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Perché i suprematisti USA vogliono riarmare Germania e Giappone?

OttolinaTV by OttolinaTV
22/04/2026
in Asia, Cina, Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Medio Oriente, U.S.A.
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Le élite di USA, Germania e Giappone si stanno organizzando per vendicarsi della seconda guerra mondiale? Mentre gli USA in Medio Oriente prendono tempo per leccarsi le ferite inflitte dalla resistenza iraniana, nel Pacifico si accelerano i preparativi per la Madre di tutte le guerre; lunedì scorso è iniziata una delle più imponenti esercitazioni militari mai viste nel Pacifico occidentale: si chiama Balikatan  e si svolge ogni anno dal 1991, ma – come sottolinea con enfasi Radio Free Asia – fino a poco tempo fa, non era altro che “un’esercitazione bilaterale di addestramento tra USA e Filippine su scala ridotta, incentrata su contro-insurrezione e risposta alle catastrofi”. Oggi impiega oltre 17 mila soldati da 6 nazioni diverse: per 20 lunghi giorni simula scenari di conflitto su larga scala e prevede l’impiego di sistemi d’arma offensivi in grado di minacciare direttamente la Cina continentale; ma soprattutto, da quest’anno, la partecipazione di 1400 soldati giapponesi che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, metteranno piede sul suolo filippino. Il giorno dopo, Tokyo ha dato ufficialmente il via libera all’esportazione di armi letali, rendendo carta straccia la costituzione pacifista che la vincola da 80 anni: la svolta epocale è stata festeggiata con un mega-contratto da oltre 6 miliardi di dollari per la costruzione della nuova flotta di cacciatorpediniere per un altro partner di Balikatan, l’Australia, che vuole fare la sua parte contro Pechino. La premier di estrema destra Takaichi Sanae dichiara, da sempre, che in un mondo dove l’export giapponese deve fare i conti con i dazi di Trump e con la concorrenza cinese, era arrivata l’ora di puntare tutto sull’industria militare; esattamente come la Germania che, come titolava due giorni fa il Wall Street Journal, sta reagendo al declino industriale reinventandosi “come fabbrica di armi”.

Non è un caso: nel delirante manifesto di Palantir, al punto 15 si legge “L’indebolimento postbellico di Germania e Giappone deve essere annullato”. L’ordine emerso dalla vittoria del mondo libero contro il nazifascismo durante la seconda guerra mondiale, infatti, agli Stati Uniti non piace più: visto che non gli garantiva più l’egemonia globale, si sono pentiti  e vorrebbero rigiocare la partita cambiando casacca; e non sarà qualche battuta d’arresto in guerre periferiche, come quella ucraina e quella iraniana, a fargli cambiare idea, né tantomeno qualche fantomatico campolargo. La fase due della guerra mondiale antifascista, come chiamano i cinesi la seconda guerra mondiale, è appena iniziata; secondo l’ultimo rapporto pubblicato dal Center for Strategic & International Studies, in appena sette settimane di guerra contro un peso leggero come l’Iran, gli USA avrebbero fatto fuori poco meno della metà delle scorte di missili di precisione, almeno la metà di missili antibalistici THAAD e quasi il 50% di intercettori antiaerei Patriot: anche solo per ipotizzare uno scontro diretto convenzionale con una grande potenza come la Cina, bisogna inventarsi qualcosa di epocale. I sogni di reindustrializzazione di chi voleva rendere l’America Great Again si stanno scontrando con i limiti strutturali di un Paese che si regge sullo schema Ponzi della speculazione finanziaria; se si vuole provare a giocare alla pari con la più grande superpotenza manifatturiera della storia dell’umanità, bisogna ripartire dagli alleati che hanno mantenuto una base industriale significativa, vale a dire Giappone e Germania – rispettivamente terza e quarta potenza manifatturiera mondiale – che però, ahimè, sono pure le perdenti della seconda guerra mondiale, il che ha comportato che gli venissero imposti pali e paletti di ogni genere per evitare che si riarmassero fino ai denti per cercare vendetta.

Ma quando il gioco si fa duro, i duri ricominciano sempre a cacare il cazzo; ed ecco, allora, l’idea geniale dei guru della Silicon Valley: ”Basta con questi lacci e lacciuoli! Se vogliamo difendere il dominio occidentale, Germania e Giappone devono essere liberi di tornare a dare il loro contributo alla nostra civiltà sterminando gli untermenschen, i sotto-uomini, come solo loro sanno fare”. In Germania sono già a buon punto: “Mentre il suo modello di esportazioni si sgretola”, scrive il Wall Street Journal, “la Germania sta virando dalle automobili ai cannoni, cercando di trasformare il declino industriale in un boom della Difesa”. Schaeffler è uno storico fornitore di componentistica per l’automotive da oltre 100 mila dipendenti: l’anno scorso ha creato una divisione dedicata al settore della difesa e ora produce motori per droni, sistemi di bordo per veicoli blindati e componenti per l’aviazione militare; l’obiettivo per il 2026 è far crescere la divisione a circa il 10% del fatturato totale. Volkswagen, nel frattempo, è in trattative con aziende israeliane con l’obiettivo di iniziare a produrre componenti per il sistema Iron Dome entro il 2027 e, a breve, la Germania comincerà a produrre su licenza intercettori Patriot. Fino a non molti anni fa, in Europa era diffusa l’opinione che permettere alla Germania di riarmarsi, visti i trascorsi, non fosse una buona idea; ora che a Washington hanno capito che senza la Germania la guerra non può essere vinta, le cautele sono stata spazzate via. Risultato: il 90% del capitale di rischio europeo investito nella tecnologia della difesa confluisce in aziende tedesche.

In Giappone la faccenda è più complicata perché, nel mezzo, ci si mette pure la Costituzione; la dettarono gli statunitensi e imponeva al Giappone di non avere nemmeno un vero e proprio esercito, ma solo quella che chiamano una forza di autodifesa: significa che non dovrebbe avere sistemi d’arma offensivi, ma solo difensivi. Ma prima hanno cominciato a installare missili offensivi Tomahawk sulle loro navi, e, da ieri, le armi offensive non solo le usano, ma possono pure esportarle; come riporta Reuters, è “la più grande revisione delle norme sull’esportazione di armi degli ultimi decenni” ed elimina “le restrizioni sulle vendite di armi all’estero, aprendo la strada all’esportazione di navi da guerra, missili e molto altro ancora”: aprire alle esportazioni è necessario per garantire ai grandi gruppi privati sbocchi commerciali sufficienti per giustificare una nuova grande ondata di investimenti, proprio ora che a causa del protezionismo USA, da un lato, e della concorrenza cinese, dall’altro, gli sbocchi commerciali per i prodotti civili scarseggiano. L’esportazione di armi letali sarà limitata a 17 Paesi che hanno firmato col Giappone accordi in merito a questioni come la protezione di informazioni classificate, vale a dire soltanto ai vassalli degli Stati Uniti che, in presenza di circostanze speciali, potranno ricevere armi Made in Japan anche se sono coinvolti in conflitti in corso; un’aberrazione che Takaichi è disposta a pagare politicamente: secondo un sondaggio dell’Asahi Shimbun, il 67% dei giapponesi sarebbe contrario a questa norma. Fortunatamente per la signorina Tamagotchi e per Washington, contano il giusto: a parte una piccola parentesi, a Tokyo governa lo stesso partito da 80 anni.

La prima grande commessa, comunque, è già arrivata: sono tre cacciatorpediniere ordinati dall’Australia che, per fare la sua parte nella grande guerra esistenziale dell’Occidente colonialista contro Pechino, ha deciso di investire svariati miliardi sul rinnovamento della sua flotta; appena saranno pronte, potranno essere impiegate per le grandi esercitazioni organizzate da Stati Uniti e Filippine per provocare Pechino. Esercitazioni che fanno parte di un disegno più ampio: fino ad oggi, infatti, la base dell’architettura di sicurezza asiatica si fondava su un modello definito a raggiera, con gli USA che stabilivano relazioni bilaterali con i vari alleati; oggi, invece, questi raggi si stanno collegando tra loro, e i Paesi stanno intensificando la cooperazione reciproca attraverso esercitazioni congiunte, condivisione di intelligence e accordi di difesa. Per Washington è una manna dal cielo: nella National Security Strategy ha scritto nero su bianco che dovrebbe tornare a occuparsi più da vicino del cortile di casa dell’emisfero occidentale e che gli alleati dovrebbero fare qualche sforzo in più per impedire l’emergere di potenze ostili regionali senza dover sempre tirare in ballo gli USA, e con il pantano iraniano sono stati costretti a trascurare i partner asiatici. Paradigmatico il caso dei THAAD in Corea del Sud: quando gli USA li hanno installati, è scoppiato un pandemonio diplomatico con la Cina, che ha reagito contro Seul con una serie di pesantissime ritorsioni economiche; quando poi la resistenza iraniana s’è dimostrata più cazzuta del previsto, gli USA si sono ripresi una bella parte del sistema d’arma per ri-dislocarlo in Medio Oriente, e hanno fatto incazzare come le bisce il presidente Lee Jae Myung. “La terza guerra del Golfo ha significato distogliere l’attenzione dal Pacifico”, sottolinea The Diplomat, e “ha sollevato dubbi sulla sostenibilità della deterrenza statunitense nella regione”.

Ma non tutti i mali, appunto, vengono per nuocere; un po’ sulla falsariga di quello che viviamo in Europa con il disimpegno USA dal teatro ucraino, anche qui gli alleati si stanno riorganizzando per fare un po’ anche senza mamma Washington, ma, proprio come in Europa, sottolinea Radio Free Asia, nonostante le apparenze, non siamo alla costruzione di un nuovo ordine di sicurezza post-americano: “Paesi come il Giappone e l’Australia non stanno intensificando i propri sforzi per sostituire gli Stati Uniti, ma per rafforzare la deterrenza e condividere l’onere”. Tradotto: comandano gli USA, ma il culo ce lo mettono gli alleati. Da quando è iniziata la grande guerra dell’imperialismo USA contro il Nuovo Ordine Multipolare, Washington ha ricevuto qualche bella batosta, ma la costruzione di un nuovo asse del male pronto a fare leva sulle sue tradizioni più sanguinarie pur di non rinunciare a 5 secoli di rapine coloniali è appena all’inizio, e sta procedendo a pieno ritmo; per opporvisi, l’ottimismo e i buoni propositi potrebbero non bastare: serve organizzazione e la capacità di leggere e svelare i piani del potere.
Per farlo, serve come il pane un vero e proprio media professionale, autorevole e indipendente, ma di parte: quella di chi dalla guerra ha tutto da perdere e niente da guadagnare. Aiutaci a costruirlo!

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