araghchi promette che gli americani “se ne pentiranno amaramente”; intanto, un’altra nave iraniana è entrata nella zona economica esclusiva dello Sri Lanka, probabilmente per recuperare i resti o i corpi.
Ma il caso della IRIS Dena non è l’unico momento, in questa guerra iniziata appena una settimana fa, in cui gli Stati Uniti si sono cimentati in una libera interpretazione del diritto internazionale: appena quattro giorni prima, il 28 febbraio, un attacco di precisione ha polverizzato la scuola elementare Shajarah Tayyebeh a Minab, nell’Iran meridionale, a due passi dallo Stretto di Hormuz, una storia che abbiamo sentito tutti, ormai. Il bilancio ufficiale iraniano è di almeno 175 morti – la stragrande maggioranza bambini e insegnanti: è l’episodio con più vittime da quando è partita l’operazione. Nessuno si assume la paternità dell’atto, ovviamente: la Casa Bianca ha sostenuto che non che non ne erano a conoscenza; Pete Hegseth annuncia delle indagini e Israele ha detto che non operava lì. Intanto, alcuni amici analisti fanno circolare teorie che lasciano intendere che l’Iran possa essersi bombardato da solo, magari per sbaglio, o magari perché il loro fanatismo è così alto che l’hanno fatto di proposito per costruire propaganda anti-semita; peccato che il generale Dan Caine, Capo di Stato Maggiore Congiunto USA, abbia spiegato in un briefing che, quel giorno, gli aerei americani stavano “esercitando pressione dal mare” lungo tutto il sud-est iraniano con il gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln. Israele lavorava poco più a nord: coincidenze, eh?
Le prove raccolte dal New York Times lasciano pensare il contrario; immagini satellitari Planet Labs (scattate prima e dopo) mostrano sei edifici della base navale IRGC distrutti con colpi precisi: quattro rasi al suolo, due centrati sul tetto. La scuola? Stesso identico trattamento: video geolocalizzati dai social mostrano colonne di fumo che salgono contemporaneamente dalla base e dall’istituto; un automobilista riprende proprio l’ingresso del comando medico navale delle Guardie Rivoluzionarie. Wes J. Bryant, ex analista danni civili del Pentagono, guarda le foto e sentenzia: “Tutti gli edifici sono stati colpiti da attacchi mirati“. E qui si entra nel vivo della questione: la scuola un tempo faceva parte della base – foto satellitari del 2013 lo confermano – ma, dal 2016, è separata, con campo sportivo e aree giochi ben visibili anche dallo spazio. Beth Van Schaack, ex Dipartimento di Stato USA e oggi docente a Stanford sostiene che “Con le capacità di intelligence americane avrebbero dovuto sapere che c’era una scuola“; invece no, perché, probabilmente, hanno usato le mappe del 2013 – o, forse, lo sapevano e l’hanno fatto di proposito (ormai non ci stupirebbe). In ogni caso, la scuola era piena perché sabato è il lunedì lavorativo iraniano, quindi non regge neppure l’ipotesi dell’Iran che utilizza le scuole come scudi: avrebbero semplicemente potuto aspettare l’uscita dei ragazzi, oppure che il Paese predisponesse lo stop alle lezioni, come poi ha fatto poco dopo. I video mostrano soccorritori che tirano fuori i corpi dalle macerie mentre le mamme gridano; le ruspe hanno già scavato circa 100 tombe nel cimitero locale.
Janina Dill, esperta di diritto bellico a Oxford, spiega che i militari erano assolutamente obbligati a verificare lo stato dell’obiettivo; intanto, la Casa Bianca rimanda al Dipartimento della Guerra la responsabilità di indagare sul Dipartimento della Guerra. Per ora, fine della storia: ci ritorneremo quando si scuseranno perché hanno usato le mappe vecchie.















