Il fronte di Kursk è sul punto di crollare. In una sola giornata, domenica 9 marzo, le truppe russe hanno riconquistato otto insediamenti: Pravda, Kosicha, Kubatkin, Cherkasskoe Porečnoe, Cherkasskaya Konopelka, nonché Malaya Loknya e Mikhailovka, due villaggi strategici da cui lanciare la controffensiva su Sudzha, il maggiore aggregato urbano nell’area sotto controllo ucraino. La svolta è arrivata a metà della settimana scorsa, quando l’esercito russo è riuscito a farsi breccia a Kurilovka, a sud di Sudzha, sfondando le difese e penetrando rapidamente in direzione ovest fino a 250 metri dal confine con l’Ucraina; in questo modo, la testa di ponte è stata divisa in due parti, collegate fra loro soltanto da uno stretto collo di bottiglia. La maggior parte delle truppe ucraine, schierate a nord di Kurilovka, è rimasta quasi del tutto isolata dalle principali linee di rifornimento, sotto controllo del fuoco russo. A partire da sabato, le truppe di Mosca hanno intensificato la pressione a nord-ovest del saliente, liberando in maniera fulminea i villaggi di Staraia Sorochina, Nikolayevka e Viktorovka e iniziando l’assalto a Malaya Loknya; nel giro di poche ore l’intero settore nord del saliente di Kursk è stato eroso dall’avanzata russa.
Dal 27 febbraio al 9 marzo le forze di Mosca hanno riconquistato oltre 120 chilometri quadri di territorio, riducendo l’area sotto controllo ucraino da 411 a 289 chilometri quadri, secondo le mappe del canale Deep State collegato all’intelligence militare di Kiev; adesso le forze armate ucraine rischiano l’accerchiamento tecnico, dal momento che i russi hanno tagliato la logistica delle truppe. Il comando ucraino subisce pressioni sia da parte dell’opinione pubblica che dei commentatori militari per il ritiro da Kursk: in tanti pensano che non sia più conveniente mantenere il controllo della testa di ponte pagando il sanguinoso prezzo di perdite umane, oltre che di equipaggiamento; ma la ritirata non sarà semplice, giacché i russi hanno fatto saltare in aria i principali ponti per l’eventuale evacuazione di Sudzha. I soldati ucraini che fuggono dalle loro postazioni finiscono sotto il fuoco nemico o catturati. La stampa occidentale parla di rischio per 10.000 uomini e punta il dito contro la decisione del presidente Donald Trump di sospendere la condivisione di intelligence militare, che consentirebbe alle forze di Kiev di ricevere informazioni sui movimenti di truppe ed equipaggiamento dei russi.
L’unica ragione per restare nel Kursk è politica; e potrebbe non essere una coincidenza la drammatica accelerazione nel saliente in vista dei colloqui tra la delegazione Ucraina e statunitense che si terranno domani in Arabia Saudita: il crollo della testa di ponte potrebbe risultare fatale per Zelensky. L’operazione lanciata ad inizio agosto era stata fortemente voluta dal presidente ucraino e, secondo molte testate occidentali, condotta in autonomia senza il consenso degli Stati Uniti. Il fallimento militare nel Kursk sarà visto come il fallimento politico di Zelensky: in un momento di rottura con Washington, in cui il presidente ucraino inizia ad apparire come un ostacolo per il sostegno americano all’Ucraina e l’amministrazione di Trump ha avviato i colloqui con l’opposizione per preparare l’uscita di scena di Zelensky, Poroshenko, Tymoshenko, Arestovich, Goncharenko e, naturalmente, Zaluzhny preparano i motori per avviare la sua successione.










