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Tag: regno

Il caso Keir Starmer: come l’ascesa del premier inglese dimostra la morte della democrazia

Suprematista occidentale, a favore dello scontro di civiltà contro Russia e Cina, più sionista dei sionisti, contrario ad aumentare tasse ai ricchi, persecutore di Assange quando lavorava nell’ufficio legale del governo, legato a doppio filo con i servizi segreti americani. La sue elezione è passato sotto silenzio, anche perché era stra-favorito nei sondaggi e se l’aspettavano un po’ tutti, ma l’identikit politico di Keir Starmer, il nuovo premier inglese eletto a luglio con il partito laburista e, soprattutto, il modo in cui è stato eletto, dovrebbe far preoccupare chiunque abbia ancora a cuore la democrazia nel nostro continente, perché non solo Starmer sembra prodotto in laboratorio assemblando e shakerando le peggiori tendenze politiche della finto sinistra occidentale degli ultimi 40 anni, ma perché a supporto della sua candidatura ci si sono messi miliardari, le agenzie di intelligence americane e britanniche e la quasi totalità dei medita mainstream anglosassoni. Insomma: un mix da far accapponare la pelle; non a caso, Starmer è già stato definito un po’ da tutti il Tony Blair 2.0, con riferimento al premier laburista inglese che governò dal ‘97 al 2007 e che, oltre a invadere insieme a Bush l’Iraq nel 2003 causando la morte di più di un milione di iracheni, inaugurò la stagione delle nuove sinistre neoliberiste occidentali, quelle che hanno fieramente abbandonato quelle robe un po’ novecentesche – come la pace, l’emancipazione delle classi lavoratrici e il welfare state – per abbracciare i molto più moderni e fresh capitalismo neoliberista e imperialismo americano nel mondo. Come previsto dal pomposo cerimoniale inglese, 2 giorni fa Re Carlo III ha letto davanti al parlamento il mefistofelico programma di governo di Starmer, il quale però si trova adesso davanti al quasi impossibile compito di risollevare un’economia strutturalmente in declino e un paese che da quando ha perso il proprio impero è in perenne crisi d’identità, una crisi che sta tentando un po’ goffamente di risolvere cercando di diventare la più importante succursale statunitense in Europa. In questa puntata, tra complotti contro Jeremy Corbyn e amicizie nei servizi segreti, ripercorreremo i passaggi fondamentali dell’ascesa politica di Keir Starmer, l’uomo giusto al momento giusto per consolidare la presa del regime neoliberista e imperialista sul popolo britannico.

Keir Starmer

Il 3 luglio 2024 Keir Starmer, candidato premier per il partito laburista, vince le elezioni con il 34% dei voti che, per l’ultra-maggioritario sistema elettorale britannico, significa il 65% dei seggi in parlamento; ma il modo in cui il Blair 2.0 è giunto a questo successo dovrebbe farci pensare tutti, perché è sintomo chiarissimo della crisi terminale delle nostre ex democrazie. Nato a Londra il 2 settembre 1962, Starmer è figlio di una lavoratrice del settore sanitario e di un artigiano; studia legge a Leeds e Oxford e, ottenuta la laurea nel 1987, inizia a lavorare come avvocato specializzandosi in diritti umani. Fin qui nulla di strano, ma loschi legami di con i servizi di intelligence cominciano molto presto e saranno una delle ragioni principali della sua brillante carriera politica. Prima di continuare, però, vi chiediamo di mettere mi piace a questo video e a iscrivervi al nostro canale: per voi non significa nulla, ma per noi, invece, questi vostri piccoli gesti ci permettono di continuare ad esistere. Dal 2008 al 2013 Starmer è direttore del Dipartimento pubblico per i procedimenti giudiziari e ha il compito di supervisionare la persecuzione legale di Julian Assange, l’editore di Wikileaks denunciato per aver rivelato al mondo i crimini di guerra e contro l’umanità del governo americano con la complicità di quello britannico; dopo un importante lavoro di inchiesta, il giornalista inglese Matt Kennrad, sul giornale Declassified UK, ha dimostrato come in quel periodo Starmer abbia compiuto diversi viaggi a Washington per incontrare alti funzionari dell’intelligence e del governo statunitense. Insomma: la macchina della tortura giudiziaria che ha subito Assange in questi anni, quindi, porta anche la firma di Starmer; e quando Kennrad ha chiesto la documentazione relativa ai viaggi di Starmer a Washington di quel periodo, gli è stato risposto che nessuna documentazione esisteva più perché tutti i documenti erano stati tutti distrutti. Nel 2014 Starmer viene nominato Knight Commander of the order of the bath e, tre anni dopo, viene ammesso al Consiglio privato di sua maestà (un gruppo di consiglieri di alto rango che forniscono consulenza alla monarchia) venendo ufficialmente riconosciuto con il titolo di sir; nel 2015 entra finalmente in parlamento tra le file dei laburisti.
In questi anni, il leader dei laburisti si chiama Jeremy Corbin ed è il leader politico inglese più a sinistra degli ultimi decenni, tanto da voler addirittura proporre una equa redistrubuzione della ricchezza, ingenti investimenti pubblici nel welfare e un ruolo internazionale del Regno Unito diverso da quello filo-americano e imperialista dell’inizio del secolo; Corbyn ha un grandissimo seguito popolare: alle elezioni del 2017 prende inaspettatamente il 40% dei voti e si candida seriamente a guidare il Paese alla prossime elezioni. Oltre a quanto abbiamo già ricordato, nel suo programma spiccavano il rinforzo dei sindacati, nuovi miliardi destinati all’istruzione, tagli alle spese militari e la totale nazionalizzazione della principale industria delle ferrovie e del sistema sanitario, sotto-finanziato da decenni di politiche neo-liberali portate avanti sia dai Tories che dai Blair di turno. In politica estera appoggio alla Palestina, clima di collaborazione con la Russia (che lo porterà poi a criticare la guerra per procura della NATO in Ucraina) e nessuna nuova guerra fredda contro la Cina; inutile dire che, dalla prospettiva del regime e delle oligarchie, un uomo del genere non poteva diventare primo ministro e bisognava velocemente correre ai ripari. Dal 2017 in poi comincia così una serie di campagne mediatiche e politiche volte a delegittimare politicamente Corbyn e attaccare la sua persona: disinformazione, fake news, attacchi personali; il tutto per indebolirlo e costringerlo alle dimissioni. Una campagna che vede la collaborazione di parti delle stesse élite del partito laburista, ma anche delle agenzie di intelligence americane e britanniche, come viene ammesso apertamente anche da testate come il The Guardian e l’Indipendent, ma emerge ancora più chiaramente in tutti i suoi loschi contorni dalle inchieste di Kennrad su Declassified UK: in una di queste inchieste viene fuori, ad esempio, come sia militari che funzionari dell’intelligence britannica siano state le principali fonti per almeno 34 false storie riportate dai media volte a demonizzare Corbyn e a ritrarlo come un antisemita e un pericolo per la sicurezza nazionale; tanto per dare un’idea ancora più precisa del clima di cui stiamo parlando, nel 2019 l’allora direttore della CIA affermava “Faremo del nostro meglio per fermare Jeremy Corbyn, il sindacalista di sinistra leader del partito laburista, dall’essere eletto primo ministro del Regno Unito”.

Jeremy Corbyn

Decisa a monte la morte politica di Corbyn, il giovane e ammanicato rampollo Kier Starmer sembra l’uomo giusto al momento giusto per sostituirlo: esecutore delle volontà di Washington e perfetto rappresentante della Terza Via di blairiana memoria, quella che in questi anni, grazie al suo volto apparentemente inclusivo, si è sempre dimostrata lo strumento politico preferito dalle oligarchie e dagli USA per colpire i lavoratori e imporre in giro per il mondo con la guerra i propri interessi. Ancora su Declassified UK, Kennrad dimostra con diverse inchieste come Starmer avesse legami molto stretti con i servizi segreti inglesi, come l’MI5 e MI6. Oltre a tutto questo, come ricorda giustamente Ben Norton nel suo straordinario video dedicato a Starmer a cui ci siamo abbondantemente ispirati, il premier è stato membro delle famigerata Commissione Trilaterale di cui qui a Ottolina (come sapete benissimo, se ci seguite) siamo tutti bimbe innamorate.
La Commissione Trilaterale è un’organizzazione a dir poco controversa fondata negli anni ’70 da David Rockefeller, un oligarca capitalista con profondi legami non solo a Wall Street, ma anche con il governo; scopo dichiarato della Commissione era cercare di ripristinare il controllo politico delle élite occidentali dopo i turbolenti anni ‘60 e ‘70, durante i quali continue proteste di massa – tra cui il movimento contro la guerra del Vietnam e il movimento per i diritti civili e sociali – stavano rischiando di mettere in discussione i rapporti di forza capitalisti. Nel 1975 la Commissione Trilaterale pubblica il documento La crisi della democrazia, un lungo rapporto scritto dal famigerato scienziato politico di Harvard Samuel Huntington: in questo rapporto, Huntington e altri accademici progressisti (nel senso di Renzi e Calenda) si lamentavano di un presunto eccesso di democrazia nelle democrazie di massa e socialdemocrazie occidentali, che avrebbe portato ad un eccessivo ruolo delle classi popolari nelle decisioni politiche e, pertanto, proponevano una serie di contromisure per – e qui cito – “moderare la democrazia” e quindi, in sostanza, far passare le élite al contrattacco. Il rapporto Crisis of democracy è convenzionalmente considerato l’inizio della grande controrivoluzione neoliberista: leader come Margaret Thatcher e Ronald Reagan incarnarono questo movimento da destra, seguiti da leader come Bill Clinton e Tony Blair che lo incarnarono dall’area cosiddetta progressista; è così che Keir Starmer, seguendo la Terza Via (e cioè la controrivoluzione neoliberista da sinistra e, quindi, con il sostegno di agenzie di intelligence, media tradizionali, finanziatori miliardari e impero americano), il 4 aprile 2020 viene eletto leader del partito laburista al posto di Corbyn. E pochi giorni fa, dopo i disastri dei Tories al governo, ha vinto le elezioni. In campagna elettorale Starmer ha ribadito il proprio sostegno senza se e senza ma a Israele e alla sua campagna di colonizzazione della Palestina, ha dichiarato che non aumenterà le tasse ai ricchi e che aumenterà le spese militari; non appena vinte le elezioni ed entrato nel nuovo ufficio, il suo staff ha pubblicato un video in cui lo si vede parlare con Joe Biden al telefono per la prima volta da premier: in questa simpatica trovata, i due discutono di come possono lavorare insieme per continuare la guerra alla Russia e per contenere la Cina nella nuova Guerra Fredda. Alla fine della telefonata, Biden menziona infine l’importanza della relazione speciale tra Stati Uniti e Regno Unito sottolineando quanto sia fondamentale per la sicurezza e la prosperità di entrambi i Paesi.
Che lezione possiamo dunque tratte dal caso Keir Starmer? Che così funziona la democrazia in Occidente, perché se pensiamo che le ragioni dietro il successo politico del premier inglese siano solo un caso isolato e non, invece, la prassi comune con cui viene selezionata tutta – e dobbiamo dire tutta – la classe dirigente europea, allora siamo davvero senza speranza. Di fronte a questo, c’è ancora qualcuno che il coraggio di dire che siamo in democrazia perché si vota? O di sostenere che qui da noi, in confronto a Russia e Cina, siamo società aperte e con libere elezioni? Traete le vostre conseguenze. Noi lo abbiamo già fatto e lavoriamo tutti i giorni affinché in Italia e in Europa nuovi casi Starmer non esistano più, affinché la democrazia sia una cosa seria e non un’accozzaglia di procedure formali dietro cui si nascondono i veri poteri di questo mondo – e per convincere quante più persone possibili a combattere insieme a noi. La buona notizia è che da oggi anche tu puoi contribuire a questa battaglia: aderisci a Multipopolare e alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Keir Starmer

La Cina reagisce all’aggressione della NATO e di rimbamBiden con portaerei e crescita economica

Un piano da guerra fredda: così il virgolettato a piena pagina con il quale il Corriere della serva riassumeva il summit NATO di Washington che si è concluso ieri; le parole sono del solito Stoltenberg che prima di lasciare il posto al successore ha voluto ribadire la sua aspirazione a compensare le intemperanze giovanili tra le fila della sinistra antimperialista accennando a quello che ha definito – appunto – il più vasto piano di difesa dalla guerra fredda. Mentre registriamo questo pippone non abbiamo ancora la versione ufficiale della risoluzione finale, ma tutti i media mainstream ieri pomeriggio davano per scontato che il summit sarebbe dovuto servire per mettere un eventuale Trump vincitore delle presidenziali di novembre di fronte al fatto compiuto di una roadmap irreversibile per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO; tradotto: come sosteniamo dal febbraio 2022, l’idea che la guerra in Ucraina è soltanto uno dei fronti della guerra globale dell’impero contro il resto del mondo e che non potrà risolversi fino a che non finiscono di incendiarsi anche tutti gli altri fronti, e alla fine qualcuno vince.
L’impegno principale per provare a permettere all’Ucraina di resistere ancora un po’ alla superiorità militare russa riguarda gli F-16: secondo Zelensky ne servirebbero 130; per ora ne hanno promessi una quarantina. E’ un buon inizio, anche se ancora non si capisce chi li piloterà e come faranno a tenere al sicuro le infrastrutture necessarie per farli decollare e per mantenerli operativi. Come ricorda John Helmer sul suo blog, infatti, negli ultimi giorni “Il comando russo ha lanciato una nuova serie di attacchi missilistici contro gli aeroporti ucraini di Voznesensk e Mirgorod dove è previsto lo spiegamento degli F-16”; per aumentare la capacità di proteggerli, al summit sono state promesse diverse altre cose e l’Italia di Giorgia la patriota ha deciso di fare la sua parte: manderemo un altro sistema Samp-T e così rimarremo totalmente in balìa degli eventi, che non è proprio rassicurante perché nel frattempo, a quanto pare, ci staremmo attrezzando per ospitare sistemi missilistici a lungo raggio che la Russia non può che vedere come una minaccia più o meno diretta e che, in caso di ulteriore escalation (che è più facile avvenga che no), potrebbe considerare bersagli diretti. A quel punto, a difenderci ci sarebbero sostanzialmente soltanto – come sottolinea l’ex carabiniere Claudio Antonelli su La Verità – “missili Patriot che” però “non sono nostri ma sono dislocati in alcune basi NATO lungo la penisola”; tradotto: siamo totalmente in balìa di altri, dai quali dipendiamo completamente e dai quali non ci potremmo mai distinguere, pena diventare più vulnerabili di un gatto in tangenziale. Al che uno pensa: chissà i patrioti de La Verità come la prenderanno male ‘sta cosa! Macché: brindano felici. Il punto è che in cambio, a quanto pare, potremmo ottenere la nomina di un inviato speciale speciale per l’Africa e il Medio Oriente e che la scelta potrebbe ricadere su un italiano; insomma: i patrioti de La Verità accettano con gioia di “allinearsi ad est, ma almeno in cambio arriva un primo riconoscimento utile”. Ci riprenderemo l’Abissinia.

F-16

Visto che pretendere di essere uno stato indipendente e sovrano pare troppo, il sovranismo da balera accoglie con entusiasmo l’idea di diventare finalmente davvero la portaerei dell’imperialismo USA nel Mediterraneo e, in cambio, spera di ottenere qualche concessione coloniale; peccato che le colonie la vedano un po’ diversamente: come ricorda Foreign Policy infatti, sabato scorso “Burkina Faso, Mali e Niger hanno annunciato di aver formalizzato la loro Alleanza degli Stati del Sahel, giusto un giorno prima che il blocco regionale della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) tenesse un vertice nella capitale della Nigeria, Abuja, per discutere le modalità per riportarli nell’ovile”.
La beffa è che, ancora una volta, tutto questo sforzo che facciamo esponendoci senza ottenere niente in cambio con ogni probabilità servirà a poco o niente: “Il pacchetto di armi annunciato dalla NATO” ha commentato David Salvo del German Marshall Fund “aiuterà a mitigare la superiorità aerea russa, proteggendo città e infrastrutture civili, ma non certo a riconquistare territori”; più che a aumentare le possibilità di vittoria in Ucraina, tutta l’operazione in realtà sembra di nuovo volta a rendere l’Europa ancora più vulnerabile e ricattabile e costringerla, così, a contribuire a un altro fronte del quale sinceramente non ce ne potrebbe fregare di meno. Con la partecipazione straordinaria di Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda, il summit per celebrare i 75 anni dell’alleanza atlantica infatti è servito più che altro a formalizzare l’idea che la Cina, insieme all’Iran e alla Corea del Nord, rappresentano “un pericolo per l’Europa e la sicurezza” e l’unico modo per mettersi al sicuro è trasformare definitivamente la NATO, da alleanza difensiva per proteggere l’Europa, in un grande esercito globale a guida USA pronto a dispiegarsi ai 4 angoli del pianeta per ingaggiare una guerra totale contro chiunque si azzardi ad avanzare critiche contro la dittatura suprematista dell’ordine neoliberale: “A medio termine” chiarisce ancora John Helmer “il blocco NATO diventerà globale” e avanzerà “direttamente ai confini della Cina e dell’estremo oriente della Russia”. Peccato, però, che nessuno ce li voglia: il piano per l’accerchiamento della Cina, infatti, non sta riscontrando tutto questo successo. La prova provata è stato il finto summit per la pace in Ucraina che si è tenuto in Svizzera: a parte le semi-colonie USA, i paesi asiatici – nella migliore delle ipotesi – c’hanno mandato qualche funzionario di quart’ordine che voleva andare a respirare un po’ d’aria di montagna e nessuno ha firmato la risoluzione finale; nel frattempo piuttosto, paesi un tempo considerato fedeli alleati – dalla Thailandia alla Malesia – hanno fatto richiesta formale di adesione ai BRICS+. Ma tra tutte le innumerevoli defezioni, ce n’è una in particolare che pesa più di tutte: è quella dell’India di Modi che, ormai, sembra quasi divertirsi a triggerare le ex potenze coloniali; mentre a Washington si celebrava il summit NATO infatti, Modi, per la prima volta per un presidente indiano, ha scelto come destinazione per la sua prima trasferta ufficiale da presidente neoeletto, invece che un paese del sud asiatico, nientepopodimeno che la Russia del plurimorto dittatore e quando è atterrato ci mancava giusto si infilassero la lingua in bocca. Pochi giorni prima, Russia e India si erano sedute fianco a fianco al tavolo della Shanghai Cooperation Organization, dove avevano sdoganato ufficialmente tutti insieme appassionatamente un altro Stato considerato dell’imperialismo unitario uno stato canaglia come la Bielorussia.
Con l’India che fa i capricci e segna platealmente i paletti della sua indipendenza e sovranità, la strategia nell’est asiatico degli USA è costretta a una cambio di rotta piuttosto imponente; una volta esisteva il concetto inventato ad hoc dell’impero dell’Indo-Pacifico e il QUAD, la rete delle alleanze a guida USA incentrata – appunto – sull’India. Di questo passo, di Indo-Pacifico finalmente, come per magia, non sentirete più parlare: tutta la partita si sposterà ancora più verso est e, al posto del QUAD, come l’ha ribattezzato Andrew Korybko, sentirete parlare dello SQUAD, con un colosso come l’India sostituito da un peso piuma come le Filippine: non esattamente un progresso, diciamo. D’altronde, come ricorda anche (in un momento di rara lucidità) il sempre pessimo Stefano Stefanini su La Stampa, “Modi sta al gioco americano nel contenimento della Cina, ma non su questioni nelle quali ritiene che l’interesse nazionale indiano sia diverso dalle posizioni USA e europee. Ed è ormai abbastanza chiaro che questo atteggiamento sull’Ucraina sia condiviso da molti Paesi del Sud globale. Facciamocene una ragione” sottolinea realisticamente; tutto questo “non cambierà”, dall’India, all’Arabia Saudita. Secondo Bloomberg infatti, nonostante il vento di rinascimento renziano che spira dalla petromonarchia, i sauditi “avrebbero lanciato un altolà: se G7 e Ue sequestrano le ricchezze della Russia, l’Arabia Saudita potrebbe rifiutarsi di comprare titoli del debito francese e di altri Paesi europei (Italia inclusa)”; e la Cina dà più di un segnale di essere in grado di approfittare di questo allontanamento di tanti paesi considerati amici fino a ieri dal centro imperiale: in questi giorni, infatti, a largo dell’Isola giapponese di Miyako si sta tenendo una grande esercitazione internazionale capitanata dagli USA e che vede l’impiego di 40 navi di superficie, 3 sottomarini, 150 aerei e oltre 25 mila uomini in uniforme. Lo scopo dell’esercitazione – hanno affermato ufficialmente gli USA – è quello di “scoraggiare e sconfiggere l’aggressione da parte delle maggiori potenze in tutti i settori e livelli di conflitto” e il tutto si dovrebbe concludere col tentativo di affondare una nave statunitense in pensione da 40 mila tonnellate: un monito esplicito verso la Cina, visto che è l’unico paese (oltre gli USA) a possedere navi da guerra di questo tipo in quell’area di Pacifico, ma che non sembra aver spaventato troppo Pechino; in concomitanza con l’esercitazione imperiale, l’esercito di liberazione popolare infatti ha deciso di rilanciare e ha avviato un’altra esercitazione che vede coinvolta la portaerei Shandong scortata dal cacciatorpediniere lanciamissili Type 055 Yanan, dal cacciatorpediniere Type 052D Guilin e dalla fregata lanciamissili Type 054A Yuncheng.
Che prima o poi qualcosa vada storto è piuttosto verosimile e, con il clima che corre, evitare reazioni eccessive potrebbe essere piuttosto complicato; e in Giappone in diversi cominciamo a esprimere più di qualche perplessità: ovviamente l’insofferenza verso i venti di escalation, come sempre, parte da Okinawa, dove gli oltre 30 mila effettivi delle forze armate americane hanno una lunga tradizione di soprusi e di incomprensioni con la popolazione locale. Ultimamente la faccenda, però, rischia di sfuggire di mano un po’ come ormai quasi 30 anni fa, quando (nonostante i tentativi di censura) venne a galla la notizia dello stupro di gruppo da parte dei Marines di una bambina di 12 anni e i locals non la presero esattamente benissimo, diciamo: l’ultimo episodio risale al 25 giugno scorso, quando i media locali hanno pubblicato la notizia di un altro tentativo di stupro risalente a qualche mese prima; 3 giorni dopo è emersa la notizia di un altro tentativo di stupro. In entrambi i casi, i vassalli USA hanno cercato di nascondere la notizia e quando emersa è scoppiato un macello: “Ci hanno detto per decenni che l’esercito americano è qui per proteggerci” avrebbe affermato una delle leader delle mobilitazioni al South China Morning Post, “ma è vero il contrario. La gente è furiosa e spero che questo possa essere il punto di svolta per le basi di Okinawa”; e non è certo l’unico ostacolo alla militarizzazione del Giappone: “Le forze armate giapponesi non hanno mai combattuto una vera guerra” scrive Grant Newsham su Asia Times, “ma lo scorso anno sono riuscite comunque a subire una sconfitta schiacciante: hanno mancato del 50% gli obiettivi di reclutamento. L’anno prima, del 35%. E si sono confermate una forza vecchia, a corto di personale e oberato di lavoro”.
Insomma: anche a questo giro gli eredi del mascellone dimostrano di aver un fiuto infallibile per la cause perse e per le scorciatoie che portano inesorabilmente il paese allo scatafascio e non è certo questione di sinistra ZTL o finto-sovranisti, come dimostra il paese che – forse più in assoluto – sta vivendo un declino di una rapidità inimmaginabile, il capostipite di ogni colonialismo, il Regno Unito. Contro l’avanzata in tutto il vecchio continente delle destre reazionarie, in Inghilterra la settimana scorsa s’è affermato il labour, depurato da quello sprazzo di speranza che era stato per tutti noi il caro vecchio Jeremy Corbyn: alla faccia della democrazia, col 35% scarso dei voti ha conquistato il 65% dei seggi, che consegnano il paese a uno dei personaggi più repellenti della politica contemporanea, l’insostenibile Keir Starmer, persecutore di Assange in combutta con i servizi USA, fervente sostenitore dello sterminio dei bambini palestinesi, fiero oppositore di ogni ipotesi di tassazione dei super-ricchi e che ha inaugurato il suo nuovo incarico con un video super-cringe sui social dove si vede lui al telefono con Biden confabulare su cos’è necessario fare per ingaggiare la guerra contro la Cina nel Pacifico e che, nel suo debutto al vertice NATO, ha dato l’autorizzazione ufficiale a utilizzare missili inglesi per attaccare direttamente la Russia.
Il più pulito c’ha la rogna e sarebbe il caso di provare seriamente a mandarli tutti a casa prima che sia troppo tardi; per farlo, prima di tutto, ci serve un vero e proprio media che ribalti come un calzino la loro patetica propaganda e che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Tony Blair

Italia in guerra nel Mar Rosso – Perché la favola della missione difensiva è già finita

Alta tensione con gli Houthi titolava a 6 colonne ieri Il Corriere in prima pagina; “La nave Duilio abbatte altri due droni nel Mar Rosso” e “i ribelli minacciano: l’Italia sta con i nemici”. Secondo Davide Frattini, “tutte le imbarcazioni che transitano al largo delle coste yemenite sono nel mirino del gruppo sciita” e “Così, nella volontà degli estremisti l’offensiva a Gaza contro Hamas diventa globale”; notare i termini: quello di Gaza non solo non è un massacro e, tantomeno, un genocidio, ma non è manco una guerra vera e propria. E’ un’offensiva: l’offensiva dei moderati ai quali si contrappongono gli estremisti che, ovviamente, non sono altro che un proxy di forze ancora più oscure perché chi mai, nel pieno possesso delle sue facoltà, deciderebbe di sua sponte di provare a ostacolare l’arrivo in Israele delle armi che usano per sterminare i bambini palestinesi? Queste forze oscure, ovviamente, in primo luogo sono l’Iran che, da dietro le quinte, “muove le sue armate per procura”, un tassello importante della propaganda suprematista che non sta né in cielo, né in terra e non è che lo diciamo noi: lo dice pure il Corriere stesso; basta girare pagina. “La milizia non ha vincoli” si legge “ed è autonoma dall’Iran”: a sottolinearlo non è esattamente un pasdaran del nuovo ordine multipolare, ma l’ultra atlantista Guido Olimpo che, sebbene ricordi – giustamente – che “è innegabile l’importanza del vincolo bellico con i pasdaran”, ha comunque un raro sprazzo di lucidità e sottolinea come “è opinione condivisa che il vertice Houthi abbia autonomia di scelta”.
Una lucidità che, evidentemente, manca al buon Davide Frattini che rilancia, perché – oltre all’Iran – c’è un’altra forza oscura dietro ai pupazzi yemeniti, la più oscura di tutte le forze oscure: il plurimorto dittatore sangunario Vladimir Putin; “Il blocco di fatto dei traffici verso il canale di Suez” sottolinea infatti Frattini l’irriducibile “ha rilanciato i trasporti via terra lungo le ferrovie russe” che, essendo la Russia un sanguinario regime autarchico, ovviamente, sono “monopolio di proprietà dello Stato”. Ed ecco così che il cerchio si chiude e quegli estremisti degli Houthi, alla fine, commettono un crimine in prima persona e ne sostengono un altro indirettamente perché “Ogni vagone che passa sopra quei binari va a finanziare l’invasione dell’Ucraina”: come si fa a non prendere orgogliosamente parte a questo ennesimo capitolo della lunga guerra del Bene occidentale contro il Male del resto del mondo?
La notizia dell’aumento del traffico merci sui binari russi dall’inizio della crisi del Mar Rosso, riportata da Frattini, arriverà dal Financial Times: i vari operatori, scrive la testata britannica, avrebbero in effetti parlato di aumenti dal 30 al 40. Ma c’è un piccolo dettaglio che a Frattini, evidentemente, è sfuggito: “I volumi mensili sulla rotta” riporta infatti il Financial Times “sono diminuiti dopo l’invasione e rappresentano ancora meno della quantità trasportata da una singola grande nave portacontainer moderna”; un altro capitolo della lunga saga dell’odio viscerale dei giornalisti di colonia Italia verso i numeri e la logica matematica. Secondo Frattini, la Russia spingerebbe verso un’escalation potenzialmente devastante per spostare il traffico di mezza nave container: quando si dice il giornalismo basato sui dati; la guerra del bene contro il male comunque, continua Frattini, potrebbe essere solo all’inizio perché “L’asse della resistenza, come si autodefinisce, adesso spera che il mese più sacro per i musulmani” e, cioè, il periodo di Ramadan iniziato domenica scorsa “spinga ad aprire altri fronti contro Israele”. Pensate, addirittura, che vorrebbero incitare “proteste violente a Gerusalemme e in Cisgiordania”: cosa c’avranno mai da protestare lo sanno solo loro e i loro cattivi maestri di Teheran e Mosca… Per fortuna che ci sono gli USA: guidati da spirito di sacrificio, infatti, “Gli americani continuano a negoziare un’intesa per la liberazione”, da un lato, di “un centinaio di ostaggi” sequestrati senza motivo dai crudeli “terroristi” e, dall’altro, di “detenuti palestinesi” ai quali, invece, vengono garantiti tutti i diritti e che, quasi quasi, stanno meglio in carcere che nei loro villaggetti di selvaggi, tant’è che ora nelle carceri israeliane ci vogliamo mandare anche i palestinesi residenti in Italia.

Anan Yaeesh

E’ l’incredibile caso di Anan Yaeesh, Il terrorista palestinese vezzeggiato da sinistra e 5s come titolano i paladini del garantismo del Giornanale – un garantismo che vale solo per la razza ariana e per i redditi da 100 mila euro in su; sulla testa di Yaeesh, infatti, incombe una richiesta di estradizione da parte del regime fondato sull’apartheid di Tel Aviv, che il procuratore ha deciso di fare sua: Yaeesh sarebbe accusato di aver collaborato con le Brigate Tulkarem in attività che avrebbero “finalità terroristiche” che, per gli israeliani, significa qualsiasi cosa che uno fa per resistere alla pulizia etnica. L’articolo 3 della CEDU, ovviamente, impedirebbe di consegnare una persona a un paese che pratica la tortura, ma siccome Israele è una l’unica democrazia del Medio Oriente, lì la tortura la chiamano metodi avanzati di interrogatorio e alla propaganda suprematista a sostegno del genocidio tanto basta. Tornando all’articolo di Frattini, bisogna concedergli che anche lui, a un certo punto, ammette che “La situazione per la popolazione di Gaza continua ad essere disastrosa”; peccato la colpa sia tutta di Hamas che non solo, con il suo pogrom ingiustificato del 7 ottobre, ha scatenato l’offensiva dei pacifici israeliani, ma ora ostacola anche l’arrivo degli aiuti a 2 stelle Michelin: grazie anche al supporto della sempre generosissima Unione Europea, infatti, è stato stabilito un corridoio marittimo che da Cipro sfocia direttamente in un nuovo molo in costruzione al nord di Gaza ed è qui che sbarcheranno gli aiuti della “World Central Kitchen, l’organizzazione creata dallo chef ispano – americano José Andrés”: volevano il pane; gli abbiamo dato la cucina molecolare (e si lamentano pure). In questo contesto, scrive il Giornanale, “essere sulla lavagna nera delle milizie finanziate dall’Iran costituisce un motivo di orgoglio”.
Alcuni, infatti, si limitano a parlare di autodifesa della nostra Caio Duilio, ma – ovviamente – in ballo qui c’è molto di più: lo rivendica con orgoglio l’ammiraglio Luigi Mario Binelli Mantelli Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, già capo di stato maggiore della marina militare: “Finiamola di parlare di autodifesa” avrebbe affermato al Giornanale; “qui difendiamo gli interessi europei e nazionali” e per difenderli adeguatamente, le regole d’ingaggio, che prevedono una missione meramente difensiva, cominciano già a stare strette. “Le informazioni della Caio Duilio” sottolinea, infatti, Rinaldo Frignani sempre sul Corriere della Serva “comprendono la posizione di chi lancia e manovra i droni” e – indovina indovinello – “vengono comunicate agli alleati, come gli USA, che potrebbero usarle”; così, en passant, come se nulla fosse, Frignani ammette candidamente che la nostra Aspides non è ancora iniziata e già la favoletta della missione difensiva non regge più: la nostra presenza nel Mar Rosso è, a tutti gli effetti, parte della missione offensiva dei padroni a stelle e strisce, che continua ad allargarsi.
All’alba di martedì, infatti, Ansar Allah avrebbe preso di mira il cargo americano Pinocchio con una serie di missili: nel gioco delle tre carte che le portacontainer legate a Israele stanno cercando di fare dall’inizio delle operazioni di Ansar Allah per dissimulare i loro legami con il genocidio, la nave risultava battere bandiera liberiana e legata alla compagnia USA Oaktree Capital Management, ma c’era qualcosa che aveva insospettito l’intelligence yemenita; la nave infatti, riporta Al Akhbar, “portava sopra il logo della compagnia israeliana Zim, e tra i vecchi nomi dell’imbarcazione risultavano nomi come Zim San Francisco. Ad aumentare i sospetti – poi – il fatto che la nave, che era partita domenica dal porto di Gedda in direzione del canale di Suez, non avesse menzionato nelle sue dichiarazioni la destinazione finale”. “Le navi americane e britanniche dirette verso i porti della Palestina occupata” continua Al Akhbar “falsificano deliberatamente sistematicamente i loro dati nel tentativo di attraversare il Mar Rosso”. La reazione USA è stata feroce: oltre 20 raid aerei in cinque aree diverse e non tutte con chiari obiettivi militari, come l’attacco nel Governatorato di Saada che, sempre secondo Al Akhbar, sarebbe giustificato soltanto dal fatto che “è la roccaforte del leader di Ansar Allah, Abdul Malik Al Houthi”. L’efficacia di questi attacchi rimane comunque piuttosto dubbia, ed ecco così che gli USA stanno cercando un’alternativa: secondo Al Akhbar, infatti, “Gli Stati Uniti hanno fornito imbarcazioni militari al Consiglio di Transizione Meridionale affiliato agli Emirati, nel tentativo di coinvolgerlo in una guerra per procura”; si tratta dell’organizzazione politica secessionista yemenita guidata dall’ex governatore di Aden, Aidarus al-Zoubaidi che, nata nel 2017 per rivendicare la separazione dello Yemen del Sud dal resto della nazione, è sostenuta da Abu Dhabi. “Aidarus al-Zoubaidi che, in precedenza, aveva espresso la volontà di normalizzare le relazioni con l’entità israeliana” scrive Al Akhbar “è apparso a bordo di una delle barche americane in una parata navale, e insieme a lui c’erano numerosi comandanti militari fedeli agli Emirati Arabi Uniti”: secondo Al Akhbar avrebbero ricevuto l’incarico dagli USA di accompagnare le navi legate a Israele mentre si avvicinano al porto di Aden e allo stretto di Bab el-Mandeb. A emettere un appello ad affiancare le forze USA e britanniche contro Ansar Allah sarebbe stato anche Abu Zara’a Al-Muharrami, comandante delle Forze dei giganti – le milizie fedeli ad Abu Dhabi – e vicepresidente del Consiglio di Transizione, una macchinazione che, però, avrebbe fatto infuriare la popolazione locale: contro l’appello, infatti, “Gli studiosi e i predicatori di Aden” riporta Al Akhbar “hanno emesso una fatwa, che riconosce che esiste una disputa con chi è al governo a Sanaa” e cioè, appunto, Ansar Allah, “ma che non è assolutamente consentito schierarsi dalla parte di Israele e dell’America”; “Questa fatwa” continua Al Akhbar “indica che esiste un diffuso rifiuto tra le milizie di transizione di qualsiasi escalation contro Sana’a, e che le opzioni di Washington per mobilitare queste fazioni sono diventate così più limitate”.

Hicham Safieddine

Fortunatamente però, dopo tante delusioni, per gli occidentali a sostegno del genocidio è arrivata anche una buona notizia; l’ha annunciata su Telegram Nasr El-Din Amer, il vice presidente dell’agenzia dei media di Ansar Allah: “La prima vittoria ottenuta da America e Gran Bretagna” ha annunciato “è la rimozione delle spunte blu dagli account Twitter dei leader statali di Sana’a. Per quanto riguarda invece le forze armate yemenite, dai razzi, ai droni a tutte le capacità militari, non sono state scalfite. Si scopre che l’America è una forza da non sottovalutare, fratelli”. Quella di bullizzare i colonialisti e gli aspiranti tali, in Yemen, effettivamente, è una vecchia tradizione: come ricorda su Middle East Eye lo storico canadese di origini libanesi Hicham Safieddine, nonostante i britannici abbiano mantenuto il controllo della città costiera di Aden per oltre 125 anni, non sono mai riusciti ad “espandere il loro dominio nell’entroterra” fino a quando “Nel 1963, il Fronte di Liberazione Nazionale (FNL) lanciò una lotta armata con il sostegno rurale della regione montuosa di Radfan. Gli inglesi designarono l’FNL come un’organizzazione terroristica e risposero bruciando villaggi e altri atti di violenza collettiva. Le campagne punitive britanniche, tuttavia, fecero ben poco per smorzare la resistenza yemenita”; “Le forze radicali della resistenza dello Yemen del Sud” continua Safieddine “adottarono un’ideologia marxista – leninista che prevedeva un futuro socialista per uno Yemen liberato. La loro posizione intransigente nei confronti dell’occupazione britannica portò a una vittoria spettacolare nel 1967. E i tentativi britannici di negoziare un ruolo economico o militare nello Yemen post indipendenza, simile a quello francese in Algeria, furono di breve durata e in gran parte infruttuosi, con gli inglesi che alla fine furono costretti a pagare oltre 15 milioni di dollari come indennità. Questo” sottolinea Safieddine “ha lasciato un ricordo doloroso tra i funzionari britannici che perdura ancora oggi”. A differenza di altre lotte di liberazione nazionale che hanno conquistato fama e riconoscimento internazionale – da quella algerina a quella cubana – la vicenda yemenita è stata sistematicamente snobbata dal pubblico occidentale, ma per alcuni storici, sottolinea Safieddine, “Lo Yemen è stato il Vietnam della Gran Bretagna”, una storia gloriosa che continua a ispirare Ansar Allah: in un recente discorso televisivo, riporta Safeiddine, “Abdel-Malik al-Houthi ha messo in guardia il Regno Unito da qualsiasi illusione nutrisse di ricolonizzare lo Yemen. Tali illusioni, ha detto, “sono i segni di una malattia mentale la cui cura è nelle nostre mani: missili balistici che bruciano le navi in mare”. Anche a questo giro, la tendenza è stata subito quella di minimizzare e descrivere un gruppo di terroristi scappati di casa che attentano, con la loro barbarie, il giardino ordinato salvo poi, nella provincia dell’impero, dedicare titoloni a 6 colonne all’eroismo e alla professionalità dei nostri uomini per aver tirato giù un drone da ricognizione con un cannoncino.
La verità, però, potrebbe essere un po’ meno confortevole: “Quanti marinai USA ci sono adesso nel Mar Rosso?” ha chiesto la giornalista Norah O’Donnell al vice ammiraglio Brad Cooper durante una puntata del celebre programma televisivo statunitense 60 minutes; “Ne abbiamo circa 7.000 in questo momento. Si tratta di un impegno imponente”. “Quando è stata l’ultima volta che la Marina americana ha operato a questo ritmo per un paio di mesi?” ha chiesto ancora la giornalista; “Credo dovremmo tornare alla Seconda Guerra Mondiale” ha risposto il vice ammiraglio, “quando ci sono state navi impegnate direttamente nei combattimento. E quando dico impegnate in combattimento, intendo che ci sparano e noi rispondiamo al fuoco”. Il vice ammiraglio Cooper ricorda anche come “Gli Houthi sono la prima entità nella storia a utilizzare missili balistici antinave per colpire delle navi. Nessuno li ha mai usati prima contro navi commerciali, e tantomeno contro navi della marina americana”; come sottolinea il vice ammiraglio, parliamo di missili che viaggiano a circa 3 mila miglia orarie e, dal momento dell’avvistamento, il capitano di una nave ha dai 9 ai 15 secondi per decidere il da farsi e visto che è sempre meglio aver paura che prenderle, la tendenza a reagire sempre con il massimo della forza è inaggirabile. Risultato – sottolinea il servizio di 60 minutes -: “La marina ha lanciato circa 100 dei suoi missili terra – aria Standard, che possono costare fino a 4 milioni di dollari ciascuno”; l’unica via di uscita sostenibile, quindi, è questi benedetti missili balistici riuscire a colpirli con attacchi aerei in territorio yemenita prima che partano. Ed ecco allora che l’intelligence che forniamo, anche con la missione difensiva degli alleati europei, diventa fondamentale e la trasforma automaticamente in qualcosa che non è difensivo per niente e che potrebbe, a breve, dover affrontare uno scenario ben più complesso di quello attuale.

Maritime Security Belt

Lunedì scorso, nel Golfo di Oman, è iniziata un’esercitazione marittima congiunta di Iran, Russia e Cina; si chiama Maritime Security Belt ed è arrivata alla sua quinta edizione, un traguardo che hanno deciso di festeggiare alla grande: nella prima edizione, infatti, la Cina aveva partecipato con una sola nave; la seconda l’aveva saltata tout court e alle successive due si era presentata, di nuovo, sempre con una sola imbarcazione. Quest’anno, invece, non si raddoppia: si triplica e, ad affiancare il solito cacciatorpediniere, ci saranno anche una fregata e una nave di rifornimento che, insieme, costituiscono la 45esima task force di scorta. La 45esima task force era stazionata nel Golfo di Aden sin dall’ottobre scorso e, da allora, ha portato a termine ben 43 missioni durante le quali ha garantito il transito di 72 navi; ora quel compito è stato affidato alla 46esima task force che ha effettuato la sua prima missione appena 3 giorni fa: ed ecco così che la presenza cinese nell’area raddoppia. A ottobre la Cina aveva già condotto un’esercitazione congiunta con la marina pakistana, “la più grande di sempre tra i due paesi” aveva sottolineato il South China Morning Post e dove erano state coinvolte altre 6 imbarcazioni del dragone, comprese una fregata, due cacciatorpedinieri e una nave di rifornimento: anche a questo giro i pakistani sono nuovamente coinvolti, ma solo come osservatori al fianco di kazaki, indiani e sudafricani, lo stesso ruolo ricoperto anche dall’Oman e dall’Azerbaijan.
La prospettiva della grande guerra globale per il controllo del mare nell’era del declino della pax americana si fa sempre più minacciosa: magari se l’Italia, ogni tanto, avesse un piccolo moto se non proprio di orgoglio, perlomeno di opportunismo, e approfittasse del caos che ci circonda per farsi un attimino licazzisua invece che fare sempre da cavalier servente della potenza in declino del momento, non sarebbe proprio malissimo, diciamo; perché gli italiani tornino a fare un po’ anche i loro interessi, serve che prima imparino a riconoscerli e, per riconoscerli, serve un media che, invece che da ripetitore dei dictat atlantisti, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Fabio Fazio