Quest’anno sono 100 anni dalla nascita del più grande rivoluzionario dopo Che Guevara. Ma ne parliamo dopo.
Hemigidio, nella sua divisa verde olivo, è alla testa della sua cellula rivoluzionaria in una foresta del Perù. Calca sui capelli scompigliati un berrettino dalla tesa allungata e si fascia il viso dal naso in giù col fazzoletto rosso su cui è stampato il simbolo del movimento: uno scettro e un mitra incrociati, sovrastati dall’effigie del re indigeno Tupac Amaru.
L’uomo fa parte del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru. Ce ne sono almeno tre di movimenti rivoluzionari, più o meno pacifici, che si rifanno a Tupac Amaru secondo, un cacicco, cioè un capo indigeno, che nel ’700, rifacendosi a sua volta all’ultimo imperatore Inca, guidò una grande ribellione andina contro gli spagnoli in Perù. In seguito è stato elevato a mito nella lotta per l’indipendenza del Perù e nel movimento per i diritti degli indigeni oltre che a ispirazione per una miriade di cause nell’America spagnola e oltre.
Tupac Amaru fu barbaramente giustiziato nel 1781: come ricorda Riccardo Mardegan, esperto di America Latina, dopo avergli tagliato la lingua, attaccarono le sue estremità a quattro cavalli per smembrarlo quando era ancora in vita. I cavalli non riuscirono a strappare il corpo, per cui l’autorità ordinò che lo si decapitasse e che il boia stesso facesse i quarti. Su queste rivolte il cinema ha prodotto diversi film, tra cui uno del colossale filmmaker greco Costa-Gavras, così come ha raccontato la vita e la lotta di José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015 ex rapinatore di banche ed ex guerrigliero dei Tupamaros.
Davanti a sé Hemigidio ha un fortilizio quadrato. I cani messi a guardia sono stati narcotizzati e sta per entrare con i compagni di lotta. Servono tre parole o azioni segrete per superare le tre porte che li condurranno nel cuore dell’edificio dove giace l’obiettivo che devono distruggere, simbolo dell’imperialismo. Ma la sorpresa che li attende è al di là di qualunque comprensione umana. Metafora inaccettabile della ferocia del capitalismo delle multinazionali. Il nodo K.
Tempo fa, il più grande scrittore italiano degli ultimi 30 anni, Valerio Evangelisti, scomparso nel 2022 a Bologna sulla soglia dei settant’anni, mi regalò i diritti di un suo formidabile racconto inserito nella raccolta “Tutti i denti del mostro sono perfetti”: “Il Nodo K”. Su Evangelisti farò presto una puntata dal titolo: “Tutti i film tratti dall’enorme corpus di romanzi del più grande scrittore italiano di genere: nessuno”. (che magari è meglio così)
“Il Nodo K” racconta le vicende di una cellula rivoluzionaria peruviana guidata da Hemigidio che – in collegamento via radio con una cellula rivoluzionaria giapponese a Tokio che aiuta quella peruviana a capire come superare le tre porte che proteggono il Nodo K – deve distruggerlo. Il nodo K è un luogo, in Perù, costruito da una multinazionale, che protegge un cavo che unisce e processa tutte le comunicazioni che transitano tra Asia e America: passano di lì tutte le linee telefoniche che non sono state spostate su satellite, i sistemi di allarme, le reti informatiche, i controlli del traffico ferroviario e aeronavale. Ma ciò che aspetta Hemigidio, il leader della cellula dei Tupac Amaru, è al di là di qualunque comprensione, e umanità: il “nodo” che processa quella mole immensa di informazioni… è il cervello di una scimmia, viva, che muove gli occhi intorno a sé, attoniti, come sovrastati da un dolore incommensurabile. Cervello collegato a mille cavi, e a siringhe di vetro che pompano liquidi nutritivi.
La cellula guidata da Hemigidio fa parte del MRTA, il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, comparso per la prima volta nel 1984, un movimento che rivendicava le gesta di Che Guevara e di diverse guerriglie latinoamericane, come spiega il sito Tactical Media Crew, e che si occupava tra l’altro di sequestrare generali e noti imprenditori. Questo movimento non va confuso con quello definito La Tupac Amaru, raccontato nel documentario del 2012 Tupac Amaru – Algo està cambiando, che potete trovare su openddb.com. Di fronte all’avanzata del neoliberismo e della crisi degli anni novanta è nata in Argentina un’organizzazione che ha cambiato il destino di molti cittadini: “La Tupac Amaru”, che è diventata una delle principali organizzazioni sociali del paese, con migliaia di case costruite, cooperative di lavoro, scuole, fabbriche, ospedali. Un modello di lavoro preso come esempio a livello internazionale.
Ma soprattutto l’MRTA non va confuso con quello – più famoso – dei Tupamaros, o meglio: il Movimento del Liberaciòn National Tupamaros, attivo tra gli anni ’60 e ’70 in Uruguay. Su di loro il cinema ha prodotto diversi film e documentari, quello più noto è di uno dei più grandi registi di sempre, Costa-Gavras, autore anche di pellicole come Z – L’orgia del potere (del 1969), Missing – Scomparso (1982), con Jack Lemmon e Sissy Spacek, e l’ultimo, non straordinario dal punto di vista cinematografico ma molto coraggioso: Adulti nella stanza (2019), tratto dal libro omonimo di Yanis Varoufakis in cui dopo la vittoria di Syriza alle elezioni legislative greche del 2015, Yánis Varoufákis (Ministro delle Finanze) viene incaricato da Aléxis Tsípras di negoziare un nuovo accordo con la troika per evitare di dover affrontare un’altra tragica crisi del debito nel Paese a distanza di mesi. Una pellicola che smaschera ciò che solo un imbecille ancora non ha capito e un criminale fa finta di non aver capito: che l’Unione Europea è un’associazione a delinquere costruita per distruggere decenni di lotte per i diritti sociali e drenare i risparmi privati dei cittadini, soprattutto italiani, verso le tasche dei grandi gruppi finanziari. Capito adesso chi è che fa finta di non aver capito?
Il film di Costa-Gavras sui Tupamaros è L’amerikano, del 1972. A proposito di questa “Kappa” che ricorre nella puntata, quella nel titolo L’ameriKano e “Nodo K”. Come scrive Wikipedia, fino dagli anni ’60, nell’uso gergale di anarchici e Yippie, la lettera “K” venne talvolta utilizzata in modo grammaticalmente scorretto in luogo del digramma “Ch”, della lettera “C” o anche della lettera “Q”. Basti pensare alla grafia di “Amerika”, appunto, con riferimento agli Stati Uniti d’America, impiegata in differenti campi culturali, con intento di denuncia sociale. Comunque: L’amerikano si basa su un episodio realmente accaduto nel 1970, quando il funzionario statunitense Dan Mitrione fu rapito e poi ucciso da un gruppo di guerriglieri urbani in Uruguay. In un lunghissimo flashback il film racconta del rapimento di Philip Michael Santore, cioè appunto Dan Mitrione, da parte del gruppo di guerriglieri Tupamaros. Ma il film si apre con la sequenza in cui Santore, un funzionario dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, viene trovato ucciso da un colpo di pistola in una macchina. Avete sentito bene: Santore lavora per la famigerata USAID.
Secondo la stampa mainstream (per esempio “Il Post”) “L’USAID dal 1961 si occupa di fornire aiuti umanitari e assistenza per lo sviluppo in decine di paesi in tutto il mondo”. L’USAID è stato chiuso da Trump a febbraio di quest’anno. Sempre secondo “Il Post”, “USAID era stata istituita dal presidente Democratico John Fitzgerald Kennedy per dare una struttura definitiva al sistema di aiuti internazionali (e di relazioni che ne conseguivano) nato con il ‘piano Marshall’ subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale: allora l’ampio sostegno fornito dagli Stati Uniti ai paesi dell’Europa occidentale aveva favorito la ricostruzione e la stabilizzazione politica, anche in ottica antisovietica.” Anche in ottica antisovietica. Dunque l’USAID era uno strumento di copertura delle agenzie di sicurezza nel mondo, la longa manus del soft power statunitense nel giornalismo, nel cinema, nella televisione. Sempre Wikipedia, così non perdete tempo a scrivere GOMBLODDOH nei commenti (dovreste ringraziarmi che penso a come non farvi perdere tempo): “L’Ucraina è stato il maggiore beneficiario dei finanziamenti di USAID, ricevendo dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina più di 34 miliardi di dollari, a fronte di una media di 545 milioni di dollari per gli altri paesi. Il 90% dei media ucraini riceveva finanziamenti da USAID e senza di essi non avrebbero potuto sopravvivere”.
Santore è in realtà a tutti gli effetti un agente dei servizi segreti statunitensi che, come abbiamo detto e come ha stabilito dopo lungo interrogatorio il tribunale del popolo dei Tupamaros, ha il compito di addestrare le polizie dei governi di destra del Sud America finanziati dagli USA alla tortura e alla repressione dei dissidenti. I militanti lo interrogano infatti per tutto il film sul suo coinvolgimento nell’addestramento della polizia uruguaiana, brasiliana e dominicana, e sulle tecniche di interrogatorio e di tortura da usare sugli oppositori del regime autoritario. Gli stessi metodi che gli spagnoli, degni appartenenti della nostra democratica civiltà occidentale, usarono contro gli indigeni latinoamericani nel ‘700 e contro il loro leader Tupac Amaru II, come abbiamo visto.
Un cubano che ha dichiarato di essersi infiltrato nella CIA ha affermato che Mitrione/Santore usava i senzatetto come cavie per i metodi di tortura e che aveva personalmente torturato a morte quattro senzatetto durante una sessione di addestramento a cui aveva assistito. Anche ex funzionari di polizia uruguaiani e agenti della CIA hanno dichiarato che Mitrione aveva insegnato tecniche di tortura alla polizia uruguaiana nella cantina della sua casa di Montevideo, compreso l’uso di scosse elettriche somministrate alla bocca e ai genitali delle vittime. Il suo credo era “Il dolore preciso, nel posto preciso, nella quantità precisa, per ottenere l’effetto desiderato”. D’altra parte nel periodo preso in esame dal film, Washington temeva una possibile vittoria alle elezioni del Frente Amplio, una coalizione di sinistra, sul modello della vittoria, anch’essa sostenuta dai cubani, del governo di Unidad Popular in Cile, guidato da Salvador Allende, nel 1970. Le forze speciali USA avevano aiutato la polizia locale fin dal 1965, fornendole armi e addestramento. Ironia vuole che L’amerikano sia stato girato nel Cile socialista di Salvador Allende poco prima del golpe di Pinochet del 1973, architettato e portato a termine con l’appoggio degli Stati Uniti e del premio nobel Milton Friedman, allievo dell’altro premio nobel Friederich von Hayek. Nel film un giornalista amato dal governo si chiede chi sia questo Michael Santore (cioè Dan Mitrione), che nessuno ha mai sentito nominare. Perché è stato rapito? Chi è DAVVERO Santore?
Ebbene, L’amerikano è l’ennesimo esempio di come una volta, soprattutto negli anni ’70, che furono addirittura negli Stati Uniti un periodo di ribellione cinematografica contro le major, si facesse cinema non innocuo, cinema che dava fastidio, scomodo, che in alcuni casi – come questo – preoccupava addirittura le agenzie di sicurezza. La CIA infatti tentò di ripulire l’immagine di Santore/Mitrione, provando a confutare il film di Costa-Gavras. Ripeto: la CIA, che di solito i film li scrive per usarli come propaganda (vedi per esempio la puntata sul Five Eyes), in questo caso, viceversa, fu costretta a occuparsi di un film indipendente che, visto il grande successo internazionale, rischiava di creare non pochi casini e rompere un po’ di uova nel paniere. E adesso chiudete gli occhi e provate a immaginare un film italiano degli ultimi 33 anni che abbia messo il pepe al culo alla CIA. Ma anche alla Digos. Ma anche alla Municipale. Ma anche all’amministratore del condominio del regista. Fatto? Bravi.
Questi sono alcuni stralci da un documento della CIA in cui l’agenzia fa quel disperato tentativo di ripulire l’immagine di Mitrione cui accennavo. Vi si dice, per esempio, che Mitrione era “un residente di Richmond profondamente rispettato e molto amato. Padre di nove figli, devoto padre di famiglia e membro della Chiesa. Ha partecipato a una vasta gamma di attività di beneficenza e di servizi sociali a Richmond”. Ovviamente, l’operazione di copertura del vero ruolo di Mitrione fu anche pubblica. L’amministrazione Nixon affermò che “il devoto servizio di Mitrione alla causa del progresso pacifico in un mondo ordinato rimarrà come esempio per gli uomini liberi di tutto il mondo”. I suoi funerali furono ampiamente pubblicizzati dai media statunitensi e hanno visto la partecipazione, tra gli altri, di David Eisenhower. Frank Sinatra e – tenetevi forte – Jerry Lewis tennero un concerto di beneficenza per la sua famiglia a Richmond, nell’Indiana. Il 7 agosto 1970, appena una settimana dopo il rapimento di Dan Mitrione, la polizia uruguaiana fece irruzione nella casa in cui si trovava la dirigenza Tupamaro e catturò Raùl Sendic Antonaccio, il leader dei Tupamaros, e gli altri. Sendic rimase in carcere, tra una cosa e l’altra, per circa dieci anni.
Perché de L’amerikano parliamo adesso (anzi, mea culpa, SOLO adesso, visto che del cinema di Costa-Gavras bisognerebbe parlare tutti i giorni)? Perché quest’anno si celebrano i 100 anni dalla nascita del rivoluzionario che i Tupamaros li ha fondati: Raùl Sendic Antonaccio appunto, scomparso a Parigi nel 1982. La pellicola fu scritta da Franco Solinas, gigante della sceneggiatura italiana, noto soprattutto per La battaglia di Algeri, candidato a tre premi Oscar. Ha scritto anche il dramma storico del 1969 ¡Queimada!, interpretato da Marlon Brando. Entrambi diretti da Gillo Pontecorvo. A Solinas si deve anche la stesura di alcuni importanti western ambientati durante la rivoluzione messicana del 1910, che Carlo Gaberscek nel suo saggio del 2008 chiama gli “Zapata Westerns”, un sottogenere degli spaghetti western che durò appena sei anni a cavallo dei ‘70. Tra questi Tepepa, Il mercenario, Quien Sabe? e La resa dei conti. Quien Sabe, con Gian Maria Volonté, racconta una storia simile a quella di L’Amerikano, cioè di un inflitrato americano antirivoluzionario che alla fine viene ucciso in nome della rivoluzione da El Chuncho (laddove ne L’Amerikano a uccidere l’americano, appunto, sono i Tupamaros). Volonté infatti è El Chuncho, un bandito e leader della guerriglia durante la rivoluzione messicana, e Bill Tate/El Niñ è un killer su commissione controrivoluzionario che si infiltra nella sua banda e fa amicizia con Chuncho. La storia è incentrata sul modo in cui questa relazione cambia tutto per Chuncho, che scopre che una rivoluzione sociale è più importante del semplice denaro. Se vogliamo, questo arco narrativo è a sua volta simile a quello di Juan Miranda in Giù la testa di Sergio Leone, che alla fine del film, ambientato anche questo durante la rivoluzione zapatista, scopre il valore della rivoluzione uccidendo il governatore Jaime.
Dicevamo che L’Amerikano di Costa-Gavras fu scritto da Franco Solinas. A Solinas è dedicato il più importante premio di sceneggiatura italiano, il Premio Solinas. Fosse vivo si vergognerebbe del cinema italiano degli ultimi 30 anni, a parte qualche eccezione tipo Garage Olimpo, (1999) e Hijos (2001), entrambi di Marco Bechis: breve sinossi dei film. Il regista stesso, Bechis, all’epoca ventenne, era stato arrestato, torturato e, grazie al passaporto italiano, espulso dall’Argentina. Non a caso Bechis è amico di Miguel Benasayag, uno dei più importanti intellettuali viventi, che negli anni ’70 militava in Argentina nelle brigate guevariste contro la dittatura di Videla. Come vedete il cerchio si chiude perché Tupamaros e brigate guevariste, i primi in Uruguay i secondi in Argentina, facevano parte della stessa lotta. Erano movimenti rivoluzionari fratelli. Proprio come i registi e gli sceneggiatori italiani di oggi, per cui l’unica lotta che vale la pena combattere tutti insieme è quella contro l’aumento del costo della cocaina.
I Tupamaros nacquero alla fine degli anni ’60 in seguito alle solite dinamiche: il PD uruguayano vince le elezioni, va al governo e taglia la spesa pubblica. Fino agli anni ’50 l’Uruguay è stata una democrazia attenta al benessere sociale e agli ultimi, al punto da venire chiamata “la Svizzera dell’America Latina”. Finché, anche a causa della speculazione finanziaria, il male del pianeta, fra il 1967 e il 1968 il PIL l’inflazione balzò al 100%, il potere d’acquisto dei salari scese del 47% e nello stesso tempo il capitale straniero, soprattutto USA, era penetrato fortemente nel settore industriale. Ci sono diversi libri interessanti sui Tupamaros: quello di Alain Labrousse, “I Tupamaros. La guerriglia urbana in Uruguay”, quello di Maria Esther Gilio, “The Tupamaros”, e quello di Carlos Nunez, “The Tupamaros. Urban guerrillas of Uruguay” e poi c’è: “Becoming the Tupamaros” in cui si dimostra che i gruppi di guerriglieri latinoamericani durante la Guerra Fredda non si limitavano a schierarsi in una battaglia tra ideologie sovietiche e statunitensi. Piuttosto, hanno assimilato informazioni e tecniche senza discriminazioni, creando una forma di rivoluzione unica e autoctona. Nel libro che abbiamo appena citato si racconta, esattamente come vediamo nel film L’amerikano, che nel 1970 i Tupamaros contavano diverse migliaia di membri (comprese le centinaia di persone che aiutavano il gruppo senza unirsi ufficialmente). Queste cellule “periferiche” aiutavano con la propaganda, le questioni monetarie, e il reclutamento. Altri simpatizzanti fornivano risorse, informazioni, e assistenza medica e talvolta offrivano le loro case e le loro proprietà perché i Tupamaros potessero nascondersi. Anche la ”richiesta” di auto civili da parte dei Tupamaros per aiutare le loro azioni divenne leggendaria negli anni Sessanta. Il mito popolare sosteneva che i civili che permettevano ai Tupamaros di prendere in prestito le loro auto raramente opponevano resistenza. Alcuni avrebbero persino raccontato ai rivoluzionari particolarità o problemi delle loro auto per aiutarli. Mentre la sua auto era in uso, molte volte il civile vagava per Montevideo, mangiando un pasto o andando al cinema. Nel film un giornalista pronuncia la parola Tupamaros ma il portavoce del governo gli dice che quella parola è vietata, vanno chiamati “innominabili” o “terroristi”. Esattamente ciò che accade in Israele: i palestinesi e i gazawi sono chiamati sempre “terroristi”, quando non “animali”, non viene loro riconosciuto il termine “palestinesi”. Questa operazione di disumanizzazione ha una lunga storia nei paesi sanguinari come l’Uruguay dei primi anni ’70 e Israele dal 1948 a oggi.
Oltre al film di Costa-Gavras, altre pellicole si sono occupate dei Tupamaros. Per esempio quella del 1972 dal titolo Tupamaros, di Jan Lindqvist un raro documentario realizzato clandestinamente con la collaborazione degli stessi Tupamaros. In circa 50 minuti ricostruisce le azioni politiche e guerrigliere (come il sequestro di Dan Mitrione e dell’ambasciatore britannico), usando audio originali e brevi interviste, fino all’inizio della repressione militare.
Sempre Tupamaros è il titolo di un documentario tedesco uscito nel 1997, interpretato da personaggi che hanno vissuto la storia del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, tra cui Pepe Mujica. Racconta in modo cinematografico i pensieri della guerriglia urbana formata dai Tupamaros con immagini registrate e fotografate durante lo svolgimento dell’evento storico, oltre a registrazioni effettuate qualche tempo dopo nella città in cui rimangono ancora tracce degli eventi, Montevideo. Nel 2004 uscì Raùl Sendic: Tupamaro, un documentario diretto da Alejandro Figueroa, racconta la vita e l’opera di Raùl Sendic Antonaccio, uno dei fondatori del Movimento di Liberazione Nazionale (MLN-Tupamaros). Anche in questo caso il film include interviste ad altri fondatori del movimento di guerriglia, come Pepe Mujica. È un documentario rarissimo il cui DVD usato online si trova al prezzo di 6.000$. Mentre dedicato alla presidenza di Pepe Mujica dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, è il documentario di Emir Kusturica del 2018, il regista di Underground e Il tempo dei gitani: Pepe Mujica, una vita suprema, del 2018.
In un articolo di qZone, si legge a proposito di questo film: “I Tupamaros inventarono praticamente la guerriglia urbana, spostando quella teorizzata a Cuba dalle foreste alle città ed effettuando espropri e rapine alle banche per auto finanziarsi. Oggi Kusturica chiede a Mujica di quelle rapine. Questi ammette i suoi atti di delinquenza, non c’è altro modo in cui chiamarli, ma cita un personaggio di Bertolt Brecht: “Vostro Onore, che cos’è la rapina di una banca di fronte alla fondazione di una banca?”. Per Mujica e i suoi compagni furono dodici anni di isolamento, malnutrizione e percosse quotidiane, da un carcere all’altro: “turismo carcerario”, lo chiamavano. Verso la fine della pena, il miglioramento delle condizioni carcerarie ha fatto sì che gli dessero qualcosa da leggere: geografia, agronomia, zootecnia; lì è nato il Mujica che è diventato prima Ministro dell’Allevamento e poi un Premier con una continua attenzione al sostenibile. “Se non fossi stato in prigione oggi sarei più superficiale, più vanesio, più arrogante. Ascoltami, Kusturica, lo si capisce da vecchi ma spesso ciò che è male è bene e ciò che crediamo sia per noi un bene, è male”, dice nel documentario. Mentre sempre nel 2018 uscì Una notte di 12 anni, fu presentato al festival di Venezia e selezionato per rappresentare l’Uruguay gli Oscar.
Infine, molto bello il libro “Il presidente impossibile – Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato”, che, come scrive Fabrizio Lorusso su Carmilla, racconta “il percorso e il ruolo di quelle sinistre latinoamericane che, dopo gli anni dell’autoritarismo supportato dagli USA e la restaurazione democratica, sono diventate forze di governo, ma che restano ancora le “grandi incomprese” dei mass media e del mondo politico occidentali”.
Le lotte dei popoli sfruttati dell’America Latina erano famose tra i comunisti occidentali nel ‘900. Tra questi c’era forse il più grande regista di tutti i tempi. In una delle scene più famose del suo cinema, quando Charlot sventola senza rendersene conto la bandiera rossa delle lotte sindacali in Tempi moderni, uno dei cartelli che si leggono alle sue spalle dice LA LIBERTAD O LA MUERTE, il motto dei Treinta y Tres Orientales, un gruppo di patrioti guidati da Juan Antonio Lavalleja che, nel 1825, lanciarono un’insurrezione per liberare la Provincia Orientale (l’attuale Uruguay) dal dominio brasiliano. Il motto è riportato sulla Bandiera dei Trentatré Orientali, una delle bandiere ufficiali dell’Uruguay.
















La scena finale di Quien Sabe è un atto rivoluzionario!
Dov è finito quell’impegno quella voglia ribelle che arrivava nelle sale periferiche, tra il pubblico giusto,?è
Il pubblico si è uniformato e si nutre da decenni di banalità, di storie innoque nella maggioranza dei casi e ben lontano dai film di Bechis relegato ai cineclubdesse e poco altro…
Verissimo. Il cinema italiano è morto.
Grande!!