7 novembre 1917: per le strade di quella che allora si chiamava ancora Pietrogrado, spuntano ovunque manifesti di ogni formato, stampati in fretta e furia; un manipolo di ubriaconi e di sciacalli, nemici del popolo, hanno occupato con la violenza la sede dell’unico legittimo governo provvisorio rivoluzionario. Dal loro punto di vista, non avevano tutti i torti; poche ore prima, orde di diseredati avevano scritto l’ultimo capitolo della fase finale della rivoluzione, avviata 13 giorni prima con l’istituzione, da parte del Soviet della capitale, del Comitato militare rivoluzionario: la presa del Palazzo d’Inverno, la sede del governo borghese, un party come Dio comanda. Appena entrati nel palazzo, il grosso dei rivoltosi si era riversato in massa verso le cantine dello zar, dove venivano gelosamente custodite oltre 100.000 bottiglie dei migliori vini, whisky e cognac di tutto il pianeta, il più grande open bar della storia dell’umanità; una scena poco edificante, come ha scritto Fabio Dragosei sulla Repubblichina: sapesse, Contessa… Dei buzzurri! Ci hanno preso a calci in culo! Vedesse che modi sgarbati, e quanta sporcizia!
Dopo 108 anni gli brucia ancora, e ne hanno ben donde; la rivoluzione bolscevica concentra tutto quello che non piace alla sinistra che piace: un’avanguardia di spregiudicati rivoluzionari di professione, a capo di sterminate masse di diseredati, e tutti gli altri contro, senza successo. Mangia ananas e mastica fagiani. Più non ti resta, borghese, un domani ripetevano i rivoltosi citando il celebre distico di Majakovskij nelle prime ore dell’assedio finale. I membri del governo borghese, rintanati nella sala da pranzo minore del possente edificio, a lungo dimora di uno dei regimi più reazionari di tutto il continente, avevano diramato un appello al Paese e ai cittadini perché intervenissero al loro fianco contro il folle tentativo dei bolscevichi di sollevare una rivolta nelle retrovie dell’esercito che lotta; non accorse proprio nessuno. Anzi, se la dettero a gambe pure cosacchi e i pochi cadetti rimasti; non potevano niente contro l’orda barbarica: il mondo di sotto aveva deciso che era arrivata l’ora di tentare l’assalto definitivo al cielo. In quei giorni, in tutte le principali fabbriche di Pietrogrado, le stanze dei comitati erano piene di fucili: corrieri andavano e venivano a ritmo frenetico; la Guardia Rossa si addestrava senza sosta . ”In tutte le innumerevoli caserme sparse per la città, ogni sera si susseguivano riunioni su riunioni, e per tutto il giorno si alternavano discussioni incandescenti interminabili” scriveva John Reed, il reporter statunitense le cui cronache sono diventate il diario collettivo dei dieci giorni che sconvolsero il mondo; “Il Soviet di Pietrogrado era in seduta permanente”, continua: “I delegati cadevano addormentati sul pavimento, poi si alzavano per prendere parte al dibattito”. “Trotsky, Kamenev, Volodarsky parlavano 6, 8, 12 ore al giorno”.
La decisione definitiva di intraprendere la strada dell’insurrezione armata fino alla vittoria era stata presa dal gotha del partito bolscevico la sera del 23 ottobre; pochi giorni prima, Lenin era riuscito finalmente a raggiungere il quartier generale bolscevico grazie a una vistosa parrucca e a una finta benda sull’occhio, un camuffamento abborracciato che, però, gli aveva permesso di sfuggire ai controlli della polizia governativa: lo braccavano da mesi, da quando, il 16 aprile, era riuscito a tornare in patria dopo 17 interminabili anni vissuti da profugo e clandestino tra Germania, Svizzera, Francia e Inghilterra e durante i quali, con la lucidità delle sue analisi e la spregiudicatezza delle sue idee, aveva posto le basi teoriche per permettere a un gruppo – fino ad allora ultra minoritario – di farsi unico, vero interprete delle ambizioni della stragrande maggioranza del proletariato urbano russo, che delle mezze promesse inconcludenti del governo provvisorio borghese non ne voleva più sapere.
Il giorno del suo arrivo è un’altra delle innumerevoli pagine da Hollywood di questa straordinaria epopea: alla piccola stazione Finlandia di Pietrogrado, centinaia di persone si erano ammassate sui binari in attesa di un treno che otto giorni prima era partito da Zurigo e aveva attraversato mezza Europa, incendiata dalla guerra. La partenza non era stata delle migliori; dai binari, un piccolo gruppuscolo di esuli russi aveva inveito contro il leader bolscevico: traditore, spia, venduto al Kaiser! Anche loro, avevano le loro ragioni… Da quando, in febbraio, era scoppiata la prima ondata rivoluzionaria in Russia, Lenin non aveva fatto altro che cercare il modo di tornare in patria; era, in assoluto, uno dei ricercati numeri uno di tutta Europa: il fratello maggiore era già stato impiccato per aver attentato allo zar. E il fratellino più piccolo non era da meno, per la gioia di mamma Maria; espulso dall’università, ex deportato in Siberia, ricercato dalla polizia segreta zarista, era accusato, nell’ordine, di: sedizione, terrorismo e istigazione alla rapina armata a banche e uffici postali. Ma, soprattutto, era l’uomo che avrebbe potuto cambiare le sorti della prima guerra mondiale: aveva prima progettato di attraversare il territorio tedesco con un falso passaporto svedese, fingendosi sordomuto; poi, aveva provato a rivolgersi a un contrabbandiere, con cui aveva escogitato un piano che prevedeva di passare dall’Olanda camuffandosi con una parrucca, e poi si era pure informato sui costi di un aereo privato.
Tutto inutile, fino a che alla porta di casa sua non compare uno strano personaggio: miliardario, socialista, aveva accumulato ricchezze smodate in Medio Oriente non si sa bene come. Si chiamava Izrail Lazarevic Gelfand, nome di battaglia Parvus, una vecchia conoscenza: quando a Monaco era nata l’Iskra, i primi numeri preparati da Lenin e Martov erano stati confezionati nella sua abitazione. Parvus aveva un contatto con i piani alti del governo del Kaiser: sosteneva di poterlo convincere ad aiutare Lenin a tornare in patria, attratto dall’idea che la sua presenza nel nuovo governo rivoluzionario avrebbe potuto convincerli a firmare un armistizio, permettendo, così, alla Germania di svincolarsi dal fronte orientale per concentrarsi finalmente sullo scontro all’ultimo sangue nel cuore dell’Europa contro francesi e inglesi. E’ fatta: l’ennesima scelta spregiudicata del leader bolscevico; rispetto a quelli che oggi, per decidere se scendere in piazza per una causa che condividono, vogliono prima l’esame del sangue e l’albero genealogico di ogni partecipante, impossibile non notare giusto qualche piccola, sottile differenza. Quando Lenin arriva a Pietrogrado, il partito bolscevico conta appena 26.000 membri: è una piccola minoranza, sovrastata da una maggioranza moderata che sembra avere come unico scopo evitare che la situazione degeneri; quattro mesi dopo, i militanti bolscevichi sarebbero diventati oltre 200.000.
A permettergli di portare avanti un’attività capillare di arruolamento e di propaganda, un piccolo tesoretto accumulato negli anni; è il frutto di 15 anni di rapine che hanno un protagonista specifico: Iosif Džugašvili, per gli amici Beppe Stalin. Il futuro presidente del Paese più grande del mondo, negli anni, si era ritagliato un posto di primo piano tra le fila del partito grazie alla sua attività criminale, condotta insieme a un manipolo di soci improbabili come Simon Arshaki Ter-Petrosian detto Kamo, il Robin Hood del Caucaso: nel 1909 era riuscito a sfuggire alla giustizia tedesca che ne aveva riconosciuto l’infermità mentale, dopo svariate sceneggiate che simulavano tentativi di suicidio e, soprattutto, dopo che aveva cominciato a mangiare le sue feci; “Il mio bandito del Caucaso” lo definiva affascinato Lenin. Come scrive Simon Sebag Montefiore nella sua biografia sul giovane Stalin, Kamo era “un rapinatore di banche temerario e geniale, un Houdini delle evasioni. Per lui nessuna azione era troppo atroce o troppo ardita”. Amico di Stalin sin dagli anni del seminario a Gori, insieme portarono a termine la leggendaria rapina del 1907 a Tiblisi, la capitale della Georgia: un rocambolesco ed efferato assalto a una carrozza portavalori, con tanto di scorta di cosacchi, che causò numerose vittime e un bottino equivalente a 5 milioni di dollari attuali; Pioggia di bombe. I rivoluzionari seminano la distruzione in mezzo a una folla immensa, titolava il Daily Mail il giorno successivo.
A partire dal 7 novembre 1917, dopo mesi di totale immobilismo del governo borghese, in appena 30 giorni il nuovo governo rivoluzionario bolscevico emetterà oltre 100 decreti: dall’abolizione tout court della proprietà fondiaria senza indennizzo alla nazionalizzazione delle fabbriche poste sotto il diretto controllo degli operai; dall’avvio delle trattative di pace senza condizioni alla nomina del primo ministro donna della storia, un raggio di luce che, per decenni, avrebbe continuato ad illuminare la volontà di emancipazione di tutti i popoli del pianeta. A Seattle, nel 1919, girava un volantino che diceva: “I russi vi hanno mostrato la soluzione. Che cosa avete intenzione di fare? Se non vi svegliate e non vi rendete conto che voi con il padrone non avete un sola cosa in comune, sarete condannati alla schiavitù del salario per tutta la vita”. I lavoratori del porto incrociarono le braccia: ogni attività cittadina fu sospesa, ad eccezione dei servizi essenziali che, però, furono auto-organizzati sotto il controllo dei Comitati locali scioperanti; la più grande città dell’area nord-occidentale degli USA era completamente nelle mani dei lavoratori, e così resterà per cinque giorni. Ma come l’insurrezione armata può diventare fonte di ispirazione e unire i diseredati oltre ogni confine, così può suscitare paura e avversione e unire tutti quelli che dall’esistenza delle catene hanno ancora molto da guadagnare: ecco come Francia e Inghilterra decisero di mandare loro uomini, stremati dalla prima guerra mondiale, a combatterne immediatamente un’altra per provare a strangolare la neonata rivoluzione; anche il presidente USA Woodrow Wilson, contro il volere del Congresso inviò 13.000 soldati americani.
Dal maggio 1918 al marzo 1920, la Russia fu dilaniata da una guerra tremenda, voluta dal capitale guerrafondaio di tutto il mondo unito contro la rivoluzione; eserciti di nazioni che appartenevano agli schieramenti opposti durante la prima guerra mondiale, si ritrovarono con estrema naturalezza uniti in una causa comune efficacemente sintetizzata da Winston Churchill: “Il bolscevismo deve essere strangolato nella culla”. Centootto anni dopo, Il giudizio su quel 9 novembre continua a dividere chi non ha rinunciato a voler assaltare il cielo da chi, con la scusa delle buone maniere, preferisce che ognuno rimanga al suo posto senza rompere troppo i coglioni. E tu, da che parte stai? Diccelo nei commenti e, se ti è piaciuto questo video, ricordati di mettere mi piace e di condividerlo; e se ti è piaciuto tanto, aiutaci a far crescere questo canale e a provare il nostro piccolo, umile, assalto al cielo: costruire un vero e proprio media indipendente, ma di parte – quella del mondo di sotto, quella di chi non ha niente da guadagnare dalle catene. Aderisci alla campagna di adesione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Walter Veltroni
















Grazie di esistere . Non ne posso più
Dov’è il video? Non lo vedo solo io?
E si, la rivoluzione non è un pranzo di gala…..come diceva uno che la sapeva lunghissima.