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Tag: hezbollah

Se Israele, per evitare la catastrofe, trascina l’Occidente nella guerra totale con l’Iran

Vincere a Gaza per avere un futuro: così, ieri, la redazione del Foglio festeggiava entusiasta i 400 cadaveri che il regime suprematista di Tel Aviv si è lasciato alle spalle dopo aver esercitato il suo diritto alla difesa dell’apartheid nell’ospedale di Al Shifa e il weekend di fuoco contro le casematte iraniane in Siria e Libano, nel tentativo disperato di allargare il conflitto; chissà il giubilo quando, poi, è arrivata anche la notizia dell’assassinio mirato di 7 operatori della ONG World Central Kitchen a bordo di un convoglio umanitario perfettamente riconoscibile e che aveva coordinato i suoi spostamenti con le forze armate israeliane (per farsi colpire meglio): d’altronde, è così che dimostrano la forza i liberali che non si fanno distrarre dalla retorica dei buoni sentimenti. L’entusiasmo trionfante del Foglio, però, anche a questo giro non è condiviso proprio da tutti, nemmeno nel cuore dell’impero: a sollevare qualche perplessità su Asia Times, ad esempio, ci pensa Michael Brenner che, grazie a decine di pubblicazioni tra Cambridge University Press – il centro per gli affari internazionali dell’università di Harvard – e il Brooking Institute, rischia di poter vantare un po’ di autorevolezza in più rispetto a dei sedicenti fautori del mercato e dello Stato minimo, che senza i contributi pubblici dello Stato massimo sarebbero agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina ; e il giudizio di Brenner è leggermente meno apologetico. “Ecco come l’Occidente si avvia alla sua fine”; “In Ucraina”, scrive, “abbiamo commesso un terribile errore geostrategico. E in Palestina” abbiamo dato un colpo mortale a “l’influenza dell’Occidente a livello globale”: il risultato è che “Due terzi dell’umanità” provano oggi “un totale disgusto di fronte alla nostra sfacciata dimostrazione di ipocrisia” che ha dimostrato come “gli atteggiamenti razzisti non si sono mai completamente estinti: dopo un periodo di letargo, la loro recrudescenza è evidente”.
Dopo essersi arrampicati sugli specchi per due anni nel tentativo di spacciare la debacle ucraina come una prova della superiorità morale dell’Occidente e la stagnazione economica, accompagnata dal crollo del potere d’acquisto delle famiglie occidentali, come una prova della resilienza dell’incubo distopico neoliberista, il nuovo cavallo di battaglia della propaganda suprematista più spregiudicata è la prova di forza di Israele che non solo non si fa intimorire dal perbenismo di chi si ostina a considerare anche popoli inferiori – come quello palestinese – esseri umani e procede nel suo sterminio di massa, ma rilancia senza indugi e riesce di nuovo a colpire dritto al cuore il cosiddetto asse della resistenza.
Ma siamo proprio sicuri che ostentare ferocia e spingere per l’allargamento del conflitto sia davvero una prova di forza? La pensa diversamente, ad esempio, il sempre ottimo magazine israelo-palestinese 972 che, nel titolo del suo ultimo editoriale, si chiede Perché Israele è terrorizzato dal cessate il fuoco?; l’articolo ricorda come, al contrario delle strampalate tesi dei democratici per il genocidio di casa nostra, “Nonostante ci siano state critiche diffuse sulla gestione del conflitto da parte di Netanyahu” e nonostante “molti israeliani condividano l’affermazione secondo la quale Netanyahu sta continuando la guerra per promuovere i suoi interessi politici e personali”, in realtà “anche i suoi oppositori, sia nel campo liberale che nella destra moderata” condividono l’idea che “la guerra non deve finire”. Il punto è che, ormai, “Anche all’interno dell’establishment della sicurezza israeliano, sempre più persone affermano apertamente che eliminare Hamas, in realtà, molto semplicemente non è un obiettivo raggiungibile”; accettare l’ipotesi di un cessate il fuoco a queste condizioni “equivarrebbe ad ammettere che gli obiettivi dell’operazione erano semplicemente irrealistici” e che, quindi, lo sterminio è stato del tutto gratuito ed insensato, una mera ritorsione del padrone indispettito dallo schiavo che ha osato alzare la testa e che, per punirlo, ha deciso di sterminargli tutta la prole. Ma non solo: “Un cessate il fuoco” sottolinea ancora 972 “costringerebbe l’opinione pubblica ebraica ad affrontare un nodo fondamentale. Se infatti lo status quo non funziona, e una guerra costante con i palestinesi non può ottenere la vittoria desiderata, allora l’unica opzione che resta è finalmente prendere coscienza della realtà: l’unico modo che gli ebrei hanno per poter vivere in sicurezza, è un compromesso politico che rispetti i diritti dei palestinesi”. Insomma: come sanno anche i bambini – a parte quelli che scrivono sul Foglio – anche in questo caso la spregiudicatezza e la ferocia, più che di forza e di sicurezza, potrebbero essere sintomi di panico e di disperazione che potrebbero non riguardare esclusivamente il governo criminale di Netanyahu e neanche solo Israele. Ma prima di addentrarci in questo ennesimo mercoledì da leoni dell’Occidente collettivo in declino, ricordatevi di mettere un mi piace a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro gli algoritmi e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche; un piccolo gesto che, però, è indispensabile per aiutarci a costruire il primo vero e proprio media che dà voce al 99%.

Bret Stephens

L’editorialone a sostegno del genocidio de Il Foglio di ieri è una vera e propria perla di post-verità suprematista da incorniciare; a ispirarli, oltre agli ultimi episodi di efferata ferocia che non fanno mai male, anche un paio di editoriali sul giornale mainstream che, più di ogni altro, in questi mesi si è speso per diffondere fake news di ogni genere per giustificare il genocidio: il New York Times. A firmarli, il brillante Bret Stephens, già premio Pulitzer e incarnazione della fazione più guerrafondaia della grande famiglia neocon che, ormai, include l’intera classe politica USA, ad eccezione dei trumpiani più esagitati; Stephens, rampollo di una famiglia di ricchi dirigenti d’azienda ebrei, dal 2002 al 2004 è stato anche caporedattore del Jerusalem Post prima di portare la propaganda sionista su scala globale dalle pagine del Wall Street Journal e della NBC e l’ha fatto sempre senza troppi giri di parole: nel 2016 scatenò una polverone quando scrisse espressamente che l’antisemitismo è “la malattia della mente araba” aggiungendosi, così, alla lunga lista di negazionisti che vogliono cancellare le responsabilità storiche di cristianesimo e cattolicesimo inventandosi un primato antiebraico dell’Islam palesemente contrario alla realtà storica. Ma il meglio, in realtà, lo ha dato quando – in modo molto razionale e scientifico – ha sostenuto che gli ebrei askenaziti sono dotati di un’intelligenza superiore (anche se, a leggere i suoi editoriali, qualche dubbio rimane, diciamo): suprematista, islamofobo, di buona famiglia, guerrafondaio, sostenitore della guerra in Iraq e della leggenda delle armi di distruzione di massa, Stephens non poteva che conquistare il cuore dei troll del Foglio che, alle sue minchiate, ci aggiungono del loro. La teoria di Stephens che tanto ha fatto innamorare Il Foglio è quella di un mandato arabo per la Palestina: “L’ambizione a lunghissimo termine” scrivono le bimbe di Giuliano Ferrara “sarebbe quella di trasformare Gaza in una versione mediterranea di Dubai, grazie all’aiuto dei paesi arabi moderati”; e quali sarebbero questi paesi arabi moderati? Ovviamente, in primo luogo, Emirati e Sauditi, cioè due monarchie assolute fondate sulla lapidazione e che il Foglio definisce “allergici all’estremismo e aperti al mondo” – in particolare, al mondo delle centinaia di migliaia di lavoratori migranti ridotti in regime di schiavitù, come da sempre denunciato dalle stesse ONG che Il Foglio riporta con enfasi ogni volta le accuse riguardano paesi che non accettano il dominio dell’Impero, ma sulle quali, in questo caso, evidentemente è meglio stendere un velo pietoso; secondo Il Foglio, questi paesi potrebbero accettare di trasformare Gaza in un loro protettorato perché, se non si trova una soluzione, Gaza rischia di “dividere il mondo arabo, rafforzare l’Iran e minare il percorso di modernizzazione intrapreso dai migliori leader arabi”.
Io, però, sarà perché non ho studiato abbastanza il pensiero di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, ma la questione della modernizzazione l’avevo capita un po’ diversamente: ad esempio, avevo capito che un aspetto fondamentale della modernità era il passaggio dai sistemi feudali, dove il ruolo nel mondo era determinato dal sangue, all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e allo Stato; in questo senso, è assolutamente vero che nel Medio Oriente è in corso – e da parecchio – una lunga guerra per la modernità dove le repubbliche, anche quelle di ispirazione islamica, rappresentano l’uscita dal medioevo e le monarchie assolute la conservazione (che è, in fondo, anche il motivo profondo del dissidio tra l’asse della resistenza e le petromonarchie). L’affermazione delle forze nazionaliste e repubblicane nell’area rappresenta un rischio esistenziale per i regimi feudali del golfo che hanno come interesse principale quello di conservare un sistema di potere arcaico che esclude il popolo da ogni forma di potere; l’incoerenza con la quale le petromonarchie solidarizzano con la popolazione palestinese a chiacchiere, mentre continuano a collaborare con l’impero coloniale, sta tutta – appunto – in questa convergenza tra impero e monarchie regionali nel combattere l’avvento della modernità e, cioè, della sovranità popolare, un asse che, nell’era dell’unipolarismo a stelle e strisce, ha retto benissimo e che, nelle intenzioni di Washington, si doveva finalmente formalizzare con gli accordi di Abramo. Paradossalmente, però, nel tempo – e non senza contraddizioni – le petromonarchie si sono rivelate meno intransigenti degli alleati occidentali: nonostante l’interesse comune a perpetrare un sistema premoderno, dove la divisione tra chi comanda e chi viene comandato (tra schiavi e uomini liberi) è naturalizzata e istituzionalizzata, le petromonarchie hanno capito – prima dell’impero e delle sue propaggini regionali – che il mondo stava cambiando e che, per salvare il salvabile, era necessario scendere a qualche compromesso; ed ecco così che, di fronte al tentativo di escalation israeliano contro l’Iran rappresentato dall’attacco al consolato di Damasco, i sauditi hanno reagito tempestivamente con questo comunicato ufficiale che condanna l’accaduto. Nel frattempo, The Cradle parla di una visita di Wafiq Safa, capo dell’Unità di collegamento e coordinamento di Hezbollah negli Emirati Arabi Uniti, che “nonostante tutte le congetture”, sottolinea l’articolo, rappresenta “uno sviluppo innegabile: il tentativo di cominciare a sciogliere le ostilità di lunga data tra Hezbollah e un importante alleato arabo sia degli Stati Uniti che di Israele come gli Emirati Arabi Uniti” : per capire l’entità, basti ricordare che Safa è sulla lista delle sanzioni USA e la stessa Hezbollah è, a tutt’oggi, designata come organizzazione terroristica dagli Emirati. Al cuore di queste trattative, formalmente c’è una questione piuttosto circoscritta: il destino di alcuni prigionieri libanesi detenuti nell’emirato, ma quello che fa pensare è che “questo incontro insolito avrebbe potuto svolgersi a Damasco, in segreto. Gli Emirati invece hanno optato per una messa in onda pubblica, e hanno persino organizzato il trasporto di Safa via aereo negli Emirati”.
A voler essere ottimisti, sembrano tutti segnali di un sempre maggior isolamento di Israele che però, appunto, non si scoraggia e rilancia: la campagna israeliana volta a prendere di mira i massimi comandanti iraniani e i leader dei gruppi militanti dell’asse della resistenza va avanti da tempo, ma quello che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un importante salto di qualità: prima ci sono stati gli attacchi aerei israeliani sulla provincia settentrionale siriana di Aleppo dove sarebbero rimasti uccisi, secondo un osservatore interpellato dal Financial Times, “42 persone” tra i quali “cinque combattenti del gruppo militante libanese” Hezbollah. “Se i numeri fossero esatti” sottolinea il Financial Times “sarebbe l’attacco israeliano più mortale in Siria dal 7 ottobre”; l’obiettivo sarebbero stati, in particolare, carichi di armi diretti proprio in Libano, ed era solo l’inizio: l’attacco al consolato, infatti, rappresenterebbe un’escalation ancora più vistosa, dal momento che “Le strutture diplomatiche” come ha ricordato, sempre al Financial Times, Dalia Dassa Kaye dell’Università di Los Angeles “sono viste come spazi nazionali protetti e sovrani. Un attacco a una struttura diplomatica è come un attacco al paese stesso”. A cadere nell’agguato, Mohamad Zahedi che, secondo Charles Lister del Middle East Institute, sarebbe stato nientepopodimeno che “l’uomo di riferimento per tutto ciò che il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sta facendo in Siria e Libano”: secondo quanto riportato dalla testata libanese Al Mayadeen, il responsabile delle relazioni nel mondo arabo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina avrebbe dichiarato che Zahedi si stava “coordinando con le parti interessate per consegnare armi a Gaza”; in sostanza, secondo queste poche informazioni tutte da verificare, l’asse della resistenza sta cercando di alzare un po’ l’asticella e Israele, però, è ancora in grado di rovinargli i piani prima di ottenere risultati concreti, ma in molti sospettano che il cambio di strategia sia molto più profondo.
Quello che non torna, infatti, è che proprio mentre l’asse della resistenza alza l’asticella, gli alleati storici di Israele intensificano i canali di dialogo; Israele, quindi, comincerebbe a temere sempre di più l’isolamento e, non avendo una exit strategy ragionevole, avrebbe deciso di puntare tutto sull’allargamento del conflitto: l’allargamento del conflitto, infatti, imporrebbe un intervento ancora più massiccio da parte di Washington e, forse, anche un cambio di rotta da parte dei paesi arabi. Nessuno infatti, per motivi diversi, potrebbe in nessun caso permettere una vittoria sul campo dell’asse della resistenza: le petromonarchie perché, sotto la spinta del nazionalismo popolare, vedrebbero minacciata la tenuta dei loro regimi feudali; gli USA perché vedrebbero tutta l’area spostarsi definitivamente nella sfera d’influenza di Russia, Cina e, in generale, tutto quello che si oppone all’unipolarismo a stelle e strisce. Un collo di bottiglia strategico che giustificherebbe anche il fatto che mentre, ormai, tutti sostengono che le divergenze tra l’amministrazione Biden e il governo Netanyahu non siano esclusivamente di facciata, il sostegno concreto degli USA al genocidio non viene comunque meno, anzi: come riportava la CNN lunedì scorso, infatti, l’amministrazione Biden sarebbe a un passo da approvare la vendita di 50 nuovi F-15 a Israele per la cifra di 18 miliardi di dollari, nella “più grande vendita di armi americane a Israele dall’inizio del conflitto il 7 ottobre scorso”.
Le priorità USA appaiono quindi piuttosto chiare: 1) impedire che Israele smetta di essere la principale potenza regionale e il guardiano degli interessi dell’impero in Medio Oriente e 2) convincere Tel Aviv, gli arabi e l’asse della resistenza a non trasformare il genocidio e lo sterminio in una guerra generale che le impedisca di concentrarsi sul Pacifico per la vera grande guerra contro il nemico cinese. Le parti in causa, quindi, sarebbero sostanzialmente 4: la prima è Tel Aviv, che non può vincere la sua guerra e che potrebbe vedere nell’escalation regionale l’unica soluzione possibile; la seconda è Washington, che non può permettere a Tel Aviv di perdere, ma che non può nemmeno permettersi di impantanarsi in prima persona in una grande guerra regionale. Da questo punto di vista, l’interesse della terza parte e, cioè, del Sud globale – che è un’astrazione e non esiste – coinciderebbe paradossalmente con quello israeliano, dal momento che un’escalation, per Washington, sarebbe una tragedia che accelererebbe vertiginosamente la fine dell’unipolarismo e l’avanzata di un nuovo ordine multipolare; e, infine, c’è l’asse della resistenza che, ovviamente, condivide il grande piano di indebolire l’unipolarismo USA, ma – giustamente – deve fare i conti con il livello di distruzione che una guerra regionale comporterebbe e sulle conseguenze che potrebbe avere per la sopravvivenza stessa di alcuni Stati, dall’Iran alla Siria, e anche di potenze non statuali come Hezbollah. Quello che sappiamo è che, nel frattempo, Israele ha deciso di reagire all’impasse strategica in cui s’è infilata mettendo finalmente fine alla barzelletta dell’unica democrazia del Medio Oriente; come riporta sempre il Financial Times, da un po’ di tempo a questa parte la morsa della repressione sul dissenso interno è aumentata a dismisura: “Nurit Peled-Elhanan, una docente universitaria, si è azzardata a scrivere in un gruppo WhatsApp di insegnanti che confrontare Hamas al nazismo non era accurato, poiché il nazismo era l’ideologia di uno stato che si proponeva di sterminare le minoranze indifese sotto il suo dominio”. “Nel giro di poche ore è stata sospesa; “Era la prima volta che attaccavano un ebreo di sinistra” ha detto Peled-Elhanan”. Stessa sorte, poco dopo, è toccata a Meir Baruchin, insegnante di storia ed educazione civica; a questo giro, galeotto fu un post su Facebook con foto di abitanti di Gaza uccisi durante l’offensiva israeliana: “Intere famiglie vengono spazzate via” ha avuto l’ardire di commentare. “Nel giro di poche settimane, il comune locale l’ha licenziata e ha presentato denuncia alla polizia. Il ministero dell’Istruzione gli ha sospeso la licenza di insegnante. E infine è stato arrestato con l’accusa di tradimento, e detenuto per quattro giorni”. Lunedì sera il parlamento ha approvato una legge che dà al governo il potere di vietare le trasmissioni di Al Jazeera nel paese e di sequestrare tutti i suoi beni: Dopo le fake news sugli stupri, titolava entusiasta ieri Libero, Israele proibisce al Jazeera, l’emittente dell’odio palestinese; più che con le presunte fake news sugli stupri – che, mal che vada, non sono certo in grado di controbilanciare le fake news sui bambini decapitati, le donne squartate per estrargli il feto e altra paccottiglia che Israele impone quotidianamente alla propaganda domestica e internazionale – la stretta, in realtà, sembra collegata alla necessità di dissimulare l’esito piuttosto drammatico dell’operazione militare, da Gaza al confine col Libano. Secondo la propaganda di regime, infatti, al confine nord si sarebbero registrati 258 combattenti di Hezbollah uccisi, contro appena 10 appartenenti alle forze armate israeliane, ma “Secondo i dati sul campo ottenuti da The Cradle”, in realtà “i combattenti uccisi da Hezbollah in operazioni transfrontaliere contro lo stato occupante sarebbero oltre 230”; il trucchetto, denuncia The Cradle, consisterebbe in buona parte nell’assoldare combattenti tra le comunità beduine e druse che poi non vengono riportati, e si chiude la faccenda con un generoso assegno alle famiglie: “Ad esempio” riporta l’articolo “il 70% del 299esimo battaglione, di stanza nella zona di Hurfaish – a quattro chilometri dal confine libanese – sono membri della comunità drusa. Il battaglione ha subito numerose vittime, ma Israele ha segnalato solo una perdita fino ad oggi”.
L’impero deve fare ogni giorno i conti con i suoi limiti e con le reazioni che scatena in chi non ha nessuna intenzione di chinare la testa e le uniche armi che gli rimangono, giorno dopo giorno, sono lo sterminio indiscriminato dei più indifesi e la propaganda; impediamogli di averla vinta: continuiamo a opporci a questo genocidio con ogni mezzo necessario, a partire da un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Piero Fassino















Israele, mina impazzita, non obbedisce più agli USA? – Ft. Marco Carnelos

Marco Carnelos, ex ambasciatore italiano in Iraq, delegato per la Siria e la pace in Medio Oriente e attualmente consulente geopolitico e geoeconomico, ci parla di Medio Oriente a tutto campo: Gaza, Israele, Libano, Iran, Yemen e Egitto. Cerchiamo insieme di risolvere questo rebus, ricostruendo storia e strategia nella regione. Gli USA e Israele non più in sintonia su come condurre il conflitto a Gaza e si fanno sempre più forti i timori di un intervento israeliano massiccio in Libano. L’internazionale sciita, composta da Iran, Hezbollah e Houthi, rimane la parte più attiva nella difesa della causa palestinese e in una ferma opposizione al disegno egemonico statunitense nell’area. Ai margini, Russia e Cina stanno a guardare, preparandosi a cogliere future opportunità.

Droni Houthi sulle navi italiane: per sostenere il MASSACRO INFINITO la Meloni rischia l’ESCALATION

Così ho colpito il drone titolava a tutta pagina lunedì scorso Il Corriere della serva: “Il drone a 4 miglia, dovevo decidere. Poi ho pensato ai miei.” L’entusiasmo patriottico col quale i media italiani hanno accolto il battesimo di fuoco della nostra marina militare nello stretto di Bab el-Mandeb ha sinceramente qualcosa di profondamente commovente: “Eravamo in pattugliamento vicino alle coste yemenite” ha raccontato il capitano di vascello Andrea Quondamatteo “quando a un tratto è arrivato un eco radar sconosciuto. Un profilo in movimento, a bassa quota e in rapido avvicinamento minaccioso: un missile? Un aereo?”; ma no Andre’, è Supergiovane con la sua vespa schioppettante. Ed ecco così che – prima di rimanere abbrustolito dalle fiamme della petomarmitta – il nostro Quondamatteo si vede passare davanti agli occhi in un attimo tutta la sua vita: “Ho pensato a mio papà e a mia mamma Fiorella che non c’è più. Lei per anni ha fatto da madre e da padre a me e mio fratello, perché a casa i comandanti non ci sono quasi mai” e “così ho preso la decisione. Dovevo difendere la mia nave e il mio equipaggio e ho dato il comando all’operatore del radar di tiro: il cannone di prora dritta ha sparato 6 colpi, e dopo pochi secondi l’apprezzamento ottico ci ha confermato l’abbattimento”. Il giornalista allora rilancia: “Anche i social ieri sono impazziti, e c’è chi ha paragonato la Duilio addirittura a Mosè, capace di aprire le acque del mar Rosso”, ma il nostro eroico capitano rimane umile: “Esagerati” ammonisce. Insomma, abbastanza: a leggere i giornali sembra quasi che abbiamo abbattuto uno Zircon o qualche altro arnese ipersonico; abbiamo abbattuto un drone da qualche migliaia di euro. Figuratevi quanto ci maciulleranno le gonadi se mai dovessimo affrontare qualche pericolo concreto: ci farebbero rimpiangere tempo zero la melassa delle interviste alle finaliste di miss Italia; è un motivo sufficiente per diventare pacifisti solo quello. Un incubo!

Supergiovane

D’altronde, per come stiamo messi – visti i precedenti – un po’ di enfasi tutto sommato è anche giustificata; pochi giorni prima, il 27 febbraio, il battesimo di fuoco infatti era toccato a un’altra imbarcazione coinvolta nell’operazione Aspides: è la fregata tedesca Hessen che, di droni, ne ha abbattuti due ad appena 20 minuti l’uno dall’altro. Era la prima volta in quell’area per una nave tedesca – la prima giusta, diciamo; la sera prima, infatti, la Hessen s’era un po’ confusa e aveva aperto il fuoco contro un altro drone, ma non era andata benissimo: erano stati lanciati due missili Standard SM-2 che, però, “non hanno funzionato”, come ha ammesso lo stesso portavoce del ministero della difesa tedesco Michael Stempfle. Paradossalmente, è andata di lusso così; il drone in questione, infatti, questa volta non era dei terroristi che si oppongono al genocidio, ma degli alleati democratici che lo sostengono: un Reaper MQ-9 americano che aveva il trasponder per l’identificazione spento perché impegnato in un’operazione antiterrorismo, lo stesso MQ-9 che “quei dementi degli Houthi” – come li ha definiti Guido Olimpo, grande firma del giornalismo italiano (che l’ultima volta che n’ha azzeccata una c’era ancora non dico la lira, ma i sesterzi) – invece hanno tirato giù con una certa disinvoltura e non una, ma ben due volte. “Entrambi i missili Standard SM-2” riporta Analisi Difesa, avrebbero “rivelato difetti tecnici durante l’impiego, elemento” sottolinea il direttore Gianandrea Gaiani “che apre inquietanti interrogativi circa l’efficienza dei sistemi di difesa navale tedeschi contro le minacce aeree”, e fino ad ora era andata di lusso perché, anche se difettosi, almeno i missili c’erano: “Abbiamo scoperto solo ora che una parte delle munizioni della fregata Hessen non può più essere acquistata perché non c’è più la capacità industriale corrispondente” ha affermato Florian Hahn, portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare CDU/CSU all’opposizione; “Quindi, quando le scorte saranno esaurite, la Marina non potrà più rifornirle e dovrà ritirare la fregata. Il Parlamento ha approvato la missione nel mar Rosso senza sapere che c’era ovviamente un problema di munizioni″.
L’asse della resistenza non poteva chiedere di meglio: con decine e decine di attacchi con droni da poche migliaia di euro, la strategia di Ansar Allah è infatti sempre stata, molto semplicemente, quella di imporre al sostegno al genocidio dell’Occidente collettivo il più alto costo possibile; “Da ottobre” ricorda sempre Gaiani “la sola US Navy ha lanciato circa 100 missili terra – aria Standard SM-3 contro missili e droni Houthi”. Se a questi ci aggiungi anche i missili lanciati a cazzo contro bersagli amici in incognita, prima di Pasqua capace si fa festa; d’altronde, gli errori tedeschi erano abbastanza prevedibili e non solo per il materiale scadente: a corto di uomini, i marinai tedeschi vengono mandati sempre più spesso in missione e “oltre 230 giorni in mare in un anno” ha denunciato l’ammiraglio Axel Schulz “non sono rari”. A complicare il quadro, appunto, c’è la sovrapposizione delle missioni anglo – americane ed europea: “Come già accaduto in Afghanistan” sottolinea ancora Gaiani “gli Stati Uniti operano unilateralmente in un’area operativa in cui agiscono anche forze alleate complicando così il coordinamento e lo scambio di informazioni”; tutte queste criticità messe insieme, continua Gaiani, “rischiano di mettere in forse la sostenibilità nel tempo della missione nel mar Rosso” soprattutto dal momento che, nonostante – come annunciato con enfasi dal vice segretario aggiunto alla Difesa americano per gli affari in Medio Oriente Daniel Shapiro – le forze statunitensi ad oggi avrebbero colpito la bellezza di 230 obiettivi in Yemen, le potenzialità offensive di Ansar Allah “non sembrano essere state scalfite in modo significativo”. “Il bellicismo ostentato nelle dichiarazioni dei leader europei” conclude Gaiani “cozza con la cruda realtà delle risibili capacità belliche, e impone di chiedersi perché un’Europa disarmata punti su soluzioni muscolari alle crisi in atto invece di mettere in campo robuste iniziative diplomatiche”, sopratutto alla luce del fatto che i droni yemeniti ce li siamo proprio andati a cercare: le nostre fregate, infatti, sono in zona da tempo, ma in anni e anni di pattugliamento non erano mai state prese di mira e i guai sono iniziati tutti con l’annuncio della missione Aspides e del suo rapporto abbastanza ambiguo con quella dichiaratamente offensiva degli angloamericani; l’unica speranza sarebbe riuscire a garantire, in modo credibile, che si tratti davvero di missioni rigorosamente esclusivamente difensive, che niente hanno a che spartire con l’atto di forza della Prosperity Guardian. Ma non solo: bisognerebbe anche garantire che in nessun modo la missione servirà a sostenere il genocidio in corso e che si occuperà esclusivamente di proteggere imbarcazioni commerciali da e per i porti dell’Unione Europea. Insomma: esattamente il contrario di quello che ostentano quegli scappati di casa che ci ritroviamo al governo e la propaganda cialtrona che li sostiene.

Giuseppe de Vergottini

“Colpire basi a terra? La legge non lo esclude”: l’organo ufficiale dei fascioliberisti decerebrati italiani che è Libero, anche a ‘sto giro fa di tutto per andare contro agli interessi nazionali. Questa volta a fare per accelerare il declino della bagnarola italiana ci si mette il sempre pessimo Giuseppe De Vergottini, il giudice costituzionale che odia la Costituzione: erede di una famiglia istriana nobile, prima, e orgogliosamente fascista poi (compreso uno zio podestà), Giuseppe – oggi presidente di FederEsuli – da sempre si batte contro l’assunzione di responsabilità del nostro paese per i crimini contro l’umanità commessi nella ex Jugoslavia e all’idea di una nuova avventura bellica, nonostante ormai sulla soglia dei 90 anni, gli si continuano a illuminare gli occhi. “Le navi italiane potranno intercettare i missili e i droni degli Houti, ma non colpire le basi di terra da cui partono. Non è un limite che può rivelarsi pericoloso?” lo imbocca il giornalista: “La missione è qualificata come difensiva” risponde De Vergottini, e “quindi reazione ad attacchi. Ma” sottolinea “esiste una legittima possibilità di reazione anticipata nell’immediatezza di attacchi da parte dei gruppi terroristici” dove, da tradizione, per gruppi terroristici si intende ovviamente chiunque si azzardi ad opporsi a un genocidio; “Spetterà a chi ha la responsabilità di comando decidere se colpire la base di partenza dell’attacco” conclude De Vergottini “in modo da evitare di diventare sicuro bersaglio degli attaccanti”. D’altronde, ora che abbiamo dimostrato che possiamo tirare giù addirittura un drone da qualche migliaia di euro, e chi ci ferma più?
Di fronte al massacro degli affamati di giovedì scorso a Gaza, Davide Frattini sul Corriere della serva di venerdì ci invitava a non correre troppo a ricostruzioni avventate: d’altronde, ricordava, “I portavoce dell’esercito dicono che le truppe hanno sparato solo colpi d’avvertimento, per disperdere la folla”; se poi questi subumani morti di fame sono così coglioni che si mettono a correre e si calpestano, noi che ci possiamo fare? Siamo superiori, è vero, ma per i miracoli non siamo ancora attrezzati. La patetica linea difensiva del regime genocida di Israele è diventata immediatamente e automaticamente la linea ufficiale di tutti i principali media italiani: il Corriere della serva i morti li cancella tout court e parla di “una folla di palestinesi” che, come succede sempre quando hai a che fare con dei subumani privi di ogni forma di civiltà, “assalta i camion degli aiuti umanitari”. Libero, ovviamente, non può non rilanciare: Israele: – titola – stavano sparando ai nostri soldati. La Stampa: Folla fuori controllo, costretti a sparare. La maggior parte delle vittime calpestate; come abbiamo scritto in un post venerdì mattina, nel prossimo episodio… Auschwitz: la folla si accalcava per fare la doccia. Costretti ad aprire il gas“. Secondo La Repubblica, invece, sono stati “solo colpi di avvertimento, è stato un incidente”.
Ovviamente di accidentale, nella strage, c’è decisamente poco; in primo luogo, di default, per le responsabilità oggettive: la prima è che se vi siete finora scandalizzati per i 30 mila civili massacrati dalle bombe, aspettate di vedere le conseguenze della fame imposta a tutto il resto della popolazione. Come ricordava ieri Richard Brennan, direttore regionale dell’OMS, su Il Manifesto, infatti, “prima del conflitto entravano 500 camion di aiuti al giorno. Ora, un centinaio” dai quali gli israeliani, scientificamente, sottraggono il più e il meglio: la CNN, ad esempio, ha revisionato i documenti degli operatori umanitari che elencano i beni più frequentemente bloccati dagli israeliani e “questi includono anestetici e macchine per anestesia, bombole di ossigeno, ventilatori, sistemi di filtraggio dell’acqua, medicinali per curare il cancro e pastiglie per purificare l’acqua”. Risultato – sottolinea Brennan -: “Tra traumi non curati, malattie e trattamenti per condizioni croniche non ricevuti, proiezioni della Johns Hopkins University e della London School of Hygiene and Tropical Medicine parlano di 85mila morti possibili nei prossimi sei mesi”. Particolarmente critica la situazione proprio a nord, il teatro della strage: come sottolineava, sempre su Il Manifesto, Andrea de Domenico del coordinamento umanitario dell’ONU, infatti, “Dal 18 febbraio le Nazioni Unite non sono più riuscite a effettuare alcuna operazione di assistenza al nord di Gaza. La gente ha cominciato a mangiare cibo che normalmente viene dato agli animali. Un sacco di farina che prima della guerra costava circa 10 euro ora al nord ne costa circa 500”; in questa situazione, per gli aiuti umanitari esistono appena “un paio di strade dove far arrivare i convogli. La gente perciò” continua de Domenico “sa benissimo da dove giungono i camion e le persone, disperate, senza più nulla, li vedono arrivare, corrono verso di loro per prendere ciò che possono, correndo rischi incredibili”. A questo giro in particolare, ricostruisce una testimonianza raccolta da Michele Giorgio sempre su Il Manifesto, contro i suggerimenti degli operatori umanitari che chiedevano arrivi più scaglionati, gli israeliani “hanno fatto arrivare un convoglio molto lungo, di circa 30 camion. La coda del convoglio così si è ritrovata a poca distanza dal blocco militare, e quando la folla s’è avvicinata agli ultimi autocarri per prendere gli aiuti, i soldati hanno fatto fuoco” e non certo per aria o, almeno, non solo: come racconta il dottor Jadallah al Shafi che, da poco, è riuscito a rimettere in funzione tre sale operatorie nell’ospedale di Shifa (chiuso a novembre perché assalito dall’IDF) “Abbiamo ricevuto persone che erano state colpite da proiettili, talvolta in più parti del corpo, alla testa, al torace e alle gambe”.
Di fronte a questo massacro, l’Occidente collettivo ha giocato un pochino allo sbirro buono perché, per esercitare il tuo diritto alla difesa, puoi sterminare tutti i bambini che vuoi, ma almeno un piccolo sforzo per distribuirli e camuffarli un po’ lo devi fare, che sennò ci fai sfigurare; massacrare la gente affamata in fila per un pugno di farina, infatti, da un paio di settimane in realtà è diventato uno sport nazionale: come scrive il mitico blog Moon of Alabama “In passato avevo scritto che le forze di occupazione sioniste inviano cibo nel nord della Striscia di Gaza per poi uccidere i palestinesi affamati che cercano di raccoglierlo. Alcuni lettori mi hanno detto che si trattava di un’affermazione un po’ troppo forte. Non lo era. E’ esattamente quello che sta succedendo giorno dopo giorno”. Qualche esempio? “18 febbraio: Un abitante di Gaza affamato colpito alla testa dall’IDF in via Rasheed mentre veniva in cerca di cibo”; “22 febbraio: L’ospedale Al-Shifa accoglie diversi abitanti di Gaza feriti o uccisi dall’IDF in via Rasheed mentre cercavano disperatamente del cibo”; “23 febbraio: Un cittadino di Gaza affamato va con il fratello minore in cerca di cibo in Rasheed Street e ritorna con suo fratello in una borsa sulla schiena, colpito dall’IDF”; “24 febbraio: la Mezzaluna Rossa recupera i corpi di due abitanti di Gaza uccisi dai soldati dell’IDF in via Rasheed mentre cercavano disperatamente cibo”e così via. “Questo” conclude Moon of Alabama “è quello che accade praticamente ogni giorno da settimane nel nord di Gaza”; ecco, così si che va bene: un giorno uno, il giorno dopo altri due, poi magari – quando è festa – una decina, ma 120 in una botta sola è troppo. Si vedono anche dal satellite. Gli sbirri buoni, allora, provano a riconquistare un po’ di credibilità; addirittura Frattini s’è un po’ indignato e ha accusato gli alleati più fanatici del governo dell’unica democrazia del Medio Oriente di progettare “di ricostruire gli insediamenti ebraici nella striscia”: addirittura, sottolinea, “Hanno già disegnato la mappa: il villaggio Vita Coraggiosa sorge davanti al mare e sul manifesto è un punto verde, mentre Sha’arei è blu e sta dalle parti di Khan Younis, dove l’esercito combatte le battaglie più intense degli ultimi mesi, e da dove gli abitanti sono stati sfollati ancora una volta, pigiati verso il Mediterraneo, pigiati verso la mancanza di fuga e di speranza”. Pure poeta. Ora, questa carta – sottolinea Frattini – “potrebbe essere ri – arrotolata come il vaneggiare di esaltazioni messianiche. Se non fosse” però, conclude, “che ieri quell’ebbrezza è diventata disordine reale, con almeno cinquecento coloni a premere sul posto di blocco piazzato dall’esercito fino a sfondarlo e a entrare nella Striscia”. Capito? Mentre l’IDF sparava sulla folla affamata, 500 simpatici coloni sfondavano i posti di blocco delle forze dell’ordine ed entravano a Gaza per rivendicarne la proprietà, ma a loro non sparava nessuno. Manco una manganellatina: quelle, nelle vere democrazie, si conservano per i ragazzini di 16 anni che il genocidio, invece di invocarlo, lo denunciano.
Nel giardino ordinato, infatti, si sta verificando questo fenomeno strano: i giovanissimi, nonostante siano stati addestrati all’insegna del rincoglionimento scientifico di massa, non si capisce per quale strana ragione sembra non apprezzino particolarmente l’idea di vedere massacrati i loro simili manco fossero dei topi di laboratorio; secondo un sondaggio di Gallup pubblicato lunedì scorso, infatti, negli USA tra la popolazione di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha un’opinione favorevole su Israele il 38% della popolazione. L’anno scorso era il 64: tutti voti ai quali Biden non può rinunciare, ed ecco – allora – che si comincia a smuovere qualcosina: ieri Benny Gantz si è recato a Washington e, a quanto pare, senza l’autorizzazione di Netanyahu, che si sarebbe leggermente indispettito. Per le cancellerie suprematiste dell’Occidente collettivo, è il volto presentabile del genocidio; Benny Gantz, infatti, è stato a lungo l’anti Netanyahu, ma dopo aver guidato l’opposizione, quando – dopo l’operazione diluvio di Al Aqsa – in Israele, per favorire la soluzione finale, si è optato per un governo di unità nazionale, ha aderito senza tentennamenti: come annunciava entusiasticamente Il Foglio, “Aveva l’obiettivo di rovesciare il premier, ma si è reso contro che Israele ha bisogno della sua competenza”. D’altronde, per portare avanti il più grande massacro di civili del XXI secolo di competenza ce ne vuole parecchia.

Benny Gantz

Nel frattempo, però, è arrivata anche la crisi degli ostaggi e anche una catastrofica crisi economica: per l’ultimo quadrimestre del 2023, gli analisti consultati da Bloomberg avevano previsto un calo del PIL annualizzato di circa il 10%; è stato del doppio, 19,4. I consumi privati sono crollati del 27%, gli investimenti, addirittura, del 70 e non è che si veda chiaramente una via d’uscita: come riporta il Wall Street Journal “All’interno delle forze armate, dai comandanti ai soldati semplici, sono sempre di più quelli che temono che le vittorie tattiche ottenute sul campo di battaglia non porteranno a una vittoria strategica duratura. Dopo quasi 5 mesi di combattimenti intensi” continua l’articolo “Israele è ancora ben lontano dall’obiettivo dichiarato dell’eliminazione di Hamas come entità politica e militare di un qualche rilievo”; “Combattere il nemico è come giocare ad acchiappa la talpa”, avrebbe affermato un riservista israeliano della 98esima divisione di stanza a Khan Younis al WSJ. “Molti soldati lamentano l’assenza di un vero piano e si domandano a cosa servano i loro sacrifici. Distruggere Hamas sarà incredibilmente complicato”. Il Journal sottolinea inoltre come, molto probabilmente, i militanti di Hamas caduti durante il conflitto sono molti meno di quelli dichiarati da Israele e che, nel frattempo, altrettanto probabilmente Hamas ha reclutato nuovi combattenti, col rischio che il bilancio sia addirittura in positivo; vista la malaparata, come riporta il canale ebraico Channel 14, “Un gran numero di ufficiali hanno recentemente annunciato il loro ritiro dall’unità responsabile del sistema informativo militare”. La situazione sarebbe così critica da spingere il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant a chiedere la fine del regime di esenzione dalla leva militare per le comunità ultra ortodosse: “L’esercito ha bisogno di manodopera adesso” ha affermato domenica scorsa; “Non è una questione di politica, è una questione di matematica”, e anche questa non è esattamente una posizione che rafforza il consenso verso il governo. Netanyahu, allora, ogni giorno di più vede la sua sopravvivenza politica legata alla continuazione della guerra, anche a costo di allargarla.
A partire dal Libano: citando alcuni funzionari USA, la CNN avrebbe rivelato come l’amministrazione Biden, ormai, ritenga “probabile che Israele lanci un’operazione di terra nel sud del Libano questa primavera”; La guerra tra Israele ed Hezbollah sta diventando inevitabile titolava la settimana scorsa Foreign Policy. Intanto, per non farsi mancare niente, lunedì l’esercito è entrato nel campo Al-Amari di Ramallah, in quella che fonti citate da Reuters hanno definito la “più grande incursione nella città degli ultimi anni” e il leader di Hamas in Libano, Osama Hamdan, ha invitato i palestinesi a “trasformare in uno scontro ogni momento” del mese di Ramadan che inizia domenica prossima. Per scongiurare un’ulteriore escalation, al Cairo gli USA mettono sul tavolo delle trattative un cessate il fuoco di 6 settimane che copra tutto il mese del Ramadan e ponga magari le basi per la fine di questa fase del conflitto, ma Israele manco si presenta ed è difficile pensare che Benny Gantz possa rappresentare una vera alternativa a queste posizioni: come ricorda Sputnik, infatti, è stato proprio Benny Gantz lo scorso fine settimana, alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, a ribadire che “Il mondo deve sapere, e i leader di Hamas devono sapere, che se entro il Ramadan gli ostaggi non saranno a casa, allora i combattimenti continueranno, anche a Rafah” e ciononostante, come sottolinea il giornale antimperialista libanese Al Akhbar, “Le munizioni, i mezzi di combattimento e il supporto militare USA rimangono illimitati. E l’America vuole quello che vuole Netanyahu, anche se vorrebbe ottenerlo con modalità leggermente diverse. Ma non vuole, e non è nel suo interesse, esercitare nessuna pressione reale che limiti la capacità di Israele di condurre il suo massacro”. Come suggerivamo in un video di qualche mese fa, c’è poco da girarci attorno: nell’era del declino inesorabile dell’egemonia dell’impero, il genocidio è il new normal e la consapevolezza, ormai, è piuttosto diffusa: anche questo weekend, oltre 100 piazze sparse su tutto il pianeta hanno risposto in massa all’appello “Giù le mani da Rafah”, una mobilitazione globale continua che non si vedeva da decenni; peccato che sui principali media del mondo democratico non se ne sia vista traccia.
In mezzo alle sofferenze più atroci, dai giovani dell’Occidente collettivo alle piazze del Sud globale, il mondo nuovo avanza, ma non saranno i vecchi media a raccontarvelo: ce ne serve uno tutto nuovo che, invece che del gossip del teatrino della politica, si occupi del movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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YEMEN: se il paese più povero del mondo mette fine alla globalizzazione

Come dice Alberto Negri, in Medio Oriente la guerra è già regionale da 50 anni: senza questa semplice premessa il rischio di prendere fischi per fiaschi rimane altino, diciamo; a partire dallo Yemen e dal Mar Rosso. Iniziamo dalla cronaca: come saprete tutti benissimo, tra le forze regionali che con più vigore hanno reagito militarmente alla guerra di Israele contro i bambini arabi a Gaza, spiccano gli Houthi che da noi vengono definiti ribelli – o addirittura terroristi – e, ovviamente, niente più che marionette in mano a Teheran che, per la proprietà transitiva, ha mutuato lo stesso potere paranormale dell’amico Putin: riuscire ad essere a un passo dal collasso e, allo stesso tempo, una superpotenza politica e militare alla quale tutte le altre forze della regione obbediscono senza battere ciglio. Potrebbe non essere una narrazione esattamente rigorosissima, diciamo; quelli che chiamiamo Houthi – ma che sarebbe più appropriato chiamare col loro vero nome e cioè Ansar Allah – infatti, in realtà ormai altro non sono che il governo di uno stato che, dopo oltre 15 anni di conflitti fratricidi, sta lottando per riaffermare la sua sovranità. Certo, un governo ancora non riconosciuto in un paese ancora diviso, ma che è ormai stabilmente in controllo della stragrande maggioranza del paese, che mette assieme diverse forze politiche e che, sostanzialmente, è uscito vincitore da una lunghissima e sanguinosissima guerra contro un’alleanza che, sulla carta, è ordini di grandezza più potente e che va dagli Emirati ai sauditi e gode del sostegno incondizionato di Washington; ovviamente, tutto questo senza il sostegno di Teheran non sarebbe stato possibile, come non sarebbe stata possibile in Libano l’eroica resistenza di Hezbollah, ma la caricatura che ne fa la nostra propaganda – di veri e propri pupazzi telecomandati dall’Iran – è una semplificazione becera che, come sempre, impedisce di capire cosa sta accadendo.

Il logo di Ansar Allah

Ansar Allah, come Hezbollah, sono forze di governo che godono di un vastissimo consenso popolare e che guidano le rispettive lotte di liberazione nazionale in un contesto regionale di lotta generalizzata contro quel che rimane del dominio coloniale; ora, come tutti sapete, sin dallo scoppio del genocidio di Gaza Ansar Allah – appunto – ha cominciato a prendere di mira Israele. All’inizio si trattava fondamentalmente di azioni dimostrative: razzi e droni diretti verso Israele e, in particolare, la Miami israeliana di Eilat, che però venivano piuttosto sistematicamente intercettati e abbattuti, prima di raggiungere la loro destinazione, proprio dai sauditi; al ché, Ansar Allah ha cominciato a prendere di mira le navi che passavano dallo stretto di Bab el-Mandeb, la porta di ingresso nel Mar Rosso, e che erano dirette in Israele. Una leva potentissima: da quel minuscolo stretto passano, infatti, il 30% dei container di tutto il mondo che sono stati costretti a cambiare strada, causando danni incalcolabili alla logistica globale proprio mentre ancora, tra tensioni geopolitiche e post covid, le supply chain – le catene del valore globale – continuano a vivere una situazione di stress come non si era mai vista dall’inizio della grande globalizzazione. Toccando il tasto dolente della logistica globale, Ansar Allah ha alzato vistosamente l’asticella da diversi punti di vista: il primo, immediato, è che bloccando le navi dirette in Israele concretamente causava danni molto più rilevanti di quelli causati da razzi e droni di avvertimento; il secondo è che trasformava una guerra locale in un problema globale che ricade sul groppone degli USA. Tra i compiti principali dell’Impero, infatti, c’è proprio quello di garantire la libera circolazione delle merci nei mari; è uno degli aspetti che, per decenni, ha giustificato il preteso eccezionalismo USA: certo – è vero – saranno pure l’unica superpotenza rimasta e sicuramente se ne approfittano pure, ma senza questa superpotenza chi sarebbe in grado di garantire che le merci possono spostarsi in sicurezza da un capo all’altro del mondo? Un ruolo che, ovviamente, è diventato ancora più fondamentale con la globalizzazione: se i paesi del Nord globale potevano permettersi di delocalizzare la produzione laddove gli tornava più conveniente, era anche perché c’era una superpotenza che gli garantiva che quelle merci poi sarebbero sempre arrivate in sicurezza a destinazione; ora l’entusiasmo per le delocalizzazioni e la globalizzazione sicuramente non è più al suo apice, e si preferisce parlare piuttosto di decoupling, di derisking e di reshoring o di nearshoring, ma il fatturato delle grandi corporation transnazionali dipende ancora (e dipenderà ancora a lungo ancora) da questo meccanismo.
Per gli USA ,quindi, intervenire per riportare ordine in quel collo di bottiglia strategico è oggettivamente inevitabile: sta scritto proprio nel suo DNA e nel DNA dell’ordine mondiale che ha imposto a sua immagine e somiglianza; e infatti, per settimane, nelle principali testate mainstream internazionali – quelle che fanno da megafono all’agenda delle oligarchie del Nord globale e la impongono come senso comune al resto della popolazione mondiale – non si è fatto che chiedere un intervento degli USA. D’altronde, per la più grande superpotenza militare della storia dell’umanità mettere a cuccia le forze armate del paese più povero del Medio Oriente, che è ancora nel bel mezzo di una guerra civile, non dovrebbe essere chissà che mission impossible. O, almeno, è inevitabilmente l’idea che si fa chiunque dia credito proprio alla propaganda suprematista che prova ancora a convincerci che gli USA abbiano i superpoteri; potrebbe non essere un’analisi proprio accuratissima. Un primo tentativo, ricordava ancora ieri Bloomberg, era stato fatto passando appunto da Teheran: “In privato” scrive Bloomberg “gli Stati Uniti hanno inviato ripetuti messaggi segreti all’Iran, esortandolo a fermare gli attacchi Houthi”. I più maliziosi, tra questi avvertimenti ci vedono addirittura anche l’attentato a Kerman dell’Isis Khorasan, che molti ritengono essere nient’altro che un’organizzazione fantoccio totalmente eterodiretta dall’asse che tiene assieme USA, Israele e petromonarchie del Golfo: “Teheran” però, continua Bloomberg, avrebbe risposto “di non avere alcun controllo sul gruppo”, risposta che però non convince la testata newyorkese che ricorda come “l’intelligence britannica” abbia a lungo dato indicazioni e fornito prove “che gli Houthi si rifornivano di armi che potevano essere ricondotte all’Iran” che è un’osservazione anche ragionevole, intendiamoci, che però la propaganda mainstream si fa solo quando riguarda gli altri. Quando viene fuori che Israele non potrebbe durare una settimana in più senza il sostegno degli USA, a nessuno gli viene in mente di dire che Israele è uno stato fantoccio eterodiretto da Washington, come non viene in mente neanche nel caso ancora più eclatante dell’Ucraina, ma se in ballo ci sono gli arabi diventa incontrovertibile, alla faccia del doppio standard.

Jonathan Panikoff

In realtà, comunque, Teheran non è l’unica a sostenere che gli Houthi tutto sommato fanno un po’ come cazzo gli pare: secondo Jonathan Panikoff, direttore della Scowcroft Middle East Security presso l’Atlantico Council, ad esempio, “questi gruppi hanno tutti il proprio processo decisionale indipendente. E questo non dovrebbe essere sottovalutato”; comunque, dipenda o meno da Teheran, fatto sta che questi avvertimenti sono serviti a poco e Ansar Allah non solo ha continuato per la sua strada, ma ha gradualmente intensificato gli attacchi fino a quando Washington non si è decisa a intervenire. Come tutti ricorderete, infatti, il mese scorso il segretario alla difesa USA Lloyd Austin ha fatto una videochiamata con un po’ di alleati ed ha annunciato la missione Prosperity Defense che però, evidentemente, non ha esattamente arrapato tutti: gli USA – pare – avevano cercato di coinvolgere i cinesi; d’altronde, il grosso delle navi che passa da lì sono cariche di merci cinesi, e figurati se i cinesi – materiali come sono – rinunciano a difendere i loro traffici in nome della solidarietà alla causa palestinese. Evidentemente, però, sono meno materiali di quello che pensano a Washington e nelle redazioni di mezzo mondo e hanno risposto picche; ma quello che ha colpito di più è che hanno risposto picche pure emiratini e sauditi che contro gli Houthi ci sono in guerra da 15 anni. Forse in ballo non c’è solo la solidarietà, magari; forse, molto più prosaicamente, c’è l’idea che militarizzare ancora di più l’area, invece che ristabilire la sicurezza della navigazione, potrebbe peggiorare la situazione.
D’altronde, però, bisogna stare anche attenti da farsi prendere da facili entusiasmi; il fallimento della chiamata alle armi della Prosperity Defense non significa certo che il grosso del mondo ormai è schierato a fianco di Ansar Allah in difesa della lotta di liberazione palestinese e contro il genocidio, e per averne una prova provata non si è dovuto manco aspettare tanto: mercoledì scorso, infatti, il consiglio di sicurezza dell’ONU ha messo ai voti una risoluzione di condanna nei confronti degli Houthi. E’ passata a stragrande maggioranza, con 11 voti a favore e 4 astenuti: tra i 4 astenuti anche Russia e Cina, e cioè due membri permanenti del consiglio che quindi hanno potere di veto che, però, hanno deciso di non utilizzare; gli unici che continuano imperterriti a ricorrere al diritto di veto – anche quando sono soli contro tutti – sono gli USA che, dall’inizio del massacro, vi hanno fatto ricorso continuamente per impedire venisse imposto un cessate il fuoco. Il mancato ricorso al veto da parte di Russia e Cina ha deluso molti, e non senza ragioni: in molti, infatti, sostengono che c’è poco da mediare e che di fronte al massacro a cui stiamo assistendo il muro contro muro è l’unica opzione sensata. La Cina, però, sembra continuare a vederla diversamente e a ragionare sui tempi lunghi: un veto alla risoluzione di condanna degli attacchi, infatti, sarebbe stato uno sgarbo diplomatico nei confronti di parecchi interlocutori, dalle petromonarchie del Golfo ai paesi europei più titubanti; la Cina, invece, ha optato come sempre per la mediazione, cercando di porre le basi per una convergenza la più ampia possibile in nome del diritto internazionale. La sintesi cinese allora suona più o meno così: va bene condannare le azioni degli Houthi, ma soltanto tenendo conto che sono una conseguenza inevitabile del massacro in corso a Gaza: aveva fatto anche un emendamento per sottolineare il legame tra le due cose, ma è stato bocciato; è importante ricordare che poche ore prima del voto di questa risoluzione gli Houthi avevano portato a termine quello che Bloomberg definisce “il suo più grande attacco di missili e droni mai realizzato nel Mar Rosso” e così, subito dopo il voto all’ONU, Biden è passato all’attacco. “Le forze americane e britanniche” riporta Bloomberg “hanno colpito installazioni radar, siti di stoccaggio e siti di lancio di missili e droni utilizzando aerei da combattimento dell’aeronautica americana e della portaerei USS Eisenhower, nonché missili Tomahawk lanciati da un sottomarino e navi di superficie” e, non contenti, dopo 24 ore c’hanno pure ribadito, portando a termine un altro attacco “contro un’installazione radar che non era stata completamente distrutta la notte prima”.
Secondo i più esagitati, in soldoni Russia e Cina gli avrebbero dato il via libera. La realtà potrebbe essere più complessa: ovviamente, infatti, la risoluzione dell’ONU in qualche modo legittimava almeno parzialmente l’intervento USA, ma non è che lo autorizzava; sostanzialmente, quindi, dal punto di vista del diritto internazionale non ha cambiato granché. Allo stesso tempo, dal punto di vista diplomatico, il mancato ricorso al veto ha rafforzato la credibilità cinese di potenza pacifica che lavora per il dialogo e la mediazione e rispetta il diritto internazionale. Risultato? L’Arabia Saudita ha lodato la posizione cinese, mentre ha condannato gli USA nonostante l’obiettivo dei loro attacchi sia un loro acerrimo nemico. E anche sull’utilità di questi attacchi ci sono parecchie perplessità: come ricorda Bilal Y Saab di Chatham House sul Financial Times, infatti, “Gli Houthi sono sopravvissuti per anni alla campagna di bombardamenti della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita. Attacchi limitati da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, non importa quanto dolorosi o chirurgici, avranno effetti limitati”. Simplicius The Thinker, come sempre, è decisamente più drastico: “Gli Stati Uniti e la loro piccola e isolata marmaglia di servili alleati” scrive “hanno attaccato lo Yemen con un attacco assolutamente impotente che non ha fatto e non avrà alcun effetto sul continuo blocco del Mar Rosso da parte dello Yemen”. Da un certo punto di vista, addirittura, potrebbero averli rafforzati: come ha dichiarato Iona Craig, giornalista e inviata in Yemen dal 2010 al 2015 su Declassified UK, “Tutto questo ha reso gli Houthi estremamente popolari. Ho parlato con moltissimi yemeniti che stavano dalla parte opposta durante la guerra civile, e che mi hanno detto guarda, noi odiamo gli Houthi, ma ammiriamo quello che stanno facendo. Nessun altro sta supportando la causa palestinese come loro”. “La campagna di bombardamento di Stati Uniti e Regno Unito nello Yemen” ha scritto su X l’ex portavoce del commando USA a Baghdad e a Sanaa Nabeel Khoury “ è un altro fallimento della diplomazia di Biden: non voleva una guerra a livello regionale, ora ne ha una; voleva la pace nello Yemen, ora è in guerra con gli Houthi – chiunque gli abbia detto che questo li avrebbe scoraggiati si sbagliava di grosso, questo li radicalizzerà ulteriormente!”. “Il punto” scrive Foreign Policy “è che gli USA in Yemen non hanno nessuna buona opzione”: se non interviene, sancisce la fine della Pax Americana e il suo status di superpotenza garante della sicurezza del commercio marittimo; se interviene col freno a mano tirato, non risolve il problema e, comunque, rafforza i suoi nemici, e se interviene in grande stile rischia di impantanarsi in una guerra regionale in grande stile dove potrebbe prendere più sberle di quelle che ha preso in Ucraina, spianando alla Cina la strada verso lo status di unica grande superpotenza globale in grado di dirimere le controversie internazionali con il dialogo e la diplomazia.

Lloyd Austin

Insomma: lo stato di salute dei leader dell’Occidente collettivo non sembra essere esattamente al top, letteralmente: il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha ordinato attacchi contro gli Houthi dall’ospedale dove era stato ricoverato per un cancro alla prostata che aveva tenuto nascosto al resto dell’amministrazione. Come sentenzia sempre Simplicius, siamo di fronte a “un regime decrepito guidato da un presidente senile e un segretario di stato debilitato, che ordinano massacri illegali dalle loro case di cura e dai letti d’ospedale contro la nazione più povera della terra, praticamente lo stesso giorno in cui il loro principale alleato affronta accuse di genocidio e crimini contro l’umanità davanti al tribunale dell’Aia”. “Per l’impero delle bugie” conclude Simplicius “le prospettive non sono mai state peggiori”; per dargli la mazzata finale abbiamo bisogno di un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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STERMINIO DEI GIORNALISTI: come Israele impone la sua visione eliminando fisicamente i giornalisti

Diecimila mila uomini armati di tutto punto che avanzano senza problemi; la bandiera israeliana esposta in bella mostra in un selfie celebrativo di gruppo dentro il parlamento di Gaza city; il quartier generale di Hamas circondato e assediato e i vicini arabi costretti a fare spallucce – asse della resistenza compreso – che, al di là delle minacce, sarebbe sostanzialmente del tutto impotente: il trionfo militare di Israele, da tutti i punti di vista, non potrebbe essere più schiacciante e plateale, o almeno così ci viene raccontata. E graziarcazzo: se la cantano e se la suonano.
Sia chiaro: per quanto ne sappiamo, potrebbero anche avere ragione eh? Il problema, però, appunto è: quanto ne sappiamo? Ogni fonte di informazioni indipendente – semplicemente – è stata abbattuta, proprio fisicamente intendo: secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, infatti, dall’inizio del conflitto si contano 9 giornalisti feriti, 13 arrestati, 3 scomparsi e la bellezza di 42 brutalmente assassinati, alcuni insieme anche a tutta la loro famiglia, che non si sa mai. Sostanzialmente tutti erano palestinesi e non erano proprio convintissimi dell’affidabilità delle fonti israeliane; per capire l’entità, in quasi due anni di conflitto in Ucraina i giornalisti morti risulterebbero in tutto 12. E così tutto quello che sappiamo oggi, sostanzialmente, è propaganda israeliana, spesso un po’ cringe: dalla copia magica del Mein kampf incredibilmente intonsa, nonostante sia stata ritrovata in mezzo alle macerie, alla famosa lista dei terroristi carcerieri trovata dentro all’ospedale di al Shifa e ostentata in pompa magna da tutti i media internazionali, a partire da quei geniacci della CNN. Peccato che quelli che indicavano come nomi dei carcerieri, in realtà, fossero i giorni della settimana; il documento scottante era un calendario. S’arrampicano sugli specchi: devono, in tutti i modi, giustificare il fatto di assistere entusiasti a un plateale crimine di guerra e – visto che di prove concrete che l’ospedale nascondesse nei suoi sotterranei nientepopodimeno che il quartier generale di Hamas al momento, stranamente, non ne hanno – s’attaccano a tutto. D’altronde non è la prima volta; è la modalità standard con la quale il giornalismo del mondo libero ha raccontato tutti gli stermini dell’asse del male negli ultimi 20 anni, da quando l’unico giornalismo tollerato è diventato solo ed esclusivamente quello embedded, totalmente controllato dalle forze di occupazione. Tutti i giornalisti occidentali che ora sono a Gaza, infatti, sono al seguito delle forza armate israeliane e hanno come unico mandato quello di fare da megafono alle loro vaccate, e sono l’unica fonte di informazioni che abbiamo. Una bella overdose di post – verità.
In questo video cercheremo di portarvi il punto di vista della parte opposta; ovviamente non è che sia necessariamente più affidabile di una Repubblichina o di una Radio genocidio radicale qualsiasi. In guerra, nessuna delle parti in causa, ovviamente, è molto affidabile: per questo esistono gli osservatori indipendenti. O meglio esistevano, prima che le bombe democratiche e liberali di Israele li sterminassero; l’obiettivo, appunto, era impedire all’altra campana di esistere tout court, e che la propaganda del genocidio diventasse magicamente LA REALTA’. Riusciremo a impedirlo?
Oltre ai pochi giornalisti che non sono a libro paga dell’apparato egemonico israeliano e dei suoi collaboratori, a minacciare di riuscire a portare al grande pubblico informazioni diverse da quelle sciorinate dalla propaganda genocida sionista ci sono le fonti aperte e cioè quell’infinita selva di dati che, nella guerra per procura della Nato contro la Russia in Ucraina, hanno permesso – giorno dopo giorno – di smontare sistematicamente la ridicola propaganda suprematista occidentale, e che in Israele sono stati scientificamente eliminati; lo riporta in un lungo articolo il sito libanese Al-Akhbar: “Sabotaggio GPS sulla Palestina occupata” titola; “i satelliti rivelano la sconfitta di Israele”. L’articolo ricorda come “dopo l’operazione diluvio di al-aqsa del 7 ottobre, Israele ha cercato di impedire agli account di open source intelligence di ottenere informazioni sabotando la tecnologia che fornisce i dati”. Come riportava lo stesso Bloomberg pochi giorni prima l’inizio dell’operazione di terra da parte di Israele, infatti, su richiesta del regime genocida di Tel Aviv Google aveva “interrotto il traffico di dati di Google Maps” su tutta l’area interessata; poco dopo è stato il turno anche dell’applicazione di mappe di Apple. Il Big Tech USA è al servizio del genocidio, senza se e senza ma. Nel caso non bastasse, come riportava Politico il 23 ottobre scorso, l’esercito di occupazione – comunque – aveva provveduto anche a sabotare i satelliti del sistema GPS sopra il confine che separa Israele dal Libano “nel tentativo di impedire ai missili di precisione o ai droni della resistenza libanese di raggiungere i loro obiettivi” (Al-Akhbar).

Ma era solo l’inizio; nei giorni successivi, infatti, Associated Press prima e New York Times dopo erano entrate in possesso di alcune immagini satellitari ad alta definizione che svelavano i movimenti delle forze armate israeliane. A fornirle, due aziende americane: Planet Labs e Maxar Tecnologies, che sono state prese immediatamente per le orecchie; come rivelato dal sito Semafor, il 6 novembre infatti – dopo la pubblicazione di quelle immagini – le due aziende “hanno iniziato a limitare le immagini di Gaza, e Planet Labs ha persino rimosso alcune immagini della Striscia di Gaza dalla galleria scaricabile su abbonamento dal sito web”. Da allora, le poche immagini che le due aziende forniscono esclusivamente ai media di fiducia arrivano comunque con giorni di ritardo: “non è chiaro” scrive Al-Akhbar “il motivo per cui queste aziende hanno interrotto e ritardato i loro servizi e chi ha esercitato pressioni a questo riguardo. Quello che è chiaro, però, è che è nell’interesse dell’entità occupante e del suo esercito”. E allora, giusto per controbilanciare un po’ la propaganda filo – genocidio, vi riportiamo un po’ di informazioni non verificate (e, al momento attuale, non verificabili) della propaganda avversa, e cioè quella dell’asse della resistenza che a tutta questa gloriosa avanzata senza ostacoli delle forze armate israeliane non sembra credere molto: “Da questa mattina” ha dichiarato ad esempio ieri sera in un comunicato ufficiale Abu Ubaida, portavoce delle Brigate al-Qassan, “i nostri mujaheddin sono stati in grado di uccidere 9 soldati sionisti e distruggere completamente o parzialmente 22 veicoli”. Con “questo tributo, che potrebbe essere il più grande sul campo dall’inizio della battaglia” commenta Al-Akhbar “il numero di carri armati e veicoli presi di mira sale a circa 200. Quello che è emerso negli ultimi due giorni” continua Al-Akhbar “è che le brigate Al-Qassam si sono prese il tempo necessario per preparare piani e tattiche, il cui impatto aumenterà nei prossimi giorni”.
“Stiamo combattendo contro i fantasmi” si lamentano gli analisti israeliani: il riferimento, appunto, è alla modalità di combattimento che – come prevedibile – hanno adottato i guerriglieri, in particolare delle brigate Al-Qassam, ma non solo. “Pertanto” sottolinea Al-Akhbar “anche l’obiettivo dell’umiliazione e della sottomissione attraverso il combattimento è impossibile” e, a parte i selfie nel parlamento e l’assedio degli ospedali, la lista degli obiettivi militari che al momento mancano all’appello, secondo la resistenza, sarebbe piuttosto lunghina: nessun pezzo grosso di Hamas, infatti, è stato tratto in arresto; nessuna sala di comando è stata individuata e neutralizzata; non ci sono scese di resa di guerriglieri a favore di telecamere; non c’è un caso di uno qualsiasi dei famosi tunnel liberato e portato sotto il controllo delle forze armate israeliane. “Per questo motivo” commenta Al-Akhbar “Israele non si accontenta dell’azione militare, ma ricorre all’uso di crimini palesi come la distruzione totale di ogni struttura civile e il tentativo di far morire di fame e di malattie il maggior numero di persone”; per trasmettere un’”immagine vittoriosa” un po’ pochino. Per fare qualche passo avanti, continua Al-Akhbar, “l’esercito di occupazione dovrebbe scendere dai mezzi blindati, sgomberare edifici, vicoli e quartieri e confrontarsi direttamente con i combattenti, di strada in strada, cosa che le forze avanzate nel settore occidentale della città non hanno ancora fatto, mentre procedono molto lentamente, dando la massima priorità alla protezione dei soldati dagli attacchi”. “In conclusione” scrive sempre Al-Akhbar “ciò che sinora si può comprendere è che l’operazione di terra non raggiungerà in alcun modo direttamente i suoi obiettivi operativi, e che la ricerca dell’“ago” della vittoria nel “pagliaio” di Gaza si scontrerà, col tempo, con il muro della frustrazione e della futilità, mentre la resistenza avrà riconquistato quasi interamente la posizione e l’iniziativa”.
Nel frattempo, dopo giorni di silenzio da parte dei soliti famigerati razzi provenienti dalla Striscia, negli ultimi due giorni si sono tornate a registrare raffiche significative: “Alcuni video” riporta sempre Al-Akhbar “hanno mostrato migliaia di persone determinate nel nord della Striscia che accompagnavano l’intenso lancio di razzi con applausi e invocazioni ad Allah”. Poche ore prima, Netanyahu aveva cercato di flexare importanti successi militari invitando gli insediamenti produttivi intorno a Gaza a ricominciare il business as usual, dal momento che l’avanzamento dell’iniziativa di terra sarebbe riuscita a smantellare le postazioni da cui venivano lanciati i razzi.
Il ritorno agli attacchi dei razzi da Gaza, oltre alle difficoltà dell’operazione via terra, dipenderebbero anche da un altro fattore: gradualmente, ma inesorabilmente, si starebbero intensificando gli attacchi da nord da parte di Hezbollah, tanto da costringere il ministro della difesa Gollant a spostare una bella fetta delle capacità antiaeree verso nord, e potrebbe essere solo l’inizio. Nel lungo discorso di sabato scorso, Nasrallah infatti ha detto una cosa importante: “Le parole restano sul campo” ha affermato. “La nostra politica attuale è che è il campo a parlare, e poi arriviamo noi a spiegare l’azione”; in soldoni, significa che a valutare quello che dal punto di vista militare è fattibile, da lì in poi saranno direttamente quelli che combattono in prima linea. La direzione politica è quella di sostenere la resistenza palestinese e di obbligare Israele ad essere occupato su più fronti: con che tempi e quali modalità saranno i militari a deciderlo. Poche ore dopo, le azioni sul confine settentrionale di Israele subivano un’accelerazione significativa e “ciò spiega la decisione della leadership sionista di mobilitare un terzo del suo esercito, circa la metà dei suoi sistemi di intercettazione e gran parte della sua aviazione sul confine con il Libano” (Al-Akhbar).
Ma il confine con il Libano non è certo l’unica zona che si sta incendiando: negli ultimi giorni ad essere presa particolarmente di mira, ad esempio, è stata la località turistica di Eilat, la Miami d’Israele; in questo caso, a tenere alta la tensione sarebbero le forze yemenite, che hanno sferrato numerosi attacchi ricorrendo all’utilizzo, come ricorda al Mayadeen, di “droni a lungo raggio, missili da crociera e missili balistici”. A prendere di mira Eilat, poi, ci si sono messe pure le milizie sciite di stanza in Iraq che non si sono limitate ad Eilat; ad essere prese di mira negli ultimi giorni, infatti, sarebbero state alcune basi USA. Solo giovedì scorso, la base di Ain Al Assad in Iraq sarebbe stata raggiunta da 3 diversi attacchi che hanno visto l’impiego sia di missili che di droni.
Per carità, niente di ché. Ma sono gli stessi che quando a compierli sono gli ucraini in Russia, per tre giorni poi i giornali parlano delle falle nella sicurezza del Cremlino e di allargamento della controffensiva in territorio russo. Noi vorremmo evitare di essere così cringe, ecco, però anche far finta di niente con la complicità della propaganda forse non è la strategia migliore, sopratutto se all’Iraq aggiungiamo anche la Siria. In tutto – confermano anche dal Pentagono – si arriva a poco meno di una cinquantina di attacchi. E’ vero: non causano migliaia di vittime civili e non radono al suolo scuole, asili e ospedali, ma se dal gusto per la vendetta e per la carneficina passiamo ai veri obiettivi militari, così a occhio anche Israele non è che abbia ottenuto poi tantissimo di più e se c’è una cosa che negli scorsi 20 anni di stermini indiscriminati in nome della war on terror abbiamo imparato, è che tendenzialmente questi focolai è abbastanza difficile che, a un certo punto, si spengano come per magia. Gli eserciti regolari – che costano una vagonata di soldi e sono composti, in buona parte, da gente che non aspetta altro che tornare a fare qualche rave sulle spiagge della Florida o di Tel Aviv – tendono a perdere piuttosto rapidamente il loro slancio iniziale; i popoli sottoposti alla furia colonialista e all’occupazione, un po’ meno. Anche a 20 anni di distanza, anche quando – con la complicità dei media che chiudevano un occhio – hai fatto finta di scordarteli, ecco che rispuntano sempre fuori, più incazzosi che mai. Che è esattamente quello che, secondo numerosi analisti, era il succo del messaggio di Nasrallah: non ci facciamo illusioni; per la resistenza il tributo di sangue da versare è ancora gigantesco, ma Israele s’è infilato in un vicolo cieco.
Per ora, bisogna ammetterlo, a non averlo capito non è solo Tel Aviv: anche in gran parte dei paesi arabi si fa un po’ finta di niente. La prova è arrivata dalla riunione di sabato della Lega araba; sul tavolo c’era una proposta di risoluzione piuttosto ambiziosa, vista l’assise: si chiedeva di impedire l’utilizzo delle basi della regione agli USA, di congelare il dialogo con Israele e anche di cominciare a mettere un freno alle relazioni economiche. Gli alleati storici degli USA della regione non ne hanno voluto sapere e la resistenza palestinese, comprensibilmente, ha gridato al tradimento.
Per chi sperava in un’alzata di scudi del mondo arabo – almeno di fronte a un genocidio di queste dimensioni e sotto la pressione delle opinioni pubbliche locali – sicuramente si è trattato di una battuta d’arresto significativa. Tra le classi dirigenti reazionarie delle petromonarchie, evidentemente, nonostante i recenti sviluppi – a partire dal ritorno al dialogo tra sauditi e iraniani mediato dalla Cina – sull’indignazione per lo sterminio dei bambini arabi continua a prevalere la diffidenza nei confronti della minaccia che l’Iran e l’asse antimperialista della resistenza rappresenta per la tenuta dei loro regimi feudali e antipopolari. Sono tentennamenti che ovviamente gridano vendetta perché, nel frattempo, lo sterminio procede sostanzialmente indisturbato, ma chi nel nord globale canta vittoria – magari perché, a suon di leggere i reportage embedded della propaganda, s’è fatto un’idea un po’ idilliaca a trionfalistica dei risultati dell’avanzata di terra – potrebbe tutto sommato rimanere deluso (soddisfazione per lo sterminio gratuito di bambini a parte, si intende). Sebbene la Lega araba non abbia adottato la risoluzione di cui sopra, infatti, ne ha comunque adottata un’altra più blanda ma che comunque, in modo unitario, condanna senza se e senza ma il genocidio e chiede un immediato cessate il fuoco, e la partita per spostarla su posizioni più radicali è appena iniziata; per quanto si tratti spesso di regimi dispotici, un certo peso le opinioni pubbliche lo svolgono comunque, sia a livello interno che, più in generale, a livello regional, e nell’insieme della Umma Islamica, la comunità dei fedeli che va oltre ogni confine. E le opinioni pubbliche sono, in maniera schiacciante, solidali con la martoriata popolazione palestinese, e per non consegnarle interamente all’egemonia dell’Iran – che è il vero incubo delle petromonarchie del Golfo e che, come ha sottolineato maliziosamente Nasrallah stesso, è la potenza regionale che rende possibile l’azione dell’asse della resistenza – continueranno ad essere costretti perlomeno a far finta di contrapporsi al piano genocida di Israele.

Justin Trudeau e Emmanuel Macron

Una tensione che ha cominciato a far scricchiolare anche l’asse dei vassalli di Washington – da Macron a Trudeau – che sono stati costretti a dire parole abbastanza chiare sulla totale sproporzione della reazione israeliana, mentre la breaking news che leggo in un’agenzia mentre chiudo questo pippone è che il consiglio di sicurezza dell’ONU (dopo 4 tentativi naufragati) con 12 voti favorevoli e soli tre astenuti avrebbe adottato una risoluzione che imporrebbe una “pausa umanitaria urgente ed estesa e corridori umanitari che attraversino la striscia di Gaza”.
Lo sconvolgimento messo in moto dal diluvio di al-aqsa il 7 ottobre ha portata epocale, un evento storico dentro un mondo che cambia a una rapidità a cui non eravamo più abituati da 70 anni, e tutti i segnali ci continuano a dire che non vada esattamente nella direzione auspicata dall’egemone USA e dai suoi innumerevoli proxy regionali. E se il mondo nuovo avanza, farselo raccontare dai vecchi media suprematisti e dai giornalisti embedded al seguito dell’asse del male potrebbe non avere tantissimo senso.
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E chi non aderisce è Benyamin Netanyahu