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Tag: tregua

Un genocidio in diretta dal ’48, la più grande violazione mai testimoniata – ft. Romana Rubeo

Oggi parliamo con Romana Rubeo di The Palestina Chronicle di quanto sta accadendo in queste ore e giorni a Gaza. Abbiamo cercato di analizzare la strategia di Israele e degli altri attori internazionali nella regione in relazione al conflitto israelo – palestinese. A distanza di quasi sei mesi dall’inizio del conflitto, quanto margine rimane per una tregua? E che ruolo possono svolgere le opinioni pubbliche arabe? Chiara Statello e Gabriele Germani cercano un filo conduttore attorno a queste domande. Buona visione.

Israele ha il diritto di difendersi!

Mentre per la felicità della nostra classe dirigente lo sterminio dei civili palestinesi non sembra più suscitare grande interesse nei media, la scorsa settimana con la fine della tregua sono ufficialmente ripresi i bombardamenti e le stragi nella striscia. L’esercito israeliano sta avanzando verso sud, ma il suo obiettivo dichiarato di “sradicare Hamas” si rivela ogni giorno che passa più falso e pretestuoso. Tutti i principali leader dell’organizzazione infatti non vivono in Palestina, e se anche accettassimo per Hamas la definizione di terrorismo nessuna cellula terroristica della storia è mai stata sconfitta bombardando indiscriminatamente città e civili, anzi. Come ci insegna la sconfitta americana nella guerra al terrorismo in Afghanistan, con ogni probabilità l’uccisione di miglia di civili innocenti non farà che rinfocolare il già giustificato odio della popolazione palestinese contro i propri assassini. Quali siano i veri obiettivi del governo sionista non è quindi possibile saperlo, e possiamo solo cercare di formulare delle ipotesi con i dati a nostra disposizione. I numeri sulle distruzioni e sulle morti di civili sono impietosi, e dimostrano come fosse dai tempi della Seconda guerra mondiale che non si assisteva a una furia omicida di questa portata. Nell’articolo If I were going to committe a genocide la giornalista australiana Caitlin Jhonson si chiede quali misure adotterebbe uno Stato che avesse come obiettivo il genocidio di un popolo vicino. Purtroppo, le similitudini con quanto sta avvenendo in questi giorni in Palestina, come afferma anche l’ex ambasciatore a Tehran Alberto Bradanini in un articolo uscito sul La Fionda, sono tante e davvero inquietanti. Dal 7 ottobre ad oggi, anche rivedendo a ribasso le cifre fornite dal ministero della salute palestinese, nell’esercizio del proprio diritto a difendersi Israele ha ucciso oltre 16 mila palestinesi e costretto più di 2 milioni di persone ad abbandonare le proprie case.Tra questi, il numero dei miliziani armati, secondo i dati dell’esercito israeliano, oscillerebbe tra i due e i cinquemila:

“Niente accade in modo accidentale” hanno dichiarato un’intervista fonti anonime dell’Esercito israeliano a Sikha Mekomit, un giornale israeliano di orientamento progressista. “Quando una bambina di tre anni viene uccisa dentro casa sua, nel corso di un raid su Gaza, è perché qualcuno nell’Esercito aveva precedentemente stabilito che poteva essere il prezzo da pagare per l’eliminazione di un target militare. Non siamo Hamas, non usiamo razzi imprecisi, tutto è intenzionale. Conosciamo esattamente la misura del danno collaterale”.

“Metteremo l’enfasi sulla distruzione, non sull’accuratezza”, aveva infatti annunciato il 9 ottobre Daniel Hagari, portavoce dell’esercito “L’ammontare dei morti tollerati come danni collaterali nel corso di un’operazione che prenda di mira un leader militare è passato dalle decine alle centinaia, anche quando si tratta di colpire un singolo membro di Hamas”.

In un’interessante e coraggioso articolo ripreso anche dall’ex ambsciatore a Tehran Alberto Bradanini, la giornalista australiana Caitlin Jhonstone si è chiesta come agirebbe un governo che decidesse di dare inizio al genocidio di un popolo vicino. Con una strategia destinata a durare nel tempo, scrive la Jhonstone, comincerebbe con l’eliminazione del maggior numero possibile di donne e bambini. Ecco, nell’esercizio del proprio diritto a difendersi, gli israeliani hanno ammazzato ad oggi circa 11 mila donne e bambini, il settanta per cento delle uccisioni totali e più del doppio donne e dei bambini morti in due anni di guerra in Ucraina. Quel governo genocida, continua la Jhonstone, prenderebbe poi di mira le infrastrutture civili per rendere assai difficile o impossibile la sopravvivenza della popolazione da eliminare. Esercitando il proprio diritto a difendersi, ad oggi Israele ha distrutto o danneggiato quasi l’80 per cento degli edifici di gaza, e questo grazie all’uso di bombe, come quelle di fabbricazione americana da 2 mila libbre, circa una tonnellata, di cui non era praticamente mai stato fatto impiego in contesti urbani densamente popolati. “Va oltre qualunque cosa che io abbia mai visto,” ha dichiarato a questo proposito Marc Garlasco, ex analista dell’intelligence USA. Per trovare un paragone storico per l’utilizzo di bombe così grandi in un’area così piccola e densamente popolate “bisogna tornare indietro al Vietnam o alla Seconda Guerra Mondiale.” Sempre quel governo genocida, continua la Jhonstone, punterebbe poi ai centri culturali con il fine di distruggere le radici storiche di quella popolazione, demolendo luoghi di cultura, musei ed edifici religiosi. Sarà anche questa una coincidenza, ma esercitando il proprio diritto a difendersi e contravvenendo il diritto internazionale e la convenzione UNESCO del 1954, Israele sta deliberatamente prendendo di mira Archivi, bliblioteche, musei, monumenti e luoghi di culto.

In un articolo del Washinghton post la giornalista Karen Attiah scrive: “L’anno scorso, quando la Russia iniziò l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, io e molti altri lanciammo l’allarme sulla distruzione del patrimonio culturale e sul saccheggio dei manufatti da parte dei soldati russi. All’epoca”, continua la Attiah, “le organizzazioni internazionali e le istituzioni accademiche discutevano e formavano task force per cercare di aiutare a salvare i beni culturali ucraini e offrire supporto ai ricercatori ucraini. “Per la protezione del patrimonio culturale palestinese”, conclude amareggiata la Attiah, “non c’è stato assolutamente niente di tutto questo”. Infine, come ultimo passo, prosegue la Johnstone, quel medesimo governo genocida aggredirebbe la popolazione indesiderata con ogni mezzo forzandola a dirigersi verso il confine con altre nazioni e ponendole davanti alla tragica scelta di accoglierla o di assistere inermi al suo sterminio. Nell’ esercizio del proprio diritto a difendersi, gli Israeliani stanno spingendo in queste ore tutta la popolazione di Gaza verso sud al confine con l’Egitto.

Proviamo un attimo a chiudere gli occhi e a immaginarci se questi stessi crimini li stessero commettendo la Cina, la Russia, l’Iran o qualsiasi altro antagonista degli interessi imperiali americani. Da due mesi a questa parte staremmo assistendo una pesantissima campagna diplomatica e mediatica contro questo paese, con tanto di squalificazione ontologica degli esponenti del suo governo, interruzione di ogni tipo di rapporto militare, pesantissime sanzioni economiche volte a distruggerne l’economia, onnipresenti immagini nei giornali e nei telegiornali delle sofferenze del popolo brutalmente aggredito, esclusione dello stato aggressore da tutte le competizioni sportive internazionali, braccialetti commemorativi, concerti di solidarietà, minuti di silenzio durante le partite di calcio e tanto altro ancora. Ma visto che Israele ha il sacrosanto diritto di difendersi, e i palestinesi invece non ne hanno alcuno, se non quello di scomparire per sempre dalla loro terra, è bene su tutto questo stendere un velo pietoso; anzi, prima l’esercito israeliano porterà a termine la sua opera di sterminio e prima ci leveremo questo fastidioso peso dalla coscienza. Fortunatamente, l’agenda dei media di regime ormai fa sempre più fatica a dettare l’agenda anche alle persone comuni. Dopo due mesi, in tutto il pianeta le popolazioni continuano a mobilitarsi per affermare che di fronte a un evento di questa violenza, non sarà mai più possibile tornare ai soliti vecchi affari come nulla fosse.

Quello che manca da noi, è un vero e proprio media che invece di fare da megafono alla propaganda israeliana, dia voce a tutti quelli che resistono

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