Miracolo a Davos! La più importante celebrazione annuale delle virtù del capitalismo globale, a questo giro, sembrava destinata a trasformarsi in un ring di box: tra le due sponde dell’Atlantico si stava consumando la più grave frattura geopolitica di sempre a causa della Groenlandia; le due fazioni del capitalismo finanziario statunitense si stavano menando come forsennate a causa della guerra giudiziaria scatenata dalla Casa Bianca contro l’indipendenza della Banca Centrale più importante del pianeta. Mentre le strade degli USA sono incendiate dalle proteste contro i metodi da Gestapo dell’ICE, il dollaro era di nuovo sotto attacco e i rendimenti dei titoli di stato USA di nuovo alle stelle; ma dopo 3 giorni di discussioni infuocate e di proclami roboanti, è finito tutti a tarallucci e vino: con la sola imposizione delle mani, il Gran Sacerdote della finanza globale Larry Fink è riuscito a costringere tutti i galli nel pollaio a trovare una nuova sintesi. E’ stato più semplice del previsto: è bastato indicargli il nemico comune, perché sì, ok, come ha detto il premier belga “Una cosa è essere vassalli felici, un’altra è essere degli schiavi miserabili” (e Forrest Trump, a questo giro, l’ha decisamente buttata di fori), ma rispetto al grande pericolo che incombe sull’Occidente, stringi stringi, sono segate. E quello spettro c’ha un nome e cognome preciso, inquietante: Repubblica Popolare di Cina.
Ma ripartiamo da capo: A Spirit of Dialogue (uno spirito di dialogo). Questa 56esima edizione del World Economic Forum si apriva con i migliori auspici: la speranza che, nonostante la fase storica tumultuosa, attraverso il dialogo le élite globali siano ancora in grado di trovare un compromesso in grado di garantire alla specie umana un futuro di stabilità e progresso. D’altronde, come ha ricordato Ursula von der Leyen, la prima edizione del Forum risale al 1971: è l’anno del Nixon Shock, quando l’amministrazione statunitense, unilateralmente, decide di mettere fine al Gold Standard e al sistema di Bretton Woods, l’architettura istituzionale e finanziaria globale frutto dell’accordo tra le potenze occidentali vincitrici della seconda guerra mondiale; anche allora si dovette fare i conti con l’arroganza dell’imperialismo statunitense che, al momento della bisogna, non si fa nessun problema a buttare nel cesso gli accordi con gli alleati. E, purtuttavia – sottolinea von der Leyen – alla fine quello scossone si rivelò benefico perché, da un lato, riuscì a dare vita a una nuova, portentosa fase di accumulazione capitalistica su base finanziaria che ha protratto il dominio globale del grande capitale USA per altri 50 anni e, dall’altra, spinse i Paesi europei ad accelerare il processo di integrazione che porterà alla nascita prima dell’Unione europea e, poi, dell’Euro – che, come sostiene uno dei più influenti e blasonati intellettuali europei contemporanei, Roberto Benigni, sarebbero “La più grande costruzione istituzionale, politica, sociale ed economica mai realizzata negli ultimi cinquemila anni”.
Un esito straordinario, quindi; rimane solo da chiedersi per chi, perché, secondo gli osservatori più critici, gli unici beneficiari si sarebbero rivelate essere quelle oligarchie di origine europea che, alla fine, non sarebbero altro che gli eredi delle grandi famiglie nobili e borghesi che, da oltre 5 secoli, dominano le classi subalterne di casa loro e l’intero pianeta con il ricorso spregiudicato alla forza e alla violenza; ma, ovviamente, si tratta di teorie complottiste messe in circolazione da imbonitori che non sono altro che ancora ed oggi, come sempre, dei poveri comunisti. A distanza di 55 anni da quel 1971, il mondo si trova di nuovo ad affrontare un grande stravolgimento del sistema globale, ed è del tutto naturale che di fronte ai cambiamenti epocali necessari, diversi gruppi di potere si scontrino tra loro con inusitata veemenza; ed ecco, così, che lo spirito del dialogo invocato da Davos rappresenta, quindi, proprio la necessità di trovare, attraverso il confronto, una nuova sintesi che sia in grado di perpetrare il dominio dei soliti 100000 stronzi anche nei prossimi 50 anni…
Particolarmente indicativo che a fare da arbitro in questa contesa sia stato chiamato proprio lui, sua maestà Larry Fink, fondatore e CEO di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale del pianeta; un colosso da 15 mila miliardi che ha rappresentato, negli ultimi anni, il garante per eccellenza del meccanismo di accumulazione capitalistica basato sulla crescita costante e ininterrotta dei prezzi delle azioni e che ha chiarito subito le regole di ingaggio: Fink riconosce, infatti, che il mancato rispetto delle regole di base del galateo da parte del nuovo Commander in Chief del Paese leader del mondo libero e democratico possano, in prima istanza, lasciare un po’ perplessi – d’altronde, era stato anche proprio Fink a lanciare l’allarme all’inizio, accusando Trump di mettere a rischio la tenuta del dollaro e del capitalismo globale. Poi, però, qualcosa è cambiato: come ha ricordato nei saluti iniziali, quando, l’anno scorso, il gotha del capitalismo globale s’è riunito a Davos, tutti temevano si stesse andando incontro a un decennio di scarsa crescita come negli anni ‘70; eppure, nonostante tensioni geopolitiche come non se ne vedevano dal 1945, alla fine quest’anno il PIL globale è cresciuto di un altro 3,3%. Il merito va ai 1500 miliardi che negli ultimi 12 mesi sono stati investiti in nuove tecnologie e, in particolare, nell’intelligenza artificiale, “E se la sfruttiamo bene”, come ha sottolineato il presidente del World Economic Forum, Boerge Brende, “le nuove tecnologie possono diventare il nuovo driver della crescita per i prossimi decenni”: questo significa che, alla fine, Terremoto Trump sta facendo meno danni del previsto e di quelli che uno si aspetterebbe se si fermasse alle apparenze dei suoi modi. L’invito di Larry Fink, quindi, è ad andare oltre queste apparenze: “Avere un vero dialogo, che possa portare a una comprensione più profonda dei punti di vista di ognuno, e che faccia evolvere le opinioni di tutti” – che, al di là della superficie, è quello che è successo.
Il Forum si è aperto nel mezzo della surreale diatriba sulla Groenlandia, probabilmente il più feroce dissidio geopolitico tra le due sponde dell’Atlantico degli ultimi 80 anni, e si è concluso con un accordo: Trump ha rinunciato sia all’annessione che a introdurre nuove tariffe contro i Paesi europei e i Paesi europei hanno concesso agli USA di fare in Groenlandia esattamente lo stracazzo che gli pare, ma salvando almeno le forme; d’altronde, è nell’interesse comune. L’Artico è l’ennesimo fronte della grande guerra mondiale a pezzi tra Occidente collettivo a guida USA e gli altri –The West against The Rest, come si dice – e solo un coinvolgimento diretto totale dell’unica, vera superpotenza militare dell’Occidente può garantire la sicurezza; che, però, per gli altri non può essere gratis: ed ecco, quindi, che insieme alla militarizzazione della Groenlandia, Trump e le oligarchie che gli pagano le campagne elettorali potranno saccheggiare comodamente tutte le risorse possibili immaginabili (uno schema che si ripete anche altrove). Ed ecco, così, che nello spirito del dialogo di Davos, il bullismo di Trump contro gli alleati europei si trasforma magicamente in uno stimolo più che benvenuto ad accelerare la costruzione di un comparto militare industriale europeo in grado di contribuire sul serio alla difesa del dominio dell’Occidente collettivo.
Anche i toni più accesi diventano, così, ricomponibili, come quelli dell’intervento del premier canadese, che rischia di essere frainteso; Carney ha avuto di sicuro un grandissimo merito: colonna portante dell’ideologia globalista più radicale, ha svelato al mondo che il rules based order è sempre stata una gigantesca presa per il culo. “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale fondato sulle regole era falsa”, ha affermato, “e che le regole venivano applicate diversamente a seconda dell’identità di accusatore e vittima”; “era una fiction utile” (insomma: ha dato sostanzialmente dell’imbecille a tutti gli editorialisti e gli opinionisti dei media mainstream). Ora però, sostiene Carney, si è passato il limite, che è la stessa cosa che ha affermato anche il premier belga De Wever: “Essere un vassallo felice è una cosa”, ha dichiarato; “essere uno schiavo miserabile è tutt’altra”.
Nel dibattito pubblico italiano, fino a ieri, affermare che siamo dei vassalli significava essere appellati come complottisti (e, quindi, ben venga, ci mancherebbe), ma la goduria, ahimè, finisce qua: in entrambi i casi, infatti, si scambiano gli effetti con le cause; se l’Europa è vassalla, infatti, è perché per salvare il capitalismo europeo ha abbracciato il neoliberismo e, nel neoliberismo, a comandare è la concentrazione dei capitali – e, cioè, una rigida gerarchia dove in testa ci sono Corporate America e Wall Street, e tutto il resto può accompagnare solo. Viste le premesse, la ricetta proposta per evitare le conseguenze più nefaste del sistema che hanno sposato senza se e senza ma non può che essere demenziale, e, cioè, più neoliberismo, più deregolamentazione, più privatizzazioni, più finanziarizzazione – che però, a questo giro, dovrebbero favorire il Vecchio Continente, invece che Washington, grazie alla creazione di un vero mercato unico dei capitali in grado di fare concorrenza a Wall Street; peccato che, al contrario di quanto afferma la vulgata liberal, Wall Street è Wall Street non perché sia efficiente e innovativa, ma perché dietro c’ha lo strapotere dell’imperialismo USA e della sua valuta che, negli ultimi 50 anni, ha permesso a tutti di arricchirsi senza produrre una seganiente proprio perché è l’unica superpotenza senza concorrenza, il porto sicuro dove rifugiarsi quando tutto attorno c’è il caos, perché è più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del dominio USA.
Creare un’altra Wall Street significa finire di distruggere anche la Wall Street che c’è già; soprattutto oggi, quando la centralità del dollaro e dei mercati finanziari USA è già messa a dura prova dall’emergere delle grandi potenze del Sud globale. Ed ecco, così, che al di là delle chiacchiere si è trovata la nuova sintesi: il centro imperiale continuerà a rafforzarsi spolpando i vassalli e, per difenderlo, i vassalli smantelleranno quel poco che gli è rimasto di welfare State e di meccanismi di redistribuzione dall’alto verso il basso per finanziare il comparto militare industriale. Lo spirito del dialogo ha funzionato, e sotto la regia dei veri Padroni del Mondo l’Occidente collettivo è pronto a ripartire di slancio; ma potrebbe avere fatto i conti senza l’oste, perché mentre a Davos le fazioni delle oligarchie occidentali trovano a fatica una nuova sintesi, fuori da Davos c’è tutto un mondo che si è liberato dalle loro rendite e che continua a crescere a ritmo impetuoso: ne abbiamo parlato con Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano prima a Teheran e poi a Pechino.
La rottura del vecchio equilibrio è un’opportunità unica per riconquistare la nostra sovranità; per approfittarne, però, bisogna prendere tutta la classe dirigente diligentemente selezionata nell’arco di decenni per servire le oligarchie finanziarie e i padroni di Washington e di Bruxelles e mandarli tutti a casa: per farlo, ci serve come il pane un vero e proprio media che, invece che alla propaganda imperiale, dia voce agli interessi concreti della nostra gente, del 99%. Aiutaci a costruirlo: metti mi piace a questo video, condividilo, ma (soprattutto) aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Ursula von der Leyen
















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