Un mucchio di banconote da dieci euro in grado di coprire l’intera superficie di Milano; così il nuovo rapporto Oxfam dà l’idea della ricchezza accumulata dai miliardari italiani nel 2024: oltre 270 miliardi di euro in mano a settantuno persone, con milioni di cittadini inchiodati a salari e stipendi divorati dall’inflazione. E questo è solo uno degli allarmi che il gruppo di ricerca continua a lanciare a proposito della disuguaglianza e dell’ingiustizia globale, arrivata a riportare ai livelli del 1990 il numero di persone sotto la soglia di povertà; uno squilibrio mondiale di potere, denaro e opportunità che, negli ultimi anni, ha cristallizzato le posizioni tra Nord e Sud globale, uno scandalo che, ovviamente, ottiene a malapena una slot nei Tg delle 20 e due paginette all’anno sui grandi quotidiani. All’ennesimo schiaffo verso un sistema oligarchico e imperialista, che la stessa Oxfam definisce coloniale, i media mainstream e tutto il loro entourage di cortigiani opinionisti rispondono con un’alzata di spalle: la disuguaglianza, dicono, è inevitabile; anzi è lo scotto necessario da pagare alle magnifiche sorti progressive di un sistema globalizzato che un giorno, forse, potrà rimescolare le carte permettendo a tutti un incremento di benessere.
Anche se, per fortuna, sempre meno gente sceglie di credere a queste balle ideologiche, il problema di come eradicare la disuguaglianza sociale ed economica rimane parte della battaglia per l’egemonia in corso, e non da oggi: se ne parla già, ad esempio, nel Discorso sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, scritto da Jean-Jacques Rousseau esattamente 270 anni fa; un’opera nata quasi per gioco in una competizione proposta dall’accademia di Digione che, però, contiene il più potente attacco alla disuguaglianza del periodo, un’opera che riscopriremo in questa puntata grazie al testo del nostro Michele Rossi e frutto del lavoro e dell’elaborazione di tutto il collettivo di Ottosofia.
Il primo uomo che – scrive Rousseau – dopo aver recintato un terreno, abbia proclamato Questo è mio!, trovando gli altri tanto stupidi da crederlo, può essere considerato il vero inventore della società civile; un messaggio forte con cui la penna affilatissima del filosofo ginevrino rintraccia l’origine storica delle disuguaglianze tra uomini in quel diritto sacro che per i liberali è, ancora oggi, più forte dell’amore per la motosega di Milei: la proprietà privata, che poi non è altro che un modo più elegante per mascherare il possesso arbitrario e violento, un errore originario, imperdonabile, che per Rousseau segna la decadenza dell’uomo dalla sua condizione naturale verso un gioco sociale truccato dal principio e che, a cascata, causa un abbruttimento dell’essere umano verso una condizione di servilismo e sudditanza. Posizioni che, all’epoca, suscitarono ovviamente parecchi scandali e costarono al filosofo la censura e la persecuzione dell’ancien régime, il continuo pellegrinaggio tra Francia, Svizzera e persino Inghilterra, oltre alla rottura con i philosophes illuministi di piglio più moderato e il divieto alla pubblicazione delle opere successive, come l’Emilio o il Contratto Sociale; e, forse, non è un caso che tali opere, per la loro radicalità, si attirassero i commenti sarcastici degli illuministi: famosa la risposta di Voltaire, quando disse che i discorsi di Rousseau “gli avevano fatto venir voglia di camminare a quattro zampe”; famosa, ma infondata, visto che per Rousseau la soluzione alla disuguaglianza non è certo il rifiuto della realtà sociale e il ritorno allo stato di indipendenza naturale. Il filosofo ginevrino affronta la censura viaggiando e scrivendo, arrivando a occuparsi di progetti politici concreti (come le Costituzioni corsa e polacca) e divenendo, sul finire della vita, modello per Robespierre e il futuro gruppo di rivoluzionari che, da lì a qualche anno, avrebbero fatto rotolare la testa di Luigi XVI in un cesto. Insomma: il pensiero radicale e combattente di Rousseau diviene rapidamente un punto di riferimento per mettere a fuoco le crescenti disuguaglianze dell’ancien régime e trasformare l’indignazione in una sana rivolta contro tutte le forme di dispotismo.
Leggendo il Discorso sull’origine della disuguaglianza è invece chiaro quanto il problema non sia la società in senso generale, ma il modo di ricavare e re-distribuire risorse basato non sull’accordo della collettività, ma sull’iniziativa prepotente e forzosa del singolo: non è un problema, in pratica, accordarsi su chi lavori un terreno o – per fare un esempio più moderno – su chi debba gestire una filiera produttiva di hardware; il possesso fondato su un patto collettivo di proprietà, infatti, è certo più sacro e rispettabile di quello che Nunes Balboa prendeva dell’America meridionale in nome del Re di Spagna, piantando il suo stendardo nelle coste dei mari del Sud. Insomma: epoca che vai, colonialismo che trovi; ma ciò che i colonialismi vecchi e nuovi hanno in comune è proprio l’arbitrarietà, la decisione di una minoranza di imporre unilateralmente il monopolio sui beni e i mezzi produttivi rispondendo al solo criterio della forza e del profitto individuale. Ovviamente, come sottolinea Rousseau, la proprietà privata e la conseguente accumulazione di ricchezze non sarebbe mai stata accettata dalle comunità umane da un giorno all’altro: per questo, fu necessario un lungo periodo di transizione, in cui la costruzione delle prime società di villaggio porta quella che Marx, più di un secolo dopo, avrebbe chiamato “divisione sociale spontanea del lavoro”; man mano che le comunità rispondono in modo sempre più coordinato ai problemi concreti, come la ricerca di cibo o la protezione dai cambiamenti climatici, aumentano la specializzazione e l’interdipendenza del fabbro rispetto al contadino, del conciatore rispetto al cacciatore, creando una forma di consuetudine che permette a diverse generazioni di individui di sfruttare il lavoro per garantirsi il possesso di terre e raccolti, di accumulare ricchezze e beni a scapito di altre forme di lavoro. La specializzazione è, quindi, un’arma a doppio taglio, in quanto accelera la diffusione dell’idea che il lavorare un terreno garantisca la proprietà esclusiva dello stesso e, soprattutto, dei suoi frutti.
A differenza che nella fiabesca comunità liberale di John Locke, in cui lo scambio di beni nel rispetto del diritto naturale alla proprietà privata fa vivere tutti felici e contenti, Rousseau vede benissimo la tensione sociale e la sottomissione dei molti ai pochi che la proprietà privata e il mitologico libero mercato comportano; la cristallizzazione dei rapporti economici e sociali arriva a un punto di non ritorno, nel quale chi si è arricchito a discapito della collettività, per non soccombere di fronte alla forza di quest’ultima concepisce “il disegno più meditato che non sia mai entrato nello spirito umano” e rivolgendosi ai subalterni in rivolta esclama: invece di volger le nostre forze contro noi stessi, raccogliamole in un potere supremo che ci governi secondo leggi sagge, che protegga e difenda tutti i membri dell’associazione, respinga i nemici comuni e ci mantenga in eterna concordia. In pratica, la ricetta di un analfoliberale qualsiasi, con tutte le falsità del caso: le forze popolari di rivolta non sono mai volte contro tutti, ma contro le oligarchie (terriere ieri, finanziarie oggi); non esistono “nemici comuni”, proprio perché la nozione di amico/nemico e l’interesse a condurre guerre, come ben si vede anche oggi, dipende dalla prospettiva di classe; di fronte alla divisione tra sfruttatori e sfruttati non c’è concordia che possa dirsi eterna.
Eppure, come nota acutamente Rousseau, la collettività dei subalterni è a tal punto spaventata dal perdere quel poco che possiede che accetta di sottomettersi al diritto civile e all’inviolabilità della proprietà privata: Tutti corsero incontro alle loro catene, credendo assicurarsi la libertà: i più capaci a presentirne gli abusi eran precisamente quelli che contavano di approfittarne; e i saggi stessi videro che bisognava decidersi a sacrificare una parte della loro libertà alla conservazione dell’altra, come un ferito si fa tagliare un braccio per salvare il resto del corpo. Si trova così il perfetto anestetico ideologico per le tensioni sociali: la paura dell’individuo comune, privo di progetti collettivi, di perdere quel poco di benessere che ha ottenuto, cementifica il rispetto delle leggi, trasformando la proprietà privata e la crescita di disparità sociali in dogmi ineliminabili. Il proprietario di terreni sconfinati, filiere produttive globali, portafogli azionari da capogiro non plasma il diritto e le leggi grazie all’esclusivo uso di quella forza bruta che sarà sempre inferiore rispetto a quella della maggioranza sfruttata; l’oligarca rimane al suo posto perché proprio la massa di sfruttati sostiene il sistema di sfruttamento, sperando di guadagnarci qualcosa o, comunque, di non peggiorare la propria situazione.
Ma quanto questa egemonia, questa giustificazione ideologica della proprietà privata, potrà resistere nel tempo? Quanti altri rapporti Oxfam sull’aumento della povertà assoluta, sulla disuguaglianza geopolitica ed economica tra Nord e Sud globale, potranno essere digeriti e normalizzati dall’opinione comune? Rousseau stesso mette in guardia contro la stabilità del sistema di sfruttamento iniziato con la proprietà privata, anticipando di secoli tendenze storiche globali già vissute e, per molti aspetti, tuttora in corso; il filosofo ginevrino scorge perfettamente l’erosione dell’egemonia della disuguaglianza al peggiorare delle condizioni di vita della maggioranza, arrivando a ipotizzare un momento in cui gli oligarchi ricorrano nuovamente alla violenza per mantenere i propri privilegi contro rivolte crescenti e sempre più diffuse: Dal seno di queste rivoluzioni il dispotismo, levando grado grado la sua testa schifosa, e divorando tutto ciò che di buono e sano avesse scorto in tutte le parti dello Stato, perverrebbe infine a calpestar le leggi e il popolo (…). [A]lla fine tutto sarebbe inghiottito dal mostro, e i popoli non avrebbero più né capi né leggi, ma solo tiranni. E’ questa visione apocalittica che spinge Rousseau non tanto verso il rifiuto della società civile e delle leggi in quanto tali – come una vulgata ancora molto diffusa vorrebbe far credere -, ma verso un sistema politico alternativo che verrà esposto compiutamente nel Contratto Sociale.
Il Contratto Sociale è un testo straordinario che meriterebbe un pippone a sé, ma possiamo comunque ricordare il progetto rivoluzionario alla base del saggio: una società auto-vincolata a un governo fondato sulla democrazia diretta, dove il rispetto dei diritti individuali, come quello di proprietà, sia sempre garantito dalla sottomissione all’interesse comune e al modello della Volontà Generale: all’individuo raccontato nel Discorso, amputato, alienato, che nella società civile liberale diviene cittadino solo a metà, qui si sostituisce l’uomo che diviene pienamente libero solo riconoscendo la sua totale uguaglianza rispetto a tutti gli altri cittadini. La condizione di uguaglianza e di doveri reciproci fonda, per Rousseau, l’unico potere legittimo: un’enorme assemblea popolare che promuove solo leggi generali, valide per tutti, senza favoritismi corporativi o classisti, e che sia in grado di disinnescare l’aumento delle disuguaglianze ancorando l’iniziativa privata all’interesse collettivo; un progetto, quello del Contratto Sociale, spesso tacciato di utopismo e sicuramente condizionato da schemi valoriali dell’epoca, ma non per questo meno interessante e attuale, soprattutto in uno scenario globale sempre più instabile nel quale l’egemonia e la difesa delle proprietà private del Nord globale lascia gradualmente il posto all’uso della forza e all’apertura di fronti militari e guerre commerciali.
Il messaggio del Discorso sull’origine della disuguaglianza mette a fuoco, a 270 anni di distanza, l’unica alternativa possibile a uno scontro violento su scala globale e locale che passa per la battaglia egemonica e la capacità di immaginare un’architettura politica per il 99%; dal 1755 la penna di Rousseau non smette di pungolarci ricordandoci l’urgenza di combattere questa battaglia egemonica sradicando, innanzitutto, il dogma della proprietà privata come diritto inalienabile e tutte le conseguenti ingiustizie politiche ed economiche, locali e globali, che derivano da questo semplice quanto insidioso principio: Quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i piuoli e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “… siete perduti se dimenticate che i frutti sono di tutti, e la terra non è di nessuno!“