Oggi parliamo di uno dei film più meravigliosamente girati della storia del cinema che, però, è stato chiuso in un cassetto per decenni dagli stessi che oggi impediscono a Russia Today di trasmettere in Occidente (e forse anche a noi di vendergli il nostro prossimo film, D’istruzione pubblica, sulla distruzione della scuola pubblica, dopo che gli abbiamo venduto – e hanno trasmesso a milioni di telespettatori – i due precedenti: PIIGS e C’era una volta in Italia). Il motivo di questa censura? Aveva la colpa di raccontare al mondo la grandezza della rivoluzione cubana, il riscatto di un popolo contro l’ingerenza degli Stati Uniti e il fatto che a Cuba si facevano film più belli di quelli di Hollywood, anche di quelli di Orson Welles. Una pellicola che definirei, come fanno in molti, un film agit-prop antiamericano, Come sono agit-prop antiUnioneeuropeaeStatiUniti i nostri film, appunto. E OttolinaTV.
Tra l’altro qualche giorno fa è scomparso lo scrittore Mario Vargas Llosa, autore de “La città e i cani”, “La casa verde” e “Conversazione nella cattedrale”. Llosa era molto vicino a Fidel Castro negli anni ’50, ma per via dell’arresto di un poeta da parte del governo rivoluzionario e di altre cose che non gli piacquero si allontanò, e negli anni ‘80 finì dall’altra parte, su posizioni neoliberiste e anticomuniste. Divenne ammiratore di Margaret Thatcher e ha addirittura sostenuto la fallita corsa alla presidenza di Keiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori, dittatore del Perù dal 28 luglio 1990 al 17 novembre 2000, condannato per crimini contro l’umanità tra cui la sterilizzazione forzata di centinaia di migliaia di donne indigene. Un pretesto formale serve a tutti per entrare in Azione di Calenda senza vergognarsi.
Il film di oggi, Soy Cuba (“Io sono Cuba”), del 1964, racconta quattro storie: quella di una donna costretta a prostituirsi da trafficanti americani; di un contadino che scopre che il raccolto sarà venduto a una società americana e decide di dare fuoco all’intero campo; di uno studente che vede i suoi amici colpiti dai proiettili della polizia mentre distribuiscono volantini pro-Castro; di due contadini colpiti dalle bombe dell’esercito di Fulgencio Batista che decidono di prendere le armi e di unirsi ai barbutos di Castro e al comandante Che Guevara. Visto che siamo in un periodo in cui l’imperialismo sanguinario statunitense, che non nasce certo con Trump, non è mai stato così evidente, ricordo al volo chi era Fulgencio Batista: il Governatore di Cuba capo di una dittatura militare, fino al suo rovesciamento con la Rivoluzione cubana del 1959. Nel suo secondo mandato tornò al potere col sostegno finanziario, militare e logistico del governo degli Stati Uniti. E COME TE SBAJI. Sospese la Costituzione e revocò la maggior parte delle libertà politiche, compreso il diritto di sciopero. Si allineò con i ricchi proprietari terrieri che possedevano le più grandi piantagioni di zucchero, finché la maggior parte dell’industria dello zucchero fu in mano agli Stati Uniti. Non a caso il film inizia ricordando come Cuba, impersonata dalla voce narrante del film, sia stata depredata proprio del suo zucchero. Nel XIX secolo infatti, Cuba divenne il principale produttore di zucchero del mondo, grazie alla qualità dei terreni della zona di Trinidad.
Il governo repressivo di Batista negoziò relazioni lucrative sia con la mafia americana – che controllava il traffico di droga, il gioco d’azzardo e la prostituzione a L’Avana – sia con le grandi imprese multinazionali statunitensi, che si aggiudicarono contratti molto redditizi. Praticamente se Batista avesse scritto la sua autobiografia questa sarebbe stata venduta come il manuale dell’imperialismo statunitense.
Il solito Roger Ebert, famosissimo critico cinematografico statunitense, una specie di Marzullo senza capelli unti, ha detto di Soy Cuba: “Dal momento che la previsione del film di un mondo nuovo e coraggioso sotto Fidel Castro non si è tradotta in un’utopia per i cubani, che soffrono sotto una delle burocrazie più desolanti del mondo, il film sembra oggi ingenuo e datato – ma affascinante”. Caro Ruggero Ebete, a parte che un’utopia non si traduce mai in realtà, ma – come dice il dizionario di Oxford – è un ideale etico-politico destinato a non realizzarsi mai ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell’azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o come efficace critica alle istituzioni vigenti; prova tu a stare sotto un embargo che dura da più di 60 anni e che avrebbe dovuto finire nel 2024, ma per colpa degli Stati Uniti terroristi di Israele e America del nord è stato prolungato. Per non parlare di quanto abbiamo fatto noi italiani, grazie al governo Draghi, il 23 marzo 2021, votando contro la mozione presentata al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu per la revoca dell’embargo a Cuba. Questo, dopo che nel 2020 Lombardia e Piemonte hanno chiamato in aiuto per la pandemia la Brigata Henry Reeve composta di medici e infermieri cubani, e nel 2022 la Calabria ha richiesto più di 300 cubani per tenere in piedi con lo sputo la sanità calabrese ridotta ormai praticamente alle dimensioni delle capacità politiche di Calenda.
Il trionfo della volontà, il film di propaganda nazista di Leni Riefenstahl del 1935, era un exploit tecnico di dimensioni epiche per l’uso del linguaggio, della musica e della narrazione, e questo gli ha consentito di entrare nella storia del cinema nonostante i contenuti siano merda liquida color verdino vomito con pezzi interi di qualcosa di marrone: cioè il raduno del partito nazista del 1934 a Norimberga per celebrare il ritorno della Germania al ruolo di grande potenza. Praticamente un documentario sulla piazza di Serra e Scurati del 15 marzo a Roma. Infatti vinse la medaglia d’oro alla biennale di Venezia e nel 1937 il Gran Premio a Parigi all’esposizione universale. Sempre a Norimberga, anni dopo il collega regista Veit Harlan – autore del film antisemita Suss l’ebreo, i cui pezzettini interi nel vomito erano color giallo – fu processato e poi purtroppo assolto. Il film di Leni Calendal fu prodotto con 450.000 dollari del 1934, cioè 30 milioni di dollari di oggi, e con tutto il supporto possibile da parte della Germania hitleriana. Per capirci: uno dei documentari più costosi del più costoso dei documentaristi statunitensi, Sicko di Michael Moore, sulla sanità globale, è costato 9 milioni di dollari, oggi 12 milioni. Uno dei film più importanti di Hollywood degli ultimi 10 anni, La La Land, con Emma Stone e Ryan Gosling, è costato poco di più di 30 milioni di dollari. Ma è un musical di finzione. (a pensarci bene anche Il trionfo della volontà è un balletto di finzione, pieno di pezzetti marroni che danzano)
Soy Cuba è costato invece 15 milioni di dollari di oggi, e ha avuto il supporto del governo cubano e dell’Unione Sovietica. E soprattutto del mitico ICAIC – l’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematogràficos, nato proprio dopo la rivoluzione cubana nel 1959 – e della mitica Mosfil’m, la casa di produzione de La corazzata Potemkin nata due anni dopo la rivoluzione russa del 1921. (parentesi: il termine latino mos significa ethos. Costanzo Preve, in un’intervista del 2010, ci ricorda che: “La parola ‘morale’ è la traduzione latina della parola greca che ha lo stesso contenuto: quello di etica comunitaria, cioè che mette in rapporto l’individuo con gli altri. Nel corso del tempo tale etica diventa sempre più incompatibile con la formazione di una società borghese capitalistica che invece si basa su un rapporto individualistico con la comunità. Già in Kant, la morale non è più etica, nel senso che si costruisce come imperativo categorico del singolo individuo”. E secondo Marx il comunismo è una società che si basa su un’etica comunitaria e non più sulla morale individuale). Perciò voglio immaginare che la Mosfil’m si chiamasse così perché i film che produceva avevano l’obiettivo di mettere in rapporto l’individuo con gli altri. Che poi è quello che fanno i nostri film quando li portiamo in giro per l’Italia: fanno incontrare decine di migliaia di persone, che alla fine delle proiezioni rimangono a dibattere sui temi, se ne vanno a cena e ogni tanto creano comitati di lotta.
Diversamente dal film scuratiano Il trionfo della volontà, dicevamo, il film di Michail Kalatozov è caduto nell’oblio quasi da subito, soprattutto a causa del fatto che il film è stato girato in un periodo di relazioni relativamente difficili tra Cuba e l’Unione Sovietica: nel 1963. La crisi dei missili di Cuba, da poco terminata, nel 1962, si era conclusa infatti con la rimozione dei missili dall’isola da parte del leader sovietico Nikita Kruscev senza consultare il leader cubano Fidel Castro, aprendo così un periodo di disaccordi tra le nazioni sulla strategia rivoluzionaria. Soy Cuba non ha nemmeno mai raggiunto i paesi occidentali durante la sua uscita originale, essendo una produzione comunista in piena Guerra Fredda e durante l’embargo degli Stati Uniti contro Cuba. All’epoca, la responsabile della censura dei film cubani negli Usa era tal Paina Paiciern, la cui nipote oggi censura la proiezione dei film russi di Russia Today nei centri sociali e le case del popolo.
Eppure – come l’altro film famoso del regista Kalatozov, Quando volano le cicogne (di qualche anno prima, 1957) – Soy Cuba è un cazzo di capolavoro. È dovuta crollare l’Unione Sovietica perché uno dei pochi veri filmmaker di tutti i tempi, Martin Scorsese, lo recuperasse insieme a Francis Ford Coppola e gli restituisse i fasti che merita, cioè il premio più grande che un film possa ricevere: essere visto. E possibilmente NON in un festival di regime, perché questo è il modo migliore per farsi appiccicare addosso la targhetta di “roba noiosa da cinefili noiosi scollegati noiosamente dalla realtà”. I film seri vanno proiettati in sala e tenuti per settimane finché non scatta il passaparola, in modo che rimangano per altri mesi, come accadeva per esempio ai film di Luigi Magni o di Dario Argento. A Soy Cuba capitò invece in sorte, per fortuna, di essere proiettato nel 1992 al Festival di Telluride (il festival che scoprì Michael Moore) e di essere notato da un piccolo distributore cinematografico di New York che ne acquistò i diritti di distribuzione dalla Mosfil’m russa. Finché nel 2005 fu restaurato, e di nuovo restaurato in 4K nel 2018. Il 9 marzo 2020, la Mosfilm lo ha reso pubblico in 4K sul proprio canale YouTube. Lo trovate lì, anche coi sottotitoli in italiano. Fiondatevi.
Come parte dell’operazione di recupero della memoria, nel 2003 fu stampato un francobollo commemorativo per i 100 anni dalla nascita di Kalatozov. Soy Cuba, ha richiesto una troupe senza precedenti di 200 persone che hanno trascorso due anni interi a girare a Cuba. Ma basterebbe il piano sequenza che il regista monta come seconda sequenza del film, che surclassa per tecnica e inventiva quella della scena iniziale dell’Infernale Quinlan di Orson Welles, del 1958. E anche per durata: la scena d’apertura più famosa di tutti i tempi, dell’Infernale Quinlan appunto, dura 3 minuti. Quella di Soy Cuba almeno 5. La camera parte dalla cima di un grattacielo, riprendendo una festa borghese, scende fino a terra e infine si immerge nell’acqua di una piscina in mezzo a cosce di modelle da dolce vita felliniana e gambe di grassi capitalisti. Senza neppure uno stacco di montaggio. L’atmosfera desiderata dell’Inferno dantesco è stata raggiunta, anche se, se quegli stessi grassi capitalisti vedessero il film, potrebbero pensare che questa scena sembri più invitante della prospettiva di andare a zappare, come proposto da Fidel Castro.
Il film si è avvalso infatti di molte tecniche innovative, come appunto il rivestimento dell’obiettivo di una cinepresa stagna con uno speciale detergente per periscopi sottomarini, in modo che la cinepresa, una volta immersa nell’acqua della piscina, potesse essere sollevata senza che cadessero gocce d’acqua sull’obiettivo o sulla pellicola. In un’altra scena, la macchina da presa segue una bandiera sopra un corpo, lungo una strada affollata. Si ferma e si sposta lentamente verso l’alto per almeno quattro piani. Senza fermarsi, entra attraverso una finestra in una fabbrica di sigari, poi attraversa una seconda finestra e fluttua in mezzo alla strada tra gli edifici. Per realizzare queste riprese, l’operatore aveva la cinepresa attaccata, sul davanti, al giubbotto, come una versione primitiva e rozza di una Steadicam, e allo stesso tempo indossava un giubbotto con dei ganci sul retro. Una catena di montaggio di tecnici e assistenti agganciava e sganciava il giubbotto dell’operatore a varie carrucole e cavi che attraversavano i piani e i tetti degli edifici. Siamo 16 anni prima che Stanley Kubrick mostrasse al mondo le meraviglie della Steadicam in Shining. E decenni prima dell’inizio dell’uso indiscriminato del drone.
Tra le ispirazioni del regista c’era l’incompiuto ¡Que viva México! di Sergei Eisenstein, un altro film sovietico su una nazione latinoamericana post-rivoluzionaria. A noi oggi invece sembra di intravedere in Soy Cuba, oltre che L’infernale Quinlan, anche Quarto Potere, sempre di Orson Welles. Per intenderci su chi fosse il regista di Soy Cuba: Quando Volano le Cicogne, il nono film di Kalatozov, arrivò ai primi posti del box office sovietico del 1957 (con 28,3 milioni di spettatori), ebbe un profondo impatto sul cinema sovietico e vinse diversi premi internazionali, tra cui la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1958. Il film descrive la crudeltà e i danni causati alla psiche sovietica dalla Seconda Guerra Mondiale, conosciuta in Unione Sovietica come la Grande Guerra Patriottica. Claude Lelouch, il regista francese di Un uomo, una donna del 1966, Oscar e Palma d’Oro al festival di Cannes, ha definito il film come uno dei suoi preferiti, affermando: “Non è diventato obsoleto in alcun modo, è ancora magnifico. Non ho visto un film russo più bello. Credo di non aver visto un film migliore. Non è cinema, ma un miracolo”. Nella sua autobiografia, il film viene inserito nel suo “pantheon cinematografico”, insieme ad, appunto, Quarto potere di Orson Welles e Napoléon, il mega colossal del 1927 di Abel Gance.
In una lettera del 20 agosto 1964 al regista spagnolo Ricardo Muñoz Suay, Che Guevara espresse la sua opinione su Io sono Cuba, che era appena stato terminato: “È la migliore delle coproduzioni che abbiamo fatto e un film artisticamente importante. La fotografia e la musica sono eccezionali e il tono generale del film ha una grande dignità. È un film poetico, spesso commovente, con molti momenti ispirati e pochi punti deboli. Nelle sue immagini possiamo riconoscerci come popolo. E come rivoluzione”. Su Rotten Tomatoes, l’aggregatore internazionale di recensioni, Soy Cuba ha il 100% delle preferenze. E queste recensioni: “È un’opera vibrante e gioiosa di realizzazione tecnica, probabilmente uno dei film più innovativi che si possano vedere.” Oppure: “Alcuni dei movimenti di macchina più affascinanti e la più lussuosa fotografia in bianco e nero che possiate mai vedere popolano questa singolare e delirante epopea di propaganda comunista della durata di 141 minuti”. E infine: “Persino le sue depravazioni e il comportamento imperialista degli yankee appaiono pittoreschi. Ma come esempio di cinematografia lirica in bianco e nero, è ancora stupefacente.”
A parte queste vibranti, gioiose e inutili recensioni, come lo sono la stragrande maggioranza delle recensioni solo tecnico-estetiche, di Soy Cuba bisogna dire l’unica cosa che c’è da dire, e cioè che celebra il riscatto di un popolo grazie al comunismo e alla rivoluzione. Un popolo che rischiava di diventare come quello vietnamita in questo filmato dei fratelli Lumière del 1899, in cui ai poveri si lancia da mangiare come agli animali allo zoo. Allo stesso modo stanno cercando di far tornare i sistemi sociali europei al charity ottocentesca in cui non esisteva stato sociale e la vita dei poveracci, la maggioranza delle persone, dipendeva dalla beneficienza di quelle donne vestite di bianco col cappello bianco e l’anima nera come l’anima delle donne al potere oggi in unione europea.
















Appena finito di vedere “Soy Cuba”, di cui non sapevo nulla:
estasiato.
Grazie a Federico Greco per gli spunti sempre interessanti e per avere aperto lo scrigno della Mos Film.
Mi piacerebbe sentire un tuo parere sulla cinematografia di oltre cortina anni 60/70/80. Registi meno o tardo celebrati come Pintilie, Pavlovic, Martinac, Wajda (splendido “Generazione”) Iosseliani, Zulawski etc etc
Un saluto
Ciao Lirio, è una delle puntate cui sto lavorando da un po’. Ma non è facile scegliere la prospettiva giusta.
Si, non facile mi rendo conto, anche perché si tratta di autori diversi che, con diverse implicazioni, hanno subito chi più, chi meno, ingerenze dai vari organi di controllo dei rispettivi paesi. Tutti a loro modo critici con i loro potentati, ma da angolazioni diverse. Alcuni di loro rimasti fieramente socialisti altri non lo sono mai davvero stati, come nel caso di Pintilie WaJda e Iosseliani. Del resto la critica e il dissenso oltre cortina faceva più impressione che da noi, dove le forme di censura venivano bellamente tollerate, anzi , richieste a gran voce dalla stampa di regime, vedi il caso che tu hai raccontato di Umberto D.
Curiosamente l’espediente della doppia sceneggiatura, una da presentare ai censori e una portata a termine, accomuna proprio De Sica a Pintilie , Iosseliani e a moltissimi altri autori che solo così sono riusciti a passare quelle forche caudine quasi indenni.
Chico Buarque de Hollanda in una intervista a Gianni Minà, quando la Rai faceva ancora un minimo di cultura, raccontò che i censori avevano individuato in una canzone innocua come “La banda” il pericoloso germe della sovversione, mentre lui aveva intenzionalmente scritto canzoni di critica sociale, passate indenni dalla censura (vedi Pedro Pedreiro per esempio).
Del resto solo L’Osservatore Romano si accorse della sequenza irriverente dell’ultima cena con i mendicanti in Viridiana di Bunuel, all’indomani della Palma d’oro a Cannes.
I censori del Caudillo non ci avevano capito nulla.
La censura nel nostro bel occidente ha molteplici forme, la più subdola è quella del “mercato”;
il tuo film non viene distribuito e tu semplicemente, non esisti.
Ne ha fatto le spese proprio Otar Iosseliani, il suo ultimo film “Chant’ hiver”
( a dire il vero, non uno dei migliori) non ha avuto una adeguata distribuzione, poche sale e sparute, Locarno, qualche altro festival , un passaggio televisivo su Rai 3 (Ghezzi figura tra gli attori) e poco più.
La via che avete scelto tu e Mirko Merchiorre e come voi, altri autori, è impervia certamente, ma è l’unica possibile.
Per visionare il vostro lavoro siamo costretti a muoverci dalle nostre case , proiettati in un confronto di idee, con altri individui, in una sala buia e dentro una sempre interessante discussione post film.
Così ci si sente vivi e non solo spettatori.
Salud
come si entra nel gruppo?
Dici Desaparegreco?
È dentro Bett8lina.
Sì
Mr. Aliotta, è per commenti come questo che faccio Desaparecinema tutte le settimane ❤️
Potremmo organizzare una tourné Desaparecinema in Francia… Ma forse non se lo.meritano.
Tipo Scanzi? 🤣
Mr Greco. Qui a Bordeaux pioggia e grigio come in un’ideale giorno della crocifissione del buon Gesù. Mi salvo dalla cupa depressione grazie ai venti minuti di questa eccezionale puntata e stasera alle due ore e passa di SoyCuba. Grazie per tutto quanto desaparecinema mi sta dando. Lo faccio vedere alle mie figlie per risvegliare in loro voglia di dissidenza e fiera combattività per raddrizzare questo mondo che amo e che sprofonda. Questo.per dire che il cinema resta una grande forma di propaganda e che questo tipo di critica ne esaltano i valori. Quindi grazie mister Greco e Respect.
Può essere e infatti ho detto “uno dei film”, non “il film”.
infine conta poco, resta uno splendido film (c’è anche una citazione di Fellini nell’episodio iniziale e una di Kubrick in quello finale)
sarà ma Il bianco e nero de L’INFANZIA DI IVAN mi pare ben superiore poi boh
È una lotta tra titani, non trovi?