Il Marru
Alè. Forrest Trump ha fatto o’ miracolo.

E ha liberato tutti. E la sinistra rosica.

E’ la vittoria della pace, cioè la vittoria di Israele: sono sinonimi.

Ora, io non so se rientriamo nella definizione di Libero de La Sinistra, ma so che sì, rosichiamo, parecchio; ovviamente, col cuore siamo in mezzo alle piazze e alle strade festanti di Gaza, dove un popolo stremato finalmente tira un piccolo sospiro di sollievo e abbraccia il ritorno di 2000 combattenti della resistenza tenuti in ostaggio dal regime di Tel Aviv per decenni, ma con la testa non possiamo che essere in quell’aula della Knesset dove uno dei più spregiudicati e violenti criminali di guerra di tutti i tempi viene prima assolto e poi osannato, con tanto di investitura ufficiale da parte del Presidente del Paese leader del Mondo Libero e Democratico; e siamo anche già al giorno dopo, a quella che Alberto Negri, sul Manifesto, definisce “una tregua dai volti illusori”.

”La pace secondo la coppia Trump-Netanyahu ha due volti. Quello della forza militare e tecnologica di USA e Israele, che minaccia sfracelli per chiunque, e quello del denaro che serve non solo a ricostruire Gaza, ma a imporre un protettorato d’affari”, “Una sorta di condominio da gestire con gli arabi ricchi per amministrare i poveri e recalcitranti palestinesi”; “In questa visione politicamente distorta ma mediaticamente efficace, i Palestinesi sono comparse e il loro Stato sparisce. E se c’è un obiettivo è quello di dividerli in lembi di terra frammentata e polverizzata”. L’operazione Diluvio di Al Aqsa aveva un obiettivo preciso: impedire che la questione palestinese venisse derubricata definitivamente dalla Storia con gli Accordi di Abramo; per quanto possa sembrare cinico, il bilancio di quella operazione, e della nuova fase che ha aperto, non si fa contando i morti rimasti sul campo. Le guerre di liberazione, cara contessa, hanno sempre comportato un numero spropositato di vittime; per l’imperialismo occidentale è la norma, non l’eccezione. Il bilancio si farà esclusivamente in base al fatto che sia stato raggiunto quell’obiettivo, e la truffa proposta ieri da Forrest Trump in mezzo al plauso universale dei regimi collaborazionisti, sembra allontanare quell’obiettivo, e non avvicinarlo. Alla fine, il punto è che siamo tornati a pieno titolo in un’era di Hard Power e l’esito, su ogni singolo fronte, è determinato dai risultati sul campo: un campo di battaglia, ovviamente, da intendere in senso molto più ampio dei soli soldati, e che include la base industriale, la competizione tecnologica e anche, in qualche misura, quella ideologica; ma, alla fine, tant’è. E in Medio Oriente, per ora, il campo di battaglia sembra aver favorito l’impero e annichilito la resistenza.
L’esatto contrario di quanto è avvenuto in Ucraina e di quanto sta avvenendo nell’Asia-Pacifico, dove TACO sembra costretto a inseguire Pechino che, proprio come le truppe russe nel protettorato amministrato da Zelensky, sembrano avere tutti gli strumenti per dettare le regole d’ingaggio: “La tariffa del 130% di Trump sulla Cina”, scrive il buon William Pesek su Asia Times, “sembra un altro momento TACO”.

“Supponendo che Donald Trump faccia sul serio riguardo ai dazi del 130% sulla Cina”, scrive Pesek, “la guerra commerciale degli Stati Uniti si è ufficialmente trasformata in una modalità di distruzione reciproca assicurata”; “Sebbene i mercati la stiano prendendo male, l’ultima mossa del Presidente degli Stati Uniti di imporre una tariffa del 100% in aggiunta all’attuale 30% sembra estremamente improbabile che venga applicata come minacciato il 1° novembre”. “Un simile embargo commerciale tra le due maggiori economie mondiali farebbe senza dubbio precipitare l’economia globale in una grave recessione”; “Ciò che è più interessante qui non è la minaccia di Trump di una tassa del 130%. È il motivo per cui il leader della più grande economia ha sentito il bisogno di farlo”: “Trump è irritato dal fatto che accordi che considerava già in banca si stiano sgretolando in tempo reale” e “Questo lo spinge a raddoppiare gli sforzi per raggiungere un grande patto tra Stati Uniti e Cina”. Guancha sottolinea come “Gli Stati Uniti devono abituarsi al duro contrattacco della Cina basato sulla sua posizione di forza”. Intanto, l’ultrareazionario Telegraph ricorda come “I dirigenti occidentali che visitano la Cina tornano terrorizzati”: “La robotica”, sottolinea Matt Oliver, “ha catapultato Pechino in una posizione dominante in molti settori”
Sono dinamiche che gli analisti hanno capito da tempo e che hanno spinto molti a scommettere su un crollo dei mercati finanziari USA; per ora, sono stati smentiti e, sottolinea il Financial Times, è tutto merito dei piccoli investitori statunitensi: “I venditori allo scoperto incolpano gli investitori al dettaglio per i peggiori rendimenti dal 2020”. “Il rally dei titoli azionari fortemente shortati arriva mentre l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e le speranze di tassi più bassi spingono l’S&P 500 a massimi storici”; nel frattempo, ricorda il New York Times, alcuni fondi hanno cercato di convincere i risparmiatori che l’era della bolla senza rischi stava volgendo al termine, ed era l’ora di cercare qualche investimento più rischioso: “Un gruppo di finanzieri sta cercando di convincere il pubblico a investire massicciamente in private equity e criptovalute: una mossa rischiosa che ricorda molto gli anni ’20”.
Gab
La stampa israeliana insiste sul caos interno a Gaza nel dopo accordo; The Jerusalem Post fa notare come dal cessate il fuoco ad ora sono state uccise trentadue persone a Gaza in scontri tra Hamas e clan familiari nemici del gruppo.

“Trump, parlando durante il suo viaggio in Medio Oriente, ha suggerito che Hamas ha ricevuto un via libera temporaneo per sorvegliare Gaza. Vogliono fermare i problemi, e sono stati aperti al riguardo, e abbiamo dato loro l’approvazione per un periodo di tempo”, e ancora: “Il più importante leader del clan anti-Hamas è Yasser Abu Shabab, che vive nell’area di Rafah, un’area da cui Israele deve ancora ritirarsi.
Offrendo stipendi allettanti, il suo gruppo ha reclutato centinaia di combattenti, ha detto a Reuters una fonte vicina ad Abu Shabab all’inizio di quest’anno. Hamas lo definisce un collaborazionista di Israele, cosa che lui nega” (qui il link).
Rilasciati ieri oltre 1700 prigionieri palestinesi in base all’accordo stabilito tra le parti in Egitto.

“Israele ordina alle famiglie di non celebrare il rilascio dei loro cari e di non issare bandiere palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. Alle famiglie dei prigionieri che vengono esiliati oggi sarà probabilmente impedito di viaggiare all’estero per incontrarli nel loro Paese di esilio”; alcuni degli ex detenuti hanno detto di esser stati trattati alla stregua di animali e riferito punizioni e torture su base quotidiana.
Risolta la parte del cessate il fuoco e tornati gli ostaggi israeliani a casa, Donald Trump riprende a fare melina sulle questioni principali del futuro, lasciando intendere alla stampa che ora Gaza può attendere. Quando e come si terrà il ritirò definitivo dell’IDF? Chi amministrerà Gaza? Come saranno gestiti gli aiuti umanitari? Su tutto aleggia una grande incertezza e il timore che, terminata questa prima fase, Israele possa riprendere le operazioni militari anche nella Striscia di Gaza; non manca, però, di fare un ultimo favore a Bibi Netanyahu chiedendo il perdono completo al Presidente di Israele Herzog per i casi giudiziari pendenti (qui il link).
Il Presidente statunitense è stato interrotto nel suo discorso alla Knesset da due deputati della sinistra israeliana che chiedevano la fine del genocidio e il riconoscimento dello Stato palestinese; intanto, a Gaza, la popolazione comincia a tornare – ripercorrendo indietro le strade impolverate e piene di macerie – verso le proprie case abbandonate (e nella maggior parte dei casi ormai distrutte) al Nord. L’ONU stima un esodo di oltre 300.000 persone in pochi giorni: la gestione sanitaria, alimentare e idrica di questo spostamento diventa fondamentale, ma al momento sembra una lacuna del tanto apprezzato piano Trump per un nuovo Medio Oriente (qui il link).

Ale
Sky Shield France for Ukraine: Un “Iron Dome” europeo per proteggere l’Ucraina dai missili russi? Con il Paese sull’orlo del fallimento economico e il quarto governo in meno di un anno, la priorità di Macron sembra restare quella di salvare l’Europa dall’orco russo, e il problema è che pensa di farlo un po’ come fece il suo idolo Napoleone: attaccandola. Come si legge nell’articolo di Insideover di Giuseppe Gagliano, l’iniziativa Sky Shield France for Ukraine, conosciuta anche come Skyshield o Heavenly Shield, è nata come una petizione civile all’inizio di settembre 2025: in poche settimane ha raccolto oltre 47.000 firme, attirando l’attenzione di deputati, esperti militari e opinion leader francesi. L’idea è tanto semplice quanto strategicamente delicata: creare una sorta di scudo aereo sopra parte dello spazio aereo ucraino, posizionando caccia francesi e alleati in Paesi confinanti come Polonia e Romania per intercettare droni e missili russi in arrivo, senza colpire direttamente il territorio russo; i promotori della campagna sono stati ricevuti al palazzo dell’Eliseo per un incontro con i consiglieri del presidente Emmanuel Macron.
A ben vedere, le opzioni sono 2: o si tratta, come sembra, di un’operazione tutta mediatica e di politica interna, oppure di un’umiliazione epocale per le forze armate francesi che, su questioni così delicate, vengono “scavalcate” da petizioni in stile Change.org; inutile dire che Mosca considererebbe l’abbattimento dei propri missili da parte delle forze armate europee come un atto di guerra.
Proprio l’Unione europea, intanto, è pronta revocare tutte le restrizioni ai rapporti politici e commerciali con Israele: “Finalmente!”, avranno pensato i leader e le grandi aziende europee; “Adesso che c’è la tregua e nessuno parlerà più di genocidio, potremo tornare a fare tutti gli affari che vogliamo con i sionisti e collaborare in santa pace alla colonizzazione della Palestina”. Politico ha raccolto diverse dichiarazioni di funzionari politici europei per capire il mood dei Paesi del vecchio continente, al di là delle dichiarazioni di circostanza, sul cessate il fuoco a Gaza: la voglia è quella di trasformare questa opportunità in un reset nelle relazioni con lo Stato canaglia del Medio Oriente; questa settimana, il nuovo ambasciatore israeliano presso l’Ue ha dichiarato che l’Ue dovrebbe ora revocare tutte le sue minacce di sanzioni e ripristinare la piena cooperazione bilaterale perché la tregua significava che non c’era motivo per le restrizioni di rimanere in vigore. I leader dell’Ue dovrebbero riunirsi per un vertice a Bruxelles il 23 ottobre e probabilmente definiranno una linea: “Il test chiave per consentire all’Ue di alleviare la sua pressione su Israele” si legge su Politico “è se i palestinesi ottengono il cibo e le forniture che richiedono urgentemente”; “Se sì, la Commissione ritirerà la loro proposta e basta”. Insomma: se Israele riprende a consegnare gli aiuti umanitari, sparisce la colonizzazione della Cisgiordania, sparisce l’occupazione illegale di Gaza, spariscono questi due anni di macelleria e tentata deportazione di un popolo dalla sua terra: e poi ci chiediamo perché c’è stato il 7 ottobre… E poi ci chiediamo perché il mondo odia l’Occidente.
Infine, una notizia dalla Germania: i tedeschi che scelgono di lavorare oltre l’età pensionabile potranno guadagnare fino a 2.000 € al mese esentasse; questa la proposta di Merz che, per rilanciare l’economia tedesca, cerca di rendere appetibile più a lungo possibile il lavoro a una delle popolazioni più vecchie del mondo e alla carenza di manodopera qualificata.















