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Attacco al Mali: la guerra del Golfo si sposta in Africa?

OttolinaTV by OttolinaTV
27/04/2026
in Africa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza
0

La guerra contro l’Iran è in stallo: è il momento giusto per esportarla in Africa. Kati, 15 chilometri a nordovest di Bamako, la capitale del Mali: è il cuore pulsante della giunta militare che, nel 2020, ha cacciato il presidente filo-occidentale Keita, prima, e le forze armate francesi dopo, e che ha dato il via alla lunga serie di golpe patriottici in Africa centrale che hanno messo fine alla Francafrique, quel che rimaneva del dominio coloniale francese nell’area. Sono le 6 di mattina di sabato 25 aprile, quando si cominciano a sentire colpi di armi da fuoco e due forti esplosioni: arrivano dalle vicinanze del Camp Soundiata Keita, la più importante base militare del Paese; poco dopo, cominciano a circolare video come questo. Sembrano provenire dall’area della base adibita alle residenze dei leader della giunta,
compreso il generale Goita (il presidente ad interim) che, però, sembra essere al sicuro; a fianco, però, c’è la residenza di un altro protagonista del governo: Sadio Camara, ministro della Difesa e, forse, in assoluto l’uomo più vicino al Cremlino – e non solo. Dopo poche ore, ecco un nuovo video: è proprio la residenza di Camara; è stata travolta da un veicolo carico di esplosivo, guidato da un kamikaze. Camara è stato portato all’ospedale in fin di vita; la sera dopo, il governo dà l’annuncio ufficiale della sua dipartita e dichiara due giorni di lutto nazionale.

A scatenare l’attacco sono stati i miliziani di Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin, meglio nota come JNIM, l’Al-Qaeda del Sahel: è il più violento attacco terrorista da 5 anni a questa parte, e il più sofisticato;
poche ore prima delle esplosioni registrate a Kati, altri attacchi si sono registrati nel centro e nel nord del Paese – Gao, Sevaré, Mipto, Kidal, tutte le principali roccaforti necessarie per il controllo dello sconfinato territorio maliano vengono prese di mira, e non solo da JNIM. Le milizie della jihad sfilano a fianco dei miliziani tuareg dell’FLA; fino a poco tempo fa, si menavano come fabbri. Siamo a Kidal, nell’est del Mali, a circa 1500 chilometri da Bamako: Kidal è stata a lungo la roccaforte delle milizie Touareg, che l’hanno eletta a capitale simbolica dell’Azawad indipendente dopo che sono stati cacciati, nel 2012, da Gao; nonostante le migliaia di soldati francesi schierati e nonostante le faide con i jihadisti, ne mantengono il controllo fino al 2023, quando a cacciarli ci pensano le forze regolari del Mali rivoluzionario, con il sostegno dei russi dell’Africa Corps. Fino alla mattina di sabato; questo è il primo video che circola in rete già le prime ore del mattino del 25 aprile: miliziani dell’FLA avrebbero preso il controllo della stazione di rifornimento di Edjerer, inaugurata in pompa magna dal governo regionale appena due mesi fa. Qui i miliziani dell’FLA si impossessano del National Youth Camp di Kidal; qui sparano da una palazzina residenziale di Kidal; qui mentre festeggiano felici di aver preso possesso del palazzo del governatorato di Kidal e qui si vede un mezzo blindato nel mezzo di Kidal con sopra una bandiera bianca di Ansar Dine, che era il nome della filiale maliana di Al-Qaeda prima che insieme ad altri gruppi confluisse tra le fila del JNIM. Poco dopo, per la prima volta, sia JNIM che FLA pubblicheranno dei comunicati dove dichiarano ufficialmente di aver combattuto uno a fianco all’altro e di aver guadagnato il controllo di Mopti e di Kidal.

In realtà però, a quanto pare, a Kidal si continuava a combattere: Kidal, infatti, è la sede della base della missione ONU denominata MINUSMA, terminata nel 2023; da allora, la base è presidiata dalle forze regolari maliane e dai miliziani dell’Africa Corps. Mentre JNIM e FLA si impossessavano della città, russi e governativi si trinceravano dentro la base, determinati a resistere; il comunicato del JNIM invitava ufficialmente i russi a scaricare la giunta militare: dopo un giorno di combattimenti, ecco il video di una colonna di mezzi russi che se ne va dalla base di Kidal. E, stamattina, arriva la conferma ufficiale: “In conformità alla decisione congiunta dei leader della Repubblica del Mali, le unità dell’Africa Corps dislocate a Kidal hanno lasciato la località insieme ai soldati dell’esercito maliano”; dopo due anni, Kidal torna sotto il controllo di jihadisti e di separatisti. A Sevaré, a metà strada tra Kidal e Bamako, la situazione inizialmente sembrava mettersi decisamente male: questa è una colonna di miliziani jihadisti che a bordo delle loro moto entrano tranquillamente dentro la città; nel giro di poche ore, come a Kidal, i miliziani entrano in possesso di due campi e costringono miliziani dell’Africa Corps e soldati delle forze regolari a trincerarsi nella principale base dell’area. Dopo 12 ore di combattimenti – e grazie all’intervento della forze aeree – però, a questo giro, i jihadisti hanno la peggio e sono costretti a ritirarsi e, la mattina dopo, russi e maliani riprendono il controllo della città. A Gao, 200 chilometri a ovest di Kida e prima capitale dell’Azawad indipendente, questa colonna di fumo sarebbe un elicottero maliano abbattuto dai jihadisti; il giorno dopo, altri analisti affermeranno che si trattava, invece, di un mezzo dell’Africa Corps, ma non ci sono conferme ufficiali.

Al momento la situazione sembra sia tornata sotto controllo, ma siamo di fronte a un salto di qualità senza precedenti: l’ultima prova di forza dei jihadisti contro il governo patriottico risaliva, infatti, allo scorso autunno; allora, però, si era evitato lo scontro diretto e ci si era concentrati su azioni terroristiche contro i convogli di camion che trasportano la benzina da Senegal e Costa d’Avorio a Bamako. La propaganda filo-occidentale aveva colto la palla al balzo per cercare di sottolineare l’incapacità del governo rivoluzionario di gestire il Paese: I jihadisti circondano la capitale, titolava il Financial Times; d’altronde, rilanciava l’Atlantic Council, Il Mali non è precipitato improvvisamente in una crisi. Il suo declino è in atto da anni– e, cioè, da quando hanno cacciato gli occidentali e hanno deciso di stringere rapporti con altri interlocutori, prima di tutto la Russia, ma anche l’Iran e pure la Turchia. Tutta colpa, scrive l’Atlantic Council, di “un colpo di Stato che prometteva stabilità e che ha portato il caos”; a fregare i maliani, continua l’articolo, sarebbe stata in particolare l’”illusione della Russia”: la speranza della giunta che nuove alleanze potessero colmare il vuoto lasciato da francesi e statunitensi.

Il copione è chiaro: ingigantire la crisi e scaricarne tutta la responsabilità su questi parvenu della giunta patriottica che vogliono fare a meno dell’Occidente, ma sono scesi ieri dagli alberi e devono essere educati e guidati dalla civiltà dell’uomo bianco; peccato che ad armare Touareg e jihadisti sia stato l’Occidente. La prima ondata risale all’inizio degli anni ‘10, quando la guerriglia si ritrova tra le mani un patrimonio enorme di armi che arrivano dalla Libia al collasso grazie all’esportazione di democrazia occidentale; quando poi le milizie jihadiste, nel 2013, assaltano Kidal, sono i francesi a consegnargliela:
secondo l’attuale ministro degli esteri Abdoulaye Diop, “La Francia ha vietato all’esercito maliano di intervenire. Ha creato un’enclave e l’ha consegnata ai terroristi”. “E’ un’enclave controllata dalla Francia”, aveva affermato l’ex primo ministro Choguel Kokalla Maïga: “hanno gruppi armati addestrati da ufficiali francesi. Ne abbiamo le prove”; e anche oggi, secondo il ministro degli esteri Diop, “Non ci troviamo di fronte a semplici gruppi terroristici. Questa è una guerra per procura, in cui certe potenze, codarde e incapaci di affrontarci direttamente, si servono di gruppi terroristici e forze asimmetriche per combatterci. Questi gruppi terroristici hanno i droni. Da dove vengono? Chi li produce? Chi li fornisce in zone dove la gente non ha nemmeno da mangiare?”.

Qualche indizio c’è: lo scorso anno, Le Monde aveva riportato che le autorità ucraine stavano addestrando un gruppo armato all’uso dei droni; il portavoce dell’intelligence militare ucraina, Andriy Yusov, aveva dichiarato in un’intervista che quest’ultima forniva “informazioni, e non solo informazioni“, ai gruppi armati che combattono contro lo Stato in Mali. Grazie all’intervento dell’Africa Corps e delle forze regolari maliane, il blocco dello scorso ottobre è fallito e la situazione a Bamako è tornata alla normalità; la profezia del Financial Times non si è avverata: molti considerano inevitabile l’imminente caduta del regime, scriveva a novembre. Non si tratta di stabilire se accadrà, ma come e quando. Ma, forse, si è trattato solo di una ritirata tattica, per riorganizzare le fila: ed ecco che, oggi, si torna all’attacco più determinati che mai; d’altronde, ora che anche l’Iran si è dimostrato un avversario decisamente più tosto del previsto, è meglio dirottare un po’ di forze verso aree più fragili e periferiche. Anche qui, però, la risposta potrebbe essere sopra le previsioni: nonostante la ritirata concordata da Kidal, l’Africa Corps ha inflitto alle milizie perdite pesanti in tutto il Paese; ma, sopratutto, l’attacco ha suscitato una risposta unitaria da parte dell’AES, la neonata alleanza degli stati del Sahel che tiene insieme Mali, Niger e Burkina Faso. Hanno aumentato il contingente comune da 6 a 15 mila uomini e hanno mandato un messaggio chiaro: “Chiunque voglia attaccare lo spazio dell’AES, si troverà di fronte Forze Unificate”, ha dichiarato il capo di stato maggiore burkinabé Moussa Diallo; riusciranno i paesi del Sahel a tenere botta di fronte al tentativo dell’Occidente di ostacolare la liberazione da ogni forma di colonialismo?

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