Chi è così generoso da pagare di tasca sua lo sterminio dei bambini palestinesi? Per finanziare il genocidio, lo Stato terrorista di Israele è ricorso all’emissione di sempre più titoli del debito, certo della solidarietà della vasta rete di complici dello sterminio di massa pronti ad accollarselo; a fare la parte del leone sono state le banche angloamericane. Negli USA, la parte del leone l’ha interpretata Goldman Sachs, l’ex datore di lavoro di San Mariopio: è la seconda banca al mondo per acquisti di titoli del debito israeliano, dietro solo a Banca Leumi, la principale banca dell’entità sionista; Goldman Sachs, poi, piazzava i titoli alla fitta rete di collaborazionisti del terrorismo sionista sparsa tra le amministrazioni locali USA. Particolarmente celebre il caso di Joseph Abruzzo, il politico democratico e direttore finanziario della contea di Palm Beach, in Florida, dove c’è il complesso di Mar-a-Lago e dove ha la residenza Forrest Trump; quando era stato eletto la prima volta, nel 2020, all’inaugurazione c’era il più importante rabbino dell’area, che ha dichiarato: ”Se c’è qualcuno che può proteggere i nostri fondi pubblici con integrità, onestà e responsabilità, quello sei tu”. Beh, non proprio: durante il primo anno di genocidio, Abruzzo ha utilizzato la bellezza di 700 milioni di dollari dei contribuenti per comprare titoli del debito di Israele attraverso Goldman Sachs; sono il 15% delle risorse complessive. Ora, concentrare il 15% delle finanze di un’amministrazione in un unico prodotto finanziario, di default, è una follia; concentrarli sul debito di uno Stato coinvolto in una guerra devastante, un crimine – e non parlo di sensibilità, eh? Parlo proprio di regole contabili: dall’ottobre 2023, infatti, il rating sovrano di Israele è stato abbassato almeno due volte da tutte e 3 le principali agenzie.
D’altronde, il confronto è presto fatto: il rating di Israele è di 2-3 gradi inferiore a quello del Regno Unito e costantemente con outlook negativo, che significa che sono probabili ulteriori abbassamenti; ciononostante, paga circa 3-4 decimali in meno di interessi. Tradotto: chi compra debito israeliano in gran quantità lo fa, contro i suoi interessi, per sostenere lo sforzo che il governo israeliano si sta accollando di sporcarsi le mani al posto nostro e mettere fine alla resistenza palestinese sterminando tutta la popolazione; il simpatico democratico Joseph Abruzzo questa porcheria la fa con i soldi dei contribuenti e, per arrivare a farlo, ha dovuto addirittura cambiare la legge due volte. Fino a che, dai dai, l’anno scorso 4 cittadini di origine palestinese lo hanno denunciato: “La contea di Palm Beach è attualmente il maggior investitore al mondo in obbligazioni israeliane”, si legge nella memoria depositata nel settembre 2024 presso un tribunale dello Stato della Florida; “Questi 700 milioni di dollari, provenienti dalle imposte sulla proprietà dei contribuenti della contea di Palm Beach, vengono riversati in un’economia estera a rischio di insolvenza. L’imputato ha acquistato 700 milioni di dollari di obbligazioni israeliane nel contesto di una crisi immobiliare nella contea di Palm Beach, di una crisi dell’istruzione e di un deficit di finanziamento di 732 milioni di dollari nel bilancio della contea di Palm Beach, che sta portando al ritardo o alla cancellazione di diversi progetti di miglioramento del capitale, come centri sportivi, parchi, rifugi per animali e ponti”. La scommessa del buon Joseph, evidentemente, è che la maggioranza dei cittadini, privati dei loro diritti, sia meno unita e combattiva della minoranza che, invece, appoggia i suoi crimini contabili: nel suo collegio, infatti, gli elettori ebrei rappresentano oltre il 15%.
Oltre a personaggi come Abruzzo e alle grandi banche Made in USA, l’altra colonna portante del sostegno al progetto genocida di Israele è la finanza britannica, a partire da Barclays; come ricorda John Helmer “Per decenni, Barclays Capital è stata un pilastro del sostegno della City al debito pubblico israeliano”. Fino a un po’ di tempo fa, vedere quanto debito israeliano si accollavano i singoli istituti finanziari era molto semplice: bastava visitare questa pagina della Bank of Israel che, però, non è più disponibile e, stranamente, non sono disponibili nemmeno le pagine archiviate in passato su wayback machine; secondo Helmer, “Questa occultazione è una politica specifica del governo israeliano”. Ma perché? Secondo Helmer, per nascondere il fatto che qualcuno sta fuggendo a gambe levate, e sarebbe proprio il caso di Barclays che, a partire dal secondo trimestre del 2025, ha diminuito drasticamente i suoi tradizionali acquisti di titoli del debito israeliano, passando dal settimo all’undicesimo posto nella classifica delle istituzioni finanziarie globali maggiormente coinvolte nel sostegno al genocidio; e non è un caso isolato: un grande sostenitore storico del progetto coloniale israeliano è sempre stato il gigantesco fondo sovrano norvegese, solitamente piuttosto attento ai diritti umani, ma evidentemente non quando si tratta del popolo palestinese, ma – già nel 2023 – ha venduto i suoi titoli di Stato e, nel corso del 2025, come riportava Reuters “ha venduto le sue quote in una società energetica israeliana e in un gruppo di telecomunicazioni per motivi etici, e il suo organismo di controllo etico ha dichiarato che sta valutando se disinvestire dalle partecipazioni in cinque banche”. Nell’agosto 2024, lo Universities Superannuation Scheme, il principale fondo pensione del settore universitario del Regno Unito, ha annunciato la vendita di tutti i titoli del debito israeliani; e, lunedì, alla lista si è aggiunto anche l’AkademikerPension, il fondo dei docenti e accademici danese, annunciando la vendita non solo dei titoli di Stato, ma in generale di tutti gli asset statali israeliani, incluse quindi le partecipazioni nelle aziende controllate dallo Stato.
Nel caso di Barclays, le prime avvisaglie risalgono all’estate del 2024 quando, proprio per il suo ruolo di primissimo piano, è entrata nel mirino dei manifestanti proPal e, come titolava il Financial Times, “Sotto la pressione degli attivisti, aveva pianificato di evitare la vendita di obbligazioni israeliane”; in realtà, però, poi c’aveva ripensato, fino allo scorso aprile. Se il problema erano gli attivisti, avrebbe dovuto sbandierarlo ai 4 venti; e, invece, l’ha fatto di soppiatto, alla chetichella: il motivo? A spingere Barclays a cambiare strategia non sarebbero le pressioni politiche, ma ragioni commerciali – magari perché pensano che, alla fine, la grande guerra Israele la potrebbe perdere? Il sostegno del capitalismo globale al piano genocidario di Israele, comunque, nel complesso tiene botta: nonostante alcune battute d’arresto delle ultime settimane, negli ultimi 12 mesi il TA 35, il principale indice della borsa di Tel Aviv, ha segnato un impressionante +49%, un vero e proprio record; d’altronde, rispetto elle piccole dimensioni dell’economia israeliana e dei suoi mercati finanziari, i membri di primo piano della lobby sionista, da soli, hanno abbastanza liquidità per reggere botta ancora per un bel po’ e, per ora, sembrano poter contare ancora sul sostegno incondizionato dei principali alleati di Washington, nonostante un po’ di teatrino.
Lunedì scorso, il capocomico Manuelino Macron ha cercato di salvare la faccia guidando la cordata dei nuovi 10 Paesi che hanno deciso di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina: sul fronte internazionale, Macron spera di poter approfittare della situazione per attirare sempre più petrodollari delle petromonarchie in Francia, a partire dai qatarioti, che sono sempre stati attivi nello shopping dei gioielli di famiglia d’oltralpe e ora andrebbero convinti a prendersi una quota un po’ più consistente anche di debito pubblico; su quello interno, Macron spera di convincere i francesi che di fronte allo sterminio dei bambini di Gaza, fare fuori lui per ritrovarsi nelle mani l’ultras sionista Marine Le Pen potrebbe non essere poi sta gran conquista. Difficile capire quanto possa avere successo; di sicuro, però, il rischio è relativo perché il prezzo da pagare è sostanzialmente zero: riconoscere la Palestina, infatti, sembra più che altro una gigantesca presa per il culo. Come ribadiva anche stamattina Gideon Levy su Haaretz, “Nel giorno in cui il presidente francese ha celebrato la sua vittoria diplomatica, la creazione di uno Stato palestinese sembrava più lontana che mai”; in particolare, la dichiarazione di New York approvata subito dopo da 142 Paesi nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevede sì uno Stato palestinese autonomo, ma completamente disarmato e con un governo imposto dagli amici dell’occupante e non scelti liberamente dai palestinesi. Eppure, potrebbe portare a sviluppi imprevisti: “Il riconoscimento internazionale della Palestina cambia poco”, ammette Amir Tibon sempre su Haaretz, “ma se provocasse l’annessione della Cisgiordania, metterebbe a nudo il fallimento della visione dei due Stati, lasciando Israele isolato”.
La tesi è un po’ contorta, ma suggestiva: Israele sta portando avanti già da tempo i suoi piani per l’annessione definitiva della Cisgiordania, ma fino a che tutti assistono impassibili, rimane combattuto; l’annessione, infatti, “costringerebbe molti governi influenti”, come scrive Tibon, a farla finita con questa fiction dei due Stati, che tutti sanno non essere realistica ormai da decenni, ma che si continua a tenere in vita per coltivare l’illusione, mentre Israele agisce in sprezzo a ogni regola, con la complicità dell’Autorità Nazionale Palestinese. A quel punto, si dovrebbe prendere ufficialmente atto che Israele è una dittatura sanguinaria che controlla un territorio dove oltre metà della popolazione non ha nessuna rappresentanza elettorale e nessun diritto civile: è il segreto di Pulcinella, ok, ma un segreto di Pulcinella che ha rappresentato la base giuridica del collaborazionismo occidentale con lo stato terrorista di Israele per 80 anni; l’impressione, ancora una volta, è che con il 7 ottobre si sia aperto un vaso di Pandora e nessuno abbia chiaro come uscirne. Nel frattempo, vale solo la legge del più forte, ma i rapporti di forza cambiano, e a determinarli non è solo il gioco tra grandi potenze e tra grandi capitali: sono anche i popoli; voi siete pronti a fare la vostra parte?
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E chi non aderisce è Joseph Abruzzo










Grazie Ottolina