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Trump punta a sbolognare la Guerra contro l’Iran agli arabi?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (23/03/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
23/03/2026
in Articoli, Asia, Cina, Economia, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

“Ora che il cambio di regime e la neutralizzazione della capacità dell’Iran di dotarsi armi nucleari sembrano irraggiungibili”, scrive il Washington Post, “garantire il transito nello stretto per le spedizioni energetiche potrebbe diventare l’obiettivo principale della guerra”:

Tradotto: non possiamo ottenere niente se non provare a minimizzare i danni che abbiamo causato; io continuo a non essere così ottimista, ma che questa sia diventata la cornice del dibattito pubblico è decisamente interessante. “Rompere la morsa iraniana sullo stretto potrebbe consentire a Trump di porre fine alla guerra rivendicando la vittoria, arrestare una crescente crisi energetica globale e privare l’Iran di un potente deterrente contro futuri attacchi, che alti funzionari israeliani hanno descritto come inevitabili se Teheran riprendesse la produzione di missili balistici o si muovesse verso lo sviluppo di un’arma nucleare”; “Un contingente di 4.500 marinai e marines statunitensi è in partenza per il Medio Oriente, tra cui un battaglione di fanteria da sbarco supportato da elicotteri, caccia F-35 e veicoli corazzati da sbarco. Il Pentagono ha inoltre accelerato il dispiegamento di un’unità simile, l’11ª Unità di Spedizione dei Marines, proveniente da San Diego”. Il giornalista Rick Sanchez ha affermato che secondo sue fonti che ritiene attendibili, “L’82esima Divisione Aviotrasportata statunitense ha ricevuto i documenti per il dispiegamento”: “Si tratta di una delle unità militari statunitensi più elitarie e sembra che la discussione sull’invio di truppe di terra in Medio Oriente non sia più da escludere”, ha affermato.

 

“Se l’Iran non APRIRA’ COMPLETAMENTE, SENZA MINACCE, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso momento”, ha scritto ieri su Truth Forrest Trump, “gli Stati Uniti d’America colpiranno e distruggeranno le sue varie CENTRALI ELETTRICHE, COMINCIANDO DA QUELLA PIU’ GRANDE!”; l’IRGC ha risposto pubblicando l’elenco degli obiettivi che colpirà “se gli USA colpiscono le centrali iraniane”:

E durante la notte, come sottolinea sempre il Washington Post, “ha anche colpito Israele con uno dei suoi raid aerei più potenti finora: due missili balistici hanno centrato in pieno due città del sud di Israele, ferendo circa 115 persone. Una delle città, Dimona, si trova a circa otto miglia da un impianto di ricerca nucleare. La televisione di stato iraniana ha presentato l’attacco come una rappresaglia per un presunto attacco avvenuto sabato contro il sito nucleare iraniano di Natanz”; “Un’operazione per ripristinare il traffico commerciale nello stretto potrebbe richiedere almeno settimane, mettere a rischio i marinai e le altre forze statunitensi ed esporre le navi da guerra americane ad attacchi provenienti da posizioni nascoste lungo la costa, mine sommerse e droni inviati dall’aria o che sorvolano la superficie dell’acqua. Mantenere il canale aperto potrebbe significare impiegare risorse militari e di intelligence statunitensi in missioni di scorta e nel monitoraggio delle minacce per una durata indefinita, con qualsiasi attacco riuscito da parte dell’Iran che seminerebbe il panico nei mercati energetici e nel settore marittimo”. Realisticamente, la riassumerei così: gli USA e Israele puntano a permettere alle loro navi di scortare un po’ di cargo attraverso Hormuz, quel tanto che basta per mantenere la crisi dei mercati finanziari sotto il livello di guardia, contenendo il numero di perdite dei loro uomini sotto il livello in grado di far detonare definitivamente la crisi politica negli USA stessi; rimane il problema dei danni che Teheran sarebbe ancora in grado di causare ai vicini, al di là della questione di Hormuz – e qui credo che la variabile a cui si affida Washington sia la totale sottomissione dei Paesi arabi ai piani imperiali USA: sostanzialmente, Trump spera che l’asse dei Paesi arabi collaborazionisti rompa gli indugi e, di fronte a un Iran fortemente indebolito e impossibilitato a vincere, decidano di coalizzarsi per dargli la mazzata finale. Simplicius riporta la tesi di un non meglio precisato analista saudita che vede avvicinarsi il peggior incubo possibile per l’Iran, con l’Arabia Saudita che entra direttamente in guerra e attiva così “un patto di difesa con il Pakistan che mobiliterebbe 50 nazioni musulmane contro Teheran”: “Una massiccia escalation regionale”, avrebbe affermato l’analista, “potrebbe essere imminente”.

 

Gli Houthi sembrano pronti a scendere in campo: “Attaccheremo le navi americane nel Mar Rosso”, hanno dichiarato ufficialmente; “Questa guerra è una guerra dell’intera Umma musulmana”.

“Questo mese”, sottolinea il Financial Times, “aerei da combattimento all’avanguardia sono stati mobilitati in tutta la regione del Golfo per dare la caccia a nemici per i quali non erano mai stati progettati: ondate di droni d’attacco lenti e a bassa quota lanciati dall’Iran”: “Secondo analisti e funzionari occidentali, i caccia sono stati il principale mezzo utilizzato dalle nazioni del Golfo per intercettare i droni”, ma “questa difesa aerea ininterrotta ha comportato costi elevati, sia in termini economici che per i piloti e gli aerei, sottoposti a un carico di lavoro eccessivo”; “Il bombardiere Shahed-136, il cavallo di battaglia dell’arsenale iraniano, ha un costo compreso tra 20.000 e 50.000 dollari”, ma soltanto “mantenere in volo un singolo caccia F-16 costa più di 25.000 dollari all’ora”, e i missili aria-aria che usano vanno dai 500 mila dollari dell’AIM-9 Sidewinder, al milione abbondante dell’AIM-120 AMRAAM.

 

Il costo che i Paesi del golfo devono sostenere in questa guerra ha implicazioni più ampie di quanto non si immagini:

Mohamed El-Erian sul Financial Times si chiede “come cambierà nel breve termine il rapporto tra i Paesi del Golfo e i mercati finanziari internazionali”; il punto è che “i sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo sono diventati una delle forze più influenti della finanza globale” e c’è il rischio concreto che “l’aumento del fabbisogno interno di fondi in seguito alla guerra abbia un impatto considerevole sui flussi che partono dal Golfo” e che questo abbia implicazioni consistenti “per i tassi di interesse globale”. Ora, il blocco del commercio del fossile riduce le entrate, mentre le casse dei paesi del Golfo si trovano a sostenere i costi della guerra, il tutto, mentre “gli ampi deficit di bilancio nelle economie avanzate e la necessità di rifinanziare il debito in scadenza stanno spingendo al rialzo l’emissione di obbligazioni a livello globale” e mentre la bolla dell’AI, per non esplodere, “ha enormi esigenze di finanziamento”; “Il risultato finale? Costi di finanziamento più elevati e prolungati che hanno un impatto dirompente su praticamente ogni Paese, azienda e famiglia, e che si aggravano quanto più a lungo dura la guerra”.

 

 

La guerra con l’Iran, titola Rana Foroohar sul Financial Times, ha messo a nudo la fragilità americana in mare: “Nonostante si parli tanto, nel periodo post-pandemia, di costruire sistemi economici resilienti ed efficienti, sembra che non abbiamo centrato nessuno dei due obiettivi”, sottolinea Foroohar; “Il blocco dello Stretto di Hormuz, unito agli attacchi ai porti di Dubai e al timore che i ribelli Houthi possano intensificare gli attacchi nel Mar Rosso, ha paralizzato il traffico marittimo globale nella regione, nonché il trasporto di essenziali forniture energetiche. In tal modo, è emerso chiaramente che né l’America né il resto del mondo sono ancora preparati alla rapidità con cui il commercio globale può essere compromesso di fronte a sconvolgimenti geoeconomici”; “Mi stupisce che non siamo ancora pronti”, sottolinea Foroohar, “considerando che stiamo guardando questo film da quasi trent’anni”.

Secondo Ravi Kant, su Asia Times, Il blocco di Hormuz potrebbe preannunciare la fine della globalizzazione americana; è probabile, ma, purtroppo, la globalizzazione non è l’unico sistema mondo compatibile con il dominio USA: dopo il Vietnam, si pensava che anche l’abbandono del Gold Standard avrebbe causato la fine dell’egemonia USA. Gli USA, invece, furono in grado letteralmente di rivoluzionare il capitalismo globale, e con i petrodollari e l’imperialismo finanziario riuscirono a garantirsi altri 5 decenni di egemonia; invece che sperare nell’autodissoluzione del più potente impero della Storia umana, sarebbe il caso di organizzarci come si deve per contribuire a farlo crollare dall’interno.

 

 

Il Soddu

Mentre l’amministrazione Trump prosegue la sua escalation militare contro l’Iran, gli effetti a catena sull’Asia diventano sempre più evidenti e costosi: Washington, convinta di poter controllare il caos che ha contribuito a generare, sta costringendo Pechino, Tokyo, New Delhi e gli altri attori regionali a gestire shock economici, riallineamenti diplomatici e tensioni interne che rischiano di durare ben oltre il conflitto mediorientale: come riporta Bloomberg, le maggiori banche di Wall Street (Goldman Sachs, JPMorgan, Citigroup) hanno ufficialmente respinto la richiesta urgente di Pechino di tagliare i tassi di interesse. La Cina sperava in un forte allentamento monetario per sostenere la domanda interna e mitigare l’impatto del caro-petrolio e della contrazione del commercio globale; gli istituti americani hanno risposto che un simile intervento rischierebbe di importare inflazione proprio mentre il Brent si avvicina ai 100 dollari: in pratica, Wall Street impone a Pechino regole di austerità che gli Stati Uniti non applicano a se stessi. Possiamo prendere un prezzo di un bene del paniere per farci un’idea della situazione: il costo dei suini in Cina ha raggiunto il minimo degli ultimi 15 anni; i margini degli allevatori sono crollati sotto il peso dei costi energetici e logistici esplosi per la guerra, mentre le esportazioni verso i mercati tradizionali si sono ridotte drasticamente. In un Paese dove la carne di maiale è parte essenziale dell’alimentazione e dell’economia rurale, questo non è solo un problema agricolo: è un rischio sociale che il Partito deve gestire mentre la crescita già rallenta per cause esterne.

 

Bloomberg rivela che Sinopec, il gigante petrolchimico statale, ha annunciato tagli drastici agli investimenti nel settore chimico e nella raffinazione per il 2026; la società cita la crescente pressione sui profitti dovuta all’impennata dei costi energetici e alla debolezza della domanda globale: è l’ennesima prova di come il conflitto voluto da Washington stia erodendo la capacità cinese di investire nel futuro industriale.

 

Ma non è tutto male per la Cina: il Financial Times titola che il terzetto delle batterie cinese (CATL, BYD e Contemporary Amperex) ha guadagnato complessivamente 70 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa proprio grazie alla guerra in Iran, definendola un vero cambio di paradigma; mentre il Medio Oriente brucia, la Cina accelera la transizione energetica globale e rafforza la propria leadership tecnologica. Lo stesso FT sottolinea come Pechino stia sfruttando il momento per presentarsi ai CEO mondiali come porto di stabilità in un mondo reso turbolento dalle scelte americane; in un contesto di prezzi energetici volatili e catene di fornitura incerte, la Cina offre agli investitori stranieri prevedibilità, infrastrutture e mercati interni enormi.

 

Sul fronte giapponese, Guancha descrive nei dettagli la nuova offensiva diplomatica di Tokyo: il Giappone sta corteggiando l’Indonesia con massicci investimenti in infrastrutture, nickel, semiconduttori e sicurezza marittima, con l’obiettivo esplicito di sostituire gradualmente l’influenza cinese nella regione; una mossa classica di realpolitik per guadagnare terreno mentre Pechino è distratta dal Medio Oriente. Tuttavia, lo stesso Guancha riporta un avvertimento secco arrivato da Washington: gli Stati Uniti hanno intimato a Tokyo di non alzare il tono più alto di noi nella retorica anti-cinese; in sostanza, il Giappone può manovrare, ma deve restare entro i confini fissati dall’alleato maggiore. Il South China Morning Post aggiunge un dato politico fondamentale: secondo gli ultimi sondaggi, oltre il 62% dei giapponesi si oppone categoricamente a qualsiasi forma di sostegno militare o logistico alla guerra di Trump contro l’Iran; La popolazione teme i costi economici e i rischi di trascinamento, creando un divario evidente tra la retorica bellicista di alcuni leader e il buon senso dell’opinione pubblica. I mercati stanno già votando con le vendite: Nikkei Asia riporta un crollo secco dell’indice Nikkei 225 (oltre il 3,8% in una sola seduta) proprio per l’escalation delle minacce reciproche tra Stati Uniti e Iran; gli investitori temono interruzioni nelle forniture energetiche e un aumento generalizzato dell’avversione al rischio.

 

Nel frattempo, il South China Morning Post avverte che gli investitori globali si preparano a una nuova ondata di rialzi dei tassi: il petrolio vicino ai 100 dollari e le incertezze belliche spingono le aspettative inflazionistiche verso l’alto, trasformando quello che doveva essere un conflitto limitato in un fattore di tightening monetario mondiale.

 

Nikkei () chiude il quadro giapponese con Sanae Takaichi: la falco conservatrice ha presentato pubblicamente il Giappone come l’alleato indispensabile di Trump, offrendo basi, intelligence e possibili contributi finanziari; un posizionamento che, però, appare sempre più distante dal sentimento della popolazione.

 

Anche l’India paga un conto salato: The New York Times spiega come la guerra stia interrompendo i legami vitali di New Delhi con i paesi del Golfo: petrolio più caro, rimesse in calo, contratti di costruzione bloccati e flussi migratori ridotti. L’economia indiana riceve un nuovo ampio colpo che rischia di far deragliare i piani di crescita di Modi.

 

Infine, The Lao Times descrive la svolta pragmatica del Vietnam verso il Laos: Hanoi abbandona la vecchia retorica della fratellanza socialista per adottare un approccio puramente basato sugli interessi concreti: investimenti in miniere, controllo delle risorse idriche del Mekong e accordi di sicurezza bilaterali; un segnale che anche nel Sud-Est asiatico le vecchie solidarietà ideologiche stanno cedendo il passo a calcoli geopolitici più freddi, come quelli che riguardano le nuove tecnologie.

 

La grande divisione nell’intelligenza artificiale sta diventando il nuovo fronte della competizione globale: come spiega Asia Times (), mentre gli Stati Uniti continuano a dominare i “mercati”, ovvero le valutazioni di Borsa delle big tech e gli investimenti finanziari, la Cina sta costruendo veri e propri sistemi completi, dall’hardware (chip, server, reti 5G/6G) alle piattaforme software integrate, passando per dati reali e catene di fornitura domestiche. Il conflitto in Iran sta accelerando drammaticamente questo divario: Washington è distratta dalle operazioni militari e dalle sanzioni, mentre Pechino investe indisturbata centinaia di miliardi in sovranità tecnologica, trasformando una crisi altrui in un vantaggio strategico irreversibile. Lo stesso Asia Times avverte che un possibile prolungato blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe segnare la fine definitiva della globalizzazione a guida americana; le rotte petrolifere e commerciali che hanno sostenuto il modello economico occidentale per decenni rischiano di saltare, con costi esorbitanti per importatori asiatici ed europei, ma con un effetto paradossale: la Cina, già pronta con le Nuove Vie della Seta e con forniture energetiche alternative, emerge come il nuovo centro di gravità di un mondo post-americano. Il blocco non sarebbe solo un incidente militare, ma il simbolo del tramonto di un ordine globale imposto da Washington.

Tags: cinacrisi energeticaeconomia globaleegemonia usagianandrea gaianiguerra iran-usa-israelela newsletter di ottolinamedio orienteottoparlantestretto di Hormuz
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