Le paghe dei giovani italiani nell’arco di 5 anni sono scese di oltre il 20%, i patrimoni dei 5 uomini più ricchi del mondo sono cresciuti del 40; il pugliese Raffaele Fitto, allora, ha avuto il colpo di genio: i soldi che servivano per lo sviluppo della aree più arretrate dell’Europa, a partire dal nostro Mezzogiorno, sarà molto più conveniente dirottarle verso l’industria delle armi. Che di armi, alla fine, ne produrrà pochine, ma nel frattempo ha prodotto una gigantesca bolla finanziaria: i titoli di Rolls Royce dall’inizio del conflitto sono aumentati dell’800%, quelli di Rheinmetall del 2000: soldi facili, che vanno tutti nelle tasche delle oligarchie finanziarie globali.
Ora, però, dopo 40 anni di servilismo, anche in Europa finalmente si comincia a capire come funziona l’imperialismo USA e, da brava colonia, ad adeguarsi: dopo aver servito per 30 anni la finanza USA, mister Bocconi, interrogato da Bruxelles, ha deciso di mettersi al servizio di Re Donald e, da acerrimo nemico della svalutazione competitiva della lira, è diventato il più accanito sostenitore della svalutazione competitiva dell’euro (e la destra sovranista esulta); l’importante, alla fine, è dimostrarsi il più fedele servitore dell’impero, costi quel che costi. E a noi non rimane che organizzarci per mandarli #tuttiacasa.
Da buon meridionale, Fitto mette la faccia sulla rapina europea contro il Mezzogiorno italiano a favore della lobby delle armi e della grande finanza, che si lecca ai baffi di fronte ai guadagni stratosferici garantiti dalla bolla trainata dall’industria bellica. Il fondo FESR dovrebbe servire a colmare i divari tra le regioni europee, finanziando lo sviluppo di quelle più arretrate; peccato non ci sia mai riuscito: per invertire la tendenza naturale del capitale alla concentrazione, spinta al massimo dall’impianto ordo-liberista dell’Europa di Maastricht, servirebbe ben altro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il Mezzogiorno italiano è una delle aree economicamente più depresse e in più rapido declino dell’intero Occidente, anche se la propaganda filo-governativa continua a propinarci una quantità gigantesca di puttanate. Lavoro, in due anni un milione di posti ribadisce, ad esempio, con enfasi anche oggi Il Giornanale; disoccupazione ai minimi dal 2007. Meloni: “La nostra idea di Italia prende forma”.
Quale sia questa idea lo descrive perfettamente Paolo Russo sempre oggi su La Stampa: in 4 anni, le paghe dei giovani italiani si sarebbero ridotte addirittura del 23%. Siccome siamo una democrazia, le giovani donne del Mezzogiorno possono liberamente scegliere tra due opzioni: la schiavitù o la fuga; negli ultimi 10 anni, oltre un milione di giovani è fuggito all’estero: non esattamente il pulpito ideale per un governo che vorrebbe dare l’esempio in termini di contrasto ai fenomeni migratori… E, fino ad ora, abbiamo solo scherzato: l’accelerazione sul mercato unico e l’idea di Enrico Letta di “fare come l’America” – e, cioè, di garantire il dominio incontrastato della finanza sull’economia reale – è destinato ad accelerare il processo di rapina dei posti più ricchi e sviluppati d’Europa a scapito di quelli più arretrati, a partire – appunto – dal nostro Mezzogiorno; anche solo per tentare di bilanciare questa tendenza, il fondo FESR dovrebbe essere triplicato e bisognerebbe concentrarsi sulle cose che davvero possono sostenere lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
E, invece, nada: da bravo amministratore coloniale, il pugliese Fitto si fa portavoce di una linea che è destinata a desertificarlo ulteriormente o, nella migliore delle ipotesi, a trasformarlo definitivamente nella portaerei del Mediterraneo a disposizione delle guerre imperialiste di USA e Bruxelles. I programmi finora finanziati coi fondi FESR si concentravano, infatti, prevalentemente su inclusione sociale, formazione e sostegno delle cosiddette aree interne, cioè le aree più svantaggiate delle regioni più svantaggiate di uno dei Paesi più svantaggiati del continente; ora potranno essere dirottati verso la “costruzione di infrastrutture di difesa resilienti o a duplice uso per favorire la mobilità militare nell’Ue”. D’altronde, che te frega di permettere ai lavoratori e agli studenti del Mezzogiorno di spostarsi quasi come fossero esseri umani quando c’hai da trasportare a destra e manca carri armati e blindati di ogni genere? Ma, soprattutto, potranno andare a sostenere gli investimenti dell’industria bellica, ovviamente, in grandissima parte, concentrata nelle aree più sviluppate del Paese.
E’ la benzina che serve per continuare a sostenere la bolla speculativa che si è andata creando attorno alle principali aziende militari europee e che ha visto, dall’inizio del conflitto, le azioni delle principali aziende del comparto decuplicarsi: dal 160% della Safran al 210 della Thales, dal più 600% di Leonardo al più 800 di Rolls Royce, per finire con l’incredibile quasi +2000% di Rheinmetall. La produzione vera – e, quindi, anche la guerra – c’entrano solo fino a un certo punto: l’obiettivo principale, intanto, è più prosaicamente continuare a costruire un’opportunità ad hoc per quei capitali che stanno fuggendo dagli USA perché preoccupati dalla retorica minacciosa di Re Donald; quindi, in soldoni, fitto mette la faccia in un’operazione che prevede di togliere quei quattro spicci che rimanevano ai poveri abitanti del Mezzogiorno italiano per far guadagnare una paccata di soldi agli speculatori finanziari. Bene, ma non benissimo, diciamo. Fitto, comunque, ha cercato di evitare di mettere completamente nella merda il governo italiano: “Il piano è su base volontaria” ha dichiarato, “e spetta agli Stati o alle regioni decidere se vogliono cogliere questa opportunità”.
Ma in cosa consiste l’opportunità, esattamente? Presto detto: se invece di investirli per lo sviluppo economico del territorio, i soldi li usi per la produzione e la logistica di guerra, nell’ordine hai: il 30% del finanziamento che ti viene elargito subito senza attese (mentre, fino ad ora, ti veniva dato al massimo lo 0,5); un anno in più a disposizione per spenderli; ma, soprattutto, mentre fino ad ora per ogni progetto la regione ci doveva mettere l’altra metà dei soldi, se ti dedichi anima e corpo alla guerra il finanziamento sarà al 100% a carico del fondo. E questa è solo metà della storia: fino a qui, diciamo, siamo nella versione aggiornata del vecchio business as usual, l’Italia che si appecora a Bruxelles e agli interessi delle grandi oligarchie finanziarie; ma siccome siamo buoni samaritani, farci ingroppare da un solo stallone per volta evidentemente ci puzza un po’ troppo di egoismo. Vogliamo abbandonarci a una doppia penetrazione: toh, godi, popolo!
Ed ecco, così, che ci apprestiamo contemporaneamente, oltre a baciare i piedi a BlackRock, a continuare a baciarli comunque anche a Re Donald: pur di dichiarare esplicitamente la loro sottomissione incondizionata al nuovo Re di Mar-a-Lago e alla sua corte di oligarchi, i propagandisti filogovernativi ultra-trumpiani sono disposti a gettare alle ortiche 30 e passa anni di finte critiche all’establishment bocconiano e ad abbracciare senza tentennamenti la nuova crociata, guidata sempre dal solito esimio professor Giavazzi (ne abbiamo già parlato a lungo con Alessandro Volpi): visto che, negli ultimi 30 anni, non ne ha azzeccata nemmeno una per sbaglio, il (non si sa bene per quale motivo) prestigiosissimo ex direttore della Bocconi ha ricevuto dall’Unione europea l’incarico di guidare un piccolo team per elaborare qualche tesi fantasiosa sui dazi; l’obiettivo era giustificare il fatto che mentre il resto del mondo, quando Trump minaccia dazi, si incazza come una biscia, l’Europa – gira che ti rigira – fa ammoina.
Il motivo vero è piuttosto chiaro: la libera circolazione dei capitali e la piena libertà delle oligarchie di continuare ad approfittare di ogni circostanza per continuare a prelevare una gigantesca rendita sull’economia reale, non può essere messo in discussione; e, quindi, l’Europa deve assolutamente chinare il capo ed evitare in ogni modo di contribuire a un’ulteriore frammentazione dei mercati. La giustificazione di facciata è molto divertente, soprattutto visto il pulpito: contro i dazi di Trump, invece che reagire, basterà procedere a una sostanziosa svalutazione competitiva dell’euro. Sembra una barzelletta… Da 30 anni, Giavazzi è il capofila di una lunga schiera di economisti a libro paga delle oligarchie finanziarie che ci spiega che la svalutazione competitiva della liretta era l’oppio che ha distrutto la capacità di innovare dell’Italia, che sarebbe stata rinvigorita da una dose da cavallo di austerità espansiva imposta come vincolo esterno da Bruxelles; 30 anni dopo, pur di evitare che Bruxelles pesti i piedi ai suoi datori di lavoro, propone di far fare all’euro esattamente quello che facevamo alla lira 40 anni fa: un assist al trumpismo che una delle più solide quinte colonne italiane del trumpismo come Maurizio Belpietro non poteva non cogliere al balzo.
Il rapporto, scrive Belpietro, dimostra come “con una svalutazione dell’euro, accompagnata da una politica accomodante della BCE e senza eccessive ritorsioni doganali di Bruxelles nei confronti degli Stati Uniti, l’impatto dei dazi americani sulle economie europee non avrebbe conseguenze troppo pesanti”. La formula, però, da un lato sembra solo un bel regalo a Re Donald e, dall’altro, rischia anche di essere piuttosto inattuabile: il problema, come Giavazzi (a regola) dovrebbe saper piuttosto bene, è che svalutare una valuta quando hai un debito pubblico consistente, che è quasi tutto in mano alla finanza privata, potrebbe non essere esattamente semplicissimo; e se, nel frattempo, hai deciso che quel debito può aumentare a dismisura per finanziare un riarmo del tutto ingiustificato, ancora meno. Il motivo è piuttosto semplice: se quando compri dei titoli di Stato in una valuta, prevedi che quella valuta si svaluterà, gli interessi che richiederai dovranno essere sufficienti non solo per competere con altri investimenti con lo stesso profilo di rischio, ma anche a compensare la svalutazione di quella valuta. Procedere alla svalutazione competitiva di una valuta quando hai un sacco di debiti (e prevedi di farne molti altri) potrebbe non essere esattamente una strategia lungimirante: annunciare che vuoi fare una svalutazione competitiva mentre stai chiedendo una camionata di capitali a fondi internazionali, molto banalmente, mi sembra proprio da idioti.
Intanto i padroni del mondo se la ridono: Forbes ha appena pubblicato la lista aggiornata dei miliardari. Il patrimonio dei 10 uomini più ricchi del pianeta è passato dai 1317 miliardi del 2024 ai 1821 del 2025; nel 2007 erano meno di 350 miliardi: fanno oltre 500 miliardi in più in 12 mesi, il 40%. Nove su dieci sono statunitensi e si sono arricchiti tutti a dismisura; di non statunitense ne è rimasto solo uno, Bernard Arnault, ed è l’unico ad aver visto il suo patrimonio diminuire. Fare le quinte colonne dell’impero non rende più bene come una volta… Le nostre élite non si limitano più ad essere servi: sono proprio coglioni e vanno mandati tutti, senza eccezione, a casa. Vi aspettiamo in piazza il 5 aprile e a Bologna, per la seconda tappa del nostro tour #tuttiacasa, il 12.
Ma, nel frattempo, per mandarli davvero tutti a casa ci serve un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Raffaele Fitto










