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Tag: politica

Mandiamo a casa il PD! – A Livorno si può fare la storia – ft. Valentina Barale

A Livorno si può fare la storia. Per la prima volta, in tutta la Toscana ci sono liste alternative sia alla destra che alla sinistra PD che hanno una reale e concreta possibilità di vittoria. A Livorno, la lista Valentina Barale sindaca è data al 33 per cento nei sondaggi e oggi Valentina ci ha rilasciato un’intervista per spiegarci il senso e la speranza della sua proposta politica.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Doomsday Clock – La fine della politica in Occidente: come il capitale e la guerra hanno devastato la democrazia – Guerrilla Radio

Nuovo format per Ottolina Tv con Daniele Trovato di Guerrilla Radio

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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Turchia, Erdonomics: la scommessa del sultano

Le recenti elezioni amministrative pongono un problema per Erdogan nelle grandi città; pur non essendo la sconfitta preannunciata dai nostri media, si tratta comunque di un dato da osservare per il governo di Ankara. Alla radice di questo, forse il drastico cambiamento di politica monetaria nel paese, passato per un netto rialzo dei tassi di interesse in un anno. Ne parliamo con Vadim Bottoni, cercando di spiegare le passate e presenti scelte macroeconomiche del paese. Buona visione.

ADDIO CONTRO-INFORMAZIONE!! Ecco come META vuole CENSURARE la politica dai SOCIAL

L’annuncio è stato lanciato nei giorni scorsi come se niente fosse, come se si trattasse di robetta da nulla, ma si tratta in verità di una svolta storica nel mondo dei social e della libera informazione: stando alle dichiarazioni ufficiali del capo di Instagram Adam Mosseri, Instagram, Threads e Facebook, – le piattaforme che fanno capo al gruppo Meta limiteranno fortemente la diffusione di contenuti politici sulle proprie piattaforme; non solo i post politici non compariranno più nelle sezioni Esplora e Reels e le pagine che li pubblicano non verranno più suggerite nel Feed, ma gli account che postano contenuti prevalentemente politici rischiano di essere cancellati per sempre. In questo modo, decine di migliaia di associazioni e di canali di informazione indipendente – come Ottolina Tv – rischiano di scomparire per sempre costringendo le persone ad informarsi solo attraverso i media ufficiali, nel frattempo sempre più controllati da un ristrettissimo numero di editori di regime e fondi di investimento. E le giustificazioni date da Mosseri per salvarsi la faccia e non dichiarare apertamente il proprio collaborazionismo con il potere dominante, sono state ridicole: in pratica, ha sostenuto di farlo per il nostro bene adducendo le solite motivazioni paternalistiche sulla trasparenza e sulla migliore esperienza utente; in verità, la decisione sembra soprattutto riconducibile ad una fase politica dove la realtà non fa che sbugiardare continuamente in modo plateale le narrazioni ufficiali e, per evitare la minaccia di un risveglio collettivo, bisogna sempre di più stringere i cordoni della libera circolazione delle idee.

Adam Mosseri

Fino ad oggi, la soluzione adottata delle piattaforme era – banalmente – quella del rincoglionimento di massa attraverso la promozione seriale di contenuti stupidi, alternata all’iperinformazione, che impedisce di distinguere tra dati veri e fasulli e, quindi, di mettere in fila i puntini; ciononostante, proprio a causa del divario sempre più profondo tra narrazione ufficiale e vita vissuta, nel tempo la realtà è riuscita comunque a emergere anche nelle bacheche dei social, come ad esempio sta accadendo in modo eclatante con il genocidio di Gaza. Ecco, allora, perché Meta ha deciso di tagliare la testa al toro: le piattaforme avranno esclusivamente il compito di aumentare i nostri deficit cognitivi e la politica sarà tenuta rigorosamente alla larga; d’altronde, è una vera e propria emergenza. Il 2024, infatti, per gli interessi dell’impero dei doppi standard e delle ex democrazie – ormai anche ex liberali – sarà un anno decisivo: nei prossimi mesi andranno al voto quasi 3 miliardi di persone in quasi 80 paesi e come produrre consenso per le forze politiche amiche di Washington, prima, e presentare al pubblico i risultati delle urne poi, sarà una questione di vitale importanza. Le informazioni date da Mosseri sono ancora poche e confuse e Meta deve ancora chiarire esattamente quando e in che modo questa censura mascherata verrà messa in atto, ma quel che appare sicuro è che il processo – che va avanti da anni – di restringimento degli spazi della libera informazione sta subendo una fortissima accelerata, in maniera direttamente proporzionale alla caduta del consenso popolare per i regimi neoliberisti e americanocentrici.
I liberali, con meno senso del pudore, giustificano questa ennesima torsione autoritaria con la scusa che, alla fine, parliamo di piattaforme private e che quindi hanno tutto il diritto di fare un po’ quello che vogliono, ma come spiega in modo magistrale Yannis Varoufakis nel suo libro “Tecno – feudalesimo”, i gestori di queste sono gestori di un monopolio naturale, di una tecnologia pubblica; sostenere che ci possano fare cosa vogliono è un po’ come dire che quando una multinazionale gestisce la nostra rete idrica, ha – in fondo – tutto il diritto di metterci dentro anche il cianuro: insomma, una questione che non ha veramente nulla di privato e che ha, invece, molto a che fare con la trasformazione sempre più rapida delle società occidentali in una sorta di regimi oligarchici neo – feudali. Nella puntata di oggi approfondiremo le parole di Mosseri, cercheremo di capire tutte le conseguenze che questa nuova forma di censura 2.0 potrà avere sulle nostre vite e di come tutto questo si colleghi ai caratteri del nuovo capitalismo tecnofeudale descritto da Varoufakis.
Meta sta soffocando le voci a sostegno dei palestinesi di Gaza, in un momento in cui subiscono sofferenze indicibili e avrebbero più bisogno del sostegno internazionale: così dichiarava Deborah Brown, direttrice associata per il settore Tecnologia e diritti umani di Human Rights Watch, a conclusione di un’indagine e di un rapporto di 51 pagine pubblicato dall’associazione, e non è certo la prima volta che le piattaforme vengono accusate di censura sistematica e collaborazionismo con l’agenda politica dei più potenti tra i gruppi di potere americani. Da dieci anni, ormai, i social sono nell’occhio del ciclone per l’influenza diretta o indiretta che esercitano sulla politica; Facebook, in particolare, ha dovuto affrontare processi mediatici – e non solo – riguardo alla profilazione degli utenti, agli algoritmi che favorirebbero la disinformazione, all’hate speech, alle cosiddette filter bubbles e alla censura intenzionale dell’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, bandito per due anni dalle piattaforme di Meta: il bavaglio a Trump, in particolare, ha intensificato notevolmente le pressioni politiche su Zuckerberg e compagni, accusati di indebita ingerenza sui meccanismi democratici. Insomma: da una parte la politica occidentale diventa sempre più insofferente alla libertà di espressione e informazione e si inventa parole come Hate speech, Fake news e incitamento all’odio e al terrorismo per limitarla il più possibile, dall’altra i proprietari dei social network si sono stancati di resistere a tutte queste pressioni dall’alto e, visto l’annuncio di Mosseri degli scorsi giorni, pur di evitare altri scandali e tagliare la testa al toro hanno preferito semplicemente chiudere gli spazi di discussione, lasciandoci la libertà di vedere 1000 reel al giorno di gente che si tuffa dagli scogli o di vecchi che giocano a paddle, ma non quella di farci una libera opinione su quello che riguarda le nostre vite e il nostro futuro.

Mark Zuckerberg

Pur essendo piattaforme private, anche in Italia i social network hanno assunto un ruolo pubblico fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica; dopo la televisione, per il 42% degli italiani i social sono la fonte primaria di informazione: tra questi, Facebook e Instagram risultano le due fonti preferite, rispettivamente, per il 44% e il 20% degli utenti: questi dati, da soli, danno la misura dell’importanza di Meta nella produzione del consenso e dovrebbero scoraggiare ogni tentativo di minimizzare la portata del mutamento in atto. Mosseri ha tentato di gettare acqua sul fuoco assicurando che i post politici verranno comunque mostrati sul Feed degli utenti che già seguono la pagina, ma questo non è molto rassicurante: quel che Mosseri dimentica di dire, infatti, è che già oggi l’utente medio si perde il 70% dei contenuti del Feed, ovvero i contenuti pubblicati dagli account che segue; ciò significa che una pagina politica, probabilmente, non riuscirà a raggiungere i propri follower neanche lì. Come scrive Laurent Ferrante in un articolo de La Fionda “Considerato che l’algoritmo di Instagram cerca attivamente di distogliere gli utenti dal proprio Feed – suggerendo contenuti ad alto potenziale di distrazione cuciti sui nostri gusti personali – e che la maggior parte di queste esche sono Reel che portano dritti alla sezione interdetta alla politica, il quadro si fa decisamente tetro.” Non è ancora chiaro, poi, se verranno bersagliati i singoli contenuti o gli account e se ci sarà un certo numero di contenuti “politici” tollerati prima di censurare un intero profilo; certo, Meta avrà buon gioco a dire che a nessuno viene impedito di pubblicare nulla, ma questo è vero solo perché la censura non si abbatte sul messaggio, quanto sulla sua distribuzione: insomma, su Facebook e Instagram potrai sempre dire ciò che vuoi purché nessuno ti senta, e a subire tutto questo saranno, come sempre, le realtà più deboli e con meno intrecci con il potere, perché se è vero che anche la sorte dei giornali tradizionali e politici di professione sulle piattaforme potrebbe essere segnata, si apre – in verità – l’inquietante ma più che verosimile scenario che costoro, pagando magari decine di migliaia di euro per comprarsi account esclusivi, supereranno il blocco.
Quello che è sicuro è che ad essere colpite a morte saranno le centinaia di migliaia di pagine di attivisti, associazioni e canali di informazione indipendenti come il nostro che, non avendo il culo parato e altri spazi di visibilità, semplicemente rischiano di scomparire: “I social non sono solo una porta di accesso all’informazione” scrive Ferrante “ma un luogo in cui i movimenti di opinione si formano, crescono e tentano di raggiungere la massa critica. Uno spazio che senz’altro non è mai stato completamente libero ma che offriva ancora notevoli opportunità di aggregazione e costruzione del consenso dal basso. Un’opportunità vitale per tutti i movimenti militanti e contro – culturali che tentano di sfidare il pensiero unico dominante, come anche per i piccoli partiti ignorati dalla stampa.” E, paradosso dei paradossi, dietro la maschera sempre inclusive e friendly che presenta al pubblico, Meta sta infatti compiendo un’operazione che non potrebbe essere più politica, ossia decidere sulla base di parole e argomenti cosa è politico e cosa non lo è, ciò che si può dire e ciò che non si può dire, chi ha diritto di parlare di un tema e chi invece no; il tutto, ovviamente, riflette Ferrante, da quella prospettiva tecnocratica – e quindi falsamente neutrale – che tanto bene abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Attualizzando, possiamo già immaginarci una roba tipo: post di commemorazione delle vittime del 7 ottobre va bene perché non è politica; attivista ONU che parla delle migliaia di bambini palestinesi morti sotto le bombe non va bene perché è politica; la moglie di Navalnij che piange il marito morto e chiede giustizia non è politica; Human’s Rights Watch che si lamenta delle condizioni di Assange in carcere è politica.
Abbiamo come l’impressione che i casi di ipocrisia e doppi standard occidentali potrebbero subire una tale impennata che persino Carlo Calenda potrebbe decidersi ad aderire alla campagna di sottoscrizione di OttolinaTV, anche perché sia chiaro: una definizione univoca di cosa sia politica e cosa non lo è non esiste e non è mai esistita. Anzi, è da più di 3 mila anni che l’umanità – con i suoi più grandi filosofi e scienziati – la sta cercando senza successo, ma Adam Mosseri, Head in chief di Instagram, ha sostanzialmente dichiarato di aver sciolto questo enigma. E se è vero che, in linea teorica, si tratta di aziende private che possono legittimamente decidere a quali contenuti dare priorità, è anche vero che oggi una manciata di attori privati controlla le vie di accesso alle informazioni online di miliardi di persone esercitando un potere di influenza enorme sulla libertà di espressione e di informazione; questa situazione è stata finalmente riconosciuta dall’Unione Europea con l’approvazione nel 2022 e l’applicazione nel 2024 di due regolamenti: il Digital Services Act e il Digital Markets Act, che inquadrano le responsabilità pubbliche delle piattaforme online; Meta, Google, Apple, TikTok, Microsoft e Amazon sono stati riconosciuti come gatekeeper, ovvero custodi delle chiavi delle attività online e, come tali, sono stati costretti ad assicurare una serie di servizi/diritti ai propri utenti, tra cui “il diritto alla libertà di espressione e di informazione”. Come scrive Ferrante: “All’interno di questo quadro giuridico, non sarebbe impensabile immaginare un intervento degli Stati o delle istituzioni europee per impedire ai gatekeeper di comprimere la libertà di espressione e di informazione e la libertà dei media e il loro pluralismo”, ma è molto più probabile che, in ossequio alla proverbiale ipocrisia e servilismo delle istituzioni europee, ad essere tutelate saranno solo le posizioni politiche collaborazioniste con l’occupante americano e, in generale, amiche dello status quo.
Il tecnofeudalesimo di cui parla Varoufakis, insomma – e che approfondiremo sicuramente in un video a parte – è già realtà: sempre meno proprietari di spazi digitali, sempre più ricchi, che governano insieme al governo di turno una plebe sempre meno informata, povera, rincoglionita e priva di potere politico; il potere tecnofeudale a guida americana vorrebbe farci scomparire e la censura 2.0 potrebbe presto abbattersi (più di quanto già non faccia) sulla nostra pagina e su tutti i nostri contenuti. Per sopravvivere, abbiamo bisogno del tuo aiuto: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Adam Mosseri

Ecco come Le OLIGARCHIE neoliberali SOFFOCANO le PROTESTE in ITALIA ft. Filippo Barbera

Con una retorica finto – buonista e finto – pacifista negli ultimi decenni in Italia la mobilitazione popolare e la partecipazione di massa alla politica è praticamente morta a colpi di neoliberismo e attacchi alle democrazia. Ogni conflittualità dal basso verso l’alto è stata demonizzata e soffocata sul nascere. Filippo Barbera, uno dei più importanti sociologi contemporanei, ci spiega come uscire da questa situazione suicida.

FARDELLI D’ITALIA, EP.1 – Come i Politici Italiani usano le Istituzioni per i loro Affari Privati

Nuova collaborazione con gli amici di Paese Reale , che ogni sabato alle 13 e 30 ci delizieranno con un rapido resoconto dei principali fatti di politica e di economia che riguardano la nostra amata colonia.

PAOLO BORIONI: come sinistra libertaria e oligarchie si sono alleate contro la socialdemocrazia

Ottoliner buongiorno e bentornati all’appuntamento con le interviste di OttolinaTv. Oggi su rieducational channel parleremo di un fenomeno decisamente eccentrico: la socialdemocrazia, e non una socialdemocrazia qualsiasi, ma proprio del modello socialdemocratico per eccellenza in assoluto: le socialdemocrazie scandinave e della finaccia che hanno fatto tra bolle immobiliari, privatizzazioni e, addirittura, l’adesione alla NATO. Insomma, un po’ la stessa parabola che hanno vissuto in generale tutte le democrazie moderne uscite dalla seconda guerra mondiale, dove il welfare, lo stato sviluppista e le politiche keynesiane avevano garantito per qualche decennio un compromesso virtuoso tra capitale e lavoro, e poi il tutto è stato spazzato via nell’arco di pochi anni da una possente controrivoluzione guidata dalle oligarchie e sostenuta da tutte le principali forze politiche sedicenti democratiche; una parabola che nel caso scandinavo fa particolarmente male proprio perché il modello messo a punto in questi paesi aveva garantito una ricchezza diffusa, un’efficienza e un livello sia di uguaglianza che di reale partecipazione democratica che probabilmente non hanno eguali nella storia dell’umanità.
Com’è possibile che una società così avanzata a un certo punto decida deliberatamente di sfasciare tutto e condannarsi al declino abbracciando il modello distruttivo dell’imperialismo neoliberista? Per provare a capirlo abbiamo intervistato a lungo l’intellettuale italiano che, probabilmente, meglio di chiunque altro ha studiato e compreso quel pezzetto di mondo: si chiama Paolo Borioni ed è professore associato di Storia delle istituzioni e delle dottrine politiche alla Sapienza, e ha un’idea decisamente dirompente. Perché sì, ovviamente anche in Scandinavia le oligarchie hanno reagito all’eccesso di democrazia -denunciato a suo tempo dalla Commissione trilaterale e che metteva definitivamente a rischio l’ordine gerarchico della società con gli stessi strumenti impiegati dalle oligarchie di tutto il Nord globale – ma in una società come quella scandinava, dove il mondo del lavoro – grazie, in particolare, alla forza di organizzazioni sindacali che erano a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato – aveva conquistato un potere politico senza pari nel mondo occidentale (e probabilmente non solo), per vincere la guerra di classe dall’alto le oligarchie avevano bisogno di un alleato anche nel campo nemico, una fidata quinta colonna, e secondo Paolo Borioni questa fidata quinta colonna ha un nome e cognome piuttosto preciso: la sinistra libertaria post sessantottina che a un certo punto, di fronte al potere crescente di questi corpi intermedi, s’è cominciata a sentire un po’ troppo oppressa e ha cominciato a rivendicare una maggiore libertà individuale: chi sei tu sindacato, o anche Stato, per impormi un unico sistema educativo universale? O per impormi la tua dittatura sanitaria? Perché invece che obbligarci ad andare tutti negli stessi ospedali con gli stessi medici o nelle stesse scuole con gli stessi professori non vi limitate a darci dei bei voucher da spendere dove meglio crediamo? Secondo Borioni la parabola scandinava, insomma, è l’esempio più eclatante di come, sotto le mentite spoglie del primato dei diritti civili e delle libertà individuali, la grande controrivoluzione neoliberale ha fatto breccia anche nel cuore di chi si professava rivoluzionario e l’ha trasformato nell’utile idiota perfetto della guerra di classe condotta dalle oligarchie contro il popolo.
Buona visione.

La trilaterale e la distruzione della democrazia

C’era una volta la democrazia moderna: al netto di tutte le contraddizioni, le promesse mancate e anche le trame segrete, per alcuni decenni a partire dalla seconda guerra mondiale aveva garantito alle masse popolari di essere – come dice Elio – non dico proprio il primo della lista, ma neanche l’ultimo degli stronzi. Vista oggi sembra quasi una leggenda metropolitana, un’utopia irrealizzabile: non moriremo democristiani si diceva un tempo; era la verità, ma nessuno immaginava sarebbe stato perché l’equivalente dei democristiani, un giorno, sarebbero stati considerati estremisti della sinistra radicale extraparlamentare. E non è stata una deriva ineluttabile, ma una scelta consapevole: ma di chi?

Carlo Galli

Perché di fronte alla crisi sempre più evidente del sistema neoliberale continua a prevalere l’idea che, comunque, there is no alternative? E’ questa sostanzialmente la domanda che trasuda dalle pagine dell’ultimo lavoro di Carlo Galli che sin dal titolo si chiede, appunto, se quello che stiamo vivendo non sia l’ultimo atto della democrazia. Per rispondere, Galli – prima di tutto – ci ricorda la distinzione fondamentale tra l’ideologia e la politica: mentre l’ideologia è un sistema interpretativo della realtà che si autoproclama verità e che nasconde la sua natura di punto di vista necessariamente parziale tra mille altri possibili punti di vista dietro l’affermazione di un principio assoluto, la politica – al contrario – è l’insieme dei saperi e delle pratiche che caratterizzano il vivere associato e si delinea quindi come uno spazio plurimo, spurio, con più posizioni e contrapposizioni e che quindi, inevitabilmente, prevede l’esistenza di più alternative e di modalità differenti di pensare e organizzare il presente. Sulla base di questa distinzione Galli si pone l’obiettivo di rileggere la storia della democrazia, e lo sguardo si concentra inevitabilmente sul Novecento e sul passaggio da quella che lui definisce liberaldemocrazia – e che noi abbiamo in passato più volte definito la democrazia moderna – alla democrazia liberista, che noi abbiamo più volte definito – piuttosto – postdemocrazia neoliberista. L’obiettivo è quello di provare a capire come, durante questo passaggio, si sia andata modificando radicalmente l’idea stessa dell’azione in ambito politico.
Galli sottolinea come, prima del secondo conflitto mondiale, nell’ambito delle democrazie liberali la libertà – che è spesso, semplicemente, la libertà di impresa e di sfruttare il lavoro altrui senza troppi vincoli – veniva usata per frenare la sete di democrazia e di uguaglianza che arrivava dalle masse popolari; con il patto costituzionale emerso dopo la seconda guerra mondiale nell’Europa continentale, però, si faceva strada l’idea di provare a sanare questa contraddizione attraverso il principio di inclusione: un’inclusione, in particolare, che passava dall’identificazione del popolo come un insieme plurale di individui anche con interessi e condizioni molto diverse tra loro, ma accomunati da quell’insieme di diritti di base che ne definiva lo status di cittadini. “Nel quadro dello stato costituzionale di diritto” insiste Galli “la liberaldemocrazia della seconda metà del XX secolo” ha promosso la collaborazione tra fasce di popolazione diverse attraverso il riconoscimento sia della libertà individuale che dell’uguaglianza civile, che anche della necessità “dell’intervento economico dello Stato”; una mediazione – sottolinea Galli – resa necessaria anche come atto di contenimento, “di sfida, e di concorrenza verso il comunismo orientale” ma pur sempre con limiti ben precisi, dal momento che – sottolinea Galli – “l’uguaglianza economica radicale non è mai stata all’ordine del giorno”. Per far si che questa complessa mediazione non implodesse, inoltre, era essenziale il ruolo dei partiti intesi come spazi politici “dove il popolo abbia la sensazione non illusoria di esercitare potere sul proprio presente e futuro (…)”.
Insomma: al netto di tutte le millemila contraddizioni – a partire da quelle internazionali – un equilibrio virtuoso che consentiva un aumento reale, tangibile, delle condizioni di benessere individuale e anche la possibilità di avanzare istanze progressiste all’interno dell’articolazione politica. Troppa grazia! Questo equilibrio virtuoso, infatti, continuava inesorabilmente a spostare il baricentro del potere politico a favore dei subalterni, al punto di far temere alle élite economiche capitalistiche di essere sull’orlo di essere scalzate dal gradino più alto della gerarchia sociale: bisognava mettere fine a questo strano esperimento che si chiamava democrazia moderna.

Samuel P. Huntington

La controrivoluzione ha ufficialmente inizio nel 1973, quando viene fondato quello che Galli definisce il cervello analitico del neoliberismo, la famigerata Commissione Trilaterale che, come prima cosa, commissiona un bel rapporto a un gruppo di studiosi capeggiato da uno dei volti più noti della svolta autoritaria dell’Occidente collettivo: il Milton Friedman delle scienze politiche Samuel P. Hungtington, lo stesso che – esattamente 20 anni dopo – con la sua teoria sullo scontro di civiltà gettò le basi teoriche della prima grande guerra USA contro l’ascesa del Sud globale che prese il nome di War on Terror. La tesi del rapporto era molto semplice: il capitalismo è messo a repentaglio da un eccesso di democrazia; è arrivata l’ora di reagire con ogni mezzo necessario. Poche settimane dopo gli USA sostenevano il colpo di Stato di Pinochet in Cile, il cui regime rimane – ancora oggi – una delle incarnazioni più coerenti e lineari del nuovo spirito della democrazia liberista; per realizzare la democrazia liberista, infatti, il primo punto è fare fuori ogni strumento di inclusione delle masse popolari: dai partiti politici, ai sindacati, allo Stato moderno stesso che, però, non deve essere smantellato. Anzi: da un certo punto va addirittura rafforzato perché, per permettere alle oligarchie di predare il predabile, ci vuole un certo impegno; a partire dagli apparati repressivi, in grado di reprimere con la violenza il malcontento che la rapina necessariamente comporta. Nella nuova postdemocrazia neoliberista inoltre, dissolti con più o meno violenza tutti i corpi intermedi, resta solo il singolo individuo non più “soggetto di diritti” – sottolinea Galli -, ma “soggetto di responsabilità”. In questo schema, continua Galli, “la posizione sociale è l’esito di una competizione permanente, e come il successo è dovuto esclusivamente al merito personale (…) così l’insuccesso è dovuto al suo fallimento”. In questa prospettiva l’uguaglianza non solo non è più perseguita come finalità ma ostacolata con forza, dal momento che “gli atomi sociali devono differenziarsi, competere per il successo, e devono ricordarsi che questo non è time for losers”. “Nella liberaldemocrazia” continua Galli “coesistevano normalizzazione e contraddizioni; nella democrazia liberista esistono solo contraddizioni percepite come normalità” e “alle mediazioni partitiche e istituzionali, e a quelle del lavoro, si sostituisce quella dei media, il cui ruolo principale è trasformare le questioni e i processi strutturali in casi umani particolari”. Tutto quello che accade – comprese le ingiustizie più palesi e feroci – diventano così naturali ed inevitabili, e alla politica – come affermava Mario Draghi ancora nel 2013 – può essere sostituito il pilota automatico; “ma l’automatismo” ricorda Galli “è esattamente il contrario della libera azione individuale e collettiva, e cioè il presupposto cardine della democrazia”.
E così la democrazia diventa la formuletta vuota che è utile solo quando serve a bombardare – ovviamente sempre in modo molto umanitario – qualsiasi paese che non si dimostri sufficientemente entusiasta di entrare a far parte della grande famiglia delle post democrazie neoliberiste.
Di tutto questo, e di molto altro, parleremo domani sera mercoledì 20 dicembre a partire dalle 21 insieme a Carlo Galli nell’ultima puntata dell’anno di Ottosofia, il format di divulgazione storica e filosofica di Ottolina Tv in collaborazione con Gazzetta Filosofica e – nel frattempo – aiutaci a costruire il primo vero e proprio media che a questa leggenda metropolitana del there is no alternative non c’ha mai creduto: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Samuel Huntington

CHI ERA COSTANZO PREVE? Omaggio a uno dei più grandi marxisti italiani del ‘900

Il 23 novembre di dieci anni fa moriva Costanzo Preve, uno dei più grandi e controversi marxisti italiani del ‘900.
Lontano da tutte le principali correnti marxiste, nemico giurato di ogni servilismo ideologico filo-americano, Costanzo Preve è stato una meteora di integrità e coraggio all’interno del panorama filosofico italiano. Anche dopo la caduta dell’Urss, mentre tanti altri intellettuali marxisti facevano pubblica abiura delle loro idee per rivendersi agli apparati culturali della nuova sinistra capitalista e alla moda, Preve è rimasto sempre coerente e l’ha pagata a caro prezzo, con un totale ostracismo da parte della cultura ufficiale e con un lungo e doloroso anonimato. Gran parte delle sue opere, infatti, sono state pubblicate da una piccola casa editrice di Pistoia, Le Petite Plaisance e, ancora oggi, nominare la sua figura in ambienti universitari comporta sicura derisione e malcelato disprezzo. Tra le sue intuizioni filosofiche più brillanti ci sono la definizione di capitalismo assoluto – per indicare l’attuale fase del capitalismo occidentale, rimasto privo di forze politiche e culturali alternative -, la definizione di filosoFiat – per indicare la filosofia di pensatori organici al pensiero dominante come Gianni Vattimo e Massimo Cacciari – e, infine, il suo tentativo di pensare una nuova forma politica di comunitarismo inteso come correzione democratica del comunismo.
Poliglotta dagli anni dell’università, nel corso della sua vita Preve ha appreso inglese, portoghese, francese, tedesco, spagnolo, russo, greco antico e moderno, arabo, ebraico e latino. Coerentemente al suo modo di intendere la filosofia – lontano da formalismi ipocriti e inteso come dialogo amicale tra persone comuni – Preve amava farsi intervistare al bar o in tuta e calzini sulla poltrona di casa sua. Pochi mesi prima di morire pubblicò il suo testamento spirituale, La Nuova storia alternativa della filosofia, un’opera monumentale di rilettura integrale di tutta la storia del pensiero occidentale.

Costanzo Preve

Costanzo Preve nasce a Valenza nel 1943, da madre casalinga e padre funzionario alle Ferrovie dello Stato; a Torino studia Giurisprudenza e Scienze politiche prima di recarsi in Francia, Grecia e Germania dove, oltre che studiare filosofia, lavora come operaio. Tornato in Italia, a causa della distanza dagli ambienti dell’operaismo torinese e sessantottino, Preve non trova spazio all’Università e, dal 1968 fino alla pensione, deciderà di insegnare prima letteratura francese e poi storia e filosofia nei licei. A proposito dell’Università, che svolgeva – ai suoi occhi – una funzione ideologica simile a quella che aveva il clero religioso durante lancien regime, scrive: “Il Nuovo Clero organizza la mediazione simbolica e fornisce le informazioni necessarie per stabilizzare il dominio dell’oligarchia finanziaria. Esso non è più composto di preti e sacerdoti […] ma è costituito di due nuovi settori, l’uno secolare (i giornalisti, o meglio il circo mediatico globalizzato che organizza lo spettacolo della simulazione quotidiana) e l’altro regolare (la corporazione universitaria mondiale, che struttura il sapere complessivo sulla base della frammentazione programmatica delle potenze mentali della produzione)”.
Alla lotta intellettuale Preve affianca la lotta politica: negli anni settanta aderisce, per un breve periodo, al PCI e poi a vari gruppi della sinistra extra-parlamentare. Nei primi anni Novanta, anziché tentare la via di fuga tipica di tanti marxisti pentiti, Preve si preoccupa di capire le cause profonde della caduta dell’Urss e di porre rimedio a quello che considera il limite teorico del comunismo, cioè l’assenza di fondazione filosofica. A proposito degli intellettuali della sua generazione, scrive: “Mentre ai tempi di Hegel e Schopenhauer, ma anche ai tempi di Adorno, gli intellettuali erano generalmente più intelligenti delle persone comuni, oggi ci troviamo in una situazione nuova: gli intellettuali sono nella stragrande maggioranza più stupidi delle persone comuni. È una novità degli ultimi 50 anni e lo vediamo quando vengono interpellati nei talk show televisivi perché dicono una quantità di stupidaggini molto maggiore di quelle che si sentono pronunciare dai tassisti, dai baristi o dalle casalinghe al mercato”. Ma il distacco emotivo dalla cosiddetta sinistra avviene definitivamente nel 1999 con l’appoggio del governo D’Alema al bombardamento NATO in Jugoslavia; nel saggio del 2000 “Il bombardamento etico. Saggio sull’interventismo umanitario” Preve scrive che questa decisione ha posto fine per sempre alla legalità costituzionale italiana e che, da quel momento, l’Italia si trova di fatto senza una costituzione. In un paese serio inoltre – insiste – i vertici di quel governo sarebbero stati condannati davanti alla corte marziale per alto tradimento.
Dal punto di vista filosofico, la sua diagnosi delle società occidentali – dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’incontrastato domino statunitense sui corpi e sulle anime degli europei – ruota intorno al concetto di capitalismo assoluto: il capitalismo, secondo Preve, non era né un’ideologia né un soggetto sociale e culturale complessivo (non possiamo infatti identificare borghesia e capitalismo), ma un processo strutturale anonimo e impersonale che si legittima in modo esclusivamente performativo, e cioè con la sua capacità di garantire merci e servizi accessibili almeno ai due terzi delle società metropolitane “laddove il restante terzo” scrive Preve “è consegnato alla polizia, alle agenzie di assistenza e beneficenza, all’emarginazione e alle reti di solidarietà prevalentemente mafiose”. Il capitalismo, inoltre, non è per nulla conservatore – come la stragrande maggioranza dei comunisti del ‘900 ha sostenuto – ma è, al contrario – come già sapeva Marx – una forza rivoluzionaria nichilista, in quanto tende a distruggere tutti i sistemi ideologici, economici e politici “tradizionali” che incontra sul suo cammino e che potrebbero rappresentare un pericoloso ostacolo al processo di mercificazione di tutte le dimensioni della vita individuale e comunitaria. Questa distruzione dei valori e dei costumi tradizionali, nonché di tutte le dimensioni dello spirito umano differenti da quella puramente economica – come la politica, la filosofia o la religione – procede attraverso la formazione di sempre nuove classi sociali e ideologie dominanti, ogni volta sempre più aderenti e funzionali al fine capitalistico di economicizzazione totale della realtà : “Perché l’economia possa avere un potere simbolico assoluto” scrive Preve “non deve essere limitata da niente di esterno, ed apparire come completamente autosufficiente e sovrana su se stessa. Si tratta di un totalitarismo concettuale che persino le religioni non hanno mai osato sostenere in questa forma […] In questo modo, il capitalismo è fondato su di una illimitatezza potenziale assoluta, perché non esistono limiti esterni, come la religione, la filosofia e la politica. L’attuale e fatale giudizio dei mercati, cui si sono sottomessi anche i vari comunisti non è che uno sviluppo di questa premessa”.
Dagli anni ’70 in poi, prima negli USA e poi – a cascata – nelle sue province europee e asiatiche, grazie ad una finanziarizzazione del capitale e ad una globalizzazione di questa forma economica stiamo assistendo ad un continuo allargamento della forbice tra ricchi e poveri; queste trasformazioni strutturali, insieme alla liberalizzazione dei costumi, sono state – agli occhi di Preve – la base materiale della distruzione delle classi borghese e proletaria e dell’affacciarsi di 3 nuove classi sociali incapaci di muovere critiche radicali al capitalismo: un’oligarchia finanziaria globale, della quale qui a Ottolina parliamo ormai da anni e che rappresenta oggi la nuova nobiltà: al posto del proletariato, una massa informe di precari sempre più atomizzati, senza coscienza di classe, costretti a inseguire le opportunità di mercato in giro per il mondo e condannati a rinunciare a progetti lavorativi e familiari stabili e, nel mezzo, una sempre più povera global middle class, la quale “unificata da viaggi facili” – scrive Preve – “dall’umanitarismo distratto e superficiale, da un inglese turistico – operazionale della comunicazione semplificata e standardizzata, da un multiculturalismo indotto in funzione della distruzione della propria cultura nazionale, dall’accettazione conformistica del politicamente corretto circostante (femminismo di genere, pacifismo rituale e puramente narcisistico – ostensivo, ecologismo da pubblicità di fette biscottate, falso interesse caritativo verso i migranti, ecc.), non è più ovviamente la vecchia piccola borghesia”. In questa nuova forma di capitalismo post-borghese e post-proletario, dunque, si è rotta – secondo Preve – la precedente alleanza tra due forme di critica al capitalismo: quella economica delle classi lavoratrici a bassi redditi (che presupponeva un radicamento territoriale e una coscienza di classe che oggi non esiste più) e quella artistico-culturale della piccola borghesia insoddisfatta dell’ipocrisia dei valori conservatori e tradizionali – critica di cui non ha più sentito bisogno una volta superato il bigottismo pretesco e raggiunta la totale liberalizzazione dei costumi. E così, negli ultimi decenni, il capitalismo è rimasto – di fatto – privo di critiche radicali e nemici politici, un capitalismo, appunto, assoluto e totalitario.
Altre caratteristiche importanti del suo pensiero sono la critica alla dicotomia destra/sinistra che serviva, agli occhi di Preve, solo a distrarre gli ultimi dai reali conflitti sociali in atto, al politicamente corretto, che vedeva come una pericolosa importazione culturale dalla sinistra liberal americana e infine, naturalmente, la battaglia contro il neo-liberismo economico e contro qualunque ideologia reazionaria. Nemico filosofico di quello che considerava un ingenuo comunismo mondialista, Preve rivalutava inoltre il ruolo potenzialmente emancipatorio e democratico dello stato nazionale: secondo il filosofo torinese, infatti, l’internazionalismo era da intendersi come costruzione di un rapporto paritario e democratico tra Stati nazionali rispettosi delle reciproche differenze, e non certo come l’abolizione forzata – in nome di principi astratti – delle differenze stesse; un’idea in contrasto tanto con il nazionalismo quanto con il mondialismo.
Nell’autunno del 2004 Costanzo Preve, in un articolo, ipotizzò una sua concreta proposta politica: il nome scelto era MOVIMENTO ITALIANO PER LA LIBERAZIONE E L’INDIPENDENZA; “Si dice italiano” scrive Preve “non certo per nazionalismo, quanto per indicare che non si pretende di rappresentare simbolicamente il mondo intero, ma ci si limita a relazionarci con altre forze a noi simili ed affini presenti in Europa e nel mondo. Il termine liberazione” poi “deve essere inteso in due sensi: liberazione dalla dittatura dell’economia capitalistica – neoliberale, che mercifica tutto e tutti, e liberazione dalla dittatura militare imperiale americana, che priva l’Italia e l’Europa di ogni sovranità. Il termine indipendenza” infine, conclude Preve, rappresenta essenzialmente il fine politico di questa organizzazione Politica. E “chi lo trova generico e poco classista” sottolinea “dovrebbe rifletterci un poco sopra. La parola comunismo come fine politico infatti implicherebbe almeno due cose: primo, che tutti gli aderenti siano d’accordo a priori con queste finalità, e secondo, che si avesse fra di noi la condivisione di un significato univoco di questa paroletta, il che ovviamente non è”.
Morto nel 2013, Preve non ha fatto in tempo a vedere la profonda crisi dell’impero americano a cui stiamo assistendo oggi, né l’emergere di un possibile nuovo ordine multipolare capace di mettere in discussione il regime neo – liberale del capitalismo assoluto: ciononostante, noi non abbiamo dubbi da che parte delle barricate avrebbe deciso di combattere. E se anche a te piacerebbe veder nascere un Movimento italiano per la liberazione e per l’indipendenza, fai la tua parte: aiutaci a contrastare la propaganda di regime del capitalismo totalitario e aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Massimo Cacciari

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