Il Marru
Good Morning, Mister TACO:

Trump sarebbe pronto a ritirarsi dal conflitto, non solo senza essersi ripreso Hormuz, ma anche senza uno straccio di accordo: “Ce ne andremo, che ci sia un accordo o no”, ha dichiarato ai giornalisti nello Studio Ovale ieri sera. Trump ha sottolineato che, prima di porre fine all’operazione militare, vorrebbe ancora “dare un colpo e fare fuori tutto quello che c’è lì”: “Non saranno obbligati a scendere a compromessi con me quando riterremo che siano stati riportati all’età della pietra”. Insomma, sembrerebbe il solito copione: come per la guerra dei 12 giorni, l’exit strategy consiste semplicemente in annunci roboanti di successi militari più o meno inventati. Ma, a quanto sembra, per i mercati è abbastanza: i future sul Brent sono crollati di quasi 10 dollari e i mercati asiatici si sono svegliati con l’oro in bocca, con il Nikkei giapponese in questo momento a +5,3 e il Kospi sudcoreano addirittura a + 8,4.
In realtà, i mercati avevano avuto una botta di ottimismo ancora prima che Trump aprisse bocca: lo S&P500 ha chiuso ieri con un rialzo di quasi il 3%, il Nasdaq del 4; a trainare, in particolare – come sempre – le magnifiche 7, con NVIDIA, in particolare, che è cresciuta di oltre 5 punti e mezzo.

A sollevare i mercati, sostiene il Financial Times, erano state le parole del presidente Pezeshkian, che “ha ribadito che il suo Paese era aperto a porre fine alla guerra” a condizione di ricevere “garanzia che l’aggressione di USA e Israele non si sarebbe ripetuta”. Nel frattempo, anche Rubio, che potrebbe essere utilizzato insieme come capro espiatorio, ha voluto dire la sua: per giustificare la tempistica della guerra, ha affermato che l’Iran stava cercando di costruire uno scudo di droni e missili così impenetrabile da rendere la minaccia di futuri attacchi statunitensi contro il programma nucleare innocua; “Eravamo sull’orlo di un Iran con così tanti missili e droni che nessuno avrebbe più potuto fare niente riguardo al loro programma nucleare in futuro”, ha affermato.
Il chiacchiericcio propagandistico dell’amministrazione Trump, però, al momento non sembra aver smosso più di tanto le posizioni dell’Iran:

Intervistato da Al Jazeera, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha confermato che ci sono stati scambi di messaggi con gli Stati Uniti, ma “questo non significa che siamo impegnati in negoziati con Washington”: ”Non abbiamo alcuna fiducia che i negoziati con gli Stati Uniti porteranno a risultati. Il livello di fiducia è pari a zero”, ha affermato, aggiungendo ”Non vediamo onestà”. Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, Araghchi ha affermato che la realtà è che esso si trova all’interno delle acque territoriali dell’Oman e del l’Iran ed è quindi normale utilizzarlo strategicamente: “Questo stretto è chiuso solo alle navi di coloro che sono in guerra con noi. È normale in tempo di guerra: non possiamo permettere ai nostri nemici di utilizzare le nostre acque territoriali per il commercio”, ha spiegato.
Se le navi di altri Paesi hanno deciso di sospendere la navigazione attraverso lo Stretto è “per motivi di sicurezza e per gli elevati costi assicurativi”; per chi si comporta bene, c’è anche lo sconto:

Secondo quanto riportato da Oil Price, “L’Iran ha assicurato alla Malesia che le petroliere malesi possono attraversare lo Stretto di Hormuz in sicurezza senza dover pagare il pedaggio che la Repubblica islamica intende imporre agli armatori”: ”Siamo una parte amica e abbiamo buoni rapporti diplomatici con il governo iraniano”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti malese Anthony Loke. Per farsi un’idea più dettagliata del flusso attraverso lo Stretto, la fonte migliore in circolazione sono i report giornalieri di Windward: durante la giornata di ieri, sottolinea l’ultimo rapporto, “Sei imbarcazioni dotate di trasmettitore AIS hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nell’ambito del sistema di transito controllato dall’Iran, ed è probabile che si verifichino ulteriori movimenti non registrati”; “Il transito attraverso lo Stretto di Hormuz rimane controllato e non libero”, sottolinea il rapporto, “ma il flusso di navi è in aumento. Il 30 marzo, sei imbarcazioni dotate di sistema di trasmissione AIS hanno attraversato il corridoio, mentre è probabile che altri movimenti si siano verificati in condizioni di oscurità parziale o totale. Allo stesso tempo, l’attività navale a Bandar Abbas offre una visione chiara di come questo sistema funzioni nella pratica . Sta emergendo uno schema coordinato: le esportazioni di energia continuano, l’approvvigionamento alimentare in entrata è prioritario e i flussi commerciali tra Cina e Iran rimangono attivi, il tutto in condizioni di scarsa copertura AIS”
“Nonostante le condizioni di transito limitate”, continua il rapporto, “i flussi di petrolio iraniano rimangono attivi. L’attività di esportazione dall’isola di Kharg continua . Il 29 marzo , tre petroliere sono partite con un carico complessivo stimato di circa 4,7 milioni di barili . Tutte e tre le navi hanno operato senza trasmissione AIS sia durante le operazioni di carico che di partenza”. Il rapporto fornisce anche nuovi dettagli sull’attacco alla petroliera di ieri: si trattava di un VLCC (Very Large Crude Carrier) che trasportava la bellezza di 2 milioni di barili di greggio; ma soprattutto, sottolinea il rapporto, che stazionava “a circa 31 miglia nautiche a nord-ovest di Dubai”. “L’attacco a una VLCC carica vicino a Dubai segnala che il rischio cinetico si sta estendendo oltre i punti strategici, interessando le acque più ampie del Golfo”. Sempre nella stessa intervista ad Al Jazeera, Araghchi ha inoltre affermato che, dopo la guerra, la sicurezza della via navigabile sarà una decisione che spetterà all’Oman e all’Iran, ma ha aggiunto che lo stretto potrebbe diventare una via navigabile pacifica; e riguardo alla possibilità di un’operazione di terra da parte degli Stati Uniti, ha ribadito che Teheran non ha paura: “Li stiamo aspettando“, ha detto, aggiungendo “Sappiamo benissimo come difenderci. In una guerra di terra, possiamo farlo ancora meglio. Siamo completamente pronti ad affrontare qualsiasi tipo di attacco di terra. Speriamo che non commettano un simile errore“.
Nelle ore successive, gli attacchi iraniani sono continuati come al solito, e anche quelli Houthi:

“I depositi di carburante dell’aeroporto internazionale del Kuwait sono stati presi di mira da un attacco di droni iraniani, che ha provocato un vasto incendio”, riporta la CNN: “L’attacco ha causato danni significativi ai serbatoi di carburante”; “Nel frattempo, il Ministero dell’Interno del Bahrein ha dichiarato di essere al lavoro per spegnere un incendio divampato in uno stabilimento aziendale, sempre a seguito di un attacco di droni iraniani”, e “Secondo quanto riferito dalle autorità marittime del Regno Unito, martedì una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato a 17 miglia nautiche a nord di Doha, in Qatar”. Nel frattempo, “I ribelli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dichiarato mercoledì di aver lanciato una raffica di missili balistici contro il sud di Israele, in quella che hanno definito un’operazione condotta congiuntamente con l’Iran e Hezbollah in Libano”: ”Le Forze Armate yemenite affermano che l’escalation dell’aggressione, dei crimini e degli attacchi del nemico contro Libano, Iran, Iraq e Palestina non farà altro che spingere lo Yemen libero e fiero verso un’ulteriore escalation nel prossimo periodo, fino a quando l’aggressione non cesserà e il blocco non verrà revocato”, ha dichiarato Yahya Saree, portavoce delle forze Houthi, in un discorso televisivo; “Petroliere e gigantesche navi mercantili al largo delle coste yemenite”, sottolinea Al Akhbar, “hanno iniziato a prendere provvedimenti per prendere le distanze dall’aggressione americano-israeliana contro l’Iran”. Abdullah Al Nu’ami, membro dell’ufficio politico del movimento Ansar Allah, ha ricordato su X che lo Yemen “non è ancora entrato in campo in modo reale e tangibile“, spiegando che “le operazioni recentemente annunciate dalle forze di Sana’a non erano altro che un messaggio”; ciononostante, “I comandanti di petroliere e gigantesche navi mercantili al largo delle coste yemenite includono ora nei loro documenti di identificazione esplicite dichiarazioni di disconoscimento, come Non abbiamo alcun legame con Israele o con l’America, nonché la frase navi musulmane, nel tentativo di escludere le loro imbarcazioni dalla potenziale lista di obiettivi“ e “questo riflette un implicito riconoscimento da parte delle compagnie di navigazione internazionali della capacità di Sana’a di imporre vincoli di sicurezza nelle vie navigabili e di monitorare l’identità delle navi e le loro affiliazioni commerciali e politiche”.
Nel frattempo, anche nel sud del Libano la Resistenza non dà segni di cedimento:

Hezbollah annuncia l’operazione Khaybar 2, titola Al Mayadeen: “La Resistenza islamica in Libano ha annunciato l’avvio dell’operazione Khaybar 2, che segna una nuova fase di escalation nella lotta contro l’occupazione israeliana”; “Le otto operazioni coordinate si sono concentrate sulla città occupata di Haifa e sulle aree circostanti, con i combattenti di Hezbollah che hanno colpito la base Stella Maris, una base strategica di monitoraggio e sorveglianza navale situata lungo la costa settentrionale, con una salva di razzi alle 20.00 ora locale”. “Contemporaneamente, il movimento ha annunciato di aver preso di mira la base di Nasherim, a sud-est di Haifa, con attacchi missilistici e sciami di droni kamikaze”; “Hezbollah ha inoltre affermato di aver colpito infrastrutture legate all’esercito israeliano nella zona di Krayot, a nord di Haifa, utilizzando ulteriori lanci di razzi”. “Il movimento ha annunciato di aver preso di mira anche la base di Tefen (a est di Akka)” e “ha affermato di aver lanciato quattro salve di razzi contro quattro insediamenti israeliani: Shlomi, Shomera, Zar’it e Nahariya”.
Il regime etno-fascista di Tel Aviv continua a essere preso di mira anche dai missili iraniani:

Raffiche missilistiche in vista delle vacanze, titola Ynet News: “Missili a grappolo provenienti dall’Iran colpiscono più siti nel centro di Israele. Danni segnalati a Tel Aviv. Lanci rivolti anche a nord e a sud”.
Netanyahu si è trumpizzato e, tra un missile e l’altro, ha dichiarato vittoria:

Nonostante avesse rilasciato numerose interviste nel corso della giornata, sottolinea Al Akhbar, Netanyahu ieri sera, alla vigilia della Pasqua ebraica, ha voluto pronunciare “quello che assomigliava a un discorso di vittoria”: “Netanyahu ha tentato di consolidare quelli che considera i successi ottenuti da Israele”, “mentre ometteva in modo vistoso qualsiasi accenno a un cambio di regime in Iran e all’eliminazione dell’asse della resistenza. Piuttosto, si limitava a parlare genericamente di indebolimento dell’Iran e dei suoi alleati, di eliminare la loro minaccia esistenziale per Israele e di rimandare obiettivi più ampi a fasi successive, prima o poi“. Il capo dell’opposizione Yair Lapid ha sottolineato, però, che “Prima del 7 ottobre, Hezbollah ci lanciava razzi dal Libano. Oggi la situazione è la stessa; Hezbollah continua a lanciarci razzi dal Libano. Solo nell’ultima ora, più di 50 droni e razzi sono stati lanciati contro gli insediamenti nel nord”; ha aggiunto: “Prima della guerra attuale, i missili balistici venivano lanciati contro di noi dall’Iran e la Guida Suprema si chiamava Khamenei. Ora, un mese dopo, continuiamo a essere attaccati dall’Iran e la Guida Suprema si chiama ancora Khamenei. E prima del 7 ottobre, Hamas controllava Gaza con decine di migliaia di uomini armati. Sono passati tre anni e Hamas controlla ancora Gaza con decine di migliaia di uomini armati”. Il punto è che anche tra i ranghi dell’IDF l’idea che si sono fatti – o, almeno, l’idea che vogliono farci credere che si sono fatti – è che questa avventura di Epic Fury sia agli sgoccioli; il Canale 13 ha citato un funzionario politico israeliano che ha dichiarato: “Ci aspettiamo che la risposta dell’Iran alle condizioni americane faccia deragliare i colloqui” e che “Washington permetterà attacchi contro gli impianti petroliferi iraniani se i negoziati falliranno”. Lo stesso canale ha anche riportato che un alto ufficiale militare israeliano avrebbe dichiarato: ”Domani o dopodomani termineremo i bombardamenti su obiettivi vitali e urgenti in Iran”, aggiungendo ”Il Capo di Stato Maggiore e il Comandante delle Forze statunitensi hanno pianificato un mese di combattimenti”. Ha poi citato un altro alto ufficiale, il quale avrebbe affermato che le operazioni ”continueranno la prossima settimana per includere ulteriori obiettivi nei settori industriale ed economico”.
Allo stesso tempo, però, Ynet News ci ricorda che “Gli Stati Uniti dispiegano la terza portaerei in Medio Oriente tra le preparazioni per l’invasione dell’Iran”:

“La USS George H.W. Bush, una portaerei di classe Nimitz, è partita martedì dalla Naval Station Norfolk in Virginia insieme alle sue navi da guerra che lo accompagnano, gli Stati Uniti. Lo ha reso noto la Marina in un comunicato. Il dispiegamento dovrebbe richiedere diverse settimane prima che il gruppo raggiunga la regione”: “La USS Abraham Lincoln è attualmente operativa nel Mar Arabico, mentre la USS Gerald R. Ford è attraccata in Croazia per le riparazioni, secondo i funzionari statunitensi citati dal Journal”, ricorda l’articolo; “Se tutti e tre i vettori sono posizionati dentro o vicino alla regione, segnerebbe un aumento significativo della presenza navale degli Stati Uniti, segnalando la continua prontezza militare tra le crescenti tensioni”. “I funzionari hanno detto che il dispiegamento ampliato potrebbe rimanere in vigore per il prossimo futuro, anche se la Marina ha rifiutato di commentare piani operativi specifici. L’accumulo include anche forze aggiuntive, con un’unità di spedizione marina a bordo di navi da guerra anfibie che entrano nelle acque del Medio Oriente durante il fine settimana, rafforzando ulteriormente le capacità degli Stati Uniti nell’area”.
Nel frattempo, gli Emirati sembrano sempre più impegnati a provare a convincere Washington a forzare la riapertura di Hormuz con ogni mezzo necessario:

“Secondo quanto riferito da funzionari arabi”, riporta il Wall Street Journal, “gli Emirati Arabi Uniti si stanno preparando ad aiutare gli Stati Uniti e altri alleati ad aprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Questa mossa li renderebbe il primo Paese del Golfo Persico a entrare in conflitto”; gli Emirati Arabi Uniti starebbero esercitando pressioni affinché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotti una risoluzione che autorizzi tale azione: “I diplomatici emiratini hanno esortato gli Stati Uniti e le potenze militari in Europa e Asia a formare una coalizione per aprire lo stretto con la forza”. “Lo stato del Golfo ha anche affermato che gli Stati Uniti dovrebbero occupare le isole situate in questa strategica via d’acqua, tra cui Abu Musa, che è sotto il controllo dell’Iran da mezzo secolo ed è rivendicata dagli Emirati Arabi Uniti”; “Secondo quanto riferito da funzionari arabi, l’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo si stanno ora schierando contro il regime iraniano e desiderano che la guerra continui fino a quando non sarà neutralizzato o rovesciato”: “Il Bahrein, stretto alleato degli Stati Uniti e sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, è il promotore della risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto è previsto per giovedì”. “L’Iran ha reagito intensificando i bombardamenti sugli Emirati Arabi Uniti. Dopo settimane di bassa intensità, gli attacchi missilistici e con droni iraniani contro gli Emirati sono aumentati drasticamente negli ultimi giorni, con quasi 50 missili balistici, missili da crociera e droni lanciati martedì. Teheran ha avvertito che avrebbe distrutto le infrastrutture civili vitali di qualsiasi Stato del Golfo che avesse supportato un’operazione per impadronirsi del suo territorio, indicando in particolare gli Emirati Arabi Uniti”; gli Emirati “potrebbero entrare in questa guerra solo per trovarsi di fronte a un Iran più aggressivo, continuare a subire colpi alle infrastrutture critiche e potenzialmente alla fiducia degli investitori, e poi faticare a ricostruire i rapporti con il loro vicino, soprattutto se Trump decidesse di dichiarare vittoria prima di riaprire lo stretto o di neutralizzare le capacità missilistiche e dei droni dell’Iran“, ha affermato Elizabeth Dent, ex funzionaria del Pentagono specializzata nel Golfo. D’altronde, però, “L’Iran insiste su una supervisione permanente, compreso un sistema di pedaggi”, e “gli Stati del Golfo temono che qualsiasi soluzione diplomatica darebbe implicitamente all’Iran voce in capitolo formale sull’amministrazione della via navigabile e vogliono che venga prima estromesso con un’azione militare”; a complicare la faccenda, c’è il fatto che “Non è chiaro se un’azione militare possa effettivamente aprire lo stretto. Qualsiasi operazione richiederebbe il controllo non solo del corso d’acqua, ma anche del territorio lungo i suoi 160 chilometri di lunghezza, potenzialmente con l’ impiego di truppe di terra”. Come ha affermato il deputato Adam Smith (democratico, Washington), membro di spicco della Commissione per le Forze Armate della Camera: “All’Iran basta mantenere lo stretto sotto minaccia, il che significa che gli bastano un drone, una mina e una piccola imbarcazione suicida”: “Gli Emirati Arabi Uniti possiedono basi, un porto in acque profonde a Jebel Ali e una posizione vicino all’imboccatura dello Stretto di Hormuz che potrebbe rivelarsi un utile punto di appoggio per un’operazione guidata dagli Stati Uniti volta a conquistare isole o a scortare petroliere commerciali attraverso il canale. Dispongono inoltre di una piccola ma efficiente forza aerea, dotata di caccia F-16 forniti dagli Stati Uniti, che hanno condotto attacchi aerei in Iraq al fianco degli USA nella lotta contro lo Stato Islamico. Gli Emirati Arabi Uniti dispongono inoltre di droni di sorveglianza e di una scorta di bombe e missili a corto raggio forniti dagli Stati Uniti, che potrebbero contribuire ad alleviare le carenze di armamenti statunitensi e israeliane”.















