Il governo progressista di Canberra non ha intenzione di partecipare alla guerra fredda di Washington contro Pechino e nutre parecchi dubbi su tutte le alleanze costruite dal governo precedente in chiave anticinese, dal QUAD all’AUKUS: secondo un sondaggio del Lowy Institute, rispetto al 2021 ci sono 17 australiani su 100 in più che pensano che la Cina debba essere considerato un partner economico e 16 in meno che pensano che rappresenti una minaccia per la sicurezza. Risultato? Il congresso USA accoglie come un salvatore della patria l’ex premier conservatore Scott Morrison, che imbastisce uno show da neuropsichiatria: “Di fronte alla minaccia cinese, i paesi occidentali stanno dormendo”.
Negli ultimi mesi, un alleato storico degli USA nel sud-est asiatico come la Thailandia ci ha stupito ripetutamente per le prese di posizione esplicitamente contrarie a ogni forma di escalation anticinese nell’area; risultato? Il primo luglio, il governo di Paetongtarn Shinawatra è stato temporaneamente sospeso dalla Corte Costituzionale: un vero e proprio golpe bianco. E ieri tra Cambogia e la Thailandia temporaneamente in balia dell’aristocrazia militare filo-USA è scoppiato un conflitto che ha già comportato numerose vittime. Incapaci di costruire una fantomatica NATO del Pacifico, gli USA mettono in campo tutti gli strumenti più subdoli per destabilizzare l’area e ostacolare la nascita del Secolo Asiatico; ci riusciranno?










