Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave e, in particolare, dei russi non sono stati affatto interiorizzati. Poco più di 80 anni fa, Germania, Italia, Austria, Romania, Finlandia, Ungheria, Slovacchia e Croazia, con l’aiuto di truppe volontarie provenienti da Francia, Belgio, Norvegia e Danimarca, diedero avvio a una guerra di annientamento contro le popolazioni sovietiche che portò alla morte di 27 milioni di persone, di cui 16 milioni di civili (circa il 15% della popolazione dell’URSS); ma non è un caso se questi numeri vengono raramente ricordati dai nostri media o se pochi musei e giornate di commemorazione sono stati dedicati a quelle vittime. La ragione, scrive il filosofo tedesco Hauke Ritz, è che la guerra civile europea cominciata nel 1914 non è mai veramente finita; e non si tratta certo di un fatto da poco, anche perché c’è uno schema che si ripete: a ogni nuova fase acuta della guerra civile europea (prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, guerra russo-ucraina dal 2014 a oggi), l’Europa occidentale esce sempre più indebolita, la presa di Washington sul continente aumenta e la Russia si rafforza. E quindi? Siamo inevitabilmente destinati al declino? Non secondo Ritz, che individua cinque ricette fondamentali per costruire una nuova Europa post-atlantica.















